Il libro si consacra nella irrealizzabilità & Roland Barthes

Uno scrittore scrive un libro, ma questo diviene opera quando inizia a vivere, ossia inizia ad esser letto. Non tutti i libri nati saranno letti. Io mi chiedo: quanti libri pubblicati attendono di vedere la luce, ossia d’incontrare i propri lettori ideali? Quanti bei libri scompaiono dal mondo senza aver mai incontrato il lettore ideale? E’ possibile una tal estinzione culturale?
Tuttavia, un’opera si consacra nella irrealizzabilità: anche quando trova il suo lettore e viene letta non è mai stata letta, essendo la lettura un atto irripetibile. Parlo di divario tra Opera e discontinuità della sensibilità d’animo e intellettuale dell’individuo. E’ esperienza di tutti, i bei libri si rivelano in seconda o terza lettura, anche a distanza di due mesi, diversi, freschi, non di rado discordi con la precedente lettura. Mai che siano uguali a se stessi. Mai!
Alla fine mi risollevo dalla gradevole sconfitta di aver letto un libro per la quinta volta, “rileggendo”, e riportando qui per voi, alcune righe scritte da Barthes:

“[…] la visione realistica ed immediata, riferendosi ad una realtà alienata, non può essere in nessun modo una “apologia”: in una società alienata, la letteratura è alienata: non c’è quindi nessuna letteratura reale (foss’anche quella di Kafka) di cui si possa fare l’”apologia”: non sarà la letteratura a liberare il mondo. Tuttavia, in questo stato “ridicolo” in cui oggi ci ha posto la storia, ci sono molti modi di fare della letteratura: c’è la possibilità di una scelta, e di conseguenza c’è, se non una morale, almeno una responsabilità dello scrittore. Si può fare della letteratura un valore assertivo, sia nel riempimento, accordandolo ai valori di conservazione della società, sia nella tensione, facendone lo strumento di una lotta di liberazione; si può invece accordare alla letteratura un valore essenzialmente interrogativo; la letteratura allora diventa il segno (e forse il solo segno possibile) di quella opacità storica in cui viviamo soggettivamente; servito mirabilmente da quel sistema significante recettivo che a mio avviso costituisce la letteratura, lo scrittore può allora impegnare profondamente la sua opera nel mondo, nei problemi del mondo ma al tempo stesso sospendere questo impegno proprio dove le dottrine, i partiti, i gruppi e le culture gli suggeriscono una risposta. L’interrogazione della letteratura è allora, in un solo e identico movimento, infima (in rapporto ai bisogni del mondo) e essenziale (poiché essa è costituita da questa interrogazione). Questa interrogazione non è qual è il senso del mondo? Né forse: il mondo ha senso? Ma soltanto: ecco il mondo: vi è senso in esso? La letteratura è allora verità, ma la verità della letteratura è in questa incapacità a rispondere alle domande che il mondo si pone sui suoi mali, e insieme nel suo potere di porre domande reali, domande totali, la cui risposta non sia presupposta, in un modo o in un altro, nella forma stessa della domanda: impresa che forse nessuna filosofia ha realizzato e che allora apparterebbero, davvero, alla letteratura”.

R. Barthes, Saggi critici, Einaudi

f.s.

