RETROTECA: Sarah Kane, “Psicosi delle 4 e 48”

RETROTECA: http://www.youtube.com/user/retroguardia

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SUL TAMBURO n.72: Matteo Melchiorre, “La via di Schenèr”

Matteo Melchiorre, La via di Schenèr, Venezia, Marsilio, 2016

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di Giuseppe Panella
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La prima impressione che si ricava dalla lettura di questo libro di Matteo Melchiorre è quella di aver commesso un errore di valutazione quando si è scelto di leggerlo: non si è in presenza di un romanzo ma di un saggio storico, di una ricostruzione approfondita e accurata di un episodio di storia di Feltre e dintorni, di una analisi di alto livello di storia economica e sociale ma non di un romanzo. La bio-bibliografia stessa di Melchiorre, autore ad es. di una biografia di fra’ Bernardino da Feltre e della sua predicazione antisemita, autorizzerebbe una tale lettura. Eppure La strada di Schenèr non solo è un romanzo (sia pure molto particolare) ma è anche la sua particolare versione dell’Apologia della storia di Marc Bloch (libro sotto la cui protezione il testo di Melchiorre si pone fin dall’esergo).

«Credere che la storia sia meno capace di soddisfare anche la nostra intelligenza per il fatto che esercita un così possente richiamo sulla sensibilità, sarebbe davvero una straordinaria sciocchezza» ha scritto il grande storico francese. E alla sensibilità come pure all’intuito l’autore del libro si richiama più volte. Ma si aggrappa anche, e con grande forza stilistica, alla chiarezza dell’evocazione che nasce dalla lucidità dell’intelligenza. Il libro di Melchiorre è un elogio del mestiere dello storico e la rivendicazione della sua bellezza e lucidità e anche della fatica che costa. Il colloquio con il dottor Schuster di Erfurt, “specialista in dinamiche psicoemotive”, è emblematico al riguardo:

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La ferocia del cuore. Un nuovo ‘giallo’ di Mario Quattrucci: “Troppo cuore. L’ultima inchiesta di Marè”

La ferocia del cuore. Un nuovo ‘giallo’ di Mario Quattrucci: Troppo cuore. L’ultima inchiesta di Marè, Torino, Robin, 2018, pp. 310, € 15,00

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di Stefano Lanuzza

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A partire dal Novecento c’è una linea relativamente nuova della letteratura italiana poliziesca che, senza escludere i gialli letterari sciasciani e il gaddiano, baroccheggiante, incompiuto Pasticciaccio definito da Leonardo Sciascia “il più assoluto giallo” mai scritto, “un giallo senza soluzione” (Breve storia del romanzo poliziesco, in Cruciverba, 1983), muove dall’opera di Giorgio Scerbanenco, include diversi affermati autori (Fruttero & Lucentini, Veraldi, Olivieri, Malvaldi, Lucarelli, Carofiglio, Carlotto, Faletti, De Cataldo, Colaprico, Robecchi, Biondillo, Vichi…) e arriva al notissimo Andrea Camilleri.

Inventore del popolare commissario Montalbano dell’immaginaria città siciliana di Vigàta, Camilleri domina da anni le classifiche con una messe di narrazioni redatte in un’accentuata gergodialettalità di cui si possono ricercare i modelli nel rabelaisiano, céliniano e talora trash Frédéric Dard con le sue storie replete di neologismi e termini argotici di Parigi.

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L’ora metastabile della poesia di Natalia Paci. Natalia Paci, “Pronta in bilico”

Tutta la mia sonora forza di poeta

io ti consegno, classe, all’attacco!

Majkovskij

L’ora metastabile della poesia di Natalia Paci. Natalia Paci, Pronta in bilico, Sigismundus Editrice, Ascoli Piceno, 2012

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di Antonino Contiliano

Pronta in bilico è una silloge di testi poetici di Natalia Paci. Il libro, editato da Sigismundus Editrice (Ascoli Piceno, 2012), è dedicato “al supereroe Vale Lux…”. Accompagnata da una nota di Renata Morresi, l’opera si presenta in cinque sezioni – Commentario precario, Acrobazie domestiche, Tocco senza tatto, Sexy shock (poesie d’amore), Haiku (poesie per cinque dita) – e un gruppo di testi grafici nominati “Contromano” di Cristina Maria Ferrara.

Ad ogni apertura di sezione, e (per inciso) a mo’ di sottesi compagni – Wislawa Szymborska, o la Costituzione repubblicana italiana, Patrizia Cavalli, Luigi Socci, Edoardo Sanguineti, Maria Grazia Maiorino –, coimplicati complici “Virgilii”, sembrano seguire il respiro e il movimento compositivo dei testi che, pagina dopo pagina, fanno le rispettive sezioni differenziate per il tipo di testualità tematica messa a lavoro.

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SUL TAMBURO n.71: Giampaolo Simi, “La ragazza sbagliata”

Giampaolo Simi, La ragazza sbagliata, Palermo, Sellerio, 2016

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di Giuseppe Panella
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«E invece mi ritrovo ventitré anni dopo a scrivere ancora del caso Calamai e di quell’estate inquieta e volubile. Il 1993 sarebbe stato ricordato per un luglio ancora primaverile e un agosto tropicale. Fu un’estate a due facce, come il dio Giano che con i suoi due volti guarda verso il passato e scruta il futuro. Contro ogni pronostico Bill Clinton aveva mandato a casa Bush Senior. Internet e le inchieste di Mani Pulite facevano presagire l’alba di una nuova era. Pensavamo che molto presto l’Europa sarebbe stata forte e unita, non a caso mezzo mondo ballava la discomusic prodotta in Italia, in Germania o in Svezia. La realtà era diversa. Noi ballavamo sulla spiaggia, e intanto sotto i nostri piedi si riassestavano faglie profonde, facendo tremare l’Italia da Roma a Firenze a Milano. Oggi mi è chiaro: sotto la minaccia che tutto crollasse, niente cambiò nel senso in cui avevamo sperato. Mi è chiaro proprio mentre mi ritrovo da solo, in un appartamento ormai quasi vuoto, a scrivere quello che doveva diventare il mio libro sensazionale sul caso Calamai. Doveva. Perché si è trasformato nel racconto di come invece è stata la mia vita a crollare e a cambiare per sempre. In una settimana» (pp. 16-17).

La ragazza sbagliata, di conseguenza, non si presenta come un romanzo di fantapolitica, né un thriller, né un poliziesco di indagine su un delitto (come quelli che, erroneamente e banalmente, vengono etichettati come “gialli” dal colore di una copertina negli anni Venti del secolo scorso). Non è neppure un noir, anche ci si avvicina molto nell’impostazione. E’ una narrazione che si legge tutta d’un fiato ma non per questo si rassegna alla velocità di scrittura del genere o alla mancanza di approfondimento psicologico che spesso contraddistingue i romanzi d’azione. Simi punta non tanto (o soltanto dato l’argomento) sui colpi di scena o sulla spiegazione finale quanto sulla costruzione del personaggio principale Dario Corbo e sui suoi rapporti con quelli che incontra e con cui si confronta nel corso della vicenda.

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Contro: il Pensiero tragico-poetante nell’Opera di Gabriele Lastrucci

Contro: il Pensiero tragico-poetante nell’Opera di Gabriele Lastrucci

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di Maria Santi

A prima vista, Contro sembra essere il luogo in cui la contraddizione si dimena implacabile, senza un’apparente soluzione. La nostra condizione e tutto ciò che ne fa parte ne emerge come uno stato di perenne incoerenza e continua frammentarietà. Dopo una lettura approfondita però, ci rendiamo conto che si tratta di molto di più. Contro è il percorso attraverso cui Lastrucci, poeta che diventa (o ritorna) filosofo, dopo aver vissuto su di sé in maniera profonda, la condizione della contraddizione la riporta, facendola rivivere al lettore in un percorso dall’illogico-esperienziale al logico-filosofico. Nel corso dell’opera la contraddizione si disvela davanti a noi, che la viviamo e la soffriamo assieme alla voce narrante, fino a che essa non viene accettata, senza un reale superamento, ma con una consapevolezza e una maturità, che cercano in qualche modo di affrontarla alla pari. Si tratta di non farsi una ragione della nostra sorte spacciata, della nostra caotica fragilità e dunque di intraprendere questa via artistica, che poi si rivelerà filosofica, per arrivare in qualche modo ad una soluzione, ad una deriva consapevole, vitale, per quanto drammatica.

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Maurizio Serra, “D’Annunzio le Magnifique”

La prima ‘chicca’ del nuovo anniversario dannunziano esce in francese: a ottant’anni dalla morte del Vate degli italiani (1938-2018), ecco la nuova biografia di Maurizio Serra, D’Annunzio le Magnifique, Paris, Grasset, 2018 (février), 702 pp.

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 di Luciano Curreri

Maurizio Serra è un grande saggista e biografo perché sa confrontarsi in maniera nuova con l’altro ogni volta che la sfida gli pone di fronte, sul ring della scrittura, un nuovo campione del passato alle prese con sé stesso. Il biografo è una specie di arbitro imparziale, che sorveglia l’incontro di un uomo che si cimenta con la propria vita, attento fino all’ultimo, dimentico degli schiamazzi del pubblico, che sente ma di cui non si cura. Questa capacità diventa militanza se pensiamo che il suo ultimo lavoro, dedicato a D’Annunzio le Magnifique, esce in terra di Francia, da Grasset; quella terra che ha accolto, quasi come una seconda patria, l’autore italiano, che lo ha anche elogiato, ma che ha dato prova di una certa incomprensione, a partire dalla scrittura del cognome scelto dal padre di Gabriele, con o senza «d» o «D» (Serra opta subito, ma argomentando nel primo capitolo, per la «D» maiuscola, cui anch’io mi atterrò, rinunciando alla minuscola «d» nobiliare voluta dallo scrittore, come riconosce anche, fin dalle prime pagine, il lavoro di cui stiamo dicendo). Insomma, la sorella latina ha spesso trattato l’autore del Piacere (1889; L’enfant de volupté in francese) con una certa sufficienza, riducendolo, per dirla in soldoni, a un dandy donnaiolo, o poco più; a parte alcuni sodali dell’epoca — Magnifique lo definisce André Suarès in un passaggio d’una lettera a Jacques Doucet del 27 settembre 1919 posto non a caso in epigrafe — e i pochi (ma significativi) lettori avvertiti che seguirono (da Pierre de Montera a Guy Tosi), oltre, ovviamente, ai suoi traduttori, da Georges Hérelle a André Doderet, passando almeno e ancora per Natalia de Goloubeff, ribattezzata Donatella Cross, e Ricciotto Canudo.

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SPECIALE GUIDO MORSELLI n.17: “Guido Morselli, dai rifiuti a Roma senza papa” di Gabriele Sabatini

[RASSEGNA STAMPA SU GUIDO MORSELLI, a cura di Francesco Sasso]

Segnaliamo l’articolo Guido Morselli, dai rifiuti a Roma senza papa di Gabriele Sabatini apparso su «Doppiozero» il 12 Maggio 2018.

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di Gabriele Sabatini

È una casa squadrata, dalle imposte di un grigio tenue quasi celeste e dall’intonaco rosato, quella che Guido Morselli disegnò e si fece costruire a partire dal maggio 1952 nella campagna di Gavirate, in provincia di Varese. Affiancata da una montagna che «incombe subito dietro»; con gli alberi di diverse specie tutt’attorno e alcuni pini di Scozia «i cui rami ricchi di materie resinose dall’aroma profumato, ho messo da parte (potati da me, si capisce) da bruciare sul caminetto nelle grandi occasioni. Lei mi venga a trovare – è così che si rivolgeva a Italo Calvino nel febbraio del 1963 – e il pino di Scozia arderà in suo onore». Cercava, Morselli, occasioni di incontro. Mai pubbliche o mondane, ma intime, per potersi intendere con quei referenti editoriali che intessevano con lui molteplici scambi epistolari; quei lettori di case editrici che non furono, salvo rari casi che comunque non portarono a buon esito, decisi a consentirgli la pubblicazione: «I lettori delle case editrici – scriveva Giorgio Manganelli su “Il Mondo” – questi oscuri mecenati che fanno la letteratura, erano preparati ad uno scrittore tradizionale, realista, che racconta qualche aneddoto di infanzia e sesso; o allo scrittore di allucinazioni, di avventure psichedeliche, dalla prosa scarmigliata o astratta; ma questo signore che raccontava con deliziosa pedanteria eventi futuri o riscriveva la storia, o fantasticava istanti mai esistiti, era proprio impossibile».

 

Continua a leggere l’articolo su «Doppiozero»

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[SPECIALE GUIDO MORSELLI n.16] [SPECIALE GUIDO MORSELLI n.18]

IL TERZO SGUARDO n.55: Carlo Bordoni, “Il paradosso di Icaro ovvero la necessità della disobbedienza”

Carlo Bordoni, Il paradosso di Icaro ovvero la necessità della disobbedienza, Milano, Il Saggiatore, 2018

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di Giuseppe Panella*

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Il progetto che Carlo Bordoni persegue da tempo, con pertinacia, solidità teorica e storica e si direbbe anche con un certo accanimento terapeutico, è l’analisi della fine o dell’annientamento della Modernità (in ciò accomunato dalle ricerche e proposte del suo maestro Bauman). Il paradosso di Icaro ovvero la necessità della disobbedienza è una ricostruzione circostanziata e attenta dei vari aspetti che contraddistinguono il tentativo degli uomini di andare al di là dei propri limiti per riuscire a superare quella hybris che pare attendere i trasgressori di essi una volta varcate le “colonne d’Ercole” delle loro possibilità, intraprendendo il “folle volo” (la citazione è d’obbligo) verso un mondo nuovo, pericoloso e ancora misterioso e inesplorato, incomprensibile e spesso presentato come termine finale della corsa dell’umanità. Le cinque figure mitologiche che Bordoni ricava dal vasto repertorio della cultura greca delle origini della civiltà occidentale (Hybris, Koros, Theios Aner, Aion e Nemesis) scandiscono altrettanti passaggi nella storia della Modernità che rischiano oggi di perdersi nel mare magnum dell’”interregno” che che l’umanità sta vivendo in attesa di una nuova prospettiva di rilancio delle proprie prospettive esistenziali, sociali, economiche e politiche. La figura che mi sembra più interessante delle cinque enucleate da Bordoni è certamente quella legata al Tempo, Aion, protesa com’è sull’orlo di una memoria (storica e propositiva) sempre più labile e in attesa di una trasformazione della soggettività che parrebbe spingere il pedale del mutamento fino ai suoi limiti estremi:

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Oltre l’ideologia: un dialogo (possibile) con Lukács

Oltre l’ideologia: un dialogo (possibile) con Lukács

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di Alex Bardascino

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Che György Lukács sia uno dei più influenti critici e pensatori del XX secolo non è affatto una novità; stupisce dunque il fatto che in Italia la pubblicazione delle sue opere sia stata curata – negli anni Duemila soprattutto – da piccole case editrici variamente impegnate e disimpegnate (Alegre, Ghibli, Pgreco, Punto Rosso, Mimesis, SE), dopo il sodalizio ventennale, tra anni ’50 e ’70, con le più prestigiose Einaudi, Editori Riuniti e Feltrinelli. I motivi di tale ‘contrappasso’ vanno individuati nella difficoltà da parte di molti studiosi contemporanei — talora impegnati a sminuire i concetti del critico ungherese — a storicizzarne il grande pensiero filosofico e sociologico, nonché in un certo imbarazzo nell’affrontare la spinosa questione ideologica su Lukács, pensatore sostanzialmente marxista; e in effetti, alcune «pregiudiziali ideologiche» sono alla base del frazionamento della sua vasta opera unitaria. Con questo assunto di Mario Domenichelli e Margherita Ganeri si apre il numero monografico di «Moderna. Semestrale di teoria e critica della letteratura», curato, per Fabrizio Serra editore, dagli stessi Domenichelli e Ganeri, pubblicato con data 2017 ma uscito più di recente e dedicato interamente al critico ungherese. Attraverso i sedici interventi che compongono la rivista si tenta dunque di ridare nuovi ascolto e forza di penetrazione al filosofo, liberandolo dalla stereotipata ricezione d’antan e tentando di promuoverne una più significativa e riattualizzata accoglienza.

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Una città di pianura – Cinque storie ferraresi.

Una città di pianura – Cinque storie ferraresi

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di Domenico Carosso

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Storia di Debora è il racconto più lungo della raccolta dal titolo complessivo Una città di pianura, pagine e versi che risalgono al 1940, e dunque sono la prima opera pubblicata da Bassani; in particolare la Storia è poi desinata a diventare, con sviluppo diverso, più ampio e articolato, una delle Cinque storie ferraresi (1956).

L’amore di Deborah e David si presenta come una di quelle «storie di poveri amanti», dove poveri non è una connotazione economica, assume bensì un senso morale equivoco e ambiguo, segnalando per la prima volta l’autore la fiacchezza d’animo, quel tanto di vita giovane e insoddisfatta, che cova in sé un odio forte ma impotente contro lo squallore degli anni, che si deposita nella vicenda personale e nella storia europea.

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Valerio Aiolli, “Lo stesso vento” & “Carteggio Bellosguardo”

Valerio Aiolli, Lo stesso vento, Evoland, 2016, 154 p.

Valerio Aiolli, Carteggio Bellosguardo, Italo Svevo Editore, 2017

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di Gabriele Lastrucci

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Ho appena finito di leggere due libri di Valerio Aiolli. E non so che dire, cosa scrivere. Ho soltanto dentro di me la sensazione, ancora una volta e per sempre, che un libro non sia solo un libro, ma qualcos’altro, qualcosa di più… di oltre…

Lo stesso vento (edito da Voland, 2016) è un romanzo inclassificabile e necessario. La storia narrata, consapevolmente dislocata attraverso frammenti-flussi temporali, racconta l’istantaneo dilatarsi esistenziale di alcuni protagonisti (Fausto e Adriana, fra tutti) che adempiono momenti cruciali della loro vita come fossero osservati da un chirurgico microscopio narrativo, con cui Aiolli illumina le loro piccole e fatalmente eroiche scelte emotive e vitali. Il linguaggio dell’autore fiorentino è sommesso e piano, come un lucifero telegrafo marconiano, mai inutilmente iperbolico o barocco, bensì essenziale e ricercato, eppure misteriosamente, potentemente muscolare… L’imprevista combinazione temporale dell’intreccio, come detto, dislocata e apparentemente disorganica – invece altamente voluta e sofferta – rende la lettura (e la scrittura) unica e sbalorditiva fino all’ultima pagina del libro. Le vicende narrate, di uomini eccezionalmente comuni, si stagliano granitiche attraverso alcuni momenti topici della storia del nostro Novecento, e non solo (il periodo fascista italiano, la seconda guerra mondiale, il sessantotto, la caduta del muro di Berlino, il pirotecnico e fumoso millenovecentonovantanove…) senza che tali cruciali episodi storici, intervengano a mutare l’universalità della loro condizione umana, svelata mirabilmente dall’autore. Anzi, la rigida ferrosità di queste date-evento, si corrode inevitabilmente, come uno spettrale e grigio lucore di fondo, attraverso il focoso caleidoscopio dei protagonisti, immortalati, con piccoli e precisi tratti d’autore, nella loro immensa nudità. (Inoltre ho la sensazione, del tutto personale ma convinta, che Fausto sia uno dei più affascinanti e riusciti personaggi della letteratura contemporanea).

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SUL TAMBURO n.70: Antonio Paolacci, “Piano americano. Il romanzo che non scriverò”

Antonio Paolacci, Piano americano. Il romanzo che non scriverò, Milano, Morellini Editore, 2017

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di Giuseppe Panella
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Antonio Paolacci di romanzi ne ha scritti e uno, il primo, lo ha pure ristampato. Eppure è insoddisfatto della sua attività di scrittore, della sua capacità di investimento sentimentale sulle parole scritte, sulla resa stessa di esse a livello di comunicazione e di confronto. Paolacci non vuole scrivere più e manifesta questo suo desiderio, questa sua necessità nell’unico modo che conosce: appunto scrivendo un romanzo. Rifiutandosi di scrivere un’opera narrativa, in realtà, la scrive (e ricorda molto il metanarrativo Gide quando cita se stesso come autore dell’opera che sta scrivendo e cioè Paludi). Non volendo scrivere un romanzo su un personaggio evanescente che passa inosservato, quasi un “uomo invisibile” e che per questo truffa e rende impalpabili le sue attività ai confini della legalità, lo fissa in realtà sulla carta come il protagonista di una storia che si vuole comunque scrivere, anche se non nella dimensione tradizionale della forma narrativa.

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Folgorati da César Aira, scrittore eccentrico

César Aira, Il pittore fulminato, Introduzione di Roberto Bolaño, Traduzione di Raul Schenardi, Fazi Editore, Roma, 2018, pp. 94, euro 16,00.

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di Primo De Vecchis

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Il pittore fulminato (2000) di César Aira narra un particolare episodio della vita del pittore tedesco Johann Moritz Rugendas (1802-1858), accaduto nel 1838 circa, durante uno dei suoi viaggi tra il Cile e l’Argentina. La storia oscilla tra verità storica e finzione e l’autore argentino César Aira si mostra molto abile nel rendere verosimile la vicenda talora inverosimile di Rugendas, accompagnato dal suo amico pittore Robert Krause.

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Marco Palladini, “Stecca, mutismo e rassegnazione. Storia di una naja non tripudians”

Marco Palladini, Stecca, mutismo e rassegnazione. Storia di una naja non tripudians, Zona Contemporanea, 2017.

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di Francesca Farina

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Partendo da un famoso titolo degli anni ’20, quello del romanzo “Naja tripudians” di Annie Vivanti, che alludeva al nome scientifico del “cobra sputatore” e non ha nulla a che vedere con la naja di cui parla l’autore, ossia il famigerato servizio militare, parola di derivazione oscura ma che è legata ad un periodo della vita dei giovani di una volta, perlopiù inteso come “tempo perduto”, Marco Palladini, esperto di linguaggi innovativi, fin dal titolo del suo racconto autobiografico gioca, con una certa ironia che però non si spinge mai al sarcasmo, sull’ambiguità di una situazione stoicamente sopportata, cercando di trovarci anche del buono. Nelle citazioni poste in exergo, quella di Pasolini che rievoca il Passato come “l’unica cosa che noi conosciamo ed amiamo veramente” e quella della canzone “Hotel California” degli Eagles, che allude all’impossibilità di lasciare le persone un tempo amate, lo scrittore dà l’accesso alla porta della narrazione, strutturata in sessantuno brevi capitoli, costituiti ciascuno da due, tre pagine assai dense, in cui un giovane militante dell’estrema sinistra rivoluzionaria, che voleva abbattere lo Stato borghese, si ritrova a 25 anni, nel 1980, a combattere con tutte le contraddizioni che la condizione di soldato gli prospetta.

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SUL TAMBURO n.69. Alberto Rollo, “Un’educazione milanese”

Alberto Rollo, Un’educazione milanese, San Cesario di Lecce (Lecce), Piero Manni, 2016

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di Giuseppe Panella
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Il libro struggente di Alberto Rollo sulla sua formazione culturale, umana, sentimentale apparterebbe al genere letterario che molti critici amano definire auto-fiction (con un termine a mio avviso improprio) se non fosse perché al suo interno si opera un passaggio imprevedibile, una vera e propria “mossa del cavallo”, mediante la quale la storia personale dell’autore viene assorbita all’interno dei destini generali della città cui egli appartiene.

Nell’aneddoto iniziale in cui il piccolo Alberto viene offerto alla città da un cantante di strada, forse uno zingaro, che lo solleva in aria e chiede alle persone circostanti “Milano lo vuole?” è già inscritta tutta la successiva parabola della sua formazione di intellettuale.

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SUL TAMBURO n.68: Raul Montanari, “Sempre più vicino”

Raul Montanari, Sempre più vicino, Milano, Baldini & Castoldi, 2016

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di Giuseppe Panella
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L’ultimo romanzo di Raul Montanari rientra a pieno titolo in quella categoria letteraria (quasi un nuovo genere o sottogenere volutamente non codificato come tale) che è stato battezzato post-noir dalla critica e che si rifà ad autori che sfuggono alle regole del noir classico e tradizionale per approdare a un progetto di scrittura libero dai condizionamenti che il genere inevitabilmente comporta. Vi apparterrebbero autori come la Patricia Highsmith di Sconosciuti in treno o il Friedrich Dürrenmatt del ciclo del commissario Hans Barlach o del “requiem per il romanzo poliziesco” intitolato La promessa. Che cos’è il post-noir? E’ un romanzo che non presenta personaggi particolari, dotati di abilità investigative perspicue se non eccezionali (come nei romanzi di Chandler o di Hammett) oppure interessanti per le loro caratteristiche fisiche e morali ma persone comuni che si trovano in circostanze avventurose o straordinarie spesso senza volerlo o per loro errore e spesso improntitudine. Si tratta di persone “normali” in situazioni non comuni costrette ad affrontarle con i (pochi) mezzi a loro disposizione. Il risultato è una sequenza di eventi misteriosi che trovano uno scioglimento, spesso tragico (ma non sempre), alla fine di un percorso di ricerca scandito da colpi di scena, di trovate bizzarre, di soluzioni inedite.

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Leopoldo Lugones, “Le forze misteriose”. Scienze occulte e teosofia nei racconti di Leopoldo Lugones

Leopoldo Lugones, Le forze misteriose, Traduzione di Francesco Verde, Torino, Lindau, 2017, pp. 136, euro 14,00.

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di Primo De Vecchis

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Il modernismo ispanoamericano è un movimento letterario e artistico, che si sviluppa in America Latina attorno al 1880 ed esercita la sua influenza fino al 1914 circa. L’iniziatore della nuova tendenza è considerato il poeta nicaraguense Rubén Darío (1867-1916). Darío arriva a Buenos Aires nel 1893 e trova un terreno fertile per la nuova scuola: il cosmopolitismo, il liberalismo, l’ascesa del ceto medio borghese, che trova nuovi referenti politici nel Partito Radicale e nel Partito Socialista. Il modernismo di Darío (che aveva trovato i suoi precursori in José Martí, Manuel Gutiérrez Nájera e José Asunción Silva, rispettivamente un cubano, un messicano e un colombiano) recupera aspetti del romanticismo europeo, saldandoli con le nuove tendenze della poesia simbolista e parnassiana francese. Si tratta quindi di una poetica di stampo decadente, che ha come modelli Hugo, Poe, Baudelaire, Verlaine, ma anche Whitman (il profeta, il vate) e altri ancora. Le idee importate dal modernismo, che faranno poi scuola anche in Spagna, trovano accoglienza nella produzione poetica e in prosa dell’argentino Leopoldo Lugones, nato a Cordoba nel 1874. Lugones si trova a Buenos Aires nel 1896, in pieno fervore modernista. Lavora principalmente come giornalista per diversi periodici: è animato da idee anarco-socialiste e anticlericali. Nel 1897 pubblica la raccolta poetica Las montañas de oro; nel 1905 è la volta de Los crepúscolos del jardín. L’anno seguente compie un viaggio in Europa; inoltre pubblica Las fuerzas extrañas, la sua prima raccolta di racconti fantastici. Lugones, attraverso questa produzione di brevi finzioni, mostra uno spiccato interesse per le scienze occulte. Non è un caso isolato: si tratta di una delle caratteristiche dello stesso modernismo, esoticamente teso verso le discipline gnostiche orientali.

