Quale Europa… Tra due eccellenti testimoni. L-F. Céline (di Stefano Lanuzza) e T. De Mauro

copertina-celine-lanuzzaQuale Europa… Tra due eccellenti testimoni. L-F. Céline (di Stefano Lanuzza) e T. De Mauro

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di Antonino Contiliano

Dopo il discorso sul divenire-Europa (1 Settembre 2016), svolto a proposito dell’Europa odierna da Tullio De Mauro – noto linguista italiano – nell’atrio del “Carmine” di Marsala in occasione della Cittadinanza onoraria conferitagli dall’attuale Amministrazione cittadina in carica, un altro discorso scritto (legato al luogo-tempo Europa) è presente in Città.

Il discorso altro sull’Europa è invece il Céline testimone dell’Europa di Stefano Lanuzza, scrittore, saggista, storico e critico letterario. Il libro, pubblicato per i tipi di «Prova d’Autore» (Catania, 2016), è qui opportuno ricordare che da settembre è presente negli scaffali della biblioteca comunale “Struppa” di Marsala. L’opera è stata donata all’istituzione bibliotecaria da chi scrive.

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SUL TAMBURO n.24: Synthesis, “Viaggio di un piccolo principe”

Senza titolo-1Synthesis, Viaggio di un piccolo principe, a cura di Mario Costanzi, Roma, Terre Sommerse, 2015

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di Giuseppe Panella

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Mario Costanzi è un sacerdote, parroco in paesini probabilmente bellissimi e probabilmente sperduti in quel del Senese, appassionato di scrittura e di canto e suonatore di chitarra.

Il suo interesse per il romanzo di Saint-Exupéry nasce nel 1987 attraverso la sua collaborazione con una misteriosa Mademoiselle Margot con cui mette in musica alcune situazioni del Piccolo Principe trasformandole in canzoni. Da allora, il suo amore per questa vicenda capace di far commuovere (e far pensare) grandi e bambini è continuata molto a lungo nel tempo fino a culminare in questo Viaggio… come spettacolo strutturato in una serie di passaggi musicali legati alle principali vicende raccontate nel romanzo.

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Mihai Eminescu incontra Friedrich Hölderlin. Saggio di Domenico Carosso

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Mihai Eminescu incontra Friedrich Hölderlin

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di Domenico Carosso

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Tenterò, in poche pagine, di far incontrare con Hölderlin, Mihai Eminescu (1850-1889), il poeta romeno nato in Bucovina, di cui cantò «il genio romantico, i monti tra la luce,/ le valli tra i fiori,/ i fiumi rimbalzanti tra picchi dirupati,/ le acque che risplendono qual freschi diamanti/ oltre i campi, lontano». Molti elementi accomunano i due poeti: l’acqua, il fiume, e la montagna, poi la Terra, i morti e il passato (per Hölderlin, l’antica Grecia), che vivifica e alimenta il presente, gli dèi e il riferimento religioso, Dio e la Natura.

Intanto, l’acqua dei monti, del lago o del mare, elemento della vita e difesa contro il nulla, che nel suo divenire tutto travolge, ha un suono guaritore, così come il fiato di Dioniso e le corde di Apollo, cioè il flauto e il violino, aiutano a guarire da ogni male, e permettono l’esplorazione di chi, poeta, scultore o musicista, tende a concentrare, per salvarle, tutte le forme umane in una.

E questo è anche il lavoro delle Muse, figlie di Armonia. E la musica, musa, in greco moĩsa, viene dalla radice indo-germanica ma(n), pensare e conoscere, che diventerà il latino mens. Le muse sono il pensiero che si fa parola, canto e danza, in quel tempo e in quello spazio che, tra luce e oscurità, chiamiamo ritmo.

Così, il numero, espressione visibile del ritmo, governa il moto degli astri e la loro rotazione attorno al Polo celeste; secondo Pindaro con la musa venne al mondo la parola, la parola addormentata che diventa l’inizio del mondo.

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Engramma n.137 (agosto 2016): Fortuna e fortunali

Engramma. La tradizione classica nella memoria occidentale
n.137

Fortuna per mare e per terra. Editoriale Antonella Sbrilli e Alessandra Pedersoli

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Breve catalogo della parola alea Lucia Amara

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Fortuna during the Renaissance. A reading of Plate 48 of Aby Warburg’s Bilderatlas Mnemosyne translated by Elizabeth Thomson

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Storia di una tempesta, sul fondale della Tempesta. Da Vivere nella tempesta (Einaudi 2016) Nadia Fusini

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La fortuna di un giorno. La mostra Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea al Museo Macro di Roma Antonella Sbrillil

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ESTETICA DEL MITO E SCRITTURA MITOPOIETICA IN RICCARDO FERRAZZI

Riccardo Ferrazzi, Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggioESTETICA DEL MITO E SCRITTURA MITOPOIETICA IN RICCARDO FERRAZZI in  Riccardo Ferrazzi, Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio, Fusta Editore, 2016.

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di Giuseppe Panella

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«Ciò che è stato storicamente, ritorna con la morte nell’ambito della natura, e ciò che è stato naturalmente ricade infine con la morte nell’ambito della storia»

(Walter Benjamin)

Questo importante libro di Riccardo Ferrazzi non si presenta con i caratteri del classico studio accademico e paludato sul mito ma come una ricerca sul campo. L’autore esamina in dettaglio gli aspetti del problema che lo affascinano e che gli competono maggiormente e poi trae le proprie conclusioni da scrittore piuttosto che da antropologo o da etnologo (come accade di solito negli studi dedicati alla natura mitica dell’immaginario collettivo o della società umana).

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TESTO SENZA NOTE 1: Vincenzo Frungillo, “Le pause della serie evolutiva”

Vincenzo Frungillo, Le pause della serie evolutivaTrascrivo qui alcune poesie da Le pause della serie evolutiva di Vincenzo Frungillo, da poco uscito per Oèdipus nella nuova collana Croma k a cura di Ivan Schiavone. (f.s.)

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da Terre straniere

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Veglio sui campi lasciati a maggese,
c’è chi dice che i frutti verranno dal cielo,
che i semi di tutti, appena dischiusi,
torneranno ad esser distrutti,

che non esiste un solo virgulto,
che non abbandoni il suo velo.
Ma io veglio sui campi lasciati a maggese,
sui corsetti di giovani donne,

sulla magra speranza della notte.
E vedo i cani annusare lungo i bordi,
mi chiedo cosa cerchino le loro bocche,

se siano richiami di forze nascoste.
Mi ritrovo al confine del tempo,
che a volte dimentico, a volte rinnovo.

(p. 24)

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SUL TAMBURO n.23: Roberto Arlt, “Un viaggio terribile”

Roberto Arlt, Un viaggio terribileRoberto Arlt, Un viaggio terribile, a cura e con una postfazione (Roberto Arlt, o l’arte di inventare) di Luigi Marfè, Siena, Radio Londra Edizioni, 2015

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di Giuseppe Panella

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Non è ancora il tempo di una sintesi compiuta riguardo il lavoro intellettuale e la produzione letteraria di Roberto Arlt (Buenos Aires, 1900-1942). Nonostante un nutrito gruppo di benemerite traduzioni (o nuove traduzioni) dei principali romanzi dello scrittore di origine tedesca soprattutto nell’ambito del progetto Sur di collaborazione culturale italo-argentina e nonostante l’interesse per Arlt risalga già agli anni Settanta quando I lanciafiamme, I sette pazzi e Il giocattolo rabbioso furono tradotti per Bompiani e Savelli (io li lessi, infatti, in queste edizioni), un’ampia parte della sua opera è ancora in attesa di essere conosciuta in ambito italiano. Mancano all’appello i testi teatrali e le sceneggiature, ad esempio, molti scritti giornalistici e parte dei racconti1

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Luigi Milani, “Un altro futuro”

Luigi Milani, Un altro futuroLuigi Milani, Un altro futuro, Edizioni Scudo, 2016, pp.121

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di Francesco Sasso

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Un altro futuro di Luigi Milani, edito da Edizioni Scudo, è una raccolta di racconti fantastici e di fantascienza. In questo libro troviamo tutto: guerre che distruggono la Terra, società governate da robot, viaggi spaziali, esplorazione dello spazio e la sua colonizzazione, invasioni di alieni, viaggi nel tempo, dimensioni parallele, realtà virtuali, intelligenze artificiali. Insomma, Milani recupera tutto l’armamentario della fantascienza. Pagine oneste in cui il cultore del genere trova casa.

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SUL TAMBURO n.22: Mariagrazia Carraroli, “Paesaggio condominiale”

Mariagrazia Carraroli, Paesaggio condominialeMariagrazia Carraroli, Paesaggio condominiale. Poesie, illustrazioni di Luciano Ricci, Firenze, Florence Art Edizioni, 2015

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di Giuseppe Panella

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Ciascuno di noi vive insieme agli altri, in circostanze che sono sempre diverse ma, in fondo, restano sempre le stesse, ripetute e rinnovate giorno dopo giorno, ora dopo ora. I condominii sono parte integrante del nostro paesaggio mentale, del nostro modo di vivere associato. Convivenza non sempre agevole (talvolta spiacevole, talvolta turbolenta ma anche fonte di sorprese), quella condominiale è un’esperienza comune a tutti che merita, proprio per questo, di essere trasformata in emozioni e in situazioni liriche. Mariagrazia Carraroli ne è ben consapevole nel suo libro che nasce da esperienze quotidiane e personali rivissute e trasformate in parole di consapevolezza raggiunta:

«PAESAGGIO CONDOMINIALE. Oltre il balcone / il pino marittimo in burrasca / lancia segnali. // Travolto legno / in mare sconvolgente / per folle nocchiero / ha il fiato di Monte Morello. // Il telo del quarto piano / e la selva degli aghi / ricuciono lesti la quiete. // Dipana l’azzurro / appena sbiancato / da orme fuggitive di tempesta» (p. 12).

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“Sergente nella neve” e “Ritorno sul Don”: nutrirsi in guerra e in pace. Saggio di Domenico Carosso

Sergente nella neve e Ritorno sul DonSergente nella neve e Ritorno sul Don: nutrirsi in guerra e in pace

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di Domenico Carosso

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Il limite intrinseco, invalicato e invalicabile, delle mie paginette, è che non ho mai incontrato Rigoni, né visto o visitato i suoi luoghi, i luoghi della Grande Guerra, e della Seconda. Per tutto ciò rinvio alle osservazioni di Eraldo Affinati, nel «Meridiano» dedicato al classico che è non da ora, ma fin dal primo libro, Il Sergente nella neve Mario Rigoni Stern.

Il Sergente nella neve, uscito la prima volta (anno 1953) nei famosi Gettoni curati da Vittorini, con un giudizio che lo accoglie e insieme lo respinge («MRS non è uno scrittore di vocazione») è il racconto sobrio e testimoniale, la cronaca quasi, della vicenda degli alpini in Russia, nel corso della Seconda guerra mondiale. Diviso in due parti, dai titolo rispettivamente de “Il caposaldo” e “La sacca”, cioè la postazione prima tenuta, poi perduta dai soldati chiusi in un cerchio di neve, gelo e fuoco.

Il libro di MRS, pubblicato con straordinario successo da Einaudi e ancora a disposizione dei lettori, è ormai un classico, per la lingua forte e concreta, priva di qualsiasi retorica, che lo attraversa e lo colma di esempi attivi e solidali, tra amici e anche coi nemici.

