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Category Archives: panella giuseppe

 Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot Fabio Stassi, Come un respiro interrotto

La narrazione come forma privilegiata della vita. Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, Palermo, Sellerio, 2012; Come un respiro interrotto, Palermo, Sellerio, 2014

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di Giuseppe Panella

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E’ strapotente nella scrittura di Fabio Stassi la tentazione della nostalgia, la sua volontà di fare del passato la chiave di volta su cui si può costruire la prospettiva del presente, il desiderio di rendere mediante un’affabulazione forte e rigorosa le atmosfere, i sogni, i desideri e le disillusioni di una generazione ancora non del tutto perduta.

Il suo esordio narrativo (che gli fruttò il Premio Vittorini Opera Prima[1]) è stata una “storia di formazione” ambientata nella Sicilia degli Anni Cinquanta ancora provata, nel suo sforzo di rinascita e di crescita morale e civile, dalle conseguenze della strage di Portella delle Ginestre avvenuta nel primissimo dopoguerra.

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Gaetano Cappelli, Romanzo irresistibile della mia vita vera raccontata fin quasi negli ultimi e più straordinari sviluppiIl Grande Gatsby o dei giovani meridionali. Gaetano Cappelli, Romanzo irresistibile della mia vita vera raccontata fin quasi negli ultimi e più straordinari sviluppi, Venezia, Marsilio, 2012

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di Giuseppe Panella

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Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald è il libro di più di una generazione tra scrittori e cuorinfranti adolescenziali ma finora non era stato mai virato con il filtro di un’educazione sentimentale meridionale (tra le Puglie e Ravello, sulla costiera salernitana). E’ quello che succede a Giulio Guasso, aspirante nuovo Arturo Benedetti Michelangeli, poi pianista in un albergo di lusso in un grande albergo di Ravello, appunto, e, infine, grande scrittore che trova la sua apoteosi come “candidabile” al Premio Nobel mercé l’uso del tutto improprio di una carota da parte di una sadica e prepotente critica letteraria tedesca.

E’ questa, in poche parole, la line-story del romanzo di Gaetano Cappelli (scrittore dalla ormai vastissima e variegata produzione narrativa) di cui si discuterà brevemente qui di seguito.

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Ilaria Bernardini, DomenicaUn giorno di ordinaria esistenza. Ilaria Bernardini, Domenica, Milano, Feltrinelli, 2012

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di Giuseppe Panella

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Questo è il romanzo di una giornata che mancava alla narrativa italiana degli ultimi anni. Dopo i notevoli exploits di scrittori come Raffaele La Capria sul finire degli anni Cinquanta (Un giorno d’impazienza del 1952 e soprattutto Ferito a morte del 1961), il romanzo di osservanza joyciana dove tutto si svolge nel giro di ventiquattrore di ordinaria esistenza era stato trascurato come genere e forma di espressione letteraria.

Il libro di Ilaria Bernardini, già nota per il suo precedente Corpo libero edito sempre da Feltrinelli nel 2011[1], si svolge tutto nel corso di un’afosa domenica di agosto ed è tutto giocato sull’interazione tra una giovane coppia, il loro bambino e i nonni che lo ospitano proprio per lasciare una giornata di libertà ai suoi due genitori.

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Alberto Prunetti, AmiantoStorie di padri e figli. Alberto Prunetti, Amianto. Una storia operaia, Roma, Edizioni Alegre, 2014, pp.192

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di Giuseppe Panella

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Amianto è soprattutto un libro autentico, vero, sofferto, determinato e meditato fino in fondo.

Alberto Prunetti ha voluto costruire un monumento letterario al padre Renato, operaio saldatore-tubista, e alla sua scomparsa prematura per colpa dell’amianto e del profitto capitalistico che lo ha indiscriminatamente usato nelle sue fabbriche di morte ma, nello stesso tempo, ha finito per legarlo alla sua stessa vita e alle vicende che lo hanno condotto a diventare il traduttore e lo scrittore che oggi è diventato. Si tratta di due esistenze legate dal forte vincolo della paternità, certo, ma anche da prospettive di vita e di lotta che sono state, per un certo periodo, comuni a entrambi.

 

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Raimondi, Il senso della letteratura. Saggi e riflessioniLE LATITUDINI DEL METODO: Ezio Raimondi e la critica letteraria

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di Giuseppe Panella

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«Il nesso storico in cui si manifesta un’opera letteraria non è una sequenza di eventi fattizia, autonoma, in grado di esistere anche indipendentemente da un osservatore. Il Perceval diviene un evento letterario solo per il suo lettore, per chi legge quest’ultima opera di Chretien ricordando quelle da lui scritte prima, osservando ciò che vi è in esso di caratteristico in rapporto a queste o ad altre opere che già conosca, e che in questo modo acquisisce un nuovo metro di giudizio che potrà applicare alle opere successive. Esso può continuare ad agire solo dove è ancora o di nuovo recepito dai posteri: dove si trovano lettori che fanno nuovamente propria l’opera del passato o autori che vogliono imitarla, superarla o rifiutarla»

(Hans Robert Jauss, Perché la storia della letteratura?)

