‘TRASPOSIZIONE’ DI UN CAPOLAVORO. Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo in lingua tedesca

Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, Frankfurt, S. Fischer Verlag, 2015, traduzione di Moshe Kahn

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di Isabella Horn

Dal 19 febbraio 2015, a quarant’anni dalla sua pubblicazione in lingua originale (Milano, Mondadori, 1975), campeggia nelle librerie tedesche, stampato dall’editore Fischer, il monumentale romanzo di Stefano D’Arrigo Horcynus Orca, romanzo tra i maggiori della letteratura novecentesca.

Quasi dimenticato in un’Italia che legge poco e, se e quando legge, preferisce letture facili e veloci, il libro di D’Arrigo – fonte di poesia per una ristretta cerchia di lettori ‘forti’ – è stato a lungo considerato scoraggiante se non addirittura disperante per chiunque avesse voluto tentare l’impresa di ‘traghettare’ l’opera verso le sponde di un’altra lingua. Con le sue innumerevoli innovazioni, locuzioni gergo-dialettali, creazioni, rivisitazioni e reinvenzioni lessicali, suggestioni onomatopeiche, periodi ondeggianti e spesso baroccamente dilatati, Horcynus Orca presentava ostacoli insormontabili: appariva, insomma, un’opera intraducibile.

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SUL TAMBURO n.44: Marco Fagioli – Stefano Lanuzza, “Arletty, Sartre e Louis-Ferdinand Céline”

Marco Fagioli – Stefano Lanuzza, Arletty, Sartre e Louis-Ferdinand Céline, Firenze, AIÓN, 2016

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di Giuseppe Panella

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Céline-Destouches amava il cinema ma non solo per le sue qualità artistiche e attoriali: sperava di riuscire a guadagnarci una quantità considerevole di quattrini da lasciare alla moglie Lucette Almansor quando sarebbe scomparso dato che i diritti d’autore accumulati nel tempo non sarebbero bastati a questo scopo. Lo scrittore di Courbevoie credeva che dalle sue opere e dai suoi libretti per balletto sarebbe stato possibile ricavare dei soggetti cinematografici credibili e allettanti per registi e produttori. Questa si sarebbe rivelata una pia illusione: a tutt’oggi nessun film è stato realizzato a partire da sue opere letterarie o è stato basato sulle vicende avventurose e spesso rocambolesche della sua vita. Eppure le potenziali filmiche dei suoi romanzi erano ben chiare a Céline (il quale scrisse pure un trattamento mai realizzato dal suo grande romanzo Voyage à bout de la nuit, un testo che sottoposi all’interesse di Sergio Leone, grande ammiratore dello scrittore francese, assai propenso a realizzare un film ispirato a quest’opera ma troppo presto fermato dalla sua morte precoce).

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DEGAS TRA PITTURA E LETTERATURA. Uno studio di Marco Fagioli

Marco Fagioli, L’ultimo Degas. Museo delle Culture, Firenze, Aión, 2017, pp. 245, € 24,00

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di Stefano Lanuzza

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Forse bisognerebbe poter scrivere come un artista figurativo disegna o dipinge e uno scultore sbozza, intaglia, scalpella, plasma o scolpisce… Ci prova Marco Fagioli, critico d’arte con esperienze internazionali e con all’attivo numerosi volumi anche interdisciplinari che spaziano dall’arte orientale a quella occidentale moderna e contemporanea. Altresì, Fagioli è un assiduo studioso di letteratura dedito ai prediletti Benjamin, Céline, Lévi-Strauss o allo scrittore palestinese-americano Edward W. Said.

Una conferma della vocazione comparatistica dell’autore, che coniuga la critica d’arte con quella letteraria, è il suo L’ultimo Degas. Museo delle Culture, Lugano (Firenze, Aión, 2017, pp. 245, € 24,00) dove Edgar Degas (1834-1917) appare, oltre che “completamente estraneo all’Art Nouveau”, come il meno integrato nell’eterogeneo gruppo degli impressionisti (Renoir, Manet, Sisley, Cézanne, Pissarro, Monet: impareggiabile manipolo di precursori di tutta l’arte a loro successiva).

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SUL TAMBURO n.43: Giulio Perrone, “L’esatto contrario”

Giulio Perrone, L’esatto contrario, Milano, Rizzoli, 2015

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di Giuseppe Panella

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Perché nella vita avviene l’esatto contrario di quello che si pensa o che si spera? Perché la verità appare soltanto come il rovescio della menzogna e non mostra il suo vero volto di assoluta chiarezza e luminosità? Perché ciò che sembra si illumina dell’alone del vero e si mostra come la dimostrazione lampante di ciò che non è? Come si fa a dimostrare l’esatto contrario di ciò che è la verità e farsi credere?

Riccardo Magris è quello che si potrebbe definire un Peter Pan: irrisolto, senza una relazione stabile, con un reddito assai incerto (e spesso risibile) basato su magre collaborazioni con una rivista di non grande rilevanza culturale come “TuttoGiallo”, vive in un appartamento assai modesto che condivide con Sandro, sempiterno lettore della Recherche di Proust e la sua compagna Rachele che di mestiere fa la domina cioè la mistress professionale con annessi e connessi.