Dunque, «le pallottole battevano sui reticolati mandando scintille. Improvvisamente tutto ritornò calmo, proprio come dopo la sagra tutto diventa silenzioso e nelle strade deserte rimangono i pezzi di carta che avvolgevano le caramelle e i fiocchi delle trombette. Solo ogni tanto si sentiva qualche fucilata solitaria e qualche breve raffica di mitra come le ultime risate di un ubriaco vagabondo».

Un paragone, un confronto tra il fuoco micidiale degli spari e le innocue trombette, tra le scintille e i pezzi di carta della festa ormai giunta al termine – un confronto che propone, in modestia e quasi sottovoce, l’inevitabile distanza tra il lettore col libro in mano e i soldati presi nel morso tenace della neve e del gelo.

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SUL TAMBURO n.21: Salvatore Martino, “Cinquant’anni di poesia 1962-2013”

Salvatore Martino, Cinquant'anni di poesiaSalvatore Martino, Cinquant’anni di poesia 1962-2013, a cura di Donato di Stasi, Roma, Edizioni Progetto Cultura, 2015

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di Giuseppe Panella

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Cinquant’anni, mezzo secolo di poesia, sono tanti e va da sé che non si possono racchiudere in una formula, in una frase che abbracci un percorso tanto lungo e tanto variegato. Il tentativo, tuttavia, va comunque fatto perché l’esperienza poetica di Salvatore Martino ha caratteristiche sue peculiari che non debbono passare inosservate nel mare magnum del calderone della poesia contemporanea.

Il percorso di Martino, peraltro ben ricostruito da Donato di Stasi nella sua massiccia Introduzione al volume, inizia nel 1969 (anche se molti testi raccolti in questo volume risalgono già al 1962) con Attraverso l’Assiria (Caltanissetta, Casa Editrice Terzo Millennio, 1969) e La fondazione di Ninive (Roma, Carte Segrete, 1977), due raccolte che incidono già, nel mondo poetico e culturale del poeta, il segno pieno della sua scrittura e della sua aspirazione a una visione colorata e sanguigna del mondo con cui si confronta. In essi – scrive di Stasi:

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Antonino Contiliano, “Futuro eretico”

cop-stamapata futuro eretico copiaAntonino Contiliano, Futuro eretico, Ed. Fermenti, 2016

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di Franca Alaimo

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Scrive Antonino Contiliano nel testo “Le radici del passato” (pag. 36) “Farfalle vorrei tossiche i poeti”, enunciando una poetica fedelmente perseguita, fin dai suoi esordi nella letteratura in un clima di protesta sessantottina, che non soltanto fallì i suoi obiettivi, ma che mise in atto un riflusso reazionario, da cui sono stati generati altri mostri, non ultimo “il piatto della solitudine collettiva” in seguito al dominio del “world facebook”, in cui è del tutto annegata ogni capacità individuale di reattività critica, di indipendenza deragliante, di visionarietà trasformatrice.

Contiliano usa ancora la poesia come un’arma che un’inusuale e composita tessitura linguistica rende tagliente e, appunto, tossica. Lanuzza, nella sua recente, pluricentrica opera “Il bosco, il mondo, il caos”, così scrive (pag. 41): “Contro il conformismo vestito d’obiettività, la poesia produce linguaggi ‘altri’ e diversi da quelli egemoni mai definitivi o legiferati; e interagenti con la prassi d’una critica generale e permanente, non addomesticabile dal pervasivo codice del dominio e delle sue predeterminate garanzie di senso”.

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Lezioni di Storia organizzati dagli Editori Laterza

Primo ciclo di lezioni (2013-2014): I giorni di Trieste

Nove grandi storici raccontano nove momenti cruciali per Trieste: dalla antichità all’età contemporanea saranno rievocati gli eventi che hanno fatto la sua storia.

27 ottobre 2013 (senza video)
Giusto Traina, LA CITTÀ ANTICA – Tergeste: la colonia romana

3 novembre 2013 (senza video)
Paolo Cammarosano, LA CITTÀ MEDIEVALE – 1382: la dedizione di Trieste all’Austria

17 novembre 2013 (senza video)
Luigi Mascilli Migliorini, LA CITTÀ NAPOLEONICA – 1797: Napoleone conquista Trieste

1 dicembre 2013 (con video)
Simona Colarizi, LA CITTÀ DELL’IRREDENTISMO – 1882: l’impiccagione di Guglielmo Oberdan

15 dicembre 2013 (con video)
Mario Isnenghi, LA CITTÀ IN GUERRA – 1914: “Trieste deve tornare all’Italia”

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SUL TAMBURO n.20: Guido Guidi Guerrera, “La truffa”

Guido Guidi Guerrera, La truffaGuido Guidi Guerrera, La truffa, Reggio Emilia, Imprimatur Edizioni, 2016

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di Giuseppe Panella

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La più grande (e riuscita) truffa della storia dell’Occidente avvenne a Lisbona tra il 1925 e il 1926. Le sue ripercussioni furono enormi per la storia della nazione lusitana – senza il gravissimo scandalo suscitato dalla burla (come viene chiamata in portoghese) orchestrata da Arturo Virgilio Alves do Reis e dai suoi complici di tutta Europa, e dalle sue ripercussioni a livello economico nazionale e internazionale, l’inflazione non avrebbe dilagato in Portogallo e i militari non avrebbero trovato la forza e il consenso necessari a prendere il potere (con il colpo di stato del 28 maggio 1926 che portò al potere António de Oliveira Salazar per lunghi decenni fino alla “rivoluzione dei garofani” del 1975). Non si trattò, allora, solo di un evento criminale sia pure di livello notevolmente alto per conseguenze e implicazioni ma della tipica goccia che fece traboccare un vaso fino allora rimasto colmo soltanto fino all’orlo (analoghe conseguenze ebbero storicamente eventi dello stesso tipo: l’affaire Stavisky nella Francia del 1934 con le imponenti conseguenze che ebbe sul governo del radicale Camille Chautemps costretto alle dimissioni e, più indietro nel tempo, nel 1786, l’affaire del collier della regina Maria Antonietta all’alba della grande stagione della Rivoluzione Francese – sembrerebbe che, dal punto di vista della storia universale, grandi truffe siano i prodromi di grandi eventi successivi, siano rivoluzionari o meno).