 

 

Ezio Raimondi – interpretazione come ermeneutica

 

Anche se potrà sembrare ovvio ribadirlo, non sempre la critica letteraria conosce momenti di innovazione continua in cui i processi interpretativi corrono lungo le longitudini del testo. Sovente ci sono momenti in cui occorre ripetere e ritrovare le latitudini del metodo e riepilogare, con pazienza e passione insieme, il cammino già percorso in modo che da esso si possa trarre nuova linfa per l’innovazione ancora a venire.

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Antonio Spagnuolo, Come un solfeggio,Diario di un dolore. Antonio Spagnuolo, Come un solfeggio, Napoli, Kairós Edizioni, 2014

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di Giuseppe Panella

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Una breve raccolta, quasi un puro e scabro mannello di ricordi e di sensazioni che provengono dall’intimo, costituisce e sostanzia, irrobustito da un ricorso alle parole profonde dell’inconscio, questo diario di un dolore firmato da Antonio Spagnuolo in memoria della moglie Elena da poco scomparsa. Come dimostra, con parole rese sicure dalla consapevolezza di una lunga stagione di scritture liriche e poematiche, lo stesso autore nella sua Introduzione:

 

«L’assenza con il suo vortice negativo imprime indelebili incisioni nel subconscio, tali da annullare ogni res extensa, in un naturale sottofondo di angoscia, che riporta i termini del logorio e del pronunciamento. Così la poesia, intrappolata nelle circonvoluzioni, fra realtà materiale e realtà dell’immaginazione, trasforma il livello più alto della mesta riflessione nel possibile desiderio di trascendenza. Ecco che nel fondo mitopoietico della memoria si abbozza quello che sarà il “verso”, musicale e ritmico, per un divenire sul destino soccombente della solitudine»[1].

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Senzio Mazza, Infime dissonanzeLa rabbia degli ultimi, il rimpianto nel cuore. Senzio Mazza, Infime dissonanze, Valverde (Catania), Casa Editrice Le Farfalle, 2013

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di Giuseppe Panella

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Sono due i livelli cui Senzio Mazza dispone i temi i toni e le aspettative della sua fatica poetica: da un lato sono la rabbia e l’invettiva (ma soprattutto quest’ultima è sempre misurata e mai eccessivamente strabordante), dall’altro predomina il rimpianto e l’aspirazione a un mondo diverso, più buono, più accogliente, più felice (in una dimensione che assapora il gusto ormai perduto dell’utopia di un tempo). Ma, a ben vedere, i due momenti poetici si incontrano e si incrociano: l’aspirazione a un “mondo nuovo”, senza il male e il dolore di vivere a causa dello sfruttamento e della sete di profitto da parte del Potere che domina le sorti degli uomini conduce ineluttabilmente e direi pacificamente alla polemica e al rifiuto di essi in nome di un futuro che non riproduca pedissequamente e tragicamente il presente turbato e impossibile in cui il poeta si trova a vivere.

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Giovanni Agnoloni, Partita di animeFantasmagoria di doppi. Giovanni Agnoloni, Partita di anime, Giulianova (Teramo), Galaad Edizioni, 2014

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di Giuseppe Panella

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La tentazione del Doppio è presente nella soggettività di ognuno di noi: vedersi proiettato in una figura umana che ci assomiglia e che, tuttavia, può conoscere risvolti e sviluppi esistenziali diversi da quelli che noi abbiamo conosciuto è una tentazione irresistibile.

I personaggi del breve testo narrativo che si intitola Partita di anime e che segue (a mo’ di spin-off – come si suol dire oggi con qualche approssimazione) il precedente e più lungo Sentieri di notte del 2011 sono tutti calati in questa dimensione che, però, ha sicuramente una paternità più illustre connessa alla nota teorizzazione sulla bivalenza tra animus e anima dovuta alla ricerca psicoanalitica di Carl Gustav Jung. Il breve romanzo di Agnoloni, nonostante le dichiarazioni di fede connettivista del suo autore che è comunque legato a questo movimento innovatore nell’ambito della scrittura d’anticipazione italiana, non ha nulla a che vedere con la fantascienza, semmai con il fantastico e le sue molteplici facce e sfaccettature. Lo stesso vale per la figura (non solo letteraria) del Doppio[1] cui bisognerà fare riferimento per comprendere le intenzioni narrative di Agnoloni.

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Diego Baldassarre, L’acqua sogna trasparenzeMalinconia autunnale. Diego Baldassarre, L’acqua sogna trasparenze, Roma, Ilmiolibro Edizioni, 2013

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di Giuseppe Panella

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Una calma, direi quasi cauta, malinconia soffonde le pagine poetiche di Diego Baldassarre. Nella sua tenue plaquette che esorta alla trasparenza delle acque (eco pallida ma stilisticamente sostenuta delle “chiare, fresche e dolci acque” di petrarchesca memoria e condizione), il poeta romano trapiantato sulle colline di Pistoia si diffonde nell’enunciazione di sentimenti semplici e diffusi eppure non comuni e non scontati nel dirli. Il più marcato è l’amore – per la sua donna, certamente, e questo si spiega proprio a partire da quella dimensione petrarchesca di cui si diceva sopra, ma anche (e in maniera forse più forte e diffusa) per la bambina nata da quell’amore cui sono dedicate le liriche più emozionate e vibranti del mannello poetico che costituisce il libro.

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Viaggi di versi n.68Poesia del disagio esistenziale. Aa. Vv., Viaggi di versi. Nuovi poeti contemporanei, Roma, Edizioni di Pagine, 2013

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di Giuseppe Panella

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Un forte disagio esistenziale trapela dalla lettura dei tredici poeti raccolti nelle pagine di Viaggi di versi, una delle più recenti antologie pubblicate da Elio Pecora nelle sue Edizioni di Pagine e dedicate alla valorizzazione di poeti contemporanei più o meno giovani e a lui legati.

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Marco Nicastro, TrasparenzeArrendersi alla realtà delle cose. Marco Nicastro, Trasparenze, Salerno – Milano, Oèdipus Edizioni, 2013

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di Giuseppe Panella

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Marco Nicastro cerca il contatto diretto con il reale, abbandonando “il pensiero e le parole” in nome della sensibilità espressa direttamente dal testo poetico e provandosi a dare del mondo una visione diretta, trasognata, esperita personalmente e non in maniera astratta o sapienziale, costruita da trasalimenti e da trasparenze dell’ Io, intessuta degli arabeschi di una volontà di attraversamento dei suoi labirinti. Lo scrive lui stesso in una lirica appassionata verso la fine del libro:

 

«Stare tra le cose, / da esse lasciarsi intersecare / comprendendo ciò che ancora non è. / Permettendo l’apertura / e il discreto scambio di essenze / mutare, mutando l’altro da sé. / Inutili il pensiero e le parole»[1].

 

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Mauro Baldrati, Professional KillerL’assassinio come una delle belle arti. Mauro Baldrati, Professional Killer, Villorba (Treviso), Edizioni Anordest, 2013

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di Giuseppe Panella

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Il Maestro Wu ha alle spalle un passato di sangue e di morte. Prima di rifugiarsi ad Amburgo presso una confraternita di monaci adepti alla nobile e sacra arte marziale del kung-fu, è stato Lo Specialista, forse il miglior killer a pagamento del mondo, un uomo freddo e senza emozioni capace di organizzare e di portare a termine l’eliminazione di bersagli ben difesi e protetti da parte delle loro organizzazioni criminali senza particolari problemi di logistica e senza alcun impedimento moralistico. La sua vita è un susseguirsi di missioni brillantemente portate a termine, intervallate da intermezzi erotici senza coinvolgimenti sentimentali (o forse sì – quello con Jeanne Marie, la ragazza madre che vive con suo figlio in un barcone sulla Senna e con la quale la relazione acquista toni di tenerezza insospettabili per un individuo così spietato).

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Valeria Serofilli, La parola e la curaIl “senso del verso”. Valeria Serofilli, La parola e la cura, note critiche di Gianmario Lucini, con una raccolta inedita, Novi Ligure (Alessandria), Puntoacapo Editrice, 2010

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di Giuseppe Panella

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Questa monografia a cura di Gianmario Lucini rende conto in maniera precisa dell’ormai rilevante produzione di Valeria Serofilli, significativa poetessa pisana e infaticabile quanto coraggiosa operatrice nel campo della diffusione della poesia (soprattutto con l’organizzazione degli Incontri Letterari presso il “Caffè dell’Ussero”). Ma, a parte questo aspetto importante della sua attività, non si può negare che la Serofilli abbia, nella sua pratica di scrittura, una forte consapevolezza della sua poetica di fondo e della sua capacità di manifestarla durante la sua realizzazione sotto forma di versi lirici. Come scrive lo stesso Lucini nel testo introduttivo alla raccolta:

 

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Achille Serrao, antologia a cura di Luca BenassiL’altrove della vita, il senso della poesia. Su Achille Serrao, antologia a cura di Luca Benassi, Novi Ligure (Alessandria), Puntoacapo, 2013

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di Giuseppe Panella

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Il punto di partenza della notevole Introduzione di Luca Benassi all’antologia di poesie di Achille Serrao uscita in limine mortis è la suddivisione in tre parti dell’evoluzione poetica dello scrittore romano (ma nato da una famiglia originaria di Caivano).

In questa triplice articolazione di moduli espressivi si può individuare il segreto rivelato della scrittura di Serrao e l’indubitabile fascino del suo mutamento di prospettive di poetica:

 

«Ad una prima fase legata all’ermetismo, all’interno della quale scorrono sottotraccia gli apporti del simbolismo e del surrealismo francese, ancorché mediati dall’esperienza luziana, segue nel 1987 l’adesione ad uno sperimentalismo che sembra voler far piazza pulita della scrittura precedente. Ed infatti, dopo aver accumulato materiali ed esperienze, ed aver pagato il debito con i propri padri (Montale e Luzi fra tutti), Serrao si accorge della compressione e dell’imbrigliatura delle strutture canoniche della poesia, orientandola alla forma poema e verso un tentativo di commistione e recupero della prosa. Si tratta, in realtà, di una stagione breve, inquieta e necessaria, che però si sviluppa maggiormente nell’esperienza in prosa, nel racconto, spesso (ir)risolto nel paradosso, nello smascheramento dell’assurdità della realtà borghese. Il 1990 vede la svolta dialettale»[1].

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Stefano Vincieri, Dietro le quinteDall’interno del corpo. Stefano Vincieri, Dietro le quinte, presentazione di Valerio Nardoni, Firenze, Passigli, 2013

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di Giuseppe Panella

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Scrive Valerio Nardoni nella sua accorta Presentazione di questa quarta raccolta di Vincieri[1] che:

 

«In questo suo ultimo libro Stefano Vincieri, da dietro le quinte, assiste al crollo del corpo nel tempo e quello della parola nel silenzio, leggendo questo doppio movimento come un’unica danza verso il nulla, da cui è necessario risollevarsi. Come una ballerina che avesse inciampato durante uno spettacolo e dovesse ripartire sotto gli occhi di tutti, la caduta del poeta è il suo ritrovarsi in un insopportabile silenzio, con l’adrenalina dei sensi che si risvegliano e protestano tutti insieme»[2].

 

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Fabio Ciaramelli – Ugo Maria Ulivieri, Il fascino dell’obbedienza. Servitù volontaria e società depressaDISPOSTI ALL’UBBIDIENZA. Fabio Ciaramelli – Ugo Maria Ulivieri, Il fascino dell’obbedienza. Servitù volontaria e società depressa, Milano, Mimesis, 2013

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di Giuseppe Panella

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L’obbedienza è una virtù, come lungamente ha sostenuto una tradizione di origine religiosa che parte con i Padri della Chiesa cristiana o è semplicemente l’”altra faccia” dell’ipocrisia, della pigrizia mentale e, in particolar modo, della mancanza di desiderio vitale? L’obbedienza è un fattore positivo della dinamica sociale in quanto permette alle strutture statuali di sopravvivere e operare proficuamente oppure è soltanto il nome che ha preso, in epoca moderna, la disposizione dell’eterno consenso umano all’oppressione tirannica? In che cosa consiste la “servitù volontaria”?

E’ quanto si chiedono Fabio Ciaramelli e Ugo Maria Ulivieri in un saggio denso e incisivo, ben fondato filologicamente e pieno soprattutto di inquietanti interrogativi.

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Carlo Cipparrone, Il poeta è un clandestinoL’orgoglio di un poeta. Carlo Cipparrone, Il poeta è un clandestino, Martinsicuro (Teramo), Di Felice Edizioni, 2013

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di Giuseppe Panella

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Carlo Cipparrone è orgoglioso di essere (ancora) un poeta e lo si vede bene dalle pagine e dalle liriche che scrive in questo suo nuovo libro di poesie.

Nella sua Auto-introduzione poi è ardito nel precisare in modo forte e chiaro:

 

«L’autore, con sottile humour e, a volte, compiaciuta autoironia, compone consapevolmente da ‘perdente’ la sua poesia come fallimento e negazione, vivendo con discrezione la propria passione letteraria, col passare degli anni coltivata sempre più in segreto, perché capace di suscitare scandalo e irrisione, come un amore senile per una ragazza giovane e bella, qual è, appunto, fuor di metafora, la poesia. Il suo è un amore difficile, ‘proibito’, da consumare onanisticamente, sete dell’anima da spegnere in disparte. Egli non soltanto concorda con chi ritiene che “l’esistenza artistica non ha bisogno di grandi palcoscenici, anzi il suo palcoscenico preferito è la solitudine, come attesa di una comunicazione migliore, e che quest’attesa non soffre se è continuamente differita, e più la comunicazione con l’altro e col mondo viene rinviata, più migliora quella con se stessi” [Gregorio Scalise], ma condivide la teoria beckettiana che unico dovere per lo scrittore sia “andare incontro al fallimento, soccombere all’inesprimibile, e quanto più saprà avvicinarsi allo scacco, tanto più avrà svolto al meglio il suo compito”»[1].

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Vanni Santoni, Personaggi precariFrammenti, personaggi, insussistenze. Vanni Santoni, Personaggi precari, con una postfazione di Raoul Bruni, Roma, Voland, 2013

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di Giuseppe Panella

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In tempi di precariato diffuso e considerato come una condizione ormai insuperabile e senza possibilità di uscita da essa fors’anche da quegli stessi che la subiscono impotenti e attoniti (e come potrebbero fare altrimenti in una situazione di crisi permanente com’è quella che stiamo tutti vivendo?), anche i personaggi narrativi rischiano di fare la stessa fine.

Ne è una prova lampante questo piccolo e affascinante volumetto di Vanni Santoni che riprende un’impresa narrativa già iniziata parecchi anni prima e la porta a un primo (quanto anch’esso precario compimento). Ma va anche detto che le ragioni di questa precarizzazione dei personaggi di storie e vicende narrative ha anche ragioni, intrinsecamente stilistiche piuttosto che sociologiche, più profonde e legate allo stile di scrittura (multiforme e sperimentativi) di Santoni stesso.

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Paolo Valesio, La mezzanotte di SpoletoLe voci del silenzio. Paolo Valesio, La mezzanotte di Spoleto, prefazione di Alberto Bertoni, Rimini, Raffaelli Editore, 2013

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di Giuseppe Panella

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«Desiderando parola. Ogni giorno che vola, egli sente / dentro di sé un rombo premente: / son le parole che vorrebbe dire / prima che scocchi l’ora del finire, // le parole accorrenti a tutti quelli / che ha scoperto essere fratelli / e sorelle (se alcune furono amate / più d’altre, invidie e insidie son passate). // S’egli rappresentasse ad ogni uno / l’onda della vita come un dono, / riscatterebbe la sua tramontante // esistenza oscura e pesante / che non trova in se stessa più valore / se non nel tuttassurdo dell’amore»[1].
E’ il desiderio di poter parlare per dire adeguatamente ciò che prova e che gli urge dentro a spingere Valesio a scrivere la “sua” poesia e a pronunciare le “sue” parole. Per lo studioso bolognese, non si tratta qui di una questione di esercizi retorici da proporre ai suoi lettori ma di una ragione di vita da sostenere.

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Aa. Vv. Toscani maledettiGiovani e già maledetti? Aa. Vv. Toscani maledetti, a cura e con un’ Introduzione di Raoul Bruni, Prato, Piano B Edizioni, 2013

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di Giuseppe Panella

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Ventuno giovani scrittori under quaranta si allineano in ordine alfabetico in questo interessante volume antologico coordinato e introdotto da Raoul Bruni. Si va da Simona Baldanzi a Marco Simonelli in un’alternanza di storie più o meno lunghe (nel caso di Simonelli si riscontra  l’eccezione di un poemetto narrativo) che intendono fare il punto su una generazione di “scrittori precari” e sulle loro potenziali variabili stilistiche e diegetiche.

Nella sua buona introduzione, Bruni dichiara esplicitamente di rifarsi alle intuizioni contenute in un ormai classico (quanto ormai non troppo facilmente reperibile) volume di saggi di Carlo Dionisotti[1]:

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Donatella Bisutti – Alberto Schiavi, Tentazione (Lussuria)La tentazione e la lussuria. Donatella Bisutti – Alberto Schiavi, Tentazione (Lussuria), prefazione di Wolfango Testoni, Piateda (Sondrio), CFR Edizioni, 2013

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di Giuseppe Panella

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Questa breve quanto intensa plaquette di versi di Donatella Bisutti, impreziosita da una serie di disegni di Albero Schiavi, si apre con una dichiarazione sentimentale dal taglio categorico, forse aspro, forse intenerito dal dolore di vivere:

«Amo il mio amore. Amo il mio amore, non te che mi assomigli / ma lui guerriero che ogni volta / vince / con un colpo ottuso. / Non astuto, né abile: / violento, illuso»[1].

L’amore è visto interamente come lotta, conflitto, forse dolore, forse violenza cieca e senza scampo, sicuramente non la métis, l’astuzia dell’antico greco Ulisse, piuttosto la rievocazione e il ricordo della pénia di Eros che, povero e irsuto, tuttavia irretisce, strazia, convince, affascina, trattiene.

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Gabriele Lastrucci, Bruciante fiore di vivereLa ricerca disperata della parola. Gabriele Lastrucci, Bruciante fiore di vivere, Prato, Claudio Martini Editore, 2013

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di Giuseppe Panella

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Arricchito da una cospicua sezione di testi scritti a ridosso della lancinante esperienza rappresentata da La Rosa Murante e da Ora-Mai, redatti di getto nel 2012, Bruciante fiore di vivere può essere considerata come la summa dell’attuale fecondo periodo di scrittura di Gabriele Lastrucci (allo stesso modo era accaduto per Contro-verso del 2011, che pure raccoglieva tutta la produzione lirica dello scrittore realizzata fino a quel momento).

In Oltre: Luna-Park, la sezione più significativa della nuova stagione di Lastrucci, i temi topici e l’esplosione linguistica di La Rosa Murante acquistano ulteriore e più densa specificazione poetica e si trasformano in un tentativo di lettura di ciò che è riuscito ad andare oltre il muro della difficoltà di vivere (l’impossibilità, l’indecidibilità, l’angoscia e la gioia bruciante dell’esistenza) alla ricerca di una realtà che gli permetta di sbloccare una situazione di stallo quale era quella che si era prodotta con l’Ora-Mai che chiudeva l’insieme dei testi precedenti:

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Francesco De Napoli, Carte da giocoFrancesco De Napoli, Welfare all’italiana. EpigrammiIl “gioco a nascondere” di Francesco De Napoli. Francesco De Napoli, Carte da gioco. Trilogia dell’infanzia, Venosa (Potenza), Osanna Edizioni, 2011 ; Francesco De Napoli, Welfare all’italiana. Epigrammi, Cassino (Frosinone), Mondostudio Edizioni, 2011

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di Giuseppe Panella

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Sono queste le due facce di Francesco De Napoli: da un lato l’epigrammista che sferza e satireggia una società profondamente malata come quella italiana, dall’altro il poeta che si accinge a rievocare la sua infanzia con nostalgia struggente e tenero ricordo del passato.

Del primo scrive bene il bravo prefatore Domenico Cara:

«Francesco De Napoli sceglie intanto, per il sicuro coinvolgimento, l’allusione come categoria del suo pensiero, finge – tra le varianti programmate – il divertimento, ma è azione che giunge dall’ombra di una vita da scriba (senza poteri né perversa vendetta), scrupolosa, sincera, necessaria, come un dovere di vita privata e collettiva nel contingente. Trovo formidabili le sue sapienti sferzate rifilate – e intagliate – adottando un metro misuratamente elastico, vedi la bruciante chiusura “Spaghetti welfare” dell’epigramma che dà il titolo alla raccolta, uno sberleffo pregno di virulenza ineccepibile che restituisce alla loro reale dimensione umana certe esaltazioni deviate del mondo della celluloide (“spaghetti western”), scadute a esagitati fenomeni di in/costume. L’obiettivo primario è spingere la sperimentazione linguistica – non un semplice “gioco di parole”–, condotta direttamente sul parlato, oltre ogni riduttiva e alienata significazione, facendone deflagrare le becere contraddizioni interne con un’im/ mediata capacità di trascrizione»[1].

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Renato Pestriniero, La fattoria globaleC’era una volta la fantascienza… Renato Pestriniero, La fattoria globale, Chieti, Solfanelli / Tabula Fati, 2012

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di Giuseppe Panella

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Renato Pestriniero è attivo nel campo della letteratura di anticipazione fin dal 1958 quando pubblicò i suoi primi racconti in Oltre il cielo, la rivista di Cesare Falessi che riuscì a operare prodigiosamente in un settore che appariva (come, in effetti, fu) ostracizzato nell’ambito della letteratura ufficiale e considerata di livello più elevato in quanto appartenente a un livello da ritenersi “inferiore” ad essa sia per contenuti che per qualità stilistica.

Un suo racconto del 1960, Una notte di 21 ore, uscito sul n. 61 (1/15 giugno) della rivista di Falessi, ha conosciuto una fortuna straordinaria dopo la sua utilizzazione come soggetto di un film, Terrore nello spazio, girato da Mario Bava nel 1965.

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Francesco Recami, Il segreto di AngelaAncora un manoscritto… Francesco Recami, Il segreto di Angela, Palermo, Sellerio, 2013

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di Giuseppe Panella

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Al centro del terzo dei romanzi che andranno a comporre il ciclo dedicata alla Casa di ringhiera (e del quale sono attesi almeno altre due apparizioni nel corso dei prossimi anni) c’è un manoscritto in cui viene narrata la storia parossistica e avventurosa dell’ex-professoressa Angela Mattioli, una delle inquiline dell’immobile milanese e al momento compagna di letto di Amedeo Consonni.

Non si tratta, come di consueto, di un manoscritto autografo “dilavato e graffiato” come quello che costituisce il punto di partenza dei Promessi Sposi di Manzoni o del testo di un Anonimo Lombardo (come nel caso della splendida quanto parodica narrazione contenuta nel romanzo di Alberto Arbasino uscito nel 1959) ma di un manoscritto firmato con nome e cognome anche se contiene parti censurate e tra parentesi quadra apposte da parte del suo curatore nei punti in cui il racconto si arricchisce di particolari piuttosto scabrosi.

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Daniele Ramadan, Il dio del mareCinque frammenti di vite perdute. Daniele Ramadan, Il dio del mare, Firenze. Mauro Pagliai, 2013

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di Giuseppe Panella

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L’esordio narrativo di Daniele Ramadan è stato assai singolare.

Invece che scrivere un romanzo che esibisce la struttura tradizionale di un racconto che individua in una storia unica la colonna portante della narrazione, il giovane autore di questo libro ha preferito frammentare e spezzettare la sua storia in cinque spicchi di vita, in cinque vicende d’amore disperato, in cinque situazioni-limite tra follia e angoscia.

Sono apparentemente vicende legate alla sfera amorosa ma, in realtà, si mostrano con il volto arcigno della disperazione umana e della sofferenza subita fino in fondo e della dissipazione cosciente. Sono storie che solo in superficie trattano di amore e di sesso ma che in profondità vanno a toccare il tema della morte come sostanza autentica e definitiva della vita.

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Serena Penni, SilenzioUna lunga stagione di morte. Serena Penni, Silenzio, Firenze, Mauro Pagliai Editore, 2013

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di Giuseppe Panella

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La protagonista del secondo romanzo di Serena Penni[1] non tace affatto – il silenzio come condizione felice dello spirito non le si confà molto, anzi per nulla.

Non solo ma la donna non si ferma mai ad ascoltare il silenzio da cui sostiene di essere circondata ma lo rompe continuamente, lo riempie di parole, lo affolla di ricordi e di voci (da questo punto di vista ricorda Desideria, la protagonista del romanzo del 1978 La vita interiore di Alberto Moravia, un autore quest’ultimo che Sandra Penni conosce molto bene[2]).

Chiara Castellani, “figlia di Maria Vittoria e Domenico Castellani”, come lei stessa specifica con precisione quasi anagrafica nel romanzo[3], parla continuamente con se stessa e monologa con una frequenza impressionante ricordando con insistenza ossessiva i momenti cruciali del suo passato.

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Gabriele D’Annunzio, Il mistico sognoFavole mondane. Gabriele D’Annunzio, Il mistico sogno, presentazione di Lucio d’Arcangelo, Chieti, Solfanelli, 2013

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di Giuseppe Panella

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Anche nella scrittura di D’Annunzio è stato presente, sia pure con minore frequenza rispetto all’espressività prevalente nel turgore stilistico della sua prosa narrativa, un aspetto creativo che si può definire fantastico nel senso originale del termine. L’irruzione del soprannaturale e del numinoso nelle Novelle della Pescara del 1902 segna in D’Annunzio il distacco dalla concezione del naturalismo come era fino ad allora vigente secondo i dettami della scuola francese importata in Italia da Verga e i suoi immediati seguaci come Capuana e De Roberto.

A questa nuova stagione inaugurata dallo scrittore pescarese appartengono i racconti e le prose liriche raccolti in questa antologia da Lucio d’Arcangelo. Così scrive, infatti, il prefatore a questo riguardo:

«Sia in Terra vergine sia nelle Novelle della Pescara fa la sua apparizione quel soprannaturale, generalmente cristiano, che il verismo aveva sostanzialmente rimosso. L’atteggiamento di D’Annunzio in questo senso è analogo a tanti scrittori dell’Ottocento, che tendevano a razionalizzare, in qualche modo, ciò che appariva come insolito e straordinario. Il soprannaturale, però, non viene spiegato, ma “smascherato”»[1].

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Letizia Dimartino, Ultima stagioneRemote stanze, voci più vicine. Letizia Dimartino, Ultima stagione, Borgomanero (Novara), Giuliano Ladolfi Editore, 2012

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di Giuseppe Panella

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Accompagnata dal viatico di numerose presentazioni e note critiche (una lettera di Renato Minore, una presentazione di Guido Oldani, una Nota critica di Matteo Vecchio al termine del testo, una quarta di copertina di Francesca Mastruzzo), il volume di Luciana Dimartino è una raccolta di liriche dal tono e dal taglio coordinato e intensamente rilevato in cui a squarci lirici di lacerante profondità si accoppiano letture della realtà di più ampio respiro.

Non a caso Renato Minore parla di «un diario anche assillante e force, ma senza risentimento, quel dialogo continuo con un tu sempre in scena, quasi che l’altra voce sia quella dell’accompagnamento che, rispettando il ritmo e il respiro, sostiene una melodia, la prepara, la raccoglie e talvolta ad essa s’intreccia senza mai cercare di contrastarlo o disorientarlo, “la voce che vorrei / la voce che calma / il sorriso che non ha sapore”»[1].

Oldani, invece, più legato a una sorta di movimento pittorico della scrittura e al suo ondularsi coloristico e lucente, ritrova nella poesia di Letizia Dimartino una dimensione rappresentativa umbratile e ferma nello stesso tempo.

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Enrico Maria Di Palma, Dalla parte di HuáscarPoesia per continuare a sperare. Enrico Maria Di Palma, Dalla parte di Huáscar, Piateda (Sondrio), CFR Edizioni, 2012

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di Giuseppe Panella

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Huáscar era il fratello di Atahualpa e legittimo erede al titolo di Sapa Inca, il sovrano assoluta del popolo degli Incas. Rifiutandosi di spartire il territorio del regno con lui, andò incontro a una disastrosa sconfitta nel corso di quella che gli storici battezzarono successivamente come “la guerra dei due fratelli” (anche se, in realtà, Atahualpa era figlio di una madre non di sangue reale diversa da quella di Huáscar, pur discendendo anch’egli direttamente dal re Huayna Cápac, morto di vaiolo mentre andava alla ricerca degli spagnoli guidati da Francisco Pizarro che ne erano stati i portatori e che poi avrebbero conquistato sanguinosamente e ferocemente il territorio abitato dal popolo inca, massacrandolo nella sua quasi totalità).

Atahualpa vinse ripetutamente e in maniera schiacciante le sue battaglie contro l’esercito, che pure era superiore numericamente, del fratellastro Huáscar. Questo non gli servì, comunque, a molto successivamente dato che il suo regno fu brutalmente interrotto dall’arrivo degli Spagnoli e, nonostante il nuovo Sapa Inca avesse riempito d’oro la sala del trono fino al punto indicatogli da Pizarro, la sua condanna a morte fu egualmente eseguita.

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Alessandra Farro, Il bianco, il nero e il jazzL’amore ai tempi della band. Alessandra Farro, Il bianco, il nero e il jazz, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2012

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di Giuseppe Panella

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Melissa, detta Say dai suoi compagni di avventura musicale, è la voce solista di The Pleasure, un gruppo di indie rock che nutre ambizioni professionistiche e sembra avviato verso la strada del successo. Della band fanno parte Matteo, il batterista, che ne è l’anima musicale e anche quella imprenditoriale, Elice, una polistrumentista, figlia di un hippie ormai attempato e cresciuta nella più piena libertà di idee e di costumi e un francese, Jacques Perreaut, che è l’oggetto (non tanto) oscuro del desiderio delle ragazze del gruppo. Melissa vive in un appartamento con la sorella Debora, una pubblicitaria che si prende cura di lei con affetto e un pizzico di ironia, anche se spesso sembra ben disposta a farsi travolgere dalle avventure un po’ ingenue e un po’ maliziose della ragazza.

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Aa. Vv. L’evoluzione delle forme poeticheVent’anni di attesa. Aa. Vv. L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (1990-2012). Archivio storico, a cura di Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo, Napoli, Kairós Edizioni, 2012

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di Giuseppe Panella*

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Scrive Ninnj Di Stefano Busà nella sua Introduzione alla voluminosa antologia che lo vede curatore insieme ad Antonio Spagnuolo:

«Diciamolo subito che non esistono due linguaggi: uno per la Poesia surreale, magico, ermetico, inaccessibile ai molti, e uno feriale, per i comuni mortali. La poesia può vibrare ovunque in maniera naturale, anche nelle lasse di un’espressione lontana dall’ipertrofia delle metafore o dalle ambiguità emergenti dall’inconscio, dagli assurdi e dagli arbitrii delle avanguardie a ogni costo. E “per ogni costo” s’intenda anche quello di inquinare il linguaggio, impoverirlo e strumentalizzarlo in modo deleterio e anarcoide. D’altra parte bisogna riconoscere che il linguaggio comune non è certo meno efficace di quello colto, o immaginifico, che, anzi, il suo fondo realistico-logico, sentimentale può essere ben compreso, ma notevolmente più apprezzato, ammettiamolo, sarà il linguaggio ricco di ambivalenze, di metafore, di tensioni allusive proprie di una discorsività che ha varianti emozionali ricercate e volutamente sensazionali, »[1].

