La destoricizzazione del messaggio rafforza la centralità del lettore, visto da Barthes non più come <<consumatore>> ma come un <<produttore del testo>>. Al limite, non si può parlare di interpretazione ma di riscrittura, anche perché il testo non è una struttura chiusa di segni ma una sorta di <<galassia di significati>> senza inizio, reversibile, a più entrate.
E’ ben vero che, pur senza la suadente maestria di Barthes, anche il lettore comune è portato a leggere il testo come un’<<opera aperta>>, proiettandola sul proprio schermo, cioè su codici-sistemi estremamente variabili:
La libertà nello scegliere i contesti interpretativi dell’opera, all’interno delle regole sopralinguistiche [= culturali], è piuttosto considerevole. L’opera si lascia proiettare su diversi schemi, e può così fornire risposte a domande postele non soltanto dal medio <<cultore d’intrecci>> [= lettore di romanzi], e non soltanto dallo studioso di letteratura e di lingua, ma dallo psicologo, dallo storico, e magari dal botanico, dal numismatico o dal meteorologo, dal teorico della cucina e della moda. Non perverrò alla conclusione, tuttavia, che i significati ora in questione siano importanti arbitrariamente all’opera: che nell’opera, insomma, essi non ci siano. Posso solo dire che essi, nell’opera, non c’erano, che si sono formati nel materiale segnino fissato dal testo, insieme ai mutamenti storici dei codici correlabili a codesto materiale. (1)
Questo fenomeno comprova <<la capacità del testo artistico di accumulare informazioni>> (2) per effetto delle transcodificazioni di lettura che accompagnano il suo viaggio nel tempo.
E, ancora, che il lettore non è passivo ma collabora alla funzione comunicativa del testo, il quale <<incomincia a esistere solo quando lo si legge>>. <<Ma- aggiunge Segre- teniamo ben conto di due fatti così ovvi da poter essere dimenticati. Primo: il testo comunica perché vi è stato concentrato un contenuto […] Secondo: non esiste soltanto il lettore attuale, il signor Io. Da quando il testo è stato scritto, ascoltatori e lettori si sono succeduti, e la sostanza comunicativa è sopravvissuta alla prepotenza di tante soggettività. Il nostro tesoro di informazioni contiene già le informazioni precedentemente assimilate, e i nostri codici sono la trasformazione dei codici precedenti. Il filologo ha più di altri il sentimento della durata dei testi>> (3)
Dunque, il testo letterario è una struttura chiusa di segni che, per la particolare densità e ambiguità che li caratterizza, mantengono un altissimo potenziale semantico, un dinamismo che il lettore-collaboratore cercherà di attualizzare senza illudersi di esaurire definitivamente. <<Un testo-dice Eco- vuole lasciare al lettore l’iniziativa interpretativa, anche se di solito desidera essere interpretato con un margine sufficiente di univocità. Un testo vuole che qualcuno lo aiuti a funzionare>> (4)
Note
(1) A. Okopien Slawinska, Il sistema dei personaggi nella comunicazione letteraria, in Aa. Vv., La semiotica nei paesi slavi, Milano, Feltrinelli, 1979, p.619
(2) J. M. Lotman, La struttura del testo poetico, Milano, Mursia, 1972, p.33
(3) C. Segre, Semiotica filologica, Torino, Einaudi, 1979, p.19
(4) U. Eco, Lector in fabula, Milano, Bompiani, 1979, p.52
f.s.
Jean-Jacques Viton, “Il commento definitivo (1984-2008)”, cura e traduzione di Andrea Inglese
Questo saggio, che pubblichiamo per gentile concessione dell’autore, è estratto dall’introduzione al volume. (f.s)
[QUI] la poesia PROGRAMMA DEL MORTO (PROGRAMME DU MORT)
di Andrea Inglese
Motivi per un’antologia*
È opportuno dire subito che la proposta di un’antologia poetica, in Italia, dell’opera di Jean-Jacques Viton presenta un aspetto paradossale. Generalmente, una pubblicazione antologica di un poeta straniero, con alle spalle un ampio e assodato itinerario, interviene dopo che già si è avuto modo di leggere in traduzione una o più opere significative di quello stesso autore, o dopo che se ne conosca sufficientemente il lavoro attraverso traduzioni apparse in rivista. Viton, classe 1933, attivo come poeta dal 1963, indefesso promotore di riviste militanti, ed autore ad oggi di quindici libri di poesia, avrebbe senz’altro tutti i titoli per essere un nome ormai familiare presso quei lettori italiani che s’interessano di poesia contemporanea. Purtroppo le cose non stanno propriamente così. Non che Viton sia davvero ignoto in Italia, privo di legami con poeti del nostro paese, e mai apparso neppure in rivista. Egli ha persino partecipato più volte a dei festival internazionali di poesia a Milano e a Roma(1), e suoi testi sono stati in diverse occasioni tradotti in italiano. Inoltre, una lunga amicizia lo lega con Nanni Balestrini, personalità non certo appartata del nostro ambiente letterario, e attento osservatore di esperienze poetiche che travalicano i confini nazionali. Questi precedenti, però, non gli assicurano quell’autentica ricezione, in virtù della quale l’esperienza di un poeta straniero, una volta sedimentata attraverso letture e traduzioni, dovrebbe costituire un punto di riferimento e confronto per la nostra produzione poetica.(2) Ciò non accade neppure nel caso di tradizioni contigue, come quella italiana e francese, che lungo una buona parte del secolo scorso, a partire dalle incursioni dei futuristi a Parigi, non hanno cessato di dialogare e di interrogarsi a vicenda.
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