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SUL TAMBURO n.67: Paolo Leoncini, “Emilio Cecchi. L’etica del visivo e lo Stato liberale”

Paolo Leoncini, Emilio Cecchi. L’etica del visivo e lo Stato liberale con appendice di testi giornalistici rari, Lecce, Milella, 2017

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di Giuseppe Panella

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Emilio Cecchi è sempre stata una figura di (illustre) intellettuale controverso. Il giudizio sul suo metodo critico e sulla molteplicità dei suoi interventi nei più diversi campi della creatività culturale pure – Cecchi è sempre stato oggetto di discussione all’interno della schiera degli altri critici a lui contrapposti (fossero essi militanti e/o accademici, filologi puri e/o critici ideologicamente orientati, storici e/o teorici della letteratura). Leoncini rende conto, in maniera esatta e appassionata, di quanto Cecchi abbia rappresentato nella cultura italiana del Novecento.

Il suo studio risulta un’esplorazione all’interno del mondo etico e letterario dello scrittore, quest’ultimo inteso in tutte le sfaccettature possibili, dalla storia dell’arte alla critica cinematografica, dal reportage di viaggio all’analisi di taglio socio-politico. Ne emerge in maniera nitida e netta quella “parola-mosaico” di cui si era fatto espressione icastica il giudizio di Enrico Falqui. Come scrive quest’ultimo, infatti, e come Leoncini riporta:

«Le parole di Cecchi s’inseriscono nella pagina […] con la precisione e col risalto delle tessere nel riquadro d’un mosaico, la vibrazione […] è nella lucente scaltrezza […] la risoluzione ‘strofica’ di capitoli e capitoli è quasi sempre in chiave di poesia. E dà luogo a quella trasposizione fantastico-stilistica per cui da un’impressione nettissima si travalica in un’astrazione nettissima […] Cecchi tocca l’immaginazione anche prima di aver fatto breccia sulla comprensione […] Ogni gravame letterario è messo da parte e a volte, quasi parrebbe, scartato, irriso […] Dove occorre, il periodo è libero, saltante, insinuante: vi si riconosce la voce, lo sguardo, il gesto dell’autore […] E segni che da prima parevano fingere un tatuaggio, finiscono col rivelarsi come le vivisezioni operate in un corpo nell’intento di scrutarne le fibre più addentro» (p. 23)

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Stefano Lanuzza, “Il bosco, il mondo, il caos”

Stefano Lanuzza, Il bosco, il mondo, il caos, Stampa Alternativa, 2015, pp.91, € 10

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di Francesco Sasso
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Il bosco, il mondo, il caos di Stefano Lanuzza è strutturato come un zibaldone ed accoglie una vasta materia di pensieri, impressioni, notizie dal mondo, riflessioni letterarie. Il sottotitolo dell’opera è “come un romanzo”, ossia la narrazione dell’io si scioglie nella storia del mondo alla deriva del caos. Stefano Lanuzza formula in testi brevi e densi l’osservazione disincantata dei comportamenti umani. Forma cara ai “moralisti classici”, scrittura per frammenti “che si staccano come foglie vive dal grande album dell’esperienza” come ha scritto Giovanni Macchia.
Un inventario, quello di Lanuzza, alleggerito dall’ironia, mentre nella sezione “il bosco” troviamo impennate poetiche e suggestioni esistenziali.

f.s.

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[Leggi tutti gli articoli di Francesco Sasso pubblicati su RETROGUARDIA 2.0]

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1915-1918: i fumetti in trincea

1915-1918: i fumetti in trincea

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di Claudio Bertieri

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Quando si stava profilando il centenario del primo conflitto mondiale, un po’ dappertutto sono iniziati ad apparire progetti di mostre, di eventi, rievocazioni, testimonianze, riletture storiche, analisi critiche e via sunteggiando. Molti indubbiamente i testi riuniti assieme, da semplici ricordi personali a più strutturate indagini prospettive, i quali, nel loro insieme, hanno accostato argomenti al massimo disparati. Comunque, recando in ogni caso un utile contributo alla rievocazione di una immane tragedia che l’arte figurativa, il cinematografo, la narrativa, la satira, la cartellonistica, e sicuramente ancora altre forme creative, non hanno ignorato di accostare.

Probabilmente, tra tanto scrivere, parlare, esporre, indagare, un particolare capitolo, senz’altro di variante tensione e mutevole sguardo, non ha goduto di altrettanto interesse. Quindi, di una indagine ampia ed approfondita che ne ponesse in rilievo la non risicata partecipazione al drammatico evento, seppure espressa in maniera contrastante, giacché le atmosfere della sua presenza trapassano -nonostante la diversa nazionalità- dall’acceso entusiasmo alla ferma denuncia, dal patriottismo esaltato alla testimonianza di una realtà amara e sofferta. Per dirlo in stretti termini, dal sorriso che tende ad allentare la tensione al rispetto della verità.

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SUL TAMBURO n.66: Franco Manescalchi, “Riviste di poesia del secondo Novecento a Firenze”

Franco Manescalchi, Riviste di poesia del secondo Novecento a Firenze nella memoria di Franco Manescalchi, Firenze, Polistanpa, 2017

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di Giuseppe Panella

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Quale è stato il ruolo di Franco Manescalchi nella cultura poetica del secondo Novecento a Firenze?

In che modo questo ruolo è stato centrale non cos’altro che a livello di testimonianza?

Il libro, attraverso la memoria evocata e ancora viva dei fatti, cerca di dare una risposta a questa domanda. Le riviste le cui vicende vengono riproposte ed evocate nel nucleo centrale del libro sono state parte importante della ricostruzione culturale del paese all’alba della caduta del fascismo e in vista della fondazione di una nuova coscienza morale e politica per l’Italia repubblicana appena nata. Nel primo dopoguerra, infatti, insieme alla continuazione di riviste già consolidate e nate in periodo fascista (L’Approdo di Carlo Betocchi, Letteratura di Alessandro Bonsanti, ecc.), sorgono e vivono, spesso come meteore, espressioni di gruppi ristretti di intellettuali e di scrittori che si pongono il compito di svecchiare la cultura provinciale fiorentina (e italiana), proponendo giovani autori, rilanciando correnti e personaggi apparentemente dimenticati, creando occasioni d’incontro e di amicizia letteraria.

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SUL TAMBURO n.65: Cinzia Della Ciana, “Passi sui sassi”

Cinzia Della Ciana, Passi sui sassi, prefazione di Adriana Gloria Marigo, Arcidosso (Grosseto), Effigi, 2017

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di Giuseppe Panella

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Si tratta della prima raccolta di poesie di Cinzia Della Ciana ad essere pubblicata in forma organica ma non è certo il suo primo tentativo di scrittura lirica e di messa in scena poetica del suo universo interiore. La tentazione della poesia, infatti, attraversa da sempre la sua scrittura e la sua modalità di intervento letterario e anche il suo romanzo d’esordio (Acqua piena d’acqua pubblicato per il medesimo editore nel 2016) non è mai privo di concessioni alla liricità di una narrazione densa di eventi descrittivi e non soltanto aneddotici o puramente narrativi.