letteratura tra infinito e finito

“Come sarà il romanzo del 21° secolo?”
Di fronte a questa domanda vado in stallo, apro le braccia e dichiaro: non lo so!
Posso però affermare che il romanzo ha, e avrà sempre, un solo punto d’abisso, all’interno di uno spazio ancora più oscuro, da cui partire: l’uomo. Un uomo che è di per sé finito, ma che è chiamato ad assistere a quest’infinito universo. Per cui, ogni suo gesto è, o dovrebbe essere, pensato illimitato; altrimenti patisce, cessa di sperare quando ne percepisce o ne scorge la finitezza. Da questo conflitto nascono le innumerevoli lacerazioni dell’anima e del sogno, nasce la scrittura.
Ed è partendo dall’uomo che si prefigura nella mia mente l’immagine di un romanzo che è sempre alla ricerca di un punto fermo e atemporale della realtà. Un romanzo con sempre nuove campionature linguistiche, con cadenze mutanti, con molteplici forme e suoni. Un romanzo che cerca continuamente di spostare i confini tra natura e società. Un romanzo d’ambienti dilatati, di possibilità inevase, di necessità e libertà. Un romanzo che contamina il lettore d’inquietanti interrogativi e che lascia pensare all’esistenza di un incolmabile vuoto tra teoria e realtà. Un romanzo che rappresenta la somma delle possibilità del suo tempo, ma è anche un’accumulazione distinta di tempi intermedi e l’espressione assoluta d’atemporalità: condizione contraddittoria questa, come quella dell’uomo nell’universo. Un romanzo che ha in sé il germe del relativismo e del Mito (altra contraddizione); che mostra le cadute della “macchina” sociale che non ha più motivo d’essere, e che prospetta un’allucinante terra di nessuno in cui il lettore è costretto ad aggirarsi alla ricerca di sé. Un romanzo che, per concludere, si basa sulla Parola vera, che aspira a non essere rovesciata in falsa Parola.

f.s.

Neuropa di Gianluca Gigliozzi. L’antiromanzo carnevalesco

neuropa

di Francesco Sasso

“IO VORREI VEDERE L’INVISIBILE, MAI VEDUTO O MAL VEDUTO. VEDENDO IL MURO IO NON VEDE CHE IL MURO DEL Già VEDUTO, STRAVEDUTO, MALVEDUTO […] e già vede che fingeva di essere altri IO è un po’ come avere tanti corpi morti in cui frugare a caccia dell’ESSERE “.

Mi attirava l’idea d’iniziare il mio articolo con una frase/insegna estrapolata dal corpo/mondo narrativo di NEUROPA, poema epicomico di Gianluca Gigliozzi, pubblicato dalla casa editrice leccese Luca Pensa Editore e da alcune settimane nelle librerie italiane.
Scritto dal 1996 al 2001- con le varie revisioni del caso, il poema/romanzo di Gigliozzi narra le vicende (reali o trasfigurate dalla lente della fantasia?!) delle più importanti personalità dell’Europa tra il 1671 e la Rivoluzione Francese, periodo fondamentale per la nascita delle moderne società europee.
Il romanzo/poema immediatamente s’impone in prima lettura per la complessità della sua struttura. Esso si fonda sull’intreccio di svariati strati narrativi. Volendo generalizzare, possiamo affermare che in Neuropa c’è un livello filosofico, un livello romanzesco, un livello poetico e un livello storico (quest’ultimo facilmente inglobabile con quello filosofico). Non tratterò del livello filosofico-storico, peraltro già toccato da Luciano Pagano su Musicaos.it, ma mi soffermerò sui restanti livelli tematico-formali a me cari.

Livello poetico e formale.

La lingua di Gigliozzi è una lingua “alta”, equilibrata, mai banale o sciatta. La scelta dei verbi e degli aggettivi è raffinata. In alcuni punti la prosa del nostro è retta dalle regole della prosodia e della retorica. Le sue frasi più riuscite sono un continuo succedersi di sequenze melodiche e cellule ritmiche separate dal trattino (in sostituzione del punto), scandite da assonanze, consonanze o rime interne: “urla, strepiti, spari e fremiti- vibrazioni di fuochi celesti che irrompono nell’aria gialla- sembra che stiano tirando giù il cielo con un sistema di funi, alzaie, cordate, tutte in tensione concertata- s’incrina, si squassa, si ripetono schianti, raschi e frane- raspare di metalli, tonfi di corpi- e ancora rulli, urli, urti e canti-“. (Avrei potuto riportare altri esempi più calzanti per ogni aspetto retorico, ma ho la necessità di citare un pezzo in cui sono presenti i vari aspetti da me evidenziati).
L’utilizzo delle assonanze, che nella poesia popolareggiante è diffusa in luogo della rima, viene qui adoperata all’interno della frase per accrescere la musicalità del testo. Per questo è giusto definire Neuropa un poema in prosa. E la prosa del nostro scrittore è infarcita di tali sequenze melodiche e di figure retoriche.
Riprendendo l’estratto di sopra, vorrei farvi notare la presenza della figura di pensiero detta accumulazione, con un maggior effetto dovuto all’asindeto, cioè mancanza di particelle congiuntive o disgiuntive. ( “ Fior, fronti, erbe, ombre, antri, onde, aure soavi “, Petrarca, Canzoniere CCCIII). Spesso in Neuropa l’utilizzo dell’accumulazione ha intenti comici come nella migliore tradizione della Nencia di Lorenzo. Ma- c’è un piccolo ma- la prosa poetica di Gigliozzi cede nella parte finale del romanzo/poema. Sembra perdere la lucentezza e la freschezza iniziale. Scivola nella pura prosa, anche se lo stile resta elegante e raffinato. Questo è dovuto, probabilmente, alla lunga gestazione o ad una precisa strategia narrativa (ma su quest’ultima ipotesi dovremmo sentire l’autore).

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I diavoli meccanici. Tuta blu di Tommaso di Ciaula

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di Francesco Sasso 

Tuta blu: non si può non partire da Ned Ludd (da cui i “luddisti”) impiccato nel 1779 per essersi messo a capo di una banda che distruggeva i primi diavoli meccanici, ossia i telai. Da allora ad oggi, il rapporto tra l’uomo e la macchina è tutt’altro che pacifico. Lo scontro persiste, incessante, al coperto di lamiere gelide d’inverno e roventi d’estate. Nulla è mutato dal 1979 ad oggi. Ebbene sì. Nulla. Mio padre ne è testimone, dopo 35 anni di lavoro in fabbrica. Stessi fabbricati, diversi nomi sulla tuta blu. Stessi luoghi- Modugno- differenti mansioni. Tutti accomunati da quella benemerita tuta dal colore del mare.
Dopo aver letto il romanzo di Tommaso di Ciaula ho sentito l’esigenza di indagare, domandare, verificare. Tutto vero, ancora oggi, dopo più di vent’anni dall’uscita del romanzo nel ‘79. Pazzesco.
Questa realtà immutata dovrebbe essere di stimolo, spingendo ognuno di noi a leggere il testo di di Ciaula con molta più attenzione e considerazione, perché il romanzo Tuta Blu è il tentativo riuscito di descrivere il comportamento dell’operaio e il contesto in cui vive; e di rappresentare oggetti e attrezzi della vita lavorativa degli stessi. In questa operazione è implicito una critica delle condizioni alienanti del lavoro in catena di montaggio. La routine, la spersonalizzazione cui è soggetto l’individuo, solo ed irripetibile, di fronte alla lucida macchina che ripete all’infinito il suo giro disumano.
Lo scrittore di Ciaula è fermo nella volontà di descrivere in modo soggettivo l’ambiente, le azioni e i caratteri, senza celar nulla di se (vedi la rievocazione dei desideri erotici del protagonista o le invettive contro i cani da guardia dei padroni). Nella slancio del resoconto, di Ciaula spezzetta il racconto, sacrificando la trama in favore della descrizione della vita e delle tragedie quotidiane dell’essere operaio con la tuta blu (molte righe sono dedicate agli infortuni sul lavoro e al sangue versato).

Ciò nondimeno, Tuta blu non è solo cronaca di vita dentro una fabbrica, ma è anche micro narrazione sulle grandi trasformazioni avvenute in Italia a livello economico e politico tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60; delle influenze, dei disastri e dei stravolgimenti socio-economici delle campagne pugliesi, fino ad allora legata alla tradizione rurale.
Nelle pagine dedicate ai nonni contadini dello scrittore, si avverte la nostalgia del protagonista della cultura e dei ritmi del mondo agricolo. Quella stessa società che, verso la fine degli anni ’50, subisce un mutamento profondo, cambia fisionomia, si sposta in massa verso i centri urbani o si concentra intorno alle grandi, medie e piccole fabbriche. L’illusione di una vita sicura, lontana dalla fatica e dalle bizze del tempo naturale, presto si spegne. Si diffonde una nuova organizzazione del lavoro e di conseguenza una nuova distribuzione del tempo, questa volta artificiale.
Il ripetersi delle azioni, spesso meccaniche, scandite dal ritmo del profitto e della produttività portata agli estremi, da origine a fