SUL TAMBURO n.29: Maria Roccasalva, “La compagnia dei naufraghi”

maria-roccasalva-la-compagnia-dei-naufraghiMaria Roccasalva, La compagnia dei naufraghi, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2014

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di Giuseppe Panella

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Con questo suo romanzo (che non è certo il suo ultimo, dato che nei primi mesi del 2016 ha pubblicato Il Chiostro dei Miracoli, sempre per Pironti di Napoli), Maria Roccasalva prosegue il suo percorso storico attraverso la Napoli sconosciuta e misteriosa del Medioevo e dell’età in cui la grande città partenopea era ancora libera e non era ancora stata conquistata da Angioini o Aragonesi o Borboni e sempre in lotta perenne con lo Stato della Chiesa che avrebbe voluto sottometterla definitivamente. Esemplari per questa sua ricerca letteraria e antropologica insieme restano alcuni suoi testi narrativi, in particolare la Trilogia di Costantinopoli (Intrigo a Costantinopoli, 2008; Il Danubio non parla latino, 2009; È notte anche per me, 2010, tutti per lo stesso editore Pironti).

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Poesie come “nodi e vertigini”

nodi-e-vertigini-sylvia-zanottoSylvia Zanotto, Nodi e vertigini, Nardini Editore, 2016, pp. 206, 14,00€

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di Stefano Lanuzza

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Mentre le maggiori case editrici italiane rimuovono le collane dedicate alla poesia, tocca a pochi editori cosiddetti ‘piccoli’ – ma, invero, coraggiosi e lungimiranti – promuovere le ragioni anche sociali e la stessa esistenza pubblica dei poeti. È il caso dell’editore fiorentino indipendente Nardini, il quale, scommettendo su una poiesis affrancata dal commercialismo mediatico e trasvalutando la dominante ‘prosa della contabilità’, propone, alla fine del 2016, la cospicua raccolta di versi Nodi e vertigini (pp. 206) di Sylvia Zanotto; che, poetessa senza mercatura e talentuosa traduttrice (sua, presso Barbés, l’empatica ‘trasposizione’ del 2012 di Sang damné, 2011, di Alexandre Bergamini), così s’ammonisce: “Hai imparato a scrivere. Ma non a far di conto”. E la vita? “La traduco”. Aggiungendo con un’ombra di mestizia: “Io sono / pesante. / Scrivo ma non so niente”. Come richiamandosi al Paul Celan che nel suo Diario scrive: “Io sono pesante. Leggeri sono gli stronzi”.

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Punctum… ozio magi-stralis su “Il femminile e l’immaginario”

opera-mralloPunctum… ozio magi-stralis su “Il femminile e l’immaginario”*

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di Antonino Contiliano

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Non mi amo così come sono,

ma sono così come mi amo.

Narciso

L’identità gender, in ogni immaginario sociale e individuale, ha ragione d’essere solo nei modelli (l’ordine simbolico proprio ad ogni contesto storico-temporale quanto atemporale) delle soggettivazioni. Processi che, come i vari prototipi di macchine (o altro) prodotti dell’industria nei/dai contesti storici e contingenti – innescati dall’industria materiale e/o immateriale –, non sfuggono alla modellistica della situazione in corso d’opera della produzione e riproduzione (sempre rivoluzionaria, K. Marx). Sono i modelli cioè che nel loro divenire amalgamano la biologia naturale, le norme sociali e l’educazione, la cultura e il potere politico di classe vs le “minoranze” (specie il bio-potere della bio-politica della realtà a noi contemporanea). Il maschile e il femminile, così, al di fuori della relazione dei termini e delle connessioni con le extra-contiguità dei casi, non hanno sostanzialità alcuna. Cosa che, crediamo, può essere seguita scorrendo l’ordine schematico appresso fotogrammato:

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Quella frontiera impalpabile di Pablo Besarón.

pablo%ef%bb%bf-besaron-effetti-collateraliPablo Besarón, Effetti collaterali, A cura di Livio Santoro, Salerno, Arcoiris, 2016, pp. 124, euro 11,00.

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di Primo De Vecchis

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Mi sono imbattuto nello scrittore argentino Pablo Besarón qualche anno fa, quando stavo indagando sul tema della cospirazione politica in Roberto Arlt. Besarón infatti è l’autore di un pregevole volume di saggi letterari dal titolo La conspiración: Ensayos soble el complot en la literatura argentina [La cospirazione: Saggi sul complotto nella letteratura argentina]. Tra questi spiccano i saggi su Arlt: Ficción, política y conspiración [Arlt: Finzione, politica e cospirazione], su Borges y la conspiración como utopía social [Borges e la cospirazione come utopia sociale], su Rodolfo Walsh: Conspiración y Resistencia [Rodolfo Walsh: Cospirazione e Resistenza]. Ma il volumetto indaga anche le figure più o meno note di Mariano Moreno, Esteban Echeverría, Domingo Faustino Sarmiento, José Marmol, Julián Martel, Gustavo Perednik e Ricardo Piglia. Il tema del complotto, della cospirazione (che può deragliare nel complottismo e nel cospirazionismo) è particolarmente legato al postmodernismo nordamericano.

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SUL TAMBURO n.28: Pasquale Vitagliano, “Habeas corpus”

pasquale-vitagliano-habeas-corpusPasquale Vitagliano, Habeas corpus, Lavagna (Genova), Edizioni Zona, 2015

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di Giuseppe Panella

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L’habeas corpus come pratica giuridica, introdotta per la prima volta il 15 giugno del 1215 per effetto della ratifica della Magna Charta ad opera del re Giovanni Senza Terra, costretto ad accettarla dalla volontà imperiosa dei suoi baroni in rivolta, è una delle pietre miliari del diritto e della civiltà europea, soprattutto nei paesi dove vige la Common Law e in cui tale principio è stato applicato ininterrottamente fin da allora. La sua base applicativa implica l’impossibilità di essere accusati senza un’accusa precisa e di essere detenuti sulla base di un semplice sospetto dovuto all’arbitrio di un giudice o di un sovrano. Grazie all’habeas corpus, non è possibile in Inghilterra e negli Stati Uniti d’America incarcerare nessuno senza un’accusa precisa e senza un mandato giudiziario – la richiesta di arresto, quindi, deve essere suffragata da accuse precise.

Ma perché intitolare ad esso un libro di liriche appassionate come è questo di Vitagliano?

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L’arte della nausea. Stefano Scrima, “Nauseati”

stefano-scrima-nauseati“La vita mi fotte, non ce la intendiamo. Devo prenderla a piccole dosi, non tutta assieme” (Charles Bukovski, Il capitano è fuori a pranzo, 1998)

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Stefano Scrima, Nauseati, Stampa Alternativa, 2016, pp. 96, € 12,00

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di Stefano Lanuzza

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Cos’è la nausea esistenziale, quella provocata dall’inadattabilità al contesto ‘umano-troppo-umano’ e al mondo? E quanti nomi può assumere simile sentimento declinato anche come disgusto, schifo, fastidio, noia, ribrezzo, repulsione?… Al pari del nichilismo, che può essere attivo contro lo stato di cose oppure passivo e inerte, ripiegato su se stesso, senza conoscenza fuori di sé o autoreferenziale, c’è una nausea come ‘pensiero forte’ o alacre metodo critico: avanzato, per esempio, da Erich Fromm avverso al consumismo che “crea un clima di superfluità, di eccesso e nausea” e coniuga “la nausea di avere” con la nausea di essere (cfr. Superfluo e nausea della nostra società, 1971). C’è inoltre la nausea che insidia l’esistenza e ne denigra il senso producendo quel vuoto disperante percepito e, nello stesso tempo, possibilmente esorcizzato dalla filosofia, dalla letteratura, dall’arte.

Dopo Esistere forte. Ha senso esistere?, libro del 2013 incentrato su Sartre Camus Gide, cruciale triade filosofico-letteraria novecentesca, Stefano Scrima, giovane filosofo ricco di talento letterario, completa una coerente dilogia con l’opera neoesistenzialista Nauseati (Viterbo, Stampa Alternativa, 2016, pp. 96, € 12,00), florilegio con una cospicua serie di protagonisti, maestri umbratili di un’‘arte della nausea’ che, mentre “sentono mancare un senso all’esistenza”, fanno della loro condizione apparentemente negativa uno strumento artistico produttivo di bellezza.

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SUL TAMBURO n.27: Il fascino discreto della pedagogia. Michela Murgia, “Chirù”

michela-murgia-chiruIl fascino discreto della pedagogia. Michela Murgia, Chirù, Torino, Einaudi, 2015

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di Giuseppe Panella

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È singolare come il percorso letterario e tematico di Michela Murgia coincida (ma in modo palindromicamente rovesciato) con quello di uno scrittore da lei molto lontano come Flaubert. All’inizio, la scrittrice sarda ha redatto uno Sciocchezzaio o Dizionario dei luoghi comuni con il suo libro d’esordio (Tutto il mondo deve sapere, Milano, Isbn Edizioni, 2006 – una raccolta vibrante di aneddoti di cronaca vissuta e di (mal)costume cui si è ispirato anche il regista Paolo Virzì per un suo film non troppo ben riuscito, Tutta la vita davanti del 2008). Poi si è cimentata con il suo Salammbô (la Sardegna ancora arcaica dei riti e delle credenze in un mondo soprannaturale dove c’è spazio per chi, da psicopompa, accompagna i non ancora defunti nel regno dei morti) e anche con una possibile Madame Bovary sempre con lo stesso, magnifico romanzo, Accabadora (Torino, Einaudi, 2009) dedicato com’è alla descrizione dell’infanzia e del passato remoto riletto nel presente.

E ora con questo suo ultimo Chirù prova a redigere la propria, personale Educazione sentimentale, anche se non ci riesce del tutto compiutamente.

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Firenze in “prosa d’arte”. Francesco Gurrieri, “Altri frammenti narrativi”

francesco-gurrieri-altri-frammenti-narrativiFirenze in “prosa d’arte”. Francesco Gurrieri, “Altri frammenti narrativi”

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di Stefano Lanuzza

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Sono elzeviri, brevi racconti e fulminanti saggi coniati in preziosa “prosa d’arte” d’ascendenza leopardiana e rondista i nuovi scritti che Francesco Gurrieri, architetto di fama e letterato, raduna nel libro Altri frammenti narrativi (Firenze, Edizioni Clichy-Leonardo, 2016, pp. 124, € 10,00), dove l’incipit dedicatorio marca nella figura anaforica di struggenti «Vorrei» nostalgie che il tempo ha trasformato nel sogno di un cielo d’Islanda solcato dal volo arcano di chimerici uccelli «che non sono corvi né gabbiani».

Senonché accade che ogni tono idilliaco debba presto cedere il posto al pamphlet sciolto nell’accorata critica delle comunicazioni di massa che molto spesso, sempre più impudenti, altro non sanno trasmettere se non la peculiare, ipertrofica ignoranza di taluni carneadi o tenutari che le gestiscono. Così, a proposito dei conflitti che aduggiano l’umana convivenza, può capitarti di dover sentire, durante una trasmissione radiofonica, la voce d’un ignorantone in carriera (se «per ignoranza intendiamo» vorrebbe sdrammatizzare Gurrieri «la “condizione culturale di chi, semplicemente, ignora”») strologare sulla rivalità fra Coppi e tal “Bartàli”… Ma come, alla radio hanno detto Bartàli, hanno detto?! Un calpestio di ciabatte rintrona nelle orecchie, un velo nero cala davanti agli occhi; ed è un senso di vuoto, autentico horror vacui, sconfortata cenofobia quanto coglie il malcapitato ascoltatore lasciandolo basito… Ennò, Bartàli non si può sentire, non si può sopportare: «“Bartàli” non lo dovevano dire» s’inquieta l’autore.

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SUL TAMBURO n.26: Francesco Azzirri, “Sostanze in fiera”

francesco-azzirri-sostanze-in-fieraFrancesco Azzirri, Sostanze in fiera, Buccino (Salerno), Eretica Edizioni, 2015

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di Giuseppe Panella

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I quattro elementi sono al centro della ricerca poetica che inaugura questa prima produzione lirica di Francesco Azzirri. Acqua fuoco terra e aria si inseguono e si susseguono in un andirivieni di sensazioni, di sogni, di incerti movimenti e di osservazioni puntuali.

Nell’aria predominano le Creature, esseri un po’ misteriosi e un po’ fatui che si aggirano per il mondo cercando di farsi comprendere dagli uomini e dando loro l’occasione di stupirsi:

«Il maledetto (o impiccato). Strapiombo d’altura / giaciglio sghembo / riempito / da un albero aggobbito. // Il ramo s’inchina / tra ruvide braccia / galante s’insinua / nel vuoto s’affaccia / disposto ad amare / la forca di cordame. // E gira a mezz’aria / l’umana vertigine / in tenebra giostra. // Sconfitta creatura / – rondella carnale – / al margine, in bilico / perno infernale. // La fronte rivolta / in cielo di vene / tra nuvolo marmo / specchiato di fiele. // Immerso nel vuoto / perso è il traguardo / al prodigo ed aulico / voltato lo sguardo. // E cercano gli occhi / permeati del torto / l’appiglio di un conforto» (p. 19).

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Sulla giustificazione (rechtfertigung)

sulla-giustificazioneSulla giustificazione (rechtfertigung)

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di Domenico Carosso

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1.

Intanto, ecco quel che scrive Wlodek Goldkorn ne Il bambino nella neve :

«Noi, i viventi, dobbiamo essere giudicati per le nostre azioni, non per il passato dei nostri genitori, o per il modo in cui morirono i nostri nonni, le nostre zie, i nostri cugini. Nella capacità di rivolta e nel discernimento sta l’essenza del nostro essere nel mondo».

W. Glodkorn riprende la parola ebraica “Tikkun”, che significa riparazione, per lui il mondo è e rimarrà senza riparazione, per la Arendt e per M. Walser le cose si pongono diversamente, nonostante che per entrambi il male trionfi, nell’epoca passata, presente e futura, come banalità del male.

La giustificazione è però, per essere corretti e precisi, quella che nel mondo tedesco segnò la separazione dalla chiesa cattolica dei cristiani protestanti, che “protestarono”, tra l’altro, per la vendita delle indulgenze. I protestanti lavorarono da allora in poi, a cogliere da san Paolo, dalla sua lettera ai Romani, il problema della giustificazione non a partire dalle opere, ma per la bontà e bellezza del sacrificio di Cristo. Per loro siamo giustificati per il sangue e il nome di Cristo…

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SUL TAMBURO n.25: Renzo Paris, “Il fenicottero. Vita segreta di Ignazio Silone”

renzo-paris-il-fenicottero-vita-segreta-di-ignazio-siloneRenzo Paris, Il fenicottero. Vita segreta di Ignazio Silone, Roma, Elliott, 2014

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di Giuseppe Panella

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Consacrato ormai dalla pubblicazione dei due Meridiani intitolati a suo nome, ancora ristampato in edizioni tascabili a larga diffusione, Silone è un autore abbastanza letto (considerati i bassissimi standard italiani) soprattutto su base scolastica ma ormai poco frequentato dalla critica letteraria militante e anche da quella accademica. In realtà, la sua parabola esistenziale è stata maggiormente oggetto di ricerca da parte di storici contemporanei come Dario Biocca e Mauro Canali1 le cui affermazioni circa l’attività da doppiogiochista e informatore dell’OVRA di Silone hanno suscitato ampie polemiche e dure prese di posizione. Certo fin dall’uscita del suo testo autobiografico contenuto in Il Dio che è fallito (poi confluito in Uscita di sicurezza2), la sua figura di transfuga dal Partito Comunista ai tempi delle purghe staliniane e della lotta antifascista aveva gettato su di lui la lunga ombra del tradimento. Ma il libro di Renzo Paris che prende spunto dal termine usato dai comunisti in clandestinità per definire se stessi va al di là anche delle pur importanti ricerche archivistiche di Canali e di Biocca e tenta un affondo nella complessa e spesso contorta personalità di Silone con l’aiuto della psicologia del profondo e di Carl Gustav Jung (come pure dello stretto collaboratore di quest’ultimo di cui lo scrittore pescinese fu probabilmente un paziente, sia pure per un breve periodo). Ma l’importanza di questo romanzo-saggio di Paris non è costituito dalla sua ricostruzione minuziosa e perspicua dei primi trenta anni di vita di Ignazio Silone.

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Quale Europa… Tra due eccellenti testimoni. L-F. Céline (di Stefano Lanuzza) e T. De Mauro

copertina-celine-lanuzzaQuale Europa… Tra due eccellenti testimoni. L-F. Céline (di Stefano Lanuzza) e T. De Mauro

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di Antonino Contiliano

Dopo il discorso sul divenire-Europa (1 Settembre 2016), svolto a proposito dell’Europa odierna da Tullio De Mauro – noto linguista italiano – nell’atrio del “Carmine” di Marsala in occasione della Cittadinanza onoraria conferitagli dall’attuale Amministrazione cittadina in carica, un altro discorso scritto (legato al luogo-tempo Europa) è presente in Città.

Il discorso altro sull’Europa è invece il Céline testimone dell’Europa di Stefano Lanuzza, scrittore, saggista, storico e critico letterario. Il libro, pubblicato per i tipi di «Prova d’Autore» (Catania, 2016), è qui opportuno ricordare che da settembre è presente negli scaffali della biblioteca comunale “Struppa” di Marsala. L’opera è stata donata all’istituzione bibliotecaria da chi scrive.

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SUL TAMBURO n.24: Synthesis, “Viaggio di un piccolo principe”

Senza titolo-1Synthesis, Viaggio di un piccolo principe, a cura di Mario Costanzi, Roma, Terre Sommerse, 2015

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di Giuseppe Panella

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Mario Costanzi è un sacerdote, parroco in paesini probabilmente bellissimi e probabilmente sperduti in quel del Senese, appassionato di scrittura e di canto e suonatore di chitarra.

Il suo interesse per il romanzo di Saint-Exupéry nasce nel 1987 attraverso la sua collaborazione con una misteriosa Mademoiselle Margot con cui mette in musica alcune situazioni del Piccolo Principe trasformandole in canzoni. Da allora, il suo amore per questa vicenda capace di far commuovere (e far pensare) grandi e bambini è continuata molto a lungo nel tempo fino a culminare in questo Viaggio… come spettacolo strutturato in una serie di passaggi musicali legati alle principali vicende raccontate nel romanzo.

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Mihai Eminescu incontra Friedrich Hölderlin. Saggio di Domenico Carosso

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Mihai Eminescu incontra Friedrich Hölderlin

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di Domenico Carosso

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Tenterò, in poche pagine, di far incontrare con Hölderlin, Mihai Eminescu (1850-1889), il poeta romeno nato in Bucovina, di cui cantò «il genio romantico, i monti tra la luce,/ le valli tra i fiori,/ i fiumi rimbalzanti tra picchi dirupati,/ le acque che risplendono qual freschi diamanti/ oltre i campi, lontano». Molti elementi accomunano i due poeti: l’acqua, il fiume, e la montagna, poi la Terra, i morti e il passato (per Hölderlin, l’antica Grecia), che vivifica e alimenta il presente, gli dèi e il riferimento religioso, Dio e la Natura.

Intanto, l’acqua dei monti, del lago o del mare, elemento della vita e difesa contro il nulla, che nel suo divenire tutto travolge, ha un suono guaritore, così come il fiato di Dioniso e le corde di Apollo, cioè il flauto e il violino, aiutano a guarire da ogni male, e permettono l’esplorazione di chi, poeta, scultore o musicista, tende a concentrare, per salvarle, tutte le forme umane in una.

E questo è anche il lavoro delle Muse, figlie di Armonia. E la musica, musa, in greco moĩsa, viene dalla radice indo-germanica ma(n), pensare e conoscere, che diventerà il latino mens. Le muse sono il pensiero che si fa parola, canto e danza, in quel tempo e in quello spazio che, tra luce e oscurità, chiamiamo ritmo.

Così, il numero, espressione visibile del ritmo, governa il moto degli astri e la loro rotazione attorno al Polo celeste; secondo Pindaro con la musa venne al mondo la parola, la parola addormentata che diventa l’inizio del mondo.

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Engramma n.137 (agosto 2016): Fortuna e fortunali

Engramma. La tradizione classica nella memoria occidentale
n.137

Fortuna per mare e per terra. Editoriale Antonella Sbrilli e Alessandra Pedersoli

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Breve catalogo della parola alea Lucia Amara

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Fortuna during the Renaissance. A reading of Plate 48 of Aby Warburg’s Bilderatlas Mnemosyne translated by Elizabeth Thomson

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Storia di una tempesta, sul fondale della Tempesta. Da Vivere nella tempesta (Einaudi 2016) Nadia Fusini

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La fortuna di un giorno. La mostra Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea al Museo Macro di Roma Antonella Sbrillil

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ESTETICA DEL MITO E SCRITTURA MITOPOIETICA IN RICCARDO FERRAZZI

Riccardo Ferrazzi, Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggioESTETICA DEL MITO E SCRITTURA MITOPOIETICA IN RICCARDO FERRAZZI in  Riccardo Ferrazzi, Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio, Fusta Editore, 2016.

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di Giuseppe Panella

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«Ciò che è stato storicamente, ritorna con la morte nell’ambito della natura, e ciò che è stato naturalmente ricade infine con la morte nell’ambito della storia»

(Walter Benjamin)

Questo importante libro di Riccardo Ferrazzi non si presenta con i caratteri del classico studio accademico e paludato sul mito ma come una ricerca sul campo. L’autore esamina in dettaglio gli aspetti del problema che lo affascinano e che gli competono maggiormente e poi trae le proprie conclusioni da scrittore piuttosto che da antropologo o da etnologo (come accade di solito negli studi dedicati alla natura mitica dell’immaginario collettivo o della società umana).

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TESTO SENZA NOTE 1: Vincenzo Frungillo, “Le pause della serie evolutiva”

Vincenzo Frungillo, Le pause della serie evolutivaTrascrivo qui alcune poesie da Le pause della serie evolutiva di Vincenzo Frungillo, da poco uscito per Oèdipus nella nuova collana Croma k a cura di Ivan Schiavone. (f.s.)

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da Terre straniere

6

Veglio sui campi lasciati a maggese,
c’è chi dice che i frutti verranno dal cielo,
che i semi di tutti, appena dischiusi,
torneranno ad esser distrutti,

che non esiste un solo virgulto,
che non abbandoni il suo velo.
Ma io veglio sui campi lasciati a maggese,
sui corsetti di giovani donne,

sulla magra speranza della notte.
E vedo i cani annusare lungo i bordi,
mi chiedo cosa cerchino le loro bocche,

se siano richiami di forze nascoste.
Mi ritrovo al confine del tempo,
che a volte dimentico, a volte rinnovo.

(p. 24)

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SUL TAMBURO n.23: Roberto Arlt, “Un viaggio terribile”

Roberto Arlt, Un viaggio terribileRoberto Arlt, Un viaggio terribile, a cura e con una postfazione (Roberto Arlt, o l’arte di inventare) di Luigi Marfè, Siena, Radio Londra Edizioni, 2015

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di Giuseppe Panella

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Non è ancora il tempo di una sintesi compiuta riguardo il lavoro intellettuale e la produzione letteraria di Roberto Arlt (Buenos Aires, 1900-1942). Nonostante un nutrito gruppo di benemerite traduzioni (o nuove traduzioni) dei principali romanzi dello scrittore di origine tedesca soprattutto nell’ambito del progetto Sur di collaborazione culturale italo-argentina e nonostante l’interesse per Arlt risalga già agli anni Settanta quando I lanciafiamme, I sette pazzi e Il giocattolo rabbioso furono tradotti per Bompiani e Savelli (io li lessi, infatti, in queste edizioni), un’ampia parte della sua opera è ancora in attesa di essere conosciuta in ambito italiano. Mancano all’appello i testi teatrali e le sceneggiature, ad esempio, molti scritti giornalistici e parte dei racconti1

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Luigi Milani, “Un altro futuro”

Luigi Milani, Un altro futuroLuigi Milani, Un altro futuro, Edizioni Scudo, 2016, pp.121

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di Francesco Sasso

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Un altro futuro di Luigi Milani, edito da Edizioni Scudo, è una raccolta di racconti fantastici e di fantascienza. In questo libro troviamo tutto: guerre che distruggono la Terra, società governate da robot, viaggi spaziali, esplorazione dello spazio e la sua colonizzazione, invasioni di alieni, viaggi nel tempo, dimensioni parallele, realtà virtuali, intelligenze artificiali. Insomma, Milani recupera tutto l’armamentario della fantascienza. Pagine oneste in cui il cultore del genere trova casa.

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SUL TAMBURO n.22: Mariagrazia Carraroli, “Paesaggio condominiale”

Mariagrazia Carraroli, Paesaggio condominialeMariagrazia Carraroli, Paesaggio condominiale. Poesie, illustrazioni di Luciano Ricci, Firenze, Florence Art Edizioni, 2015

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di Giuseppe Panella

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Ciascuno di noi vive insieme agli altri, in circostanze che sono sempre diverse ma, in fondo, restano sempre le stesse, ripetute e rinnovate giorno dopo giorno, ora dopo ora. I condominii sono parte integrante del nostro paesaggio mentale, del nostro modo di vivere associato. Convivenza non sempre agevole (talvolta spiacevole, talvolta turbolenta ma anche fonte di sorprese), quella condominiale è un’esperienza comune a tutti che merita, proprio per questo, di essere trasformata in emozioni e in situazioni liriche. Mariagrazia Carraroli ne è ben consapevole nel suo libro che nasce da esperienze quotidiane e personali rivissute e trasformate in parole di consapevolezza raggiunta:

«PAESAGGIO CONDOMINIALE. Oltre il balcone / il pino marittimo in burrasca / lancia segnali. // Travolto legno / in mare sconvolgente / per folle nocchiero / ha il fiato di Monte Morello. // Il telo del quarto piano / e la selva degli aghi / ricuciono lesti la quiete. // Dipana l’azzurro / appena sbiancato / da orme fuggitive di tempesta» (p. 12).

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“Sergente nella neve” e “Ritorno sul Don”: nutrirsi in guerra e in pace. Saggio di Domenico Carosso

Sergente nella neve e Ritorno sul DonSergente nella neve e Ritorno sul Don: nutrirsi in guerra e in pace

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di Domenico Carosso

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Il limite intrinseco, invalicato e invalicabile, delle mie paginette, è che non ho mai incontrato Rigoni, né visto o visitato i suoi luoghi, i luoghi della Grande Guerra, e della Seconda. Per tutto ciò rinvio alle osservazioni di Eraldo Affinati, nel «Meridiano» dedicato al classico che è non da ora, ma fin dal primo libro, Il Sergente nella neve Mario Rigoni Stern.

Il Sergente nella neve, uscito la prima volta (anno 1953) nei famosi Gettoni curati da Vittorini, con un giudizio che lo accoglie e insieme lo respinge («MRS non è uno scrittore di vocazione») è il racconto sobrio e testimoniale, la cronaca quasi, della vicenda degli alpini in Russia, nel corso della Seconda guerra mondiale. Diviso in due parti, dai titolo rispettivamente de “Il caposaldo” e “La sacca”, cioè la postazione prima tenuta, poi perduta dai soldati chiusi in un cerchio di neve, gelo e fuoco.

Il libro di MRS, pubblicato con straordinario successo da Einaudi e ancora a disposizione dei lettori, è ormai un classico, per la lingua forte e concreta, priva di qualsiasi retorica, che lo attraversa e lo colma di esempi attivi e solidali, tra amici e anche coi nemici.

Dunque, «le pallottole battevano sui reticolati mandando scintille. Improvvisamente tutto ritornò calmo, proprio come dopo la sagra tutto diventa silenzioso e nelle strade deserte rimangono i pezzi di carta che avvolgevano le caramelle e i fiocchi delle trombette. Solo ogni tanto si sentiva qualche fucilata solitaria e qualche breve raffica di mitra come le ultime risate di un ubriaco vagabondo».

Un paragone, un confronto tra il fuoco micidiale degli spari e le innocue trombette, tra le scintille e i pezzi di carta della festa ormai giunta al termine – un confronto che propone, in modestia e quasi sottovoce, l’inevitabile distanza tra il lettore col libro in mano e i soldati presi nel morso tenace della neve e del gelo.

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SUL TAMBURO n.21: Salvatore Martino, “Cinquant’anni di poesia 1962-2013”

Salvatore Martino, Cinquant'anni di poesiaSalvatore Martino, Cinquant’anni di poesia 1962-2013, a cura di Donato di Stasi, Roma, Edizioni Progetto Cultura, 2015

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di Giuseppe Panella

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Cinquant’anni, mezzo secolo di poesia, sono tanti e va da sé che non si possono racchiudere in una formula, in una frase che abbracci un percorso tanto lungo e tanto variegato. Il tentativo, tuttavia, va comunque fatto perché l’esperienza poetica di Salvatore Martino ha caratteristiche sue peculiari che non debbono passare inosservate nel mare magnum del calderone della poesia contemporanea.

Il percorso di Martino, peraltro ben ricostruito da Donato di Stasi nella sua massiccia Introduzione al volume, inizia nel 1969 (anche se molti testi raccolti in questo volume risalgono già al 1962) con Attraverso l’Assiria (Caltanissetta, Casa Editrice Terzo Millennio, 1969) e La fondazione di Ninive (Roma, Carte Segrete, 1977), due raccolte che incidono già, nel mondo poetico e culturale del poeta, il segno pieno della sua scrittura e della sua aspirazione a una visione colorata e sanguigna del mondo con cui si confronta. In essi – scrive di Stasi:

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Antonino Contiliano, “Futuro eretico”

cop-stamapata futuro eretico copiaAntonino Contiliano, Futuro eretico, Ed. Fermenti, 2016

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di Franca Alaimo

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Scrive Antonino Contiliano nel testo “Le radici del passato” (pag. 36) “Farfalle vorrei tossiche i poeti”, enunciando una poetica fedelmente perseguita, fin dai suoi esordi nella letteratura in un clima di protesta sessantottina, che non soltanto fallì i suoi obiettivi, ma che mise in atto un riflusso reazionario, da cui sono stati generati altri mostri, non ultimo “il piatto della solitudine collettiva” in seguito al dominio del “world facebook”, in cui è del tutto annegata ogni capacità individuale di reattività critica, di indipendenza deragliante, di visionarietà trasformatrice.

Contiliano usa ancora la poesia come un’arma che un’inusuale e composita tessitura linguistica rende tagliente e, appunto, tossica. Lanuzza, nella sua recente, pluricentrica opera “Il bosco, il mondo, il caos”, così scrive (pag. 41): “Contro il conformismo vestito d’obiettività, la poesia produce linguaggi ‘altri’ e diversi da quelli egemoni mai definitivi o legiferati; e interagenti con la prassi d’una critica generale e permanente, non addomesticabile dal pervasivo codice del dominio e delle sue predeterminate garanzie di senso”.

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Lezioni di Storia organizzati dagli Editori Laterza

Primo ciclo di lezioni (2013-2014): I giorni di Trieste

Nove grandi storici raccontano nove momenti cruciali per Trieste: dalla antichità all’età contemporanea saranno rievocati gli eventi che hanno fatto la sua storia.

27 ottobre 2013 (senza video)
Giusto Traina, LA CITTÀ ANTICA – Tergeste: la colonia romana

3 novembre 2013 (senza video)
Paolo Cammarosano, LA CITTÀ MEDIEVALE – 1382: la dedizione di Trieste all’Austria

17 novembre 2013 (senza video)
Luigi Mascilli Migliorini, LA CITTÀ NAPOLEONICA – 1797: Napoleone conquista Trieste

1 dicembre 2013 (con video)
Simona Colarizi, LA CITTÀ DELL’IRREDENTISMO – 1882: l’impiccagione di Guglielmo Oberdan

15 dicembre 2013 (con video)
Mario Isnenghi, LA CITTÀ IN GUERRA – 1914: “Trieste deve tornare all’Italia”

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SUL TAMBURO n.20: Guido Guidi Guerrera, “La truffa”

Guido Guidi Guerrera, La truffaGuido Guidi Guerrera, La truffa, Reggio Emilia, Imprimatur Edizioni, 2016

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di Giuseppe Panella

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La più grande (e riuscita) truffa della storia dell’Occidente avvenne a Lisbona tra il 1925 e il 1926. Le sue ripercussioni furono enormi per la storia della nazione lusitana – senza il gravissimo scandalo suscitato dalla burla (come viene chiamata in portoghese) orchestrata da Arturo Virgilio Alves do Reis e dai suoi complici di tutta Europa, e dalle sue ripercussioni a livello economico nazionale e internazionale, l’inflazione non avrebbe dilagato in Portogallo e i militari non avrebbero trovato la forza e il consenso necessari a prendere il potere (con il colpo di stato del 28 maggio 1926 che portò al potere António de Oliveira Salazar per lunghi decenni fino alla “rivoluzione dei garofani” del 1975). Non si trattò, allora, solo di un evento criminale sia pure di livello notevolmente alto per conseguenze e implicazioni ma della tipica goccia che fece traboccare un vaso fino allora rimasto colmo soltanto fino all’orlo (analoghe conseguenze ebbero storicamente eventi dello stesso tipo: l’affaire Stavisky nella Francia del 1934 con le imponenti conseguenze che ebbe sul governo del radicale Camille Chautemps costretto alle dimissioni e, più indietro nel tempo, nel 1786, l’affaire del collier della regina Maria Antonietta all’alba della grande stagione della Rivoluzione Francese – sembrerebbe che, dal punto di vista della storia universale, grandi truffe siano i prodromi di grandi eventi successivi, siano rivoluzionari o meno).

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Remainders n.17: Miguel de Cervantes Saavedra , “Don Chisciotte della Mancia”

Don Chisciotte della ManciaMiguel de Cervantes Saavedra , Don Chisciotte della Mancia

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di Francesco Sasso

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Miguel de Cervantes Saavedra è l’autore del Don Quijote, unito alla sua creatura in un binomio indissolubile, quasi una persona sola, è la grande figura, l’emblema della letteratura spagnola, l’immagine stessa della Spagna.

Per quanto nulla di certo si sappia sulla data di composizione del Don Chisciotte si può ritenere che la trama ne sia stata abbozzata, forse come novella, durante uno dei periodi trascorsi dall’autore nelle carceri di Andalusia. Quando Cervantes giunse a Valladolid nel 1603, la prima parte del Don Chisciotte era terminata; il libro fu pubblicato nel 1605 ed ebbe successo immediato. Nel 1614 ne erano già state stampate otto edizioni; questa larga diffusione spinse uno scrittore rimasto anonimo a pubblicare con lo pseudonimo di Alonso Fernàndez de Avellaneda una grossolana continuazione delle avventure di Don Chisciotte. A questo falso va riconosciuto di aver spronato il Cervantes a completare ed a pubblicare l’autentica continuazione delle avventure dell’ingenioso hidalgo, che, pubblicate nel 1615 a Madrid, immediatamente spegnevano la facile ilarità suscitata dal misterioso Avellaneda.

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SUL TAMBURO n.19: Donatella Giancaspero, “Ma da un presagio d’ali. Poesie”

Donatella Giancaspero, Ma da un presagio d'aliRIMUOVERE IL SUPERFLUO. Donatella Giancaspero, Ma da un presagio d’ali. Poesie, Milano, La Vita Felice, 2015

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di Giuseppe Panella

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“Rimuovere il superfluo” dal dettato lirico e linguistico sembra la parola d’ordine di questo prezioso libretto di versi che distilla il percorso poetico di lunghi anni di riflessione di Donatella Giancaspero:

«Eppure vorremmo / rimuovere / tutto il superfluo / da noi stessi, raschiare via / ogni vanità / e la finzione, / che oscura l’animo / e ci fa vili, / soli / nella vita. // Vorremmo possedere / il nucleo / primigenio del cuore, / cellula intatta, / da cui rinascere / così chiari ed essenziali, / come lo spazio / che si rinnova infinito / nella tua mente / e si fa luce in movimento, / si fa suono, vento… // e strada, / ancora strada / da percorrere» (p. 55).

Quella di cogliere “il nucleo primigenio del cuore” è l’aspirazione poetica all’impossibile, all’impervio, all’assoluto, è volontà di cedere al rilievo infinito dei sentimenti che si propongono così come sono, senza scorie e senza compromessi, come sensazioni pure e incoercibili.

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Vogliamo il colonnello di Arlt. Roberto Arlt, “Saverio, il Crudele / L’isola deserta”

Roberto Arlt, Saverio, il Crudele, L'isola desertaRoberto Arlt, Saverio, il Crudele / L’isola deserta, Traduzione di Raul Schenardi e Violetta Colonnelli, Postfazione di Carolina Miranda, Salerno, Edizioni Arcoiris, 2016, pp. 120, euro 11,00.

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di Primo De Vecchis

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Torno ad occuparmi ciclicamente dello scrittore argentino Roberto Arlt (1900-1942), poiché da una parte aumentano le iniziative editoriali di traduzione e recupero delle sue opere “minori”, e dall’altra reputo che uno scrittore così immerso nel suo presente risulti oggi ancora attuale. Il motivo è presto detto. Nessuno come Arlt seppe descrivere la rovinosa inquietudine che percorse il globo negli anni Trenta, subito dopo la grande crisi economica del ’29 (insieme ad Alfred Döblin e a pochi altri). Nessuno come Arlt (in Argentina e altrove) seppe dare voce in modo grottesco alle paure e ai deliri di una classe media urbana, di piccolo-borghesi “bottegai”, piombati d’un tratto nella precarietà quotidiana, e terrorizzati dall’idea di un repentino declassamento sociale, che li avrebbe condotti alla miseria. Il piccolo-borghese minacciato dalla crisi, ansioso, delirante, invidioso, razzista, si trasforma sempre in un mostro, ma soprattutto consegna il potere (democraticamente o accettando passivamente un golpe militare) all’Uomo Forte, al Salvatore della Patria, al Capo in grado di ripristinare l’ordine con ogni mezzo. I romanzi urbani di Roberto Arlt (I sette pazzi, I lanciafiamme) hanno affrontato questi temi con maestria, parodiando la figura del “capo carismatico” (per citare Max Weber), che si afferma in Europa a partire dal fascismo italiano, per poi diramarsi nel nazismo e nel franchismo. È noto inoltre quanto le caste militari argentine fossero affascinate dalle ideologie totalitarie fasciste europee (benché non ne condividessero in parte un certo “populismo”). Il golpe militare del 6 settembre 1930 del generale José Félix Uriburu si autodefinì “rivoluzione”, il che suona quasi come una farsa, considerando che c’è ben poco di rivoluzionario in un golpe militare reazionario, repressivo, appoggiato dai “bottegai”. Roberto Arlt da sagace giornalista immortalò quelle vicende nei suoi articoli di costume per «El Mundo». Non solo, fu inviato dal suo giornale come corrispondente in Europa tra il 1935 e il 1936, per seguire gli sviluppi della crisi politica in Spagna, che sarebbe sfociata nella guerra civile. Soggiornò anche in nord Africa. Al ritorno dai suoi viaggi, cominciò a dedicarsi ancora più proficuamente al teatro.