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Remainders n.17: Miguel de Cervantes Saavedra , “Don Chisciotte della Mancia”

Don Chisciotte della ManciaMiguel de Cervantes Saavedra , Don Chisciotte della Mancia

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di Francesco Sasso

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Miguel de Cervantes Saavedra è l’autore del Don Quijote, unito alla sua creatura in un binomio indissolubile, quasi una persona sola, è la grande figura, l’emblema della letteratura spagnola, l’immagine stessa della Spagna.

Per quanto nulla di certo si sappia sulla data di composizione del Don Chisciotte si può ritenere che la trama ne sia stata abbozzata, forse come novella, durante uno dei periodi trascorsi dall’autore nelle carceri di Andalusia. Quando Cervantes giunse a Valladolid nel 1603, la prima parte del Don Chisciotte era terminata; il libro fu pubblicato nel 1605 ed ebbe successo immediato. Nel 1614 ne erano già state stampate otto edizioni; questa larga diffusione spinse uno scrittore rimasto anonimo a pubblicare con lo pseudonimo di Alonso Fernàndez de Avellaneda una grossolana continuazione delle avventure di Don Chisciotte. A questo falso va riconosciuto di aver spronato il Cervantes a completare ed a pubblicare l’autentica continuazione delle avventure dell’ingenioso hidalgo, che, pubblicate nel 1615 a Madrid, immediatamente spegnevano la facile ilarità suscitata dal misterioso Avellaneda.

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SUL TAMBURO n.19: Donatella Giancaspero, “Ma da un presagio d’ali. Poesie”

Donatella Giancaspero, Ma da un presagio d'aliRIMUOVERE IL SUPERFLUO. Donatella Giancaspero, Ma da un presagio d’ali. Poesie, Milano, La Vita Felice, 2015

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di Giuseppe Panella

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“Rimuovere il superfluo” dal dettato lirico e linguistico sembra la parola d’ordine di questo prezioso libretto di versi che distilla il percorso poetico di lunghi anni di riflessione di Donatella Giancaspero:

«Eppure vorremmo / rimuovere / tutto il superfluo / da noi stessi, raschiare via / ogni vanità / e la finzione, / che oscura l’animo / e ci fa vili, / soli / nella vita. // Vorremmo possedere / il nucleo / primigenio del cuore, / cellula intatta, / da cui rinascere / così chiari ed essenziali, / come lo spazio / che si rinnova infinito / nella tua mente / e si fa luce in movimento, / si fa suono, vento… // e strada, / ancora strada / da percorrere» (p. 55).

Quella di cogliere “il nucleo primigenio del cuore” è l’aspirazione poetica all’impossibile, all’impervio, all’assoluto, è volontà di cedere al rilievo infinito dei sentimenti che si propongono così come sono, senza scorie e senza compromessi, come sensazioni pure e incoercibili.

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Vogliamo il colonnello di Arlt. Roberto Arlt, “Saverio, il Crudele / L’isola deserta”

Roberto Arlt, Saverio, il Crudele, L'isola desertaRoberto Arlt, Saverio, il Crudele / L’isola deserta, Traduzione di Raul Schenardi e Violetta Colonnelli, Postfazione di Carolina Miranda, Salerno, Edizioni Arcoiris, 2016, pp. 120, euro 11,00.

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di Primo De Vecchis

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Torno ad occuparmi ciclicamente dello scrittore argentino Roberto Arlt (1900-1942), poiché da una parte aumentano le iniziative editoriali di traduzione e recupero delle sue opere “minori”, e dall’altra reputo che uno scrittore così immerso nel suo presente risulti oggi ancora attuale. Il motivo è presto detto. Nessuno come Arlt seppe descrivere la rovinosa inquietudine che percorse il globo negli anni Trenta, subito dopo la grande crisi economica del ’29 (insieme ad Alfred Döblin e a pochi altri). Nessuno come Arlt (in Argentina e altrove) seppe dare voce in modo grottesco alle paure e ai deliri di una classe media urbana, di piccolo-borghesi “bottegai”, piombati d’un tratto nella precarietà quotidiana, e terrorizzati dall’idea di un repentino declassamento sociale, che li avrebbe condotti alla miseria. Il piccolo-borghese minacciato dalla crisi, ansioso, delirante, invidioso, razzista, si trasforma sempre in un mostro, ma soprattutto consegna il potere (democraticamente o accettando passivamente un golpe militare) all’Uomo Forte, al Salvatore della Patria, al Capo in grado di ripristinare l’ordine con ogni mezzo. I romanzi urbani di Roberto Arlt (I sette pazzi, I lanciafiamme) hanno affrontato questi temi con maestria, parodiando la figura del “capo carismatico” (per citare Max Weber), che si afferma in Europa a partire dal fascismo italiano, per poi diramarsi nel nazismo e nel franchismo. È noto inoltre quanto le caste militari argentine fossero affascinate dalle ideologie totalitarie fasciste europee (benché non ne condividessero in parte un certo “populismo”). Il golpe militare del 6 settembre 1930 del generale José Félix Uriburu si autodefinì “rivoluzione”, il che suona quasi come una farsa, considerando che c’è ben poco di rivoluzionario in un golpe militare reazionario, repressivo, appoggiato dai “bottegai”. Roberto Arlt da sagace giornalista immortalò quelle vicende nei suoi articoli di costume per «El Mundo». Non solo, fu inviato dal suo giornale come corrispondente in Europa tra il 1935 e il 1936, per seguire gli sviluppi della crisi politica in Spagna, che sarebbe sfociata nella guerra civile. Soggiornò anche in nord Africa. Al ritorno dai suoi viaggi, cominciò a dedicarsi ancora più proficuamente al teatro.

