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Archivi Categorie: storia della letteratura italiana

«L’inazione consola di ogni cosa. Non agire ci dà tutto. Immaginare è tutto, purché non tenda all’azione. Nessuno può essere re del mondo se non in sogno. E ognuno di noi, se si conosce veramente, vuole essere re del mondo. Non essere e pensare è il trono. Non volere e desiderare è la corona. Avremo ciò a cui rinunciamo perché, sognando, lo conserviamo intatto»
(Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares)

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di Giuseppe Panella*


Volevo molto bene ad Antonio Tabucchi al di là della stima che provavo per lui come romanziere e come studioso di letteratura portoghese e mi dispiace non averlo potuto dire prima che si imbarcasse per il suo ultimo viaggio verso Lisbona e la terra lusitana. Ma i suoi ultimi libri (a partire da Gli zingari e il Rinascimento del 1999 uscito per Feltrinelli fino agli ultimi racconti mescolati ad immagini di Racconti con figure pubblicati da Sellerio nel 2011) mi erano piaciuti meno dei suoi primi, straordinari romanzi degli anni Settanta e Ottanta.

Non mi era sembrato opportuno dirglielo (e poi a che cosa sarebbe servito?) e avevo da tempo smesso di sentirmi con lui anche epistolarmente, dopo un periodo di intensa frequentazione culturale, di costante lettura e recensione delle sue opere e di contatti personali. D’altronde, il suo pensionamento precoce dall’Università lo aveva fatto trasferire quasi in permanenza nell’amatissima Lisbona e a Firenze (come pure a Vecchiano dove preferiva andare) Tabucchi veniva sempre di meno, forse per disaffezione, forse per il maggior radicamento suo e della moglie nella città capitale del Portogallo. Ma queste sono, ovviamente, questioni del tutto secondarie.

La sua repentina scomparsa può essere però l’occasione per una prima, parziale riflessione sulla sua opera letteraria e sulla sua attività di studioso.

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 «Piove. Mercoledì. Sono a Cesena, /  ospite della mia sorella sposa, / sposa da sei, da sette mesi appena. / Batte la pioggia il grigio borgo, lava / la faccia delle case senza posa, /  schiuma a piè delle gronde come bava. // Tu mi sorridi e io sono triste. Forse / triste è per te la pioggia cittadina, / il nuovo amore che non ti soccorse, // il sogno che non t’avvizzì, sorella, / che guardi me con occhio che si ostina // a dirmi bella la tua vita: bella, /  bella! Oh bambina, sorellina, o nuora, / o sposa, io vedo tuo marito, sento / a chi dici ora mamma, a una signora; // so che quell’uomo è il suocero dabbene che dopo il lauto pasto è sonnolento, / il babbo che ti vuole un po’ di bene»
(Marino Moretti)

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di Giuseppe Panella


Dopo la morte improvvisa e inopinata di Antonio Porta nel 1989,  la scomparsa di Alfredo Giuliani nel 2007 e la fine improvvida di Edoardo Sanguineti nel 2010, la figura di Elio Pagliarani era rimasta a stagliarsi, quasi ne fosse stato il nume tutelare, sullo sfondo di una stagione poetica ormai tramontata, eppure ancora in grado di insegnare molto agli scrittori e ai lirici della presente generazione. Se Giuliani aveva praticamente inventato, traendola dalle prospettive personali ancora incerte e indecise dei suoi protagonisti, una  scuola di poetica e una nuova prospettiva di scrittura nata insieme alla sua antologia dei Novissimi [1], il ruolo di Pagliarani era stato singolare, in bilico com’era il suo progetto poetico tra la ricerca di una via d’uscita dalla tradizione lirica del Novecento e il simpatetico  appello alle ragioni di un timbro realistico e piano nel dettato narrativo.

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Chi ha paura di Guido Piovene? Franco Cordelli, L’ombra di Piovene, Firenze, Le Lettere, 2011

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di Giuseppe Panella*

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Perché Guido Piovene è stato dimenticato dagli editori, dai lettori e anche dai critici e sopravvive stentamente in qualche tesi di laurea? Secondo Franco Cordelli, la prima ragione per cui nessuno oggi legge più le sue opere (romanzesche e diaristiche) è dovuta al fatto che lo scrittore è sempre rimasto il grande giornalista che fu, anche nell’opera di finzione. La seconda è più complessa:

«La seconda ragione per cui Piovene non viene più letto è anch’essa duplice, letteraria e filosofica. In questo senso Pampaloni ha ragione. Piovene fu mostruosamente intelligente. Ma l’intelligenza, l’essere stato uno scrittore per così dire francese (alla Constant, alla Sènancour, tutto analitico, privo di quella divina facoltà, diventare plastico, se non corporeo) è sempre, in Italia, percepito come limite, come colpa. In questo caso, una colpa in più. L’altro aspetto dell’intelligenza di Piovene è lo stesso che condanna Flaiano. Se Flaiano si salva è per i suoi meriti comici, cioè extra-letterari. Ma egli fu uno dei grandi scrittori nichilisti del Novecento italiano. Un altro fu Piovene» (p. 10).

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Carlo Michelstaedter, Poesie, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, 1999 (6°ed.), pp.112, €6,20
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di Francesco Sasso

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In Carlo Michelstaedter, nato nel 1887 a Gorizia, e quivi morto suicida nel 1910, è difficile distinguere in modo netto l’opera dalla vita. Nelle Poesie, pubblicate postume nel 1912-13, egli esprime con immediato stile il concetto della morte come approdo di verità al vano tormento dell’esistere. Perlopiù, le liriche hanno una forma incompiuta e spontanea, nate non per una dimensione pubblica, ma per un uditorio ristretto (una donna, la sorella ecc). Difficile, quindi, definire il valore delle sue composizioni. Ma nelle ultime poesie, tuttavia, siamo investiti da versi che illuminano spazi di umanità inconsueta.

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[Leggi tutti gli articoli di Francesco Sasso pubblicati su RETROGUARDIA 2.0 ]

Salvatore Di Giacomo, Tutte le novelle, Newton & Compton editori, 1997 (2°ed.), pp.345, € 4,00

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di Francesco Sasso

Poeta, narratore, drammaturgo, giornalista e storico della sua città, nacque nel 1860 a Napoli e qui morì nel 1934. Il volume della Newton & Compton raccoglie l’intera produzione novellistica del Di Giacomo: Pipa e boccale, L’ignoto, Novelle napoletane.

Assai meno importanti di quella poetica, i racconti offrono la visione di una Napoli popolare: la Napoli dei vicoli cupi, dei poveri, delle prostitute per miseria, dei regolamenti di conti a lama di coltello; ma anche la Napoli del sole, della vita operosa, della gioventù in amore. Insomma, la vita della povera gente di Napoli, osservata nel ritmo delle passioni elementari. A questa materia il Di Giacomo si accosta con intima commozione. Tuttavia, molte novelle sono calchi monotoni di un certo gusto folklorico, ma è pur vero che alcuni dei racconti sono fra i più belli dei primi del Novecento, per efficacia stilistica e sincerità di adesione umana.

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Francesco D’Assisi, Cantico di Frate Sole e Della vera e perfetta letizia,  in Gli scritti di Francesco e Chiara d’Assisi

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di Dianella Bardelli

 

Avevo voglia di scrivere qualcosa sul Natale, e non so perché mi è venuto in mente Francesco D’Assisi e il suo Cantico di Frate Sole. Apparentemente c’entra poco con il Natale, ma nessuno più di lui evoca in me la santità come qualità prettamente umana che deriva però da quel qualcosa di divino che è nel mondo e nelle sue creature. Ma non avevo questo testo e così sono  andata dal parroco del mio paese per farmelo prestare. Lo scritto si trova all’interno di un libro antologico che contiene, per quando riguarda Francesco, tra l’altro, la Regola, il Testamento, molte lettere e le Laudi e preghiere, tra cui il Cantico di Frate Sole.
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 «Significasti allungano le dita, / sensi le antenne filiformi. / Sillabe labbra clausole / unisono con l’ima terra. / Perfettissimo pianto, perfettissimo»

(Andrea Zanzotto, Ecloga I da IX Ecloghe, Milano, Mondadori, 1962»

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di Giuseppe Panella*

Come Blanchot ha fatto con Foucault (sul quale pure ha scritto un libretto splendido), neppure io ho conosciuto di persona Andrea Zanzotto. Lo conosco solo attraverso la sua opera poetica e letteraria (Zanzotto è stato anche autore di magnifici saggi sulla letteratura del Novecento non soltanto italiana  – Aure e disincanti del Novecento Letterario, Milano, Mondadori, 1994, tanto per citarne uno) e attraverso le traduzioni che in epoca più giovanile aveva pubblicato traendole dalla propria vasta conoscenza della letteratura francese (Età d’uomo di Michel Leiris, Nietzsche. Il culmine e il possibile di Georges Bataille – ancora solo un esempio).

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Il Serpente di Luigi Malerba: una ipotesi surrealista

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di Giovanni Inzerillo

In un articolo apparso su «Repubblica» l’8 ottobre 2009 intitolato La geniale arte della menzogna, Umberto Eco, pur creando una curiosa corrispondenza con la musica dei Beatles, in merito al Serpente utilizza la assai efficace metafora del «pesce che a poco a poco divora se stesso sino a svanire del tutto».

Siamo nel 1966, agli esordi della carriera letteraria di Malerba – di poco precedenti erano i bizzarri e secchi racconti della Scoperta dell’alfabeto pubblicati nel 1963 – e immediatamente dopo la Neoavanguardia che, come sostenuto dal compianto Alfredo Giuliani, già nell’anno della sua istituzionalizzazione palermitana in un cento senso si esaurì, sgretolando il suo consolidamento e decretando la sua fine.

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Sondaggi leopardiani e ritrovamenti (veri o presunti). Lorenza Rocco Carbone, “L’Italia agli Italiani”. Versi inediti veri o presunti di Giacomo Leopardi, con una prefazione di Pasquale Maffeo, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2011; Novella Bellucci, Il “gener frale”. Saggi leopardiani, Venezia, Marsilio, 2010

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di Giuseppe Panella*

Saranno davvero di Giacomo Leopardi (e scritti nel 1836 poco prima della morte) i versi riportati nel cuore del saggio ad essi dedicati da Lorenza Rocco Carbone? Probabilmente non si saprà mai con certezza in assenza di una documentazione filologicamente corretta e adeguatamente commisurata all’oggetto che li concerne. Sarebbe tuttavia magnifico se questi versi scritti sull’onda della notizia di una sottoscrizione (Leopardi o chi per esso dice “soscrizioni”) in favore della costruzione di un monumento in onore della grande soprano francese Maria Malibran da poco deceduta a Manchester il 23 settembre 1836 fossero effettivamente del poeta di Recanati. L’autore dei versi si dice costernato da questa prospettiva quando, invece, uomini ben superiori per cultura e per importanza nazionale sono stati affidati all’incuria sepolcrale delle fosse comuni:

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Arcadie e disincanti.  Sebastiano Vassalli poeta della Neoavanguardia

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di Giovanni Inzerillo

Dire non significando nulla, dunque;

ma dire, appunto, per necessità di significare.

 

Pochi sanno, ad oggi, che Sebastiano Vassalli uno dei maggiori scrittori in prosa della nostra letteratura contemporanea, conosciuto esclusivamente per i suoi romanzi, abbia esordito nella veste di poeta. L’esordio vero e proprio avviene nel 1965 con Lui (egli) a cui segue, nel 1968 Disfaso, raccolta di poesie di chiara impronta neoavanguardistica. L’epigrafe, tratta dalla citazione di Franco Cavallo alla raccolta, ben sintetizza lo stile poetico del primo Vassalli, fortemente attratto dai giochi funambolici della Neoavanguardia e da uno sperimentalismo capace di sfruttare tutte le potenzialità della parola.

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[In Italia la riflessione critica su Guido Morselli sta lentamente maturando nonostante i criteri di valutazione sono ancora fondati su poche monografie. Tuttavia, il lavoro critico procede. Per esempio, è di prossima uscita per le edizioni Stilo (Bari) il saggio Le ragioni del fobantropo. Studio sull’opera di Guido Morselli di Domenico Mezzina.

Proponiamo qui l’esauriente e aggiornata bibliografia morselliana tratta dal lavoro di Domenico Mezzina. Nei limiti di una bibliografia ben precisa, si confida di aver fornito un punto di partenza, essenziale ma tutt’altro che povero di indicazioni, utile a tracciare percorsi di studio e di ricerca.

A Domenico Mezzina va dunque il mio ringraziamento più vivo per averci offerto il suo lavoro (francesco sasso)]

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A cura di Domenico Mezzina


OPERE DI GUIDO MORSELLI

Proust o del sentimento

Garzanti, Milano 1943, Prefazione di A. Banfi (la prefazione, con il titolo redazionale Esemplarità di Marcel Proust, si legge anche in A. Banfi, Scritti letterari, a cura di Carlo Cordiè, Editori riuniti, Roma 1970, pp. 235-7)

Ananke, Torino 2007, a cura e con una Introduzione di M. Piazza, Note al testo di M. Francioni (l’Introduzione di M. Piazza, con il titolo redazionale Una lettura dimenticata: il Proust filosofo di Guido Morselli, è anche in «Quaderni proustiani», 4 [2007])

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[QUI] la prima parte del saggio UNA PASSIONE LUNGA TUTTA LA VITA. Per Vittorio Vettori studioso e poeta

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di Giuseppe Panella

 

4. Da Campaldino patria ideale a Eleusis forma di esperienza spirituale: nascita dello “stile etrusco”

La prima raccolta di versi veramente significativa di Vettori come poeta è Poesia a Campaldino del 1950. Sono versi legati alla tradizione novecentesca ermetica e non (in particolare alla versione cristiana di questa corrente letteraria con riecheggiamenti di autori quali Betocchi e Lisi, poeti e scrittori amati poi fino alla fine, anche se meno presenti in seguito e sostituiti nelle scelte di scrittura da altri – e certo più prestigiosi – modelli).  Nella seconda delle liriche presenti in Versi per l’Italia (del 1960) è forte l’eco di una delle poesie meno “ermetiche” di Salvatore Quasimodo (la Lettera alla madre):

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[Immagine: Carlo Carrà, Le figlie di Loth (1919)]