Passi sui sassi è un libro “petroso”, scabro, rotto, frantumato, impietoso. Scrive Adriana Gloria Marigo nella sua densa Prefazione alla raccolta della Della Ciana:

«In questo scenario petroso, la parola di Cinzia Della Ciana segue la specchiatura: la parola è scelta e al contempo proviene dalle profondità psichiche, dagli ascendenti culturali, da certe radicalizzazioni geoantropologiche, dal centro di una terra che risuona di voci trecentesche, molto sonore. È parola che s’aggruma attorno al suono bruno di densità potente e arcaica, parola che sembra coniata nella fucina di Vulcano, parola che non necessita d’aggettivazione tanto s’avvale di specificità immediata, verticale, regale, austera e che si distende in stellazioni semantiche provenienti dalla capacità di rinnovare “i contorni più sottili delle parole” (Walter Pater)» (p. 8).

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SUL TAMBURO n.64: Amelia Casadei, “La grotta della Chimera”

Amelia Casadei, La grotta della Chimera, Firenze, Polistampa, 2017

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di Giuseppe Panella

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Chi abita la grotta della Chimera? Tanti personaggi bizzarri e misteriosi, tante figure diseguali e inespresse, tante occasioni perdute. La Chimera è il simbolo dell’imprevedibile e dell’aspirazione all’altrove, il suo volto impaurisce e sconvolge, il suo rito fondativo è l’aspirazione umana a trovare quello che non c’è laddove il piacere e il dolore si esauriscono e svaniscono tra i bagliori guizzanti della speranza e dell’amore.

 

Non so se fu un dolce vapore, / Dolce sul mio dolore, / Sorriso di un volto notturno: / Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti / E l’immobilità dei firmamenti / E i gonfii rivi che vanno piangenti /
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti / E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti / E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera (Dino Campana, Notturni. La Chimera)

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Emiliano Gucci, “L’ umanità”

Emiliano Gucci, L’umanità,  Elliot, 2010, 157 p

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di Gabriele Lastrucci

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Vola alta, parola, cresci in profondità,

tocca Nadir e Zenit della tua significazione,

però non separarti da me,

ti prego,

sii Luce,

non disabitata trasparenza.

(Mario Luzi)

Non scriverti tra i Mondi,

Al margine della traccia di lacrime

Impara a vivere.

(Paul Celan)

Qual è l’Umanità di cui scrive Gucci in questo potente e necessario libro?

O, meglio, quali sono le plurali e dolorose umanità protagoniste di questo testo meravigliosamente straziante e neramente luminoso di cui l’autore toscano è portatore e, insieme, tragico e appassionato demiurgo-spettatore?

E, in fondo, chi siamo noi, smarriti cercatori di popolate e sanguinanti solitudini?

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SUL TAMBURO n.63: Virgilio Moretti, “Il vicinato e i campi. Elegie”

Virgilio Moretti, Il vicinato e i campi. Elegie, Siena, Editrice Il mio amico, 2015

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di Giuseppe Panella

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C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per ridere e un tempo per piangere, un tempo per seminare e un tempo per sradicare le piante, un tempo per parlare e un tempo per tacere – ammonisce Salomone il saggio nell’Ecclesiaste. Il tempo delle culture agrarie da sempre è scandito da eventi sempre uguali e mossi da moventi sempre simili nelle attese e nei risultati: la semina, la crescita delle piante, dei fiori e dei frutti, la raccolta, la vendemmia, la conservazione dei prodotti ottenuti, la programmazione sempre la stessa e sempre diversa del futuro prossimo.

I riti agrari che si tingono di religiosità diffusa e spesso inconsapevolmente pagana, la conservazione di pratiche tradizionali tramandate nel tempo, la sicura ripetizione di pratiche antiche e legate alle generazioni scandiscono i ritmi delle Opere e i giorni che Virgilio Moretti riscrive nel suo libro. Come Esiodo ha fatto nel poemetto che lo ha consegnato alla storia della letteratura occidentale, l’esame delle attività agricole più significative è legata al loro significato mitico-cultuale e alla loro dimensione psicologica. L’opera esiodea viene classificata come un testo didascalico e descrittivo ma ovviamente si tratta di un giudizio troppo riduttivo: il poeta greco di Ascra abbozza nella sua analisi dell’attività lavorativa rurale del tempo suo una scansione narrativa legata a una vera e propria filosofia della storia (il passaggio dall’Età dell’Oro della felicità produttiva primigenia all’Età del Ferro attuale cui si giunge dopo aver attraversato l’Età dell’Argento, del Bronzo e degli Eroi) e le attività lavorative dei contadini vanno inquadrate in questo contesto generale (e drammaticamente pessimistico).

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SUL TAMBURO n.62: Stefano Petruccioli, “I miglioratori del mondo. Utopia e democrazia tra letteratura, fumetto, filosofia”

Stefano Petruccioli, I miglioratori del mondo. Utopia e democrazia tra letteratura, fumetto, filosofia, Bergamo, Moretti & Vitali, 2017

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di Giuseppe Panella

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Prima di tutto bisogna chiedersi chi siano “i miglioratori del mondo”. Sono coloro i quali aspirano, in realtà, più che a migliorarlo e a renderlo più adeguato alle esigenze umane, a cambiare il mondo in profondità, a creare un nuovo modello di Uomo, a rendere la vita perfetta e agibile per sempre e non solo per il limitato orizzonte di ogni individuo che vive nel presente. “I filosofi finora si sono limitati a interpretare il mondo, si tratta però di cambiarlo” – hanno scritto Karl Marx e Friedrich Engels nella undicesima delle loro Tesi su Feuerbach. Il fatto è che per rendere la realtà umana abitabile e gestibile per tutti, per portare la felicità sulla Terra, per permettere al mondo di essere ordinato, confortevole e compiutamente trasformato, libero dagli impacci della Storia e dalle angosce della mancanza di libertà e dell’impossibilità di sopravvivere senza stenti e sofferenze, quello stesso mondo deve essere distrutto e il nuovo sorgere sulle macerie del vecchio. Occorre distruggere il presente per organizzare il futuro, è necessario cancellare il passato per preparare in maniera adeguata l’avvenire dell’umanità. Si tratta di realizzare in modo compiuto e onorevole l’utopia che permetterà di cancellare diseguaglianza e dolore e instaurare il regno della libertà e dell’uguaglianza umana. Questo può compare perdite umane e dolore e sofferenza a chi si oppone al cambiamento o la fine di intere generazioni ed epoche della vicenda umana: c’è da pagare un prezzo di illibertà e di sopraffazione per una libertà futura mai conosciuta prima e per la felicità possibile da ottenere per tutti al costo dell’infelicità di alcuni. Ogni rivoluzione, ogni trasformazione storica, ogni cambiamento epocale comporta questo necessariamente. Ma quello che bisogna chiedersi è se questa palingenesi, questa “grande trasformazione” avverrà da davvero. I “miglioratori” miglioreranno davvero il mondo?

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SUL TAMBURO n.61: Andrea Verri, “Per la giustizia in terra. Leonardo Sciascia, Manzoni, Belli e Verga”

Andrea Verri, Per la giustizia in terra. Leonardo Sciascia, Manzoni, Belli e Verga, prefazione di Ricciarda Ricorda, Mira (Venezia), ArtPrint Editrice, 2017

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di Giuseppe Panella

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La bibliografia su Leonardo Sciascia e la sua produzione letteraria, saggistica, aforistica, teatrale (e chi più ne ha più ne metta) è ormai così vasta e così ampia da risultare incontrollabile anche al più attento dei critici e /o dei lettori. Questa raccolta di saggi di Andrea Verri sarebbe sfuggita anch’essa se non fosse per l’originalità delle connessioni e dei rapporti che costruisce a partire dallo scrittore siciliano per giungere a lambire e affrontare gran parte della cultura letteraria italiana. La cultura letteraria dispiegata da Sciascia nelle sue opere è stata enorme e i collegamenti presenti nella sua produzione sono stati di grande ampiezza e notevole qualità fino a formare una vera e propria ragnatela di riferimenti letterari. L’intertestualità, quindi, come tecnica di indagine a livello di analisi della tessitura stilistica e ideologica presente nelle opere dello scrittore siciliano costituisce il contributo metodologico più significativo presente in questo volume di Verri mentre a livello tematico molto significativi sono i diversi sondaggi compiuti riguardo la sua relazione con alcuni autori classici italiani e il suo possibile riscontro nel complesso della produzione stessa sciasciana.

Come annota Ricciarda Ricorda nella sua intensa prefazione al volume:

L’attenzione al dato etico sembra essere il filo rosso che consente di accostare all’analisi del manzonismo di Sciascia il rilevamento del suo interesse per Belli, la cui continuità nel tempo Verri riporta a ragione proprio alla dimensione morale evidente nella produzione del poeta ottocentesco. Anche in lui, dunque, lo scrittore siciliano cerca quanto più gli sta a cuore, cerca, nonostante tutte le differenze e la distanza, se stesso» (p. 3).

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SUL TAMBURO n.60: Paola Rondini, “Crepapelle”

Paola Rondini, Crepapelle, Roma, Intrecci Edizioni, 2017

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di Giuseppe Panella

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Un romanzo enigmatico, un romanzo ricco di pathos, un romanzo che allude a una realtà sfuggente e disorientata, un romanzo senza idillio – e si potrebbe continuare a lungo a inanellare definizioni per un testo narrativo ricco e straziato come questo, frutto di una deliberata volontà di nascondere i retroscena per potere (e sapere) mostrare meglio ciò che soprattutto conta e che viene esibito sulla scena della realtà sconcertante e senza asse centrale che si trova costretto a mettere in evidenza.

La cifra stilistica di quest’opera narrativa è, infatti, l’allusione: gli eventi narrati vengono accennati, sfumati, avvolti in una nebbia di dubbio o allucinati dalla mente di chi li vive ma mai descritti per quello che sono stati veramente (o che si presume siano stati). I diversi personaggi che si succedono sulla scena non sanno che cosa vogliono o che cosa hanno voluto fare: non lo sa il dottor Giacomo Selvi nel momento in cui compie scelte decisive per la sua vita, non lo sa Greta Lensi quando decide di sottoporsi a una complessa operazione di chirurgia estetica che dovrebbe riportare il suo volto alla passata freschezza e giovinezza, non lo sa l’astrofisico Edoardo Valori quando distribuisce per strada, davanti alla casa di riposo per anziani in cui vive, dei fogli che contengono la rappresentazione della lemniscata di Bernouilli il che gli permette di continuare a pensare di avere un ruolo nella vita di chi incontra per caso. Il racconto della vicenda umana e sentimentale di Edo la cui fidanzatina Giselda muore per un tragico errore durante un rastrellamento di guerra ad opera dei tedeschi è al centro del romanzo e rappresenta il cuore pulsante della narrazione. La sua scoperta di un mondo parallelo a quello reale, un “infundibolo” (per dirla con un’espressione ricreata da Kurt Vonnegut nel suo Le sirene di Titano utilizzando un’analoga creazione linguistica di Beckett), lo porta a costruirsi un mondo tutto proprio mediante il quale sfuggire al dolore della perdita della persona amata e all’angoscia della vita quotidiana durante le vicende della guerra.

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SUL TAMBURO n.59: Emiliano Gucci, “Voi due senza di me”

Emiliano Gucci, Voi due senza di me, Milano, Feltrinelli, 2017

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di Giuseppe Panella

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Un bambino morto in circostanze misteriose osserva ciò che accade ai suoi genitori nel corso di vent’anni della loro vita e trova che poco o nulla è cambiato in essa. Sembra una variazione sul tema del Sesto senso (il film d’esordio di M. Night Shyamalan del 1999) o una ripresa di Amabili resti (romanzo di Alice Sebold del 2002, film di Peter Jackson nel 2009). Ma le cose non stanno così.

Il punto di vista del bambino non è l’unico a costituirsi come l’angolazione del romanzo di Gucci: lo sguardo dall’alto viene spesso sostituito e si intreccia con quello dei due protagonisti Michele e Marta. I punti di vista, quindi, alla fine risultano tre: quello del bambino defunto che non ha nome e che risulta senza età registrabile, quello dell’uomo il cui tentativo di recupero sentimentale con Marta viene descritto nella prima parte del romanzo, quello della donna che cerca di ritrovare l’uomo che ha perso come compagno di una vita insieme al bambino scomparso.

Tra i due protagonisti si apre uno iato legato all’incidente in cui il loro figlioletto è morto: non si saprà mai, infatti, se è perito vittima di un incidente dovuto a trascuratezza o goffaggine della mamma oppure sia stata lei a mettere fine alla vita del suo bambino in un momento di aberrazione e di perdita di senso. Il rapporto tra i due innamorati si interromperà in quel momento e non verrà più recuperato anche successivamente – inoltre sulle spalle della madre rimarrà sempre a pesare il dubbio che sia stata proprio lei a far morire il proprio figlio (così infatti il paese in cui abitavano interpreterà la vicenda condannando la mamma all’infamia del delitto volontario).

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Walter Benjamin: uno sguardo al futuro. Saggio di Marco Fagioli

Walter Benjamin: uno sguardo al futuro. L’edizione critica di L’opera d’arte nel tempo della sua riproducibilità tecnica

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di Marco Fagioli

 L’edizione critica e sinottica delle cinque versioni di L’opera d’arte nel tempo della sua riproducibilità tecnica, a cura di Salvatore Cariati, Vincenzo Cicero e Luciano Tripepi (testi a fronte, direttore Giovanni Reale, Bompiani, Firenze-Milano 2017) rappresenta senza dubbio l’episodio più rilevante della critica benjaminiana in Italia, dopo le due diverse edizioni delle Opere presso Einaudi.