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SUL TAMBURO n.18: Paolo Marati, “L’intrusione delle onde anomale”

Paolo Marati, L'intrusione delle onde anomalePaolo Marati, L’intrusione delle onde anomale, Siena, Barbera Editore, 2014

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di Giuseppe Panella

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Nella vita quotidiana, chi aspira alla normalità talvolta si trova di fronte a delle esperienze o a delle condizioni di vita che trova anormali e che, quindi, rifiuta come “intrusioni anomale” – tali anomalie, però, permettono alla soggettività di svilupparsi in direzioni e in ambiti che altrimenti rimarrebbero soffocate sotto la cappa di piombo di un vivere grigio e sempre uguale.

Nel suo primo romanzo, Paolo Marati sviluppa, in maniera contrastata e spesso provocatoria, questo concetto che solo apparentemente deriva dalla fisica ondulatoria ma che più propriamente può essere ricondotto all’esperienza di forme di vita che sono presenti nel tessuto sociale corrente ma sfuggono allo sguardo di chi non sa coglierle.

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Edizioni Ca’ Foscari

Le Edizioni Ca’ Foscari (ECF) pubblicano riviste e collane monografiche in formato digitale in tutti gli ambiti della ricerca accademica. Tutte le pubblicazioni sono messe a disposizione via internet con accesso libero e gratuito, nell’intento di alimentare e favorire la libera condivisione del sapere.

Tutti i testi e le ricerche giungono alla pubblicazione dopo un processo di valutazione da parte del comitato scientifico, che ne accerta la qualità. Sono quindi sottoposti a un’attenta cura editoriale e vengono trattati ai fini dell’indicizzazione nelle grandi banche dati bibliografiche on line.

Secondo questo orientamento editoriale, le Edizioni Ca’ Foscari nascono nel 2011 con il proposito di favorire la diffusione dei risultati della ricerca all’interno dell’Ateneo e da qui alla comunità scientifica nazionale e internazionale, basandosi sulle opportunità offerte dalle tecnologie digitali.

Qui il catalogo e le riviste

Luca Buonaguidi, “India. Complice il silenzio”

Luca Buonaguidi, IndiaLuca Buonaguidi, India. Complice il silenzio, postfazione di Giulia Niccolai, Italic, 2015, pp.64, € 10

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di Francesco Sasso

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India – complice il silenzio è un diario di viaggio in versi scritto nel 2013 da Luca Buonaguidi durante i cinque mesi in cui ha attraversato Sri Lanka, India, Bhutan, Nepal, Tibet e Kashmir. India – complice il silenzio è dunque la testimonianza di un’esperienza spirituale, è un album fotografico in bianco e nero.

«Sono felice. / Potrei aggiungere altri dettagli / ma la felicità sta nel toglierli.» (pag 41)

Leggendo questa raccolta poetica di Luca Buonaguidi ho pensato che altro è vedere e altro è udire. E soprattutto altro è vedere e udire per gli altri, e altro è vedere e udire tutto per me, esclusivamente per me. Nel primo caso io sono uno spettatore e un ripetitore di ciò che vedo e odo, ma se questo mi dà gioia, è una gioia che è, dirò così: eterna.

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SUL TAMBURO n.17: Paolo Colagrande, “Senti le rane”

Paolo Colagrande, Senti le ranePaolo Colagrande, Senti le rane…, Roma, Nottetempo, 2015

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di Giuseppe Panella

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Senti le rane è un canto tradizionale delle mondine della Bassa che l’oggetto principale della narrazione che costituisce il motivo conduttore del romanzo di Colagrande, a un certo punto, si mette a stonare intervallandolo con poderose bestemmie – una rana che affiora dal pelo dell’acqua gli fa da controcanto gracidando in maniera cacofonica (il richiamo, oltre che all’anfibio in questione, è al coro delle rane nell’omonima commedia di Aristofane indirizzata contro l’opera tragica di Euripide).

«Ma ad ogni modo abbiamo già capito l’atmosfera e infatti è passato all’incirca un minuto come avevo previsto, e Zuckermann continua a cantare: Senti le rane che cantano / io me ne vado via / lascio la risaia / ritorno a casa mia // lascio la risaia / ritorno a casa mia. Bisognava essere lì allora, adesso non si può inventar niente; provando a esserci come se tutto stesse succedendo in questo preciso momento io sento in Zuckermann una voce stonata e badagliera, ma quello che si sa dall’aneddotica è che la voce era forte e disperata, una voce che veniva dall’incubo, il vibrato di un organo da chiesa un po’ scasso, per dire, e qualcuno ha cominciato a sentirlo da lontano e a guardare da quella parte, anche se a Quattrosegole gira poca gente. Badagliera è intraducibile, mi spiace» (pp. 226-227).

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Un romanzo-Kinoglaz, l’ultimo libro di Stefano Lanuzza

Stefano Lanuzza, Il bosco, il mondo, il caos- Come un romanzoUn romanzo-Kinoglaz, l’ultimo libro di Stefano Lanuzza

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di Antonino Contiliano

Uno spaccato impietoso ma per questo vero quanto produttivamente inquietante, il nuovo libro di Stefano Lanuzza, Il bosco, il mondo, il caos- Come un romanzo (Stampa Alternativa, 2016). La ribollente squadernata molteplicità qualitativa che è la vita – “la vita colta sul fatto” (Dziga Vertov) –, un’esplorazione espositiva dei fatti e un montaggio cinemico che, tra inquadrature testuali ora corte, brevi, medie o a campo lungo, si offre per percezioni non anestetizzate, quali quelle oggi offerte dal mercato dei nostri giorni globalizzati, dei desideri fabbricati e soddisfatti (diversamente ti rimborsano!).