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Alberto Henriet, L’uomo che cavalcava la tigreIl cammino del cinabro: aspetti poco noti dell’opera di Julius Evola. Alberto Henriet, L’uomo che cavalcava la tigre. Il viaggio esoterico del barone Julius, presentazione di Gianfranco De Turris, Chieti, Solfanelli, 2012

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di Giuseppe Panella

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Su Julius Evola, sulla sua esistenza di “esule in patria”, sulla sua attività artistica e teorico-filosofica, esistono ormai innumerevoli testimonianze[1] e una fitta letteratura di ricostruzione e di recupero delle sue posizioni teoriche ed etico-politiche. Dell’uomo e della sua opera è stato detto e scritto tutto e (praticamente) il contrario di tutto. Ma il denso e contenuto libretto di Alberto Henriet ha il pregio di puntare, finalmente, in direzioni altre rispetto alla polemica politica e all’esaltazione di determinati aspetti di una tradizione culturale cui Evola appartenne certamente (ma con molti distinguo). Henriet si è provato a drammatizzare visivamente la vasta e articolata opera dell’autore di Il cammino del cinabro trasformandola in una serie di quadri vasti e significativi sui quali riuscire a dipingere con le parole le sue affermazioni più provocatorie e le sue proposte teoriche più suggestive, scegliendo per farlo le sue opere più note e più adattabili ai propri fini narrativi.

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Giacomo Leronni, Le dimore dello spirito assenteUn poeta senza tempo ma in attesa del mondo a venire. Giacomo Leronni, Le dimore dello spirito assente, postfazione di Massimo Morasso, Novi Ligure (AL), Puntoacapo, 2012

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di Giuseppe Panella

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Ha ragione da vendere Massimo Morasso quando sostiene che Leronni, pur essendo “un poeta al passo con i tempi”, è in realtà un poeta che si misura con un tempo che non c’è e che forse ci sarà nel futuro remoto, sospeso nel suo linguaggio assorto e minimale in “un limbo infralinguistico”:

«Perché è ben vero, per fortuna, ma in un altro senso, più profondo, che Leronni è un poeta al passo con i tempi. Per buttar giù due nomi d’oggi, oltre a un ossificato Bigongiari, mi ricorda per esempio certo Cagnone e certo Cappi, l’ultimo, il più “originario”, per qualità analitica e respiro metafisico. Ma Leronni è al passo con i tempi, ci tengo a specificarlo, come lo è o dovrebbe esserlo ogni poeta in grado di fare i suoi conti con il tempo del segreto che attraversa sottotraccia l’accadere, restituendone i geroglifici al vaglio delle potenze dell’anima. Questo prezioso neonato Le dimore dello spirito assente lo testimonia in modo inequivocabile» (pp. 142-143).

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Filippo D’Angelo, La fine dell’altro mondoTempo di vivere, tempo di capire. Filippo D’Angelo, La fine dell’altro mondo, Roma, Minimum Fax, 2012

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di Giuseppe Panella

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Filippo D’Angelo, al suo primo romanzo, si è cimentato in un’operazione complessa e certamente alquanto arrischiata, per non dire pericolosa: scrivere (almeno) tre libri in uno.

Il primo appartiene al genere più classico, quello del “romanzo di formazione”, il Bildungsroman celebrato da Goethe a Conrad come il genere (auto) biografico per eccellenza. E’ la storia di Ludovico Roncalli, genovese ventottenne, che cerca di trovare una propria compiuta dimensione esistenziale attraverso il sesso, anche pagato, l’alcool e un impegno politico talvolta sentito profondamente, talvolta solo alluso come prospettiva vagamente salvifica. Il secondo è legato al mondo della ricerca accademica e del mondo universitario in cui la satira del malcostume e dell’intrallazzo universitario si lega, però, alle sincere ambizioni di individuare qualcosa di nuovo nel campo spesso già fin troppo arato dell’erudizione e della filologia umanisticamente letta come viaggio a ritroso nella storia. E’ il caso di che vuole trovare a tutti i costi, frugando e saccheggiando (e spesso rubando – come è capitato, va detto, anche nel caso di illustri ricercatori novecenteschi) nelle biblioteche di tutta Europa, dalla Francia alla nuova Russia, il “vero” finale della grande utopia scritta da Hercule Savinien de Cyrano de Bergerac (L’altro mondo ovvero Gli stati e gli imperi della Luna e del Sole), probabilmente considerato troppo sconvolgente per l’epoca e, di conseguenza, censurato ed espunto dalle edizioni che circolavano più frequentemente tra i lettori interessati alla polemica politico-filosofica.

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