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Non sottrarsi al dolore: un sofferto umanesimo (prefazione a Impronte sull’acqua).

di Ivan Fedeli

Francesco Marotta. Di professione fabbro, levigatore, cesellatore. Se la poesia è magma, materia da plasmare e – proprio per questo – in continuo divenire, nessuno più di Marotta dimostra da tempo di affinare gli strumenti necessari a forgiarla, renderla evoluzione, fabbrica di senso.

Impronte sull’acqua conferma questa ricerca più che ventennale: ricerca seria, inappagata, fuori dai riflettori della facile comunicazione e necessariamente dotata di forza etica, energia primordiale.

Perché è questo il primo dato che emerge dalla lettura di Impronte sull’acqua: alla sensazione iniziale di spaesamento, segue una ragnatela di immagini che ingabbia, modella, rivela. Energia poetica delle migliori.

Già in Per soglie d’increato, l’autore matura una precisa scelta formale: sostantivi assoluti, utilizzo di parole-cardine al centro delle lunghe monostrofe a cascata e di incipit visionari e rivelatori, spaccature – meglio ferite – del verso che s’interrompe improvvisamente sulle preposizioni, linguaggio volutamente analogico e oracolare.

Quasi il poeta avesse un ruolo profetico, salvifico. Comunicasse così il sovrasenso da cui muove la realtà in ogni propria inarticolata manifestazione in vista dell’altro, della sua inattingibilità.

Ne deriva un sofferto umanesimo: l’uomo non si trova a priori, non è un dato di fatto, emerge dal sostrato del linguaggio. E’ certo il linguaggio, allora, la chiave per aprire il resto, il di fuori. E per scoprire, necessariamente, l’anima, il soffio vitale con cui convivere, fondersi in vista di un’unità possibile.

Impronte sull’acqua ha il merito di portare all’estrema levigatezza questa scelta formale già sperimentata e suggerire al lettore nuovi, possibili indizi rivelatori. La poesia suggerisce – nulla è mai scontato nell’opera di Marotta – il percorso gnoseologico e la sintassi necessaria per trovare quanto meno un’apertura alla ricomposizione del mondo, pena la sua stessa fruibilità: “…Una rosa, in pieno inverno, è un caso… // Il corpo che parla la sua voce / più antica a disperazione della morte” (pagina 11).

Come dunque giustificare il binomio Amore-Morte nella ricostruzione per tentativi dell’alterità? O quello Dolore-Indifferenza? Gli estremi leopardiani coesistono in Marotta, è la poesia il centro: e Impronte sull’acqua è libro di metapoesia.

La parola risulta dunque un a-priori: è lingua-madre e genera senso attraverso scarti, urti, flessioni, ellissi, ossimori. La parola scatena reazioni di immagini, è essa stessa immagine e dato reale (“ha alfabeti di valli e / di aurore anche l’aria” – pagina 15), corpo e materia.

Dunque il linguaggio precede, forma.

Eticamente rivela.

Non si intenda, con questo, che Marotta sia poeta visionario o sapienziale: sarebbe come ridurne i limiti.

Per dirla con Dante, è uomo che cerca, da stoico a volte, la soluzione al dolore, l’accettazione dello iato, della ferita dell’altro: “…nessun foglio / contiene a misura il / flusso dell’ultima acqua / il riflusso, il deflusso del seme / la cura…” (pagina 44).

E, consciamente, percepisce l’impossibilità di una ricomposizione. Da qui la sua grandezza. E la sua splendida malattia, quello scavo linguistico che sottende ogni atto, precede ogni forma di battesimo, ogni possibilità di dare un nome alle cose.

Perché questo è il problema: come nominare univocamente, trasformare in segno? Lo scacco è evidente, insondabile l’attraversamento del percepibile e del percepito. Ne deriva un vero e proprio vocabolario dell’impossibilità, fatto di termini evocativi, purificatori, quasi sillabari di un ordine da ricostruire: la linfa aggrumata, la creta, il coagulo, l’ala fetale, le mura del corpo, i verbi usati spesso al participio passato e all’infinito quali impregnare, ramificare, intridere, allevare, alcune parole spezzate (“dis / amore”, “dis / ordine”) o fortemente evocative (“urna”, “reliquia”), tutto questo alfabeto in divenire ricostruisce il linguaggio delle origini, poi dimenticato, e che è compito del poeta ritrascrivere nelle sue tavolette di cera.

E portare così alla luce un codice primordiale vergine, senza il peccato dell’onnipotenza del segno, del dato per sempre.

Ma Impronte sull’acqua è, anche e soprattutto, libro per l’altro: l’autore carezza e contemporaneamente colpisce l’umano nome, l’essere heideggerianamente nel mondo.

Marotta, insomma, ammicca con un sorriso doloroso al suo visiting-angel, forgiando un tu inespresso, timidamente sommesso, a tratti evanescente: siamo tutti compresi nell’abbraccio a quel tu sacro, inviolabile e perennemente distante, testimone dello scarto, dell’inconoscibilità.

E nelle sue tracce, che danno unità e forza ai versi, la rincorsa ai dati del reale si popola di un sottobosco simbolico di grande efficacia: gli inverni, l’acqua, l’ombra, la sabbia, il fango, le paludi, il vapore, le bave di luce, immettono nel mito, nella ricreazione dell’essere oltre la cortina del dolore, della separazione.

Allora una sorta di nuovo battesimo consacra, cristologicamente l’uomo rinasce, con un chiodo conficcato e la certezza del Cristo deriso sulla croce.

In Marotta, quindi, l’essere-nel-mondo cade nel tentativo di sperimentare la finitezza che gli è propria, eppure risorge: l’uomo si trasforma, appropriandosi dello squarcio gnoseologico del linguaggio come premessa di una dolcezza inquieta, per cui pronunciare “io esisto” sottende quella magnifica idea di riscatto per cui diventa possibile percepire quel “nulla che / rifiorisce tra le onde“.

E’ questa, in ultima analisi, una splendida promessa di felicità fugace. Ferocemente voluta. Umanamente inattesa.

 

[QUI] puoi leggere la postfazione a Impronte sull’acqua di Luigi Metropoli

[Francesco Marotta, Impronte sull'acqua, Sasso Marconi Le voci della luna, 2008, pp.55, € 10]

***

Francesco Marotta è nato a Nocera Inferiore (SA) l’11 marzo 1954. Ha compiuto studi classici, si è laureato in Filosofia e in Lettere Moderne e oggi vive in provincia di Milano, dove insegna Filosofia e Storia nei Licei. Ha tradotto Bachmann, Bonnefoy, Char, Celan, Jabès, Sachs. Suoi testi sono apparsi sulle riviste: Il Segnale, Dismisura, Anterem, Convergenze. Tra le sue pubblicazioni in versi, Le Guide del Tramonto (Firenze, 1986); Memoria delle Meridiane (Brindisi, 1988); Alfabeti di Esilio (Torino, 1990); Il Verbo dei Silenzi (Venezia, 1991); Postludium (Verona, 2003, Vincitore del Premio “L. Montano”, sezione inediti); Per soglie d’increato (Bologna, 2006); Hairesis (E-dizioni Cepollaro, 2007); Impronte sull’acqua (Sasso Marconi, 2008). In antologie ha pubblicato diverse sillogi. Gestisce lo spazio web www.rebstein.wordpress.com.

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