Il bosco, il mondo, il caos- Come un romanzo: un’opera accuratamene frastagliata (salut!) che dissolve le simmetrie identificanti e gratificanti; un errare critico che rompe gli specchi e vortica fra cose, immagini, segni, parole, nomi, personaggi dell’arte, della letteratura, della filosofia e della scienza; fra ambienti e paesaggi della memoria, discorsi, aforismi, chiasmi diàforici (“La follia del desiderio? Un desiderio di follia”, p. 56), affermazioni e concatenamenti dell’et et, etc. Come un film che, mentre scandisce la vita e i modi dell’arte d’esistere, ne sottolinea l’inequivocabile e irriducibile apparire cristallizzato di singolarità temporalizzate e costitutive del mondo che abitiamo.

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SUL TAMBURO n.16: Marco Balzano, “L’ultimo arrivato”

Marco Balzano, L'ultimo arrivatoMarco Balzano, L’ultimo arrivato, Palermo, Sellerio, 2014

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di Giuseppe Panella

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L’ultimo è sempre lo sconfitto, il vessato, la vittima designata: Ninetto detto pelleossa per la sua magrezza frutto di una fame secolare e apparentemente inestinguibile è il protagonista di un romanzo di formazione che, però, si conclude con una dura sconfitta, non con il compimento della maturità o il successo sociale da parte del personaggio più significativo della storia raccontata.

Il bambino (ha nove anni all’epoca) scappa da San Cono, sperduto paese della provincia di Catania e noto soprattutto per il miracolo officiato dal santo frate che portava questo nome, stabilendosi a Milano presso i parenti del “paesano” Giuvà che dovrebbe fargli da mentore e aiutarlo in questa difficile trasferta. Ma Giuvà non fa molto per lui oltre a rubargli i danari del gruzzolo affidatogli dal padre Rosario e ubriacarsi lasciandolo sempre solo nell’”alveare” (il complesso edilizio popolare dove gli operai di origine meridionale arrivati a Milano finiscono quasi sempre per andare ad abitare). Dopo essersi ripreso i suoi soldi quasi con la forza, Ninetto va a fare il galoppino in bicicletta per una lavanderia dove, seppure molto sfruttato, il lavoro gli procura una qual certa indipendenza economica. Ma ovviamente non potrà bastargli fare le consegne a domicilio della biancheria stirata e strappa – al compimento del quindicesimo anno di età – un posto all’Alfa Romeo di Arese, alla catena di montaggio dove rimarrà per lunghi anni senza cambiare mai prospettiva e dimensione lavorativa. Nel frattempo, Ninetto si è sposato con Maddalena, una ragazza altrettanto giovane e piena di buona volontà: si è sposato quasi clandestinamente al suo paese, è ritornato a Milano e poi ha avuto una bambina, Elisabetta. Quando la ragazza sarà diventata grande, il delirio possessivo nei confronti delle “sue” donne (un atteggiamento che non l’aveva mai abbandonato fin da quando si era sposato) esploderà in un atto di violenza contro Paolo, futuro marito della figlia, da lui sorpreso in un atteggiamento di abbandono amoroso con lei.

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“La «petite musique» di Céline”. Saggio di Domenico Carosso. (Parte II)

Louis-Ferdinand CélineLa «petite musique» di Céline (seconda parte)

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di Domenico Carosso

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Céline e Proust

Il riferimento a Proust è inserito nella presentazione che Céline fa dell’attività di Madame Herote, la quale

«Unissant les couples et les désunissant avec une joie au moins égale, à coups des ragots, d’insinuations, de trahisons, imaginait du bonheur et du drame sans désemparer. Son commerce n’en marchait que mieux».

Così Proust,

«Mi-revenant lui-meme, s’est perdu avec une extraordinaire ténacité dans l’infinie, la diluante futilité des rites et démarches qui s’entortillent autour des gens du monde, gens du vide, fantômes du désirs, partouzards indécis attendant leur Watteau toujours, chercheurs sans entrain d’improbables Cythères».1

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“La «petite musique» di Céline”. Saggio di Domenico Carosso. (Parte I)

celineLa «petite musique» di Céline (prima parte)

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di Domenico Carosso

Capire l’argot per leggere Céline non basta, tanto più che l’autore è consapevole del rapido invecchiamento di lingue e dialetti, che guarda con fastidio, come una possibile fonte di blocco mentale, come sanno i suoi lettori francesi. E d’altronde l’uso che Céline fa delle 37 varianti argotiche contate da Henri Godard, il suo maggiore studioso, non è mimetico, ma occasionalmente omeopatico, come dice bene il traduttore italiano Ernesto Ferrero, il migliore, con Gugliemi e Celati.

Il problema è andare verso l’asprezza tagliente di Céline, la densità fauve che caratterizza la sua pagina, tenendo conto che il suo intraducibile jazz è quello di chi è cresciuto sotto le vetrate del passage Choiseul, nel II Arrondissement, tra l’odore di orina, i merletti inamidati della madre Marguerite, le canzoni di Aristide Bruant, dure ed epiche, e di Fréhel, forti e commoventi. Nella voce stessa di Céline, nel suo modo di parlare e nella sua scrittura, c’è sempre il suono di una vecchia parlata da faubourg, un impasto di gerghi vari che per sonorità e cadenze non ha niente a che fare col francese scolastico.