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SUL TAMBURO n.42: Giovanni Papini, “Soliloqui di Betlemme” & Luigi Pirandello, “La messa di quest’anno e altre novelle di Natale”

Giovanni Papini, Soliloqui di Betlemme, con una nota di lettura di Franco Ferrarotti, Bologna, EDB, 2016;

Luigi Pirandello, La messa di quest’anno e altre novelle di Natale, con una nota di lettura di Massimo Naro, Bologna, EDB, 2016

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di Giuseppe Panella

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In questi due agili volumetti antologici, due dei maggiori intellettuali del Novecento italiani vengono “interrogati” sul loro rapporto con la festività del Natale e più generalmente con il sacro e la sacralità nelle scelte umane riproponendo alcuni loro testi narrativi erroneamente definiti come minori o laterali alla loro produzione più nota. In entrambi i casi si tratta di un risultato significativo e capace di portare a un giudizio critico su di essi tale da mettere a tacere qualche pregiudizio invalso sulla loro produzione. Papini mostra nei testi qui antologizzati grande empatia umana nei confronti di uomini e animali tanto da rendere questi ultimi i protagonisti di alcuni di questi scritti. Pirandello si rivela tutt’altro che cinico e spietato nei confronti delle miserie e delle stupidità umane anche se non rinuncia alla sua vena grottesca e talvolta “candidamente” cattiva (come Massimo Bontempelli definì l’opera del grande scrittore siciliano nel suo discorso emblematicamente intitolato Pirandello o del candore).

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SUL TAMBURO n.41: Riccardo Gramantieri, “Post 11 settembre. Letteratura e trauma”

Riccardo Gramantieri, Post 11 settembre. Letteratura e trauma, Bologna, Persiani Edizioni, 2016

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di Giuseppe Panella

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L’11 settembre 2001 due aerei americani furono dirottati dal loro consueto percorso di viaggio e si schiantarono sulle pareti di vetro e cemento delle Twin Towers, le Torri Gemelle, orgoglio del centro commerciale di Manhattan. Il suolo aereo americano venica violato pubblicamente per la prima volta. L’impatto sull’immaginario mondiale (e non solo americano) è stato talmente imponente da mutarne radicalmente le coordinate e le implicazioni socio-soggettive. Si tratta di una pagina di psicologia storico-sociale ancora tutta da scrivere e da verificare sotto il profilo scientifico ma le sue conseguenze non potevano non influenzare prepotentemente le arti più popolari (e non soltanto quelle più esposte dal punto di vista mediatico). Se la letteratura ha una funzione di risarcimento o di cicatrizzazione dell’Io ferito – come sostiene la maggior parte degli studiosi dei rapporti tra immaginario e processi di soggettivazione, dalla Melanie Klein a Heinz Kohut a Alain de Mijolla – è indubitabile la funzione riparatrice svolta dalla narrativa di anticipazione nel caso degli eventi dell’11 settembre. Questo ottimo libro di Gramantieri, di conseguenza, ha il merito di ricostruire i processi di funzionamento di tale processo risarcitorio e di verificarne l’attuazione a livello fantasmatico e narrativo. Nel caso dell’11 settembre, la letteratura anglosassone si è concentrata in una maniera che si potrebbe definire maniacale sui fatti avvenuti in quel giorno particolare e li ha trasformati in una data che facesse da turning point alla soggettività epocale della cultura del mondo occidentale. Non è un caso, infatti, che la maggior parte della produzione più popolare (e, come si diceva prima, non solo quella) abbia come quasi esclusivo oggetto dei propri plot narrativi e dei propri sviluppi fantapolitici gli eventi relativi al crollo delle Torri Gemelle. Tutto ciò è evidente negli esempi di letteratura portati come testimonianza nel libro di Gramantieri:

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Samuele Liscio, “La pioggia rara”

Samuele Liscio, La pioggia rara, prefazione di Giuseppe Panella, Robin, Torino 2017, pp. 112, Euro 12.

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di Andrea Galgano

La pioggia rara1, edito da Robin, di Samuele Liscio (1980), poeta pratese, alla seconda raccolta dopo Convalescenza (Europa edizioni), vincitrice del Premio Nazionale Giovane Holden, è un libro prezioso. Non solo per la florida rappresentazione della scena del mondo e del suo segreto inviolato, ma anche per la cura delle cesure, dei tagli e delle rincorse che la realtà dispone.

È un allarme incendiato che sprigiona dalla terra e insegue la vertigine rara, appunto, di ciò che compone l’essere, il fiato sperduto delle mimose e l’odore-vagito della primavera.

Questa rincorsa convalescente non percepisce vuoti ma intuisce il cardine nevralgico delle cose partendo da un desiderio, da un apice di senso e significato e, infine, da un dialogo inesausto con ciò che si ordina, si rappresenta, si vive.

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SUL TAMBURO n.40: Marco Nicastro, “Il buio e la luce”

Marco Nicastro, Il buio e la luce, prefazione di Lorenzo Renzi, Villapiana (Cosenza), Edizioni Aljon, 2016

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di Giuseppe Panella

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Un quadro, molto celebre e apprezzato, di Michelangelo Caravaggio campisce sulla copertina de Il buio e la luce di Marco Nicastro, un’opera cui l’autore dedica una nota fitta e significativa che merita un momento di riflessione. Del dipinto e dell’opera di Caravaggio viene detto icasticamente:

«Caravaggio aveva questo modo unico di giocare con la luce; riusciva a dare valore e consistenza volumetrica ed esistenziale ai personaggi della scena proprio grazie alla quantità di luce e di oscurità che faceva posare su di essi. Gli uomini e le donne dei suoi quadri entrano ed escono dalle tenebre, ora quasi definitivamente, ora solo per poco. In questo movimento è simbolizzata l’esperienza terrena di ogni uomo, fatta inevitabilmente di luci e ombre, spesso immersa nell’oscurità ma sempre con una possibilità di riscatto» (p. 59).

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SUL TAMBURO n.39: Rino Garro, “Valigie. Storie dal Mario & Gianni’s Restaurant”

Rino Garro, Valigie. Storie dal Mario & Gianni’s Restaurant, Cosenza, Falco Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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Questo libro di Rino Garro è un racconto di poche pagine (36 per l’esattezza) ma denso e succoso come un limone maturo, fatto di intuizioni e di allusioni, di sogni e di speranze, di tragedia e di illusioni in un domani migliore. Scritto in italiano ma tradotto in inglese eccellentemente da Maggie Rose e poi edito con una curiosa ed efficace soluzione grafica per cui il testo inglese appare rovesciato rispetto a quello italiano in una curiosa giustapposizione delle parti, il racconto di Garro si può riassumere in poche frasi e situazioni topiche.

Un giovane calabrese che insegna a Firenze, disilluso e stanco ma non domo dalle tristi vicende precedenti vissute in Italia, desideroso di iniziare una nuova vita in Inghilterra, porta con sè una valigia ripiena di tutto il suo avere trasportabile (omnia sua secum portat). Questa valigia ritorna nei suoi sogni e nelle sue angosce fino a diventare il suo pensiero predominante e l’oggetto che domina in tutte le sue paure.

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Prolegomeni alla sofferenza. “L’occasione della poesia” di Giuseppe Panella

Giuseppe Panella, L’occasione della poesia, Novara, Interlinea, 2015

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di Andrea Fallani

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1. La sublimazione del dolore
L’occasione della poesia (Interlinea, 2015) di Giuseppe Panella è una raccolta di poesie alla cui base vi è un’istanza autobiografica, «un’occasione» nella vita dell’uomo, prima ancora che del poeta: si tratta «dell’apparecchiamento della morte» e in particolar modo «il dolore, la fatica, il disagio, la noia che può precederla in molti casi»1. Tuttavia, meglio precisare sin da subito, il discorso poetico non si fa mai interamente autoreferenziale, al contrario, l’esperienza personale è spunto per indagare i rapporti tra vita e morte, tra tempo e spazio, tra sofferenza e serenità, tra l’uomo e il mondo.
L’imminenza della morte, pur cedendo a rimpianti per le occasioni e il tempo perduto (Proust sarà uno degli autori non citati che percorrono l’opera), lascia però adito alla speranza, alla costruzione di «un progetto di recupero delle radici vitali dell’esistenza e della sua modalità di sviluppo il più possibile armonioso»2. Sorretto dall’insegnamento epicureo e liberato dalla paura della morte, il poeta può così indagare i risvolti più dolorosi della vita e da essa trarne speranza, all’insegna della quale si concludono molte delle liriche («Ora ho solo bisogno del tempo – / di serenità nella sofferenza, / di sofferenze intente nella serenità / che ancora si congiunge / all’ambizione protetta / di continuare a vivere / nella gioia e nel dolore»3 oppure «Si può soltanto ritrovare / nello specchio del passato / tutto il desiderio del mondo / e riconoscerne intatto il valore fecondo»4).
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SUL TAMBURO n.38: Cinzia Della Ciana, “Acqua piena d’acqua”

Cinzia Della Ciana, Acqua piena d’acqua, Arcidosso (Grosseto), Effigi, 2016

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di Giuseppe Panella

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Un romanzo familiare come la grande letteratura del Novecento ha abituato i suoi lettori a partire dai Buddenbrook. Decadenza di una famiglia per finire con Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez o Menzogna e sortilegio di Elsa Morante (uno dei libri certamente presenti nel serbatoio della mente letteraria di Cinzia Della Ciana per via della continuità familiare e il susseguirsi di tre personaggi femminili, nonna, madre e nipote, nella scansione temporale della storia). Tre donne affrontano le loro vicende e si confrontano con l’acqua del fiume dell’esistenza ed è proprio al suo corso impetuoso quando “tira giù argine e macchia“ che il libro è dedicato.

Acqua piena d’acqua è un’espressione tipicamente russa che sta ad indicare l’acqua come pienezza di vita e come metafora della realtà umana, il momento in cui l’essere vivi viene pienamente raggiunto come obiettivo. Ed è all’acqua che Cinzia Della Ciana fa ricorso tutte le volte che deve descrivere le vicissitudini e le peripezie (in gran parte negative) delle sue protagoniste – la piena dell’Arno a Pisa che chiude il romanzo, tuttavia, ne sancisce l’avvenuta liberazione dall’alveo e la sua libertà di dilagare e tracimare felicemente conquistata.

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Grande secolo d’oro e di dolore. Intervista a Vincenzo Pardini

Grande secolo d’oro e di dolore. Intervista a Vincenzo Pardini

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di Marino Magliani
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Prendiamo l’incipit di Grande secolo d’oro e di dolore (Il Saggiatore, 2017) di Vincenzo Pardini:
«In una stanza bianca come un sudario, il pavimento di mattoni, rossi e sgretolati, le travi che hanno resistitito ai terremoti, un giorno di febbraio del 1983 è morta Leonide Francesca Lusetti dei Longobardi, ultima discendente d’una antica casata della Media Valle del Serchio».
Il lettore è conquistato dall’onestà dell’io narrante, un discendente del casato, che nella stessa pagina ci dirà:
«Con l’aiuto della memoria e di documenti, tenterò di ricostruire una cronaca di vicende ed eventi che il tempo sta cercando di ingiallire»

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SUL TAMBURO n.37: Gianluca Barbera, “La truffa come una delle belle arti”

Gianluca Barbera, La truffa come una delle belle arti, Reggio Emilia, Aliberti Gruppo Editoriale, 2016

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di Giuseppe Panella

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«A voler credere alle congiunzioni astrali il 1842 fu un anno colmo di prodigi. […] E, dulcis in fundo, il mio bisnonno Petreus, detto Pepé, stupì il mondo con l’esibizione di un esemplare di sirena ribattezzato la “Sirena delle Galàpagos”. Migliaia di persone si misero in fila per ammirarla, ignare del fatto che si trattava di un banale innesto tra la testa e il torso di uno scimpanzé e la coda di un tonno essiccato. La creatura aveva la bocca spalancata, la coda piegata verso l’alto e le braccia protese, come raggelate in uno slancio disperato. Pareva morta tra indicibili tormenti. Anni dopo Pepè avrebbe ricordato la cosa con queste parole, sputando a terra: “Era una creatura brutta e rinsecchita, di colore melmoso, lunga un metro e mezzo, ed emanava un odore nauseabondo, ti assicuro…”. L’aspetto repellente della sirena non tenne lontana la folla dei curiosi venuti da ogni parte, disposti a scucire senza batter ciglio l’esorbitante prezzo del biglietto, per nulla scoraggiati dal fetore che quell’essere rattrappito emanava» (pp. 13-14).

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SUL TAMBURO n.36: Emmanuel Bove, “Una visita serale e altri racconti”

Emmanuel Bove, Una visita serale e altri racconti, trad. it. e postfazione di Claudio Panella, Saluzzo (Cuneo), Fusta, 2016

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di Giuseppe Panella

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Nella bella collana bassastagione curata da Marino Magliani e Stefano Costa, viene pubblicata una significativa raccolta di racconti di Emmanuel Bove, scrittore maledetto e randagio, autore di un gran numero di testi di narrativa non facilmente qualificabile nel genere e conosciuti per la loro ricerca stilistica singolare e apparentemente spiazzante. Una visita serale e altri racconti contiene sette storie di Emmanuel Bobovnikoff (il suo nome di nascita che però non usò mai per firmare le sue storie mentre condivise con il suo più autorevole nom de plume quelli di Jean Vallois e Pierre Dugast), sette momenti di vita, sette vicende tra il bizzarro e lo straziante che alternano laminuziosa descrizione di stati d’animo a ritratti di personaggi umorali o disturbati o inquietanti descritti in precisi momenti della loro vita. Più noto come romanzi quali I miei amici (trad. it. di Beppe Sebaste, Milano, Feltrinelli, 20152, un romanzo che nel 1921 piacque molto a Colette) o La trappola (trad. it. di Carlo Alberto Bonadies, Genova, Il Melangolo, 1999, rifiutato in prima istanza da Gallimard perché trattava in maniera molto poco conciliatoria di “collaborazionismo” durante la guerra), Bove autore di racconti ha una specificità notevole e caratteristiche singolari che vanno adeguatamente sviscerate per comprenderle.

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Un hacker per compagno nell’e-silio. Saggio di Antonino Contiliano

ferdinandeatrittico-acrilico-su-tela-40x120-2017-copiaCi sono periodi di altissimo sviluppo che non hanno rapporto diretto con lo sviluppo generale della società né con la base materiale e la cultura portante della sua organizzazione.
Marx
Il forte rilievo dato al potenziale politico delle arti…esprime prima di tutto l’esigenza di una effettiva comunicazione dell’atto di accusa alla realtà costituita e degli obiettivi della liberazione. È lo sforzo di trovare forme di comunicazione capaci di spezzare il dominio oppressivo del linguaggio e delle immagini costituite sulla mente e sul corpo dell’uomo; linguaggio e immagini che sono diventati da molto tempo mezzo di dominio, di indottrinamento e inganno.
Marcuse
Il comunismo è l’abolizione dello stato di cose presente.
Marx

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di Antonino Contiliano

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Sono passati ormai più di vent’anni dal 1979, l’anno in cui Gianni Grana in Epilogo Aperto (ma non è stato il solo nel XX secolo) ha scritto che finché c’è vita, qualunque strumento tecnico inventato si possa arrogare il diritto privilegiato ed escludente della comunicazione, si farà arte e si scriverà poesia. La morte dell’arte e della poesia è, in fondo, però, solo una metafora che nasconde la volontà di eliminare gli spazi della libertà.

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SUL TAMBURO n.35: Alberto Casiraghy – Luciano Ragozzino, “Le emozioni delle mosche. Aforismi incisi”

Cover Ragozzino:Layout 1Alberto Casiraghy – Luciano Ragozzino, Le emozioni delle mosche. Aforismi incisi, Bologna, Pendragon, 2016

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di Giuseppe Panella

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Le illustrazioni di Luciano Ragozzino sono bellissime, gli aforismi di Alberto Casiraghy sono intriganti e densi di un umore nero pensoso e rassicurante nello stesso tempo. Il pessimismo che le contraddistingue, infatti, non è mai aspro o amaro come un limone maturato troppo in fretta, ma raddolcito dalla bonomia di una bontà programmatica e forse congenita, incapace di nuocere. Molti di essi meritano un approfondimento, però, una ri-lettura che le ripoerti alla loro dimensione originaria:

«Le emozioni delle mosche non interessano proprio nessuno» (p. 56).

se non le mosche stesse, animali fastidiosi e incalzanti, che non sembrano suscitare negli altri esseri viventi sensazioni che non siano di dispetto uggia o fastidiosa caccia mortale per loro.

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Tre segnalazioni su Sciascia. Città, solitudini, saggismo e invenzione.

giorgio-longo-sciascia-e-parigi-lo-scrittore-nella-cittarosario-castelli-contraddisse-e-si-contraddisse-le-solitudini-di-leonardo-sciasciagabriele-fichera-le-asine-di-saul-saggismo-e-invenzione-da-manzoni-a-pasolini

Giorgio Longo (a cura di), Sciascia e Parigi. Lo scrittore nella città, Passim, Catania 2016, 135 pp., 16 euro

Rosario Castelli, «Contraddisse e si contraddisse». Le solitudini di Leonardo Sciascia, Cesati (“Strumenti di Letteratura Italiana”, 59), Firenze 2016, 135 pp., 15 euro

Gabriele Fichera, Le asine di Saul. Saggismo e invenzione da Manzoni a Pasolini, Euno (“Le Scritture della Buona Vita”, 7), Leonforte (En) 2016, 253 pp., 16,50 euro

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di Luciano Curreri*

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Sono usciti, da Passim di Catania, nel settembre del 2016, in bella veste editoriale, gli atti, curati da Giorgio Longo, della Giornata di Studi dedicata a Sciascia e Parigi e tenutasi il 9 novembre 2009 presso l’Istituto italiano di Cultura. Il curatore sceglie un’epigrafe clamorosa dall’ultimo testo di Cruciverba, che a proposito dei soggiorni sciasciani nella capitale francese suggerisce: «La mia aspirazione a vivere in una città grande che sia anche paese piccolo vi trova appagamento». E poi a seguire — se andiamo a rileggere il paragrafo di Parigi in questione — c’è il fatto di scoprirsi a Place Pigalle «come ad una festa di paese».

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SUL TAMBURO n.34: Domenico Cacopardo, “Semplici questioni d’onore”

domenico-cacopardo-semplici-questioni-donoreDomenico Cacopardo, Semplici questioni d’onore, Venezia, Marsilio, 2016

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di Giuseppe Panella

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Concetto Granaleo, detto Tino, studente a Scienze Politiche, innamorato perso della cugina carnale Ornella che lo ricambia, è stato allevato dalla zia Antonia: la madre è morta quando lui era piccolissimo e il padre è scomparso da Messina il 31 dicembre 1943 e non ha più fatto avere alcuna notizia di sé. Il giovane è molto legato a uno dei suoi tanti cugini, Demetrio, con il quale ha condiviso esperienze di vita, di caccia e di aspirazioni al successo con le donne e con la futura professione. Ma una notte, al suo ritorno a casa in tarda notte, succede qualcosa: due individui pericolosi si introducono in casa convinti che il giovane non ci sia e uccidono la zia con un colpo di coltello in pieno petto. Tino sente tutto ma non si muove dal nascondiglio improvvisato di camera sua: in seguito accuserà se stesso di una vigliaccheria congenita e meschina, umiliante e vergognosa, ma salverà in questo modo la vita (come gli dice il cugino Demetrio cui confiderà la sua debolezza).

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Il coraggio di Cion. Intervista a Daniele La Corte

daniele-la-corte-il-coraggio-di-cionDaniele La Corte, Il coraggio di Cion, Fusta Editore, 2016, pp.208, € 16
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di Marino Magliani
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Magliani: La letteratura della Resistenza è un po’ strana, come per certi aspetti lo è la Resistenza. Si scrivono migliaia di libri sull’epopea dell’esercito scalzo, mostrandola da ogni angolatura, quota, marginalità, e poi occorre aspettare il 2016 per veder sulla copertina di un libro Il coraggio di Cion (Fusta Editore) di Daniele La Corte. Cosa c’è di strano? Una sola cosa: Cion, nome di battaglia di Silvio Bonfante, nato nel 1921 e morto nel 1944, è quanto di più leggendario, assieme a Felice Cascione, ha combattutto nazisti e fascisti sulle montagne e sulle colline imperiesi. Le battute che lasciano il tempo che trovano sarebbero pronte come i mortai partigiani piazzati contro la cima di Montegrande: Cion è il Che Guevara di noialtri. Ringraziandoti per aver colmato questa lacuna, mi chiedo perché si è atteso così tanto? Era così difficile recuperare le testimonianze, i documenti, o quella sua morte, il colpo di pistola che si è sparato davanti a sua madre per non cadere in mano al nemico nasconde ancora qualcosa? Inoltre, uno dei meriti di questo libro – assieme al pericolo di incorrere nel «sensazionale» da cui sei sfuggito – sta proprio nel non essere stato concepito come la solita narrazione di una morte annunciata.

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SUL TAMBURO n.33: Mario Quattrucci, “Ogni giorno è quel giorno””

mario-quattrucci-ogni-giorno-e-quel-giornoMario Quattrucci, Ogni giorno è quel giorno. Versi, Torino, Robin, 2015

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di Giuseppe Panella

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Memoria / non è peccato fin che giova. Dopo / è letargo di talpe, abiezione / che funghisce su di sé (Eugenio Montale, La bufera) – è una delle quattro epigrafi che campiscono con nitore e secchezza espressiva sulla prima pagine del libro di Mario Quattrucci. Politico militante degli anni d’oro del Pci, operatore culturale (è Presidente del Premio Feronia Città di Fiano fin dalla sua fondazione), poeta e noto come il creatore della serie poliziesca legata alla Roma del commissario Marè (almeno dieci volumi ma potrei sbagliare il conto), il poeta romano si conferma autore duttile e capace di modulare tutte le gamme della scrittura lirica.

Ne è conferma questa sua ultima raccolta di poesie dove allo sperimentalismo delle poesie “in forma di rosa” (in un incontro-scontro-confronto con Pasolini) si mescola il lirismo della tradizione italiana e la capacità di legare “memoria e desiderio” (per citare solo di sfuggita Eliot).

Il poeta Quattrucci è scabro come una pietra pomice (quella del libellum di Catullo) e i suoi versi sono pervasi, da un lato, dalla nostalgia per un passato che è già trascorso e talvolta invano, dall’altro da una consapevole accettazione di un presente che non piace ma che pure bisogna prendere in considerazione e che è necessario, in qualche modo, accettare.

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Il caso Polleri: la scrittura tra follia e totalitarismo. Felipe Polleri, “Germania, Germania”

felipe-polleri-germania-germaniaFelipe Polleri, Germania, Germania!, A cura di Loris Tassi, Salerno, Arcoiris, 2016, pp. 220, euro 14,00.

Il caso Polleri: la scrittura tra follia e totalitarismo

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di Primo De Vecchis

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Può risultare interessante capire come funziona la prosa di Felipe Polleri, scrittore uruguaiano nato nel 1953 a Montevideo, autore del romanzo Germania, Germania!, edito da Arcoiris (collana: Gli eccentrici). Troviamo sempre un narratore in prima persona, che cattura la nostra attenzione con i suoi discorsi lucidi e al tempo stesso ossessivi. Mentre avanziamo nella lettura scopriamo dettagli sempre più inquietanti, bizzarri o meschini. Inoltre il narratore passa da un argomento all’altro con estrema disinvoltura, creando una sensazione di caos controllato. Gli episodi insignificanti e i dettagli nevrotici costituiscono la trama evidente di questa prosa, che avviluppa il lettore nella sua morsa, per non abbandonarlo più fino alla fine. A un certo punto si palesano delle fiammate di follia pura: «Questo, in fin dei conti, è solo un romanzo di guerra scritto da un morto, anzi da uno che morì due volte» (p. 31). Spuntano come funghi immagini allucinogene: «È che simpatizzo con i pazzi, oltre a diventare come loro di tanto in tanto» (p. 35). Ecco quindi arrivare marziani, nani, i Krak (un incrocio tra gli uomini e gli insetti). Eppure stiamo parlando di uno scrittore minore, che lavora nel controspionaggio al servizio degli alleati durante la Seconda Guerra Mondiale! Si chiama Christopher, come Marlowe, il tragediografo: infatti è inglese. Da ciò si evince che i temi del libro sono almeno due: la follia e il totalitarismo (nazista).

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SUL TAMBURO n.32: Simona Lo Iacono, “Le streghe di Lenzavacche”

simona-lo-iacono-le-streghe-di-lenzavaccheSimona Lo Iacono, Le streghe di Lenzavacche, Roma, Edizioni E/O, 2016

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di Giuseppe Panella

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Come può una famiglia di sole donne continuare a perpetuarsi se non fosse composta da streghe la cui attività meritoria (anche se considerata criminale) dura ininterrotta dal 1600? E’ il punto di partenza che scatena la scrittura di Simona Lo Iacono e la spinge a narrare una storia che trae origine in un determinato periodo storico (il 1938, l’anno del massimo consenso tributato al regime fascista in Italia) e si distende diacronicamente a raccontare le vicende di un paese e delle sue abitanti più ostinate e più straordinariamente coerenti nella resistenza al conformismo sempre imperante nella penisola e ai costumi bigotti e reazionari che lo contraddistinguono.

Le streghe di Lenzavacche (in realtà una piccola località nel comune di Noto che qui acquista respiro simbolico e molto più rilevante rispetto alla sua ampiezza topografica quasi a indicare e a prefigurare la lotta contro le prevaricazioni del Potere e la volontà di sconfiggerle sia pure parzialmente) è un romanzo che vuole indicare una strada e proporre delle soluzioni anche se si attiene al registro della narrazione storica di fatti quasi-veri.

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Marino Magliani, “Il creolo e la Costa”

marino-magliani-il-creolo-e-la-costaMarino Magliani, Il creolo e la Costa, Fusta editore, 2016, pp.155, € 16

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di Stefano Costa

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C’è qualcosa che nasce dalla penna di Marino Magliani e che riesce sempre, romanzo dopo romanzo, a narrare di uno specifico tassello di mondo: e per uno scrittore qual è Magliani, mi dico, quel mondo è sempre lo stesso, eppure in espansione.

Quest’illusione – quella di abitare un mondo unico e plurale assieme – è generata dalla specificità semantica: luce, solitudine, qualcosa che ha a che fare con il silenzio. Qui, ne Il creolo e la Costa, la semantica del silenzio è stata declinata all’esperienza dell’attraversamento. La figura principe – quella di Manuel Balgrano: il generale che ha dato i natali all’Argentina – è personalità storica e personaggio romanzesco insieme. Dal Nuovo continente al Vecchio, da Buenos Aires a Londra, da Londra a Costa d’Oneglia: l’attraversamento fisico è solo una rotta, niente più.

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Le parole del reame

le-parole-del-reameÈ regola invariabile del potere che, le teste, è sempre meglio tagliarle prima che comincino a pensare, dopo può essere troppo tardi.

José Saramango

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di Antonino Contiliano

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Dimmi specchio del reame, quale fra le parole del bestiame è la più ricca di letame!

Il capitalismo non conosce trasformazioni se non per perpetuare se stesso. Il suo modello si basa sulle diseguaglianze, lo sfruttamento e le altre vie (già note, ma sempre più spesso dimenticate e/o negate come quella maestra della valorizzazione espropriativa) a proprio uso e consumo. Le sue asimmetrie di potere e la correlazione degli apparati che lo sostengono sono le chiavi del comando dei pochi che, potenti e padroni sui molti, ne beneficiano elevandosi a intoccabili. Non diverso orientamento, anzi più marcato e deciso, ha la fase in corso della sua riaccumulazione-ricapitalizzazione, quella che prende il nome di capitalismo finanziario. La fase che ha identificato economia reale e fittizia o virtuale che si voglia dire. Il nesso vitale cioè che, devastante, ne ha amplificato e intensificato il dominio di classe e lavorato per svuotare le stesse vecchie forme democratico-liberali, incrementare le diseguaglianze sociali, le povertà e l’immiserimento generale. Come dire che la macchina del capitalismo con i suoi proprietari e protettori non ha nessuna vocazione democratica (né ristretta né allargata). E di questa macchina tritatutto, una parte non indifferente è costituita da parole tipiche che fanno girare la ruota del commercio della comunicazione individuale e sociale.

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Mauro Francesco Minervino, “Stradario di uno spaesato”

mauro-francesco-minervino-stradario-di-uno-spaesatoMauro Francesco Minervino, Stradario di uno spaesato, Melville, 2016, pp. 253, € 17.50

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di Marino Magliani

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Qualche settimana fa, trovandomi in Italia in un paesino pietroso di nome Costa d’Oneglia, ho scoperto su una pietra la forma di un serpentello. Era come se la superficie della pietra fosse una pellicola e il serpentello si facesse spazio là sotto da millenni e al mio arrivo si fosse fermato per sempre. Mi fu chiaro fin da subito che ogni qualvolta io avessi ricordato quel mio soggiorno in Liguria, mi sarebbe tornata alla mente la scoperta del serpentello e che, conoscendomi, questa cosa l’avrei infilata in chissà quante storie. Il padrone della pietra “serpentata” che stava sopra il muretto di una villetta, mi ha spiegato il trucco. Ora qualcosa so.

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SUL TAMBURO n.31: Alberto Figini – Paolo Dapporto, “Lupo Alpha”

alberto-figini-paolo-dapporto-lupo-alphaAlberto Figini – Paolo Dapporto, Lupo Alpha, Carmignano (Firenze), Attucci Editrice, 2016

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di Giuseppe Panella

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Il lupo alpha è considerato di solito il capobranco, l’animale-guida cui si ispirano le azioni degli altri lupi e a cui essi fanno riferimento per le scelte fondamentali riguardo la loro vita. Secondo le teorie etologiche più recenti, non è una figura di capo autentico e non ha mansioni dittatoriali-direttoriali ma è un esempio di vita e di azione per altri animali più deboli e più gregari nel loro orientamento di vita. Danilo Gini viene indicato dal Pubblico Ministero nel processo che lo vide protagonista e che ne sancì la condanna a due ergastoli per omicidio e traffico di droga proprio come un lupo alpha, un capobranco astuto, spietato, capace di indurre al delitto coloro che lo circondano e che dipendono moralmente dalle sue decisioni.

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Ernst Jünger lettore di Hölderlin. Saggio di Domenico Carosso

ernst-jungerErnst Jünger lettore di Hölderlin _____________________________

di Domenico Carosso

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Comincio con alcune frasi pronunciate da EJ nel corso dell’incontro con Volpi e Gnoli, a Wilflingen, tra il marzo e l’ottobre del 1995. Si tratta di considerazioni nelle quali sono presenti, in modo non transitorio né casuale, la poesia e il pensiero di Hölderlin:

«Del futuro non ho un’idea troppo felice e positiva, Cito un’immagine di Hölderlin, il quale, in Brot und Wein [Pane e vino] ha scritto che verrà l’evo dei Titani […], molto propizio per la tecnica ma sfavorevole allo spirito e alla cultura, tanto che la poesia dovrà andare in letargo».

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Alessandro Zaccuri, “Lo spregio”

alessandro-zaccuri-lo-spregioAlessandro Zaccuri, Lo spregio, Marsilio, 2016, pp.120, 16 €

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di Marino Magliani

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Leggendo Lo spregio, (Marsilio, 2016), di Alessandro Zaccuri, anche se il libro è ambientato nel comasco e io mi trovavo nell’estrema Liguria occidentale, ho ritrovato quel senso di frontiera invernale e piovosa che conosco molto bene. È tuttavia l’ultimo dei temi, e non avrei mai immaginato che decidendo di scriverne avrei iniziato proprio da “quel senso”. Sia chiaro, è qualcosa che vivo io, e che a molti lettori magari non è importato o non l’hanno saputo riconoscere, e comunque non lo sceglierebbero come attacco di un pensiero, visto che qui le cose ottime non mancano. Forse ne parlo perché quel senso che fa della frontiera un dentro o fuori, in realtà, se vogliamo ben vedere, nel libro appare molto sullo sfondo. Come rimane ai margini l’altro senso di frontiera, quello di una zona pulsante che prende un bel po’ di là, in questo caso di Svizzera, e un bel po’ di qua, la vallata italiana di traffico intenso. Ma è davvero così, lo è come se a Zaccuri non fosse importato ricreare con dovizia di dettagli (quando lo fa lo fa bene) certe atmosfere? Io un’idea ce l’ho.

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SUL TAMBURO n.30: “Sotto un altro cielo” a cura di Claudio Volpe

copertina_sottounaltrocielo:copertina_ferrero.qxd.qxdDacia Maraini – Giampiero Rossi – Gianfranco Di Fiore – Renato Minore – Francesca Pansa – Pierfrancesco Majorino – Simone Gambacorta – Claudio Volpe – Paolo Di Paolo – Michela Marzano – Alessandro Di Meo, Sotto un altro cielo, a cura di Claudio Volpe, Milano, Laurana, 2016

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di Giuseppe Panella

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Undici contributi (otto racconti, due interventi teorici, una testimonianza personale) su vicende, storie, narrazioni legati alla questione delle grandi migrazioni che stanno avvenendo in Europa a partire dalle guerre e dai genocidi che hanno contraddistinto la scena geopolitica degli ultimi anni.

Undici tentativi di fare chiarezza raccontando e mostrando (come è sempre avvenuto nella grande tradizione narrativa) ciò che è avvenuto e che avviene ancora, tragicamente, disperatamente, assurdamente, sulle coste italiane, nelle isole dell’Egeo, ai confini dela Turchia e poi dell’Europa civilizzata che una volta si faceva chiamare Mitteleuropa. Undici tentativi di parlare della grande tragedia del mondo (di quello opulento o ex-tale e di quello una volta detto Terzo e oggi ormai moltiplicato in Quarto), delle fughe in massa di tanti uomini e donne (e dei loro figli e figlie) che scelgono di rischiare la loro vita infame e macilenta in nome di un’altra vita, una vita migliore e degna di essere considerata tale.

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Hölderlin/Rilke/Guardini. Saggio di Domenico Carosso

friedrich-holderlinrainer-maria-rilkeHölderlin/Rilke/Guardini

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di Domenico Carosso

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I. Il divenire

Nel paesaggio dell’esistenza, costruito con le forme della realtà, si elevano le «vette del tempo». «Tempo» qui significa semplicemente esistere, essere esistente di passaggio. Le «vette» significano la presenza degli esseri singoli nella solitudine della loro figura particolare, descritta in Voce del popolo dal verso «camminare ad occhi aperti lungo il suo sentiero». L’esistenza individuale è vista eracliteamente nel suo rapporto col tutto che scorre: da esso si rileva come figura propria, ma, divenuta subito sola, anela anche subito a ritornare nel Tutto. Essere singoli vuol dire trovarsi su una vetta isolata.

Così, il fenomeno del divenire si trova alla base del παντα ρεϊ, senza discontinuità, attraversa la filosofia dall’antichità ad oggi. In questa formula, però, il παντα non va considerato come una somma di unità isolate, quali che siano, perché, così facendo, si trasforma questa “formula” in una sorta di caleidoscopio di sentimenti, rappresentazioni e “ corpi” non organizzati che cambiano nel tempo, perdendo l’occasione di valutare i cambiamenti con il tempo o in rapporto al tempo, che è poi l’essenza del divenire.

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SUL TAMBURO n.29: Maria Roccasalva, “La compagnia dei naufraghi”

maria-roccasalva-la-compagnia-dei-naufraghiMaria Roccasalva, La compagnia dei naufraghi, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2014

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di Giuseppe Panella

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Con questo suo romanzo (che non è certo il suo ultimo, dato che nei primi mesi del 2016 ha pubblicato Il Chiostro dei Miracoli, sempre per Pironti di Napoli), Maria Roccasalva prosegue il suo percorso storico attraverso la Napoli sconosciuta e misteriosa del Medioevo e dell’età in cui la grande città partenopea era ancora libera e non era ancora stata conquistata da Angioini o Aragonesi o Borboni e sempre in lotta perenne con lo Stato della Chiesa che avrebbe voluto sottometterla definitivamente. Esemplari per questa sua ricerca letteraria e antropologica insieme restano alcuni suoi testi narrativi, in particolare la Trilogia di Costantinopoli (Intrigo a Costantinopoli, 2008; Il Danubio non parla latino, 2009; È notte anche per me, 2010, tutti per lo stesso editore Pironti).

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