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di Giuseppe Panella

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«Non so se tra roccie il tuo pallido / Viso m’apparve, o sorriso / Di lontananze ignote / Fosti, la china eburnea / Fronte fulgente o giovine / Suora de la Gioconda: / O delle primavere / Spente, per i suoi mitici pallori / O Regina o Regina adolescente: / Ma per il tuo ignoto poema / Di voluttà e di dolore / Musica fanciulla esangue, / Segnato di linea di sangue / Nel cerchio delle labbra sinuose, / Regina de la melodia: / Ma per il vergine capo / Reclino, io poeta notturno / Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo, / Io per il tuo dolce mistero / Io per il tuo divenir taciturno / Non so se la fiamma pallida / Fu dei capelli il vivente / Segno del suo pallore, / Non so se fu un dolce vapore, / Dolce sul mio dolore, / Sorriso di un volto notturno: / Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti / E l’immobilità dei firmamenti / E i gonfii rivi che vanno piangenti / E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti / E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti / E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera»

(Dino Campana, La Chimera)

1. Un filosofare pallido e assorto

La produzione culturale (letteraria, poetica, filosofica, storico-politica, storico-artistica, finanche utopistica) di Vittorio Vettori è stata sterminata. Analizzare tutte le opere da lui prodotte nei più svariati campi del sapere umanistico è probabilmente impossibile per ora. Anche chi si è posto il compito improbo e meritorio di antologizzare le sue opere più significative non ha potuto che selezionare proficuamente i suoi testi più noti e probabilmente più duraturi. Di se stesso Vettori avrebbe scritto per interposto personaggio in un romanzo, L’amico del Machia, che forse avrebbe meritato maggior fortuna sia critica che di lettori avvertiti (1):

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Un lettore di provincia. Serra, la letteratura e altro (Renato Serra, Esame di coscienza di un letterato, a cura di Vincenzo Gueglio, Palermo, Sellerio, 1994; Renato Serra, Mio carissimo. Un carteggio con Luigi Ambrosini (1904-1915), a cura di Andrea Menetti, Parma, Monte Università Parma, 2009)

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di Giuseppe Panella

Quando Renato Serra muore sul monte Podgora il 20 luglio del 1915, meno di due mesi dopo l’inizio della Grande Guerra, è ormai un critico letterario abbastanza conosciuto. La sua fama, però, sarà in gran parte postuma e alimentata dagli amici della “Voce” con i quali era in dimestichezza non solo culturale. La prima edizione degli Scritti venne, infatti, curata da Giuseppe De Robertis (in collaborazione con Alfredo Grilli), uno degli interlocutori primari dell’ Esame di coscienza di un letterato, pubblicato il 30 aprile 1915 proprio su “La Voce” e, quasi subito dopo la morte, ristampato insieme ad altri testi e lettere per le edizioni dei fratelli Treves di Milano nel 1916. Nonostante la grande fortuna di questo testo, tuttavia, e nonostante l’utilizzazione fattane da una generazione intera di critici italiani di grande spessore e qualità, il rischio di una sua (sotto)valutazione in chiave storicistico-biografica è ancora grande. Un testo come l’Esame…, infatti, può essere considerato una sorta di testamento spirituale (alla luce di quanto sarebbe accaduto di lì a poco) mentre, invece, non lo è affatto a meno di non credere in misteriose qualità medianiche del suo autore e le diatribe per anni succedutesi sulla religiosità o il laicismo di Serra poco aggiungono a un sistema di lettura dei testi che è realmente in anticipo rispetto ai risultati migliori della critica letteraria a venire (stilistica o meno).

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di Francesco Sasso

Mentre in molti centri italiani del Cinquecento la tradizione umanistica si evolve nelle forme auliche del classicismo, Venezia diventa un importante centro editoriale e rappresenta spesso il rifugio di quanti desiderano dedicarsi ad un’attività culturale libera dal potere politico e religioso. L’impulso, dunque, che proprio Venezia diede alla diffusione del volgare letterario con l’edizione di Dante e del Petrarca, grazie all’editore Aldo Manuzio con la collaborazione di Pietro Bembo, e la diffusione delle opere dell’umanista olandese Erasmo da Rotterdam furono tappe fondamentali per la cultura italiana del Cinquecento.

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di Francesco Sasso

Diamo notizia della pubblicazione di Sinfonia (1927) di Antonio Pizzuto, a cura di Antonio Pane, edito da Lavieri. Il libro ha lo stesso titolo di quello scritto nel 1923 e di quello del 1964-66:

«la composizione del libro contempla tre fasi distintive: la prima stesura manoscritta, allestita fra il giugno 1927 e il settembre 1928; la campagna correttoria manoscritta (ad inchiostro stilografico viola) nel settembre-ottobre 1928; la successiva redazione dattiloscritta, conclusa il 19 novembre 1928» (Nota al testo, p.120)

Sinfonia (1927) non ha ancora perduto i suoi connotati narrativi, come invece accadrà nei successivi libri di Pizzuto. In Sinfonia il “raccontare” è allucinazione verbale, richiamo metaforico della vita che balena sulla pagina in frammenti misteriosi e sotterranei.