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IL TERZO SGUARDO n.54: Franco Ferrarotti, “Al Santuario con Pavese. Storia di un’amicizia”

Franco Ferrarotti, Al Santuario con PaveseFranco Ferrarotti, Al Santuario con Pavese. Storia di un’amicizia, Bologna, EDB, 2015

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di Giuseppe Panella*

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«Ciò che forse non è stato capito dai contemporanei è che in Pavese, come del resto in Adriano Olivetti, benché in tutt’altro modo, era sempre presente e nel fondo, misteriosamente operante, un sentimento religioso che lo rendeva estraneo allo storicismo “laicistico” allora dominante e lo spingeva invece allo studio dei grandi miti, archetipi strutturali, racconti metastorici, risposte criptiche alle pulsioni profonde che costituiscono l’uomo in società. Vico e Frazer al posto di Hegel, per non parlare dei suoi garruli italici nipotini. Ricordo come se fosse ieri che provammo un sommesso divertimento nel riuscire a far passare sotto il naso del crociano-marxista Ernesto de Martino il libro antropologico- strutturale di Theeodor Reik da me tradotto» (p. 49)1.

Franco Ferrarotti, giunto alla soglia dei novanta anni, rievoca, con passione e accoratezza, la passata e condivisa amicizia con Cesare Pavese. In un libro breve ma denso e tutto concentrato sui fatti, il sociologo vercellese racconta del suo incontro con lo scrittore di Santo Stefano Belbo, del loro rapporto di confronto produttivo e qualche volta di scontro, della loro corrispondenza e del loro ritrovarsi a ogni snodo della loro vita (fino all’interruzione brusca ma non imprevedibile legata al suicidio di Pavese). Pavese emerge come “un uomo complesso e privato”, con un interesse serrato e vibrante per la dimensione mitopoietica della vita umana, delle origini della coscienza, del senso ultimo e profondo della vita. – una dimensione astorica che urtava con i convincimenti più forti dell’ambiente culturale in cui egli vive e da cui traeva linfa. La sua fama di “eterno adolescente” affibbiatogli dalla critica letteraria italiana (in ultimo in un saggio pur importante come quello di Cesare Segre che costituisce la sua introduzione all’ultima edizione di Il mestiere di vivere2) ha continuato da sempre a perseguitarlo.

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SUL TAMBURO n.15: Ilaria Gaspari, “Etica dell’acquario”

Ilaria Gaspari, Etica dell'acquarioIlaria Gaspari, Etica dell’acquario, Roma, Voland, 2015

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di Giuseppe Panella

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L’”acquario” indicato e profilato nel titolo è la Scuola Normale Superiore di Pisa, l’istituto universitario di eccellenza dove anch’io ho studiato e dove attualmente insegno. Ma il luogo descritto nelle pagine rarefatte e impregnate di dolorosa malinconia del romanzo di Ilaria Gaspari è ben diverso da quello in cui io ho vissuto alcuni degli anni più intensi (e più interessanti e felici) della mia vita. L’acquario è metafora (è il caso di dirlo) del tutto trasparente di una vita alienata e vissuta al di fuori dell’esistenza quotidiana degli altri esseri umani (quelli che godono la loro giovinezza e i vent’anni e non passano il tempo soltanto a studiare per gli esami universitari e a specializzarsi in discipline esoteriche e conosciute solo da pochi eletti); l’etica non è (o non è soltanto) la dottrina filosofica che permette di comportarsi in maniera adeguata nel mondo ma allude a una forma di etologia il cui oggetto di studio sono soprattutto gli uomini e non soltanto le specie animali. I normalisti che risultano gli attori protagonisti di questo romanzo che oscilla tra la confessione morale e il thriller hanno vissuto la loro “meglio gioventù” in un acquario e, come i pesci rossi della vasca del giardino del Collegio Timpano, si sono gonfiati, imbruttiti, divenuti irriconoscibili (i pesci rossi descritti nel romanzo hanno subito questa in-necessaria mutazione perché qualche bello spirito ha pensato bene di gettare dei piranha nello specchio d’acqua dove vivevano, i giovani studiosi perché costretti a una vita di rinuncia e di competitività esasperata).

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Andrea Galgano, “Downtown”

Andrea Galgano, "Downtown"Andrea Galgano, Downtown, pref. Giuseppe Panella, Aracne, 2015, 296 pp., €18

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di Samuele Liscio

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Ci sono luoghi lontani e magici, di una magia insopprimibile, che affascinano perché capaci di rivelarsi familiari fin dal primo incontro. Ed è in questi luoghi che spesso gli uomini tornano a specchiarsi per ritrovarsi, o più semplicemente per provare a rinascere; luoghi straordinari che hanno segnato intere generazioni di sognatori. Uno su tutti: l’America.

Andrea Galgano, scrittore viaggiatore, in questa sua seconda silloge poetica, Downtown (Aracne Editore), avanza nel suo itinerario lirico con grande lucidità misurando il mondo americano da differenti angolazioni, animato da un’ansia di rigenerazione che si configura come uno stimolo irresistibile. Il segno poetico dell’autore potentino diventa uno strumento di continua ricerca interiore nel proposito di tendere all’estremo l’arco conoscitivo della propria ritrovata coscienza, e ogni singola parola attinta da una enciclopedia lessicale davvero ampia e preziosa sembra scelta perché lasci una testimonianza indelebile di questo doloroso trapasso. L’America che bussa al cuore del nostro poeta ritorna nei suoi versi sotto forma di suoni, lunghi silenzi, colori spesso violenti e immagini luminose in un groviglio di sinestesie che sembra riemergere dalla viscere di un mondo remoto, ebbro di vitalità. Ed è in questa altalena di evocazioni trasfigurate che si generano l’inquietudine del “senso” stesso del viaggio e i fugaci equilibri di una sensibilità sempre tesa ad un ascolto onniabbracciante.

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“Il Portolano” e le riviste letterarie fiorentine del ‘900

riviste fiorentineIl Portolano” e le riviste letterarie fiorentine del ‘900

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di Stefano Lanuzza

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Chi se la ricorda la stagione novecentesca delle riviste letterarie fiorentine, quando Firenze era una capitale culturale non solo italiana?…

Ora, proveniente dal tardo-secondonovecento, c’è “Il Portolano” – rivista fondata nel 1995 da Francesco Gurrieri, Piergiovanni Permoli, Arnaldo Pini –, che dal 2016 supera il suo ventesimo anno di vita; e, come sancito dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, viene annoverata nella “Serie A” delle scienze filologico-letterarie, storico-filosofiche, ecc….

Ma, bando alle omologazioni, soprattutto importa, come scrive Gurrieri nel numero 80-81 di gennaio-giugno 2015, che “‘Il Portolano’ [sia] cresciuto [e sia] ormai apprezzato in ambito nazionale”, continuando “a svolgere il suo imperativo originario: la fedeltà alla letteratura” (fedeltà che vuole resistere a una tecnologia informatica che nei suoi effetti smaterializza la parola e la disperde nell’entropia del web che dilaga mettendo in crisi libri, giornali, riviste e tutto quanto sia cartaceo). Allora, quella del “Portolano”, è una fedeltà da intendere anche come ostinazione a esprimersi – a scrivere e a farsi leggere – sul supporto di carta e nella forma collaudata d’un periodico che raccoglie il testimone delle tante testate letterarie fiorentine del Novecento, a cominciare dalle primonovecentesche “Il Regno” (1903-1906), “Leonardo” (1903-1907), “Hérmes” (1904-1906): tre riviste caratterizzate dalla breve esistenza – oltre che da un nazionalismo antidemocratico, dall’influenza dannunziana, da una morale individualistica e da prospettive guerrafondaie.

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IL TERZO SGUARDO n.53: Mario Tronti, “Dello spirito libero. Frammenti di vita e di pensiero”

Mario Tronti, Dello spirito liberoMario Tronti, Dello spirito libero. Frammenti di vita e di pensiero, Milano, il Saggiatore, 2015

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di Giuseppe Panella*

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Già Con il futuro alle spalle. Per un altro dizionario politico (raccolta di saggi già precedentemente pubblicati sulla rivista di spiritualità Bailamme e uscita per gli Editori Riuniti di Roma nel 1992) e La politica al tramonto (Torino, Einaudi, 1998) lasciavano intravvedere una linea o meglio una deriva che non era tanto inquietante ma che preludeva alla resa successiva. Lo stesso Tronti si è detto in interviste successive all’uscita del suo ultimo libro uno “sconfitto” ma non un perdente. Ma il fatto è che essere sconfitto con onore non vuol dire che si sia perduto tutto se lo si fa con stile. Lo stile è l’uomo (hanno detto a più riprese Goethe e Lacan) e Tronti ha sempre avuto uno stile rigoroso ed esemplare di pensiero che ne ha fatto il capofila di quella corrente importante della cultura politica italiana di sinistra che è stato il cosiddetto “operaismo” (inaugurato da un libro fondamentale, Operai e capitale, del 1966, opera dello stesso pensatore romano). Ma questo libro mostra, in taluni momenti, che lo stile, anche se rimane simile a quello del passato, non sempre risponde alle esigenze del presente. Che cos’è uno “spirito libero”?

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SUL TAMBURO n.14: Marco Missiroli, “Atti osceni in luogo privato”

Marco Missiroli, Atti osceni in luogo privatoMarco Missiroli, Atti osceni in luogo privato, Milano, Feltrinelli, 2015

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di Giuseppe Panella

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In primo luogo, comincerei con un dato di fatto. Comunque si voglia valutare o relazionarsi al rapporto tra scrittura e sessualità (o, per dirla con Henry Miller, tra arte e oltraggio), l’oscenità è sempre qualcosa che il testo trasmette come forzatura rispetto a se stesso e come espressione volutamente esterna rispetto al suo normale svolgimento. In altre parole, l’ob-scenitas è sempre fuori luogo e fuori tempo rispetto al discorso che lo spazio della scrittura converte e coinvolge. L’osceno è spiazzante perché implica un riferimento a qualcosa che non si dovrebbe fare – cioè non si dovrebbe dire. L’osceno è divertente perché dis-trae dallo scopo principale dell’accoppiamento (cioè la procreazione) concentrandosi sul piacere che produce. L’osceno è felice perché va contro tutte le convenzioni e i riti della convivenza umana infischiandosene bellamente delle preoccupazioni della società dei benpensanti e dei convinti sostenitori della sacralità delle forme istituzionali consolidate della sessualità stessa. L’osceno è qualcosa che compensa dalla banalità e dalla continuità dei giorni della vita quotidiana. L’osceno è la concentrazione della diversità rispetto alla convenzione dei rapporti sociali. Ma, nel bel libro di Marco Missiroli, l’osceno non c’è: c’è l’erotismo di vario tipo (da quello masturbatorio a quello vagamente sadico di certi rapporti interpersonali con donne avute e poi rifiutate), c’è la sessualità del tutto normale dell’adolescenza, della maturità e dell’”adultità” (come l’autore chiama l’età della procreazione responsabile dei figli nel matrimonio), c’è la discussione e la descrizione degli effetti della pletora sessuale sui comportamenti e sulla formazione della mentalità di un ragazzo adolescente, poi giovane e poi adulto, c’è la descrizione – solida e compatta – del come si forma un legame d’amore tra un uomo e una donna, ma l’oscenità non c’è. In un romanzo di formazione come quello di Missiroli, lo spazio non è occupato dal sesso ma dalla sua idealizzazione come pratica liberatoria e come avventura letteraria, come frutto di una crescita che più che dalle logiche dei corpi viene fuori dall’emancipazione ottenuta attraverso i libri.

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