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SUL TAMBURO n.18: Paolo Marati, “L’intrusione delle onde anomale”

Paolo Marati, L'intrusione delle onde anomalePaolo Marati, L’intrusione delle onde anomale, Siena, Barbera Editore, 2014

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di Giuseppe Panella

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Nella vita quotidiana, chi aspira alla normalità talvolta si trova di fronte a delle esperienze o a delle condizioni di vita che trova anormali e che, quindi, rifiuta come “intrusioni anomale” – tali anomalie, però, permettono alla soggettività di svilupparsi in direzioni e in ambiti che altrimenti rimarrebbero soffocate sotto la cappa di piombo di un vivere grigio e sempre uguale.

Nel suo primo romanzo, Paolo Marati sviluppa, in maniera contrastata e spesso provocatoria, questo concetto che solo apparentemente deriva dalla fisica ondulatoria ma che più propriamente può essere ricondotto all’esperienza di forme di vita che sono presenti nel tessuto sociale corrente ma sfuggono allo sguardo di chi non sa coglierle.

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Edizioni Ca’ Foscari

Le Edizioni Ca’ Foscari (ECF) pubblicano riviste e collane monografiche in formato digitale in tutti gli ambiti della ricerca accademica. Tutte le pubblicazioni sono messe a disposizione via internet con accesso libero e gratuito, nell’intento di alimentare e favorire la libera condivisione del sapere.

Tutti i testi e le ricerche giungono alla pubblicazione dopo un processo di valutazione da parte del comitato scientifico, che ne accerta la qualità. Sono quindi sottoposti a un’attenta cura editoriale e vengono trattati ai fini dell’indicizzazione nelle grandi banche dati bibliografiche on line.

Secondo questo orientamento editoriale, le Edizioni Ca’ Foscari nascono nel 2011 con il proposito di favorire la diffusione dei risultati della ricerca all’interno dell’Ateneo e da qui alla comunità scientifica nazionale e internazionale, basandosi sulle opportunità offerte dalle tecnologie digitali.

Qui il catalogo e le riviste

Luca Buonaguidi, “India. Complice il silenzio”

Luca Buonaguidi, IndiaLuca Buonaguidi, India. Complice il silenzio, postfazione di Giulia Niccolai, Italic, 2015, pp.64, € 10

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di Francesco Sasso

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India – complice il silenzio è un diario di viaggio in versi scritto nel 2013 da Luca Buonaguidi durante i cinque mesi in cui ha attraversato Sri Lanka, India, Bhutan, Nepal, Tibet e Kashmir. India – complice il silenzio è dunque la testimonianza di un’esperienza spirituale, è un album fotografico in bianco e nero.

«Sono felice. / Potrei aggiungere altri dettagli / ma la felicità sta nel toglierli.» (pag 41)

Leggendo questa raccolta poetica di Luca Buonaguidi ho pensato che altro è vedere e altro è udire. E soprattutto altro è vedere e udire per gli altri, e altro è vedere e udire tutto per me, esclusivamente per me. Nel primo caso io sono uno spettatore e un ripetitore di ciò che vedo e odo, ma se questo mi dà gioia, è una gioia che è, dirò così: eterna.

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SUL TAMBURO n.17: Paolo Colagrande, “Senti le rane”

Paolo Colagrande, Senti le ranePaolo Colagrande, Senti le rane…, Roma, Nottetempo, 2015

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di Giuseppe Panella

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Senti le rane è un canto tradizionale delle mondine della Bassa che l’oggetto principale della narrazione che costituisce il motivo conduttore del romanzo di Colagrande, a un certo punto, si mette a stonare intervallandolo con poderose bestemmie – una rana che affiora dal pelo dell’acqua gli fa da controcanto gracidando in maniera cacofonica (il richiamo, oltre che all’anfibio in questione, è al coro delle rane nell’omonima commedia di Aristofane indirizzata contro l’opera tragica di Euripide).

«Ma ad ogni modo abbiamo già capito l’atmosfera e infatti è passato all’incirca un minuto come avevo previsto, e Zuckermann continua a cantare: Senti le rane che cantano / io me ne vado via / lascio la risaia / ritorno a casa mia // lascio la risaia / ritorno a casa mia. Bisognava essere lì allora, adesso non si può inventar niente; provando a esserci come se tutto stesse succedendo in questo preciso momento io sento in Zuckermann una voce stonata e badagliera, ma quello che si sa dall’aneddotica è che la voce era forte e disperata, una voce che veniva dall’incubo, il vibrato di un organo da chiesa un po’ scasso, per dire, e qualcuno ha cominciato a sentirlo da lontano e a guardare da quella parte, anche se a Quattrosegole gira poca gente. Badagliera è intraducibile, mi spiace» (pp. 226-227).

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