In Italia L’opera d’arte (Kunstwerkaufsatz), dopo la sua apparizione nel 1966, nella traduzione di Enrico Filippini con la prefazione “storica” di Cesare Cases, e il diverso titolo di L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, era uscita nelle sue diverse redazioni nel 2004 e 2006, a cura di Enrico Ganni, sempre nella versione Filippini; nel 2011 ancora Filippini, a cura di Francesco Valagussa con un saggio di Massimo Cacciari, nel 2012 tutte e tre le versioni (1936-1939) nella traduzione di M. Baldi per la cura di Fabrizio Desideri, nel 2012 la traduzione di R. Rizzo a cura di F. Ferrari, ancora per la prima stesura dattiloscritta (1935-36), a cura di A. Pinotti e A. Somaini, la seconda versione (1936) tradotta da Giulio Schiavoni e infine la prima versione nel 2016 a cura di M. Montanelli e M. Palma.

La letteratura critica sul libro di Benjamin, stando alla bibliografia riportata nel volume, elenca ottanta titoli, senza contare la miriade di recensioni e articoli apparsi in giornali e riviste. L’opera d’arte è stato dunque lo scritto di Benjamin più studiato in Italia e nella storia della sua critica si può definire il succedersi delle diverse interpretazioni.

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SUL TAMBURO n.58: Simona Lo Iacono, “Il morso”

Simona Lo Iacono, Il morso, Vicenza, Neri Pozza, 2017

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di Giuseppe Panella

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Il titolo del quinto romanzo di Simona Lo Iacono (vincitrice nel 2017 della trentesima edizione del Premio Chianti con Le streghe di Lenzavacche, pubblicato dalle Edizioni E/O) si può estrarre dai versi di Salvatore Quasimodo che fanno da epigrafe al libro. I versi, citati dalla raccolta Giorno dopo giorno del 1947, esprimono lo strazio e l’angoscia legati alle vicende della guerra appena finita e le cui macerie sono ancora visibili agli occhi di tutti: “Vi riconosco, miei simili, / o mostri della terra. / Al vostro morso è caduta la pietà, / e la croce gentile ci ha lasciati. / E più non posso tornare nel mio eliso”. Il “morso”, di conseguenza, rappresenta il male di vivere, il dolore che nasce dalla sofferenza inflitta da chi ha dimenticato la propria umanità, l’impossibilità di condividere con gli altri esseri umani sentimenti di amore e di compassione. Lucia Salvo è soggetta alla necessità del male che la colpisce improvvisamente e inopinatamente, il “fatto”, gli attacchi epilettici che la lasciano stravolta e quasi annientata e che hanno convinto gli altri della sua natura di creatura “babba”, stupida, pazza, incapace di ragionare correttamente. Mandata a servizio a Palermo dalla nativa Siracusa, la ragazza si trova ad essere oggetto dei desideri lascivi del Conte figlio i cui desideri nella vita si riducono essenzialmente alla soddisfazione del ventre (i cibi succulenti ed elaborati che vengono cucinati dai “monsù”, i cuochi di scuola francese che dettano legge sul gusto delle grandi famiglie patrizie di Palermo) e al godimento sessuale ottenuto facilmente grazie a signorine mercenarie e compiacenti. Lucia, appena arrivata a palazzo e sottoposta al controllo severo e minuziosamente feroce del nano Minnalò, si rifiuta di soggiacere al desiderio impetuoso e insincero del Conte figlio, sempre in attesa del matrimonio combinato con Assunta Agliata, una ragazzina testarda e capricciosa che patti di alleanza precedenti e legati di famiglia gli impongono di prendere in sposa. Questo suo rifiuto così inconsueto per l’uomo lo getterà in una crisi profonda che lo condurrà poi successivamente alla consapevolezza della vera natura dei propri istinti sessuali (e a ri-conoscere il proprio desiderio omosessuale nei confronti del “castrato signorino”, il cantore di famiglia innamorato di lui).

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Ann Lawson Lucas, “Emilio Salgari. Una mitologia moderna tra letteratura, politica, società, volume I”

Ann Lawson Lucas, Emilio Salgari. Una mitologia moderna tra letteratura, politica, società, volume I, Fine secolo. 1883-1915. La verità di una vita letteraria, Firenze, Leo S. Olschki editore, «Biblioteca dell’Archivum Romanicum» (456), 2017, 441 pp.

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di Luca Di Gregorio (Université de Liège)

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Appassionata traduttrice e studiosa di alcuni nostri classici della cosiddetta letteratura per l’infanzia (ha volto in inglese, di recente, Le avventure di Pinocchio di Collodi), Ann Lawson Lucas, con questo nuovo lavoro edito da Olschki, rinnova il dialogo con Emilio Salgari, dialogo che intrattiene ormai da cinquant’anni, dalla metà degli anni Sessanta ai nostri giorni. Qui più che altrove, il discorso dell’autrice si fa ambizioso, dando l’avvio a un’impresa in più volumi che vorrebbe essere esaustiva, nonostante accampi, qua e là, una certa modestia.

Di fatto, non ci troviamo di fronte, almeno per quanto riguarda questa prima uscita, a un opus perfectum. Certo, i tre volumi seguenti —dedicati alla ricezione fascista di Salgari, alla riabilitazione critica tra 1945 e 2000 e infine agli ormai vastissimi materiali bibliografici — colmeranno, con buona probabilità, i non pochi vuoti relativi ad aggiornamenti e ad argomenti non banali, frequentati da un più o meno giovane gruppo di studiosi, negli ultimi tre lustri almeno. Insomma, si ha come l’impressione che la Lawson Lucas, in questo primo volume, ricuperi, seppur in modo parziale, analisi e sequenze critiche già consegnate a La Ricerca dell’ignoto. I romanzi d’avventure di Emilio Salgari, saggio diversamente importante, uscito sempre per Olschki, ma nel 2000.

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SUL TAMBURO n.57: Fabrizio Coscia, “La bellezza che resta”

Fabrizio Coscia, La bellezza che resta, Siena, Melville Edizioni, 2017

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di Giuseppe Panella

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Con questo suo non facilmente definibile testo narrativo (né romanzo, né saggio, né testo di critica letteraria), Fabrizio Coscia tenta un’interpretazione molto azzardata e molto affascinante del problema fondamentale di ogni vita umana: quello della morte che attende tutti ma che ognuno vive, fino all’ultimo, a modo suo – con rassegnazione, con coraggio, con rabbia, con volontà di sapere, con la certezza che dopo il trapasso ci sarà un’altra vita, con la sicurezza che dopo di lui non ci sarà più nulla, con pudore, con sfrontatezza, con desiderio …

Coscia esamina, con la consueta acribia, le opere finali di una serie di intellettuali e di artisti verificando, attraverso una ricostruzione del loro dispositivo formale ma anche ovviamente del loro contenuto, come scrivendo o componendo o registrando opere musicali (è il caso di Glenn Gould) o dipingendo, essi si siano avviati alla morte, si siano apprestati “a cominciare a morire” (come dice un personaggio del romanzo Chadži-Murat di Tolstoj, il soldato Avdèev, che è stato ferito gravemente e che sa che la sua vita è al termine).

E’ il caso dell’”ultima stazione” di Tolstoj – la sua fuga finale che culminerà con la morte in una piccola stazione, Astàpovo, sulla linea ferroviaria a duecentocinquanta miglia a sud-est di Mosca.

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