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di Francesco Sasso

Diamo notizia della recente pubblicazione del romanzo L’ombra di quel che eravamo (Guanda 2009) di Luis Sepúlveda, opera che evidenzia la più viva rappresentazione dei problemi politici e le trasformazioni sociali della vita in Cile, utilizzando in modo ironico e disincantato i meccanismi del poliziesco.

Il romanzo si apre con la morte accidentale di un uomo vestito di nero con una pistola nella fondina. Il tizio è in strada sotto una pioggia incessante quando un vecchio giradischi, lanciato nel vuoto da una finestra, gli sfonda il cranio e l’uccide. L’assassino è una donna cilena che, durante una lite coniugale, ha cominciato a lanciar fuori della finestra gli oggetti prediletti del marito (giradischi, libri di letteratura sociale, dischi con i classici della canzone di protesta). Quest’ultimo, in gioventù, fu un invasato filocinese, ma con il passare degli anni, incalzato dalla delusione, si è trasformato in un indolente cultore di film americani con scarso amore per il lavoro. 

 

 In tutt’altra parte della città, tre ex perseguitati dalla dittatura, oramai anziani e disillusi, decidono di riunirsi dopo più di trent’anni in un garage in disuso a Santiago del Cile. Hanno un appuntamento con “Lo Specialista”. I tre compagni sono stati militanti di Allende e, successivamente, perseguitati politici costretti a nascondendosi in Cile o a fuggire in Europa.

Aspettano l’arrivo dello Specialista. Nel mentre, i tre iniziano a raccontare la propria vita mancata e ad evocare i comuni ricordi, mangiando pollo arrosto e bevendo vino rosso. L’incontro dei tre vecchi compagni, che ovviamente mette in risalto la decadenza fisica dei protagonisti e l’inesorabile fallimento esistenziale, favorisce lo scatenarsi del fondo “rivoluzionario” del loro animo.

Contemporaneamente, mentre Santiago del Cile è assediata dalla pioggia, nel suo ufficio l’ispettore Crespo viene informato da una giovane agente di polizia della morte di Pedro Nolasco Gonzàles, popolare anarchico cileno. E’ stato trovato in strada con il cranio fracassato e senza scarpe. La combinazione vuole, dice l’agente di polizia, che sulla stessa strada e nelle ore dell’omicidio, una coppia ha denunciato un furto nel proprio appartamento. L’indagine appare semplice. L’ispettore decide di andare a trovare la coppia.

E qui, com’è mio solito, mi fermo per non rovinarvi la lettura del romanzo.

Il romanzo è un poliziesco “mancato” (sin dalla prima pagina sappiamo chi è l’assassino). Abile lo spirito demistificatorio con cui lo scrittore cileno riprende scene da film americani, per esempio Le Iene.

Con L’ombra di quel che eravamo, Luis Sepúlveda ci offre un modello di come sia possibile scrivere romanzi leggeri e pieni di ironia senza abdicare al proprio ruolo di scrittore impegnato a denunciare l’ingiustizia e la corruzione in Cile.

  f.s.

[Luis Sepúlveda, L’ombra di quel che eravamo, traduzione di Ilide Carmignani, Guanda, 2009, 149 pp, € 14,50]

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[Leggi tutti gli articoli di Francesco Sasso pubblicati su RETROGUARDIA 2.0]

 
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