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di Francesco Sasso

I rapporti intercorsi tra Renato Serra e Luigi Ambrosini, giornalista di talento e amico intimo, sono ben noti. In particolare la collaborazione intellettuale e la partecipazione alla vita letteraria in alcune riviste agli inizi del Novecento.

Ad ampliare la prospettiva di questo fortunato sodalizio, i cui esiti segnarono positivamente la storia personale dei due intellettuali, giunge ora questo nuovo, prezioso contributo a cura di Andrea Menetti che ci presenta il carteggio intercorso tra Renato Serra e Luigi Ambrosini in un volume curato con rigore filologico e con un apparato di note informative che ricostruiscono con esattezza il percorso di un sodalizio lungo nel tempo. Il volume raccoglie sessantanove lettere e cartoline postali che i due giovani letterati vennero scambiandosi tra il 1904 e il 1915 (l’ultima lettera di Serra fu scritta otto giorno prima di morire sul fronte), quindi negli anni decisivi della loro formazione intellettuale. Le lettere fanno parte dell’archivio di Casa Serra e il Fondo della Biblioteca Malatestiana di Cesena.

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di Francesco Sasso

Scrittore anomalo, sentimentale e razionale allo stesso tempo, Guido Morselli è anche filosofo, sceneggiatore, teologo, autore teatrale, dietologo, ambientalista. Ha svolto ogni attività culturale all’insegna del dilettantismo, intesa, questa, come condizione intellettuale disinteressata, all’insegna del piacere della ricerca e della viva curiosità. Per tali motivi, dopo una lunga frequentazione critica, mi accorgo che tener dietro al suo percorso intellettuale/artistico, occorrono molti specialisti.

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di Francesco Sasso

La narrativa di Antonio Pizzuto (Palermo, 1893 – Roma, 1973) è complessa e, credo, senza un vasto pubblico di lettori. Gran merito, quindi, l’aver ripubblicato Testamento (Polistampa 2009).

In quest’opera, Pizzuto realizza una sistematica e radicale demolizione degli istituti del romanzo tradizionale. Lo scrittore siciliano sottopone ad una impietosa dissacrazione lo statuto conoscitivo della tradizione romanzesca, adottando un sincretismo linguistico in cui il vocabolario della comunicazione si mescola a un lessico raffinato, limpido, e a filamenti di idiomi stranieri o neologismi. In Testamento il personaggio è abolito, mentre la struttura è formato da venti “lasse” che, insistendo sulla scansione atemporale della parola, fonde il flusso verbale con l’annotazione dei moti di vita.

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di Francesco Sasso

Poeta della generazione successiva allo sperimentalismo tematico e stilistico dei Novissimi e del Gruppo ’63, amica e discepola di Emilio Villa e Adriano Spatola, Patrizia Vicinelli (1943-1991) si impone per l’originalità, coerente persistenza ed esistenza, e per una ricerca poetica, nei modi e nelle misure variate, delirante, nutrita di una ossessiva, autobiografica, cercata esistenzialità.

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di Giovanni Inzerillo

 

Il piacere di leggere ovvero la scrittura impossibile. Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino.

 

     Pubblicato nel 1979 e presto diventato un caso letterario internazionale, il testo di Calvino non può essere facilmente definito come un romanzo in senso stretto. Sebbene il Novecento ci abbia abituato alla frammentarietà -fu la Coscienza sveviana il primo vero romanzo moderno in netto contrasto con la tradizione-, alla metaletteratura, allo sperimentalismo e al citazionismo, questo testo sembra andare oltre.

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[Per gentile concessione dell’autore Fortichiari e dell'editore, pubblichiamo  l’introduzione al volume Guido Morselli, Realismo e fantasia, Nuova editrice Magenta, 2009. (f.s) ]

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di Valentina Fortichiari

 

Nel 1947, anno in cui Heidegger pubblica la Lettera sull’umanismo, il Nobel per la letteratura viene assegnato ad André Gide; nasce il Premio Strega, che incorona Ennio Flaiano con Tempo di uccidere; il Premio Viareggio lo vince un libro postumo: Lettere dal carcere di Antonio Gramsci. Escono, fra gli altri, Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini, La romana di Alberto Moravia. Il trattato di pace di Parigi sanziona perdite territoriali per l’Italia; viene promulgata la Costituzione della Repubblica Italiana. Gandhi pronuncia il discorso sulla non violenza. Charlie Chaplin gira il film Monsieur Verdoux. Sono dello stesso anno Il diavolo in corpo di Autant-Lara, con Gérard Philipe, La Signora di Shangai di Orson Welles, con Rita Hayworth. Nasce con la Polaroid la fotografia istantanea. Fausto Coppi vince il giro d’Italia; Lucia Bosè è incoronata Miss Italia.

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di Giuseppe Panella

«Ma quelle stesse parole che non sono comprensibili, che agiscono isolate, che danno luogo a una specie di figura acustica, non sono rare o nuove, inventate dalle creature che mirano alla loro singolarità: sono le parole che vengono usate più di frequente, frasi comunissime per tutti, ripetute centomila volte; e di questo, proprio di questo si servono per dimostrare la loro caparbietà. Parole belle, brutte, nobili, comuni, sacre, profane, capitate tutte in questo tumultuoso serbatoio; e ciascuno ne trae fuori ciò che si addice alla propria inerzia; e lo ripete finché le parole non sono più riconoscibili, finché dicono tutt’altro, il contrario di ciò che una volta significavano. La deformazione della lingua conduce al caos delle figure separate. Karl Kraus, estremamente sensibile agli abusi della lingua, aveva il dono di captare in statu nascendi e di non lasciarsi più sfuggire i prodotti di questi abusi. Per chi lo ascoltava si apriva così una dimensione nuova della lingua, che è inesauribile e alla quale prima si faceva ricorso solo sporadicamente, senza l’opportuna coerenza»

(Elias Canetti, “Karl Kraus, scuola di resistenza”,  in Potere e sopravvivenza)

 

1. Quel che è successo in Italia…

«In questo stato, e poi Un paese senza, obbedivano al dovere civile delle testimonianze ‘dal vivo’ nelle congiunture epocali, in seguito utili ai ricercatori e agli archivisti del ‘post’ e del ‘propter’, del perché e del percome, del prima e del dopo. “E se domani…” canticchiavano al piano-bar gli storici futuri anche involontari, nel corso degli eventi. Poi, ogni storiografia o iconografia o commemorazione finirà per registrare soprattutto due serie parallele di icone inevitabili, per quegli anni Settanta. Pasolini, Moro, Feltrinelli, e i tanti altri assassinati. Una pletora, si deplorò. Accanto, un’altra pletora di indimenticabili successi e cult forever: Mina, Celentano, Morandi, Battisti, Baglioni, De André, De Gregori, Dalla, Paoli, Guccini, e tanti altri miti e riti regolarmente estremi e duraturi e ‘live’. Anche alle esibizioni attempate di Keith Jarrett e moltissimi altri, a tutt’oggi, quante migliaia di junior e senior si eccitano e commuovono sinceramente dopo aver sborsato cento euro dai bagarini o sopportato fatiche ‘bestiali’ in coda. Così, anche questo nuovo libretto “sui fatti del 2008” si proporrà (ancora una volta) come una obiettiva ‘deposizione’ testimoniale a caldo su un altro snodo o svincolo o scivolo di eventi italiani probabilmente epocali, nel mesto corso del loro svolgersi»(1). 

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di Francesco Sasso

Renato Serra (1884-1915) visse appartato, da «lettore di provincia» (così amò definirsi), ma fu un lucido interprete del suo tempo. Straordinario esempio di scrittura artistica è Esame di coscienza di un letterato (Sellerio 1994), scritto nell’imminenza della guerra e pubblicato postumo nel ’16. Il saggio è sorretto dalla disperata lucidità del disincanto, in cui l’amore per la letteratura si unisce alla consapevolezza della sua vanità. Serra traccia nell’Esame il bilancio morale di un’intera generazione di intellettuali di inizio secolo. Lo scrittore esibisce con sofferenza e fermezza il fallimento delle loro illusioni, svelando i loro abili, i loro miti, le debolezze. Alla letteratura Serra contrappone la caducità della storia, la realtà esterna della natura, in cui germoglia il segreto del tempo e della vita: di quella terra che assorbirà il sangue dell’uomo ucciso, e sempre genererà dalle macerie la vita. In breve, pagine esemplari per limpidezza ed incisività di scrittura.

f.s. 

[Renato Serra, Esame di coscienza di un letterato, Sellerio editore, 1994, 96 pp., € 5,16]

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[Leggi tutti gli articoli di Francesco Sasso pubblicati su RETROGUARDIA 2.0]

turrisi colonna

di Giovanni Inzerillo

 

«Raccolta nelle domestiche pareti, con la coscienza de’ più tenaci, studia il passato, irrompe contro le prave usanze, ripudia le cure femminili, colla mente risale, infiammata di gloria, a’ più splendidi momenti della vita italica, ed evoca le memorie degli eroi, vedendo gli uomini del suo tempo tralignati ne’ conviti, ne’ balli e negli amori. Tali sentimenti erano in lei sedicenne».

Così Francesco Guardione traccia un breve profilo della Turrisi Colonna, una ragazza appena sedicenne ma dall’animo di donna, capace di dedicare la sua breve vita a due grandi amori: la poesia e la patria.

Le poesie della Turrisi Colonna scritte in un periodo compreso tra il 1836 (ad appena 14 anni pubblica infatti l’Inno a San Michele) e il 1846 (nel 1841, a soli 19 anni, pubblica il suo primo volume), hanno una interessante storia editoriale, che vale la pena di citare, tra le due diverse aree geografiche di Palermo e di Firenze.

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una missione fortunata- morselli

di Francesco Sasso

 

I racconti de Una missione fortunata e altri racconti di Guido Morselli (Nuova Editrice Magenta, 1999) abbracciano un arco ampio che va dal 1937 (il reportage Vecchia Francoforte) al 1972.

 Nella prospettiva di una ricostruzione accurata dell’opera di Morselli, non potevano mancare questi racconti. In loro rintracciamo i temi consueti della narrativa di Morselli, perlomeno nella produzione matura a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta in poi, quali il tema della scoperta del male, il tema fondamentale del suicidio e del contrasto tra fede e ragione critica.

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Elpidio JencoIl titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

 

di Giuseppe Panella

 

Alla ricerca dei poeti dimenticati. Elpidio Jenco, Betelgeuse. Antologia poetica, a cura di Fabio Flego, con uno scritto raro di Ettore Serra e un ricordo di Giovanni Pieraccini, Viareggio (LU), Pezzini Editore, 2009

 

Elpidio Jenco appartiene oggi interamente alla condizione dei poeti dimenticati (non sempre deliberatamente, spesso solo malauguratamente o casualmente, per uno di quei giochi del destino che non sono soltanto il frutto della malignità degli uomini ma solo aspetti della condotta del mondo). Per questo motivo, riproporlo come autore in un’antologia ampia, ben impostata e ben coordinata come questa realizzata da Fabio Flego è merito non da poco.

Il fatto è che Jenco è stato facilmente confuso con i poeti della sua generazione e archiviato con una certa faciloneria come uno qualunque di essi (sic et simpliciter). Come scrive Flego nella sua Premessa al volume, il poeta di Caserta trapiantato a Viareggio è stato rapidamente assimilato agli altri scrittori di versi presenti negli stessi luoghi e nella stessa temperie in cui egli ha vissuto:

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Piero Bigongiari, Tra splendore e incandescenza

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

 

di Giuseppe Panella

Alla ricerca dei poeti dimenticati. Piero Bigongiari, Tra splendore e incandescenza, a cura di Fabio Flego, con una Premessa (Di una vocazione d’amore) di Gaetano Chiappini, Viareggio (LU), Pezzini Editore, 1996

 

Tra splendore e incandescenza è una delle ultime testimonianze poetiche di Piero Bigongiari, scomparso nel 1997, un po’ più di un anno dopo la pubblicazione di questo smilzo e significativo mannello di liriche enigmatiche e interrogative.

Bigongiari è stato sicuramente uno dei più significativi protagonisti della poesia italiana del dopoguerra ed uno dei suoi “padri nobili” in senso non soltanto metaforico.

Come scrive Silvio Ramat nell’unica antologia poetica che del poeta di Navacchio sia stata realizzata durante la sua vita:

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sentimento proust morselli

a cura di Francesco Sasso

Proust o del sentimento, edito nel 1943 da Garzanti e riproposto nel 2007 dalla casa editrice Ananke, è il primo saggio scritto da Morselli, prefato da Antonio Banfi. Esso si inserisce, nella seconda metà del Novecento, in un panorama critico italiano ancora piuttosto spoglio, se si eccettuano i nomi di Cecchi e Debenedetti.  

Proust è un modello di ricerca in cui memoria e sentimento si saldano e si universalizzano nella scrittura letteraria. Morselli inizia sin dal suo primo scritto giovanile a riflettere, attraverso Proust, sul tema dell’autobiografismo «da lui strettamente ribadito nei termini non di una ricostruzione documentaria, bensì di una rievocazione implicante una scelta e una reinterpretazione dei fatti» (Simona Costa, Guido Morselli, Firenze, La nuova Italia, 1981, pag.14)

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[Inventario estivo è una rubrica per l’estate in cui recensisco  alcuni libri "speciali" pubblicati nel 2009. f.s.) ]

antonio porta tutte poesie

Inventario estivo #4

di Francesco Sasso

Vent’anni dalla morte di Antonio Porta. Considerato tra i poeti italiani più importanti della fine del Novecento, finora ha avuto una fortuna critica singolare, alterna, ricca di pregiudizi, di lacune, di sviste. E che la poesia di Porta continui a vivere è confermato da com’è messa a frutto da molta della migliore poesia italiana contemporanea.

E’ quindi una lieta notizia la recente pubblicazione di Tutte le poesie (1956-1989) nella collana “Gli elefanti” della Garzanti.

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guido morselli

di Francesco Sasso

Guido Morselli, nato a Bologna nel 1912 e morto suicida a Varese nel 1973, ha pubblicato durante la sua vita due soli saggi. Tutti i suoi romanzi sono apparsi postumi. L’ostracismo editoriale e il suicido hanno alimentato il “mito” dello scrittore emarginato. Eppure, ho il sospetto che egli coltivasse con coscienza la sua vocazione di “scrittore «postumo»” (la definizione è di Giulio Ferroni nella sua Storia della letteratura).

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 fratelli d'italia arbasino

 

 di Giuseppe Panella

 

“Allora rientrai in casa e scrissi. E’ mezzanotte. La pioggia percuote i vetri. Non era mezzanotte.         Non pioveva affatto”

                                          (Samuel Beckett,  Molloy, ultima pagina)

 

1. La tentazione del romanzo-saggio è sempre stata endemica nel Novecento letterario.

Le grandi esperienze narrative del secolo appena trascorso possono ritrovarsi in questa categoria il cui statuto, pur essendo sfuggente, è tuttavia saldamente radicato in alcuni momenti ancora non superati della sua sperimentazione in concreto (si pensi a Musil e al suo L’uomo senza qualità o al Proust “filosoficamente” costituito de Il Tempo ritrovato).

La scelta di adottare la forma linguistica del romanzo-saggio in prospettiva metanarrativa cui legare le sorti del romanzo in Italia è sicuramente una delle soluzioni più radicali adottate da Alberto Arbasino durante la sua ormai lunga attività di scrittore e “critico della cultura”. Al suo privilegiamento di questa dimensione letteraria (1) hanno indubbiamente contribuito una serie di influenti linee-guida nell’ambito della discussione novecentesca sulla sorte e sulla forma del romanzo quale genere letterario privilegiato. Una di esse è sicuramente quella che poteva ritrovare nelle conferenze sul destino del romanzo moderno tenute da uno degli autori da lui più amati e apprezzati fin dagli anni delle sue letture “di formazione” (2) e cioè Edward Morgan Forster (3).

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Opere 1981-1988 bufalino 

Recensione/schizzo

Non sempre si riesce a trovare un po’ di tempo da dedicare alla descrizione di un’opera letteraria letta e apprezzata. Non per questo, credo, si debba rinunciare a segnalarla. Una di queste è Cere perse di Gesualdo Bufalino, raccolta di articoli giornalistici usciti fra il 1982 e il 1985. Pur nella occasionalità dei testi, Bufalino rielabora fedelmente i suoi temi: la Sicilia “ossimora”, la riflessione sulla scrittura e sulla lettura (Leggere, vizio punito è il titolo di un bellissimo articolo), la memoria, la morte.

In una intervista, Bufalino affermò: «Io sono affezionato a questo libro come a un diario non solo personale, ma generazionale. Dopo tutto si scrive per tante ragioni e una è per ricordare» (O. del Buono, Bufalino, il racconto per ricordare, “Corriere della sera”, 22 settembre 1986)

E Bufalino rievoca luoghi, miti, personaggi, esprimendo tutto il godimento del “fiutare, palpare, pedinare, origliare il quotidiano” degli autori che più ha amato.

La raccolta è inclusa in Opere 1981-1988, collana Classici Bompiani.

 f.s.

[Gesualdo Bufalino, Cere perse, in Opere Vol. I (1981-1988), Bompiani, 2001, pp. 815-1022, €15,24] 

carta_viaggio_marco_polo

Preso dal desiderio d’evadere dall’epoca in cui vivo, mi sono deciso ed ho letto Il Milione, edizione Eri 1982. Un singolare libro di geografia e di cronaca, che è poi un resoconto di viaggio, rivolto a descrivere terre, costumi, economia, compose Marco Polo (1254-1324), vissuto alla corte di Kublai-Khan dei Tartari, giunto fino alla Cina e all’India. L’opera fu scritta in lingua franco-veneta sulla base del racconto di Marco Polo, dal letterato Rustichello da Pisa, che si trovò insieme al mercante veneziano prigioniero dei Genovesi dopo la battaglia di Curzola (1298). Il manoscritto fu poi divulgato sotto il titolo Il Milione.

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amelia-rosselli-poesie

 

La libellula (1958) di Amelia Rosselli; sottotitolo: Panegirico della Libertà. Il titolo del poemetto «vorrebbe evocare il movimento quasi rotatorio delle ali della libellula, e questo in riferimento al tono piuttosto volatile del poema». «La libellula può anche ricordare le parole “libello”, “libertà”; infatti il poema ha come tema centrale la libertà, e il nostro, e mio “libertarla”».

 

Ho letto il poemetto della Rosselli e l’ho trovato eccezionale. Lingua biologica, musicale, incantatoria, dotata di una irrelata energia riproduttiva. Durante la lettura, l’anima è sospinta verso la riscoperta dell’oggetto poetico nella totalità del suo essere. I versi acquistano una realtà autonoma dotata di un’intima coerenza, dove le parole si arricchiscono reciprocamente e dove le parti operano, all’interno della totalità di struttura, su più livelli diversi.

 

Non saprei come spiegarmi meglio, ma dalla lettura del poemetto si emerge colmi di Libertà. Insomma, queste poche e nude righe per invitare i lettori di Retroguardia a leggere La libellula.

 f.s.

[Amelia Rosselli, La libellula in Le poesie, Garzanti, Milano 2004, pp. 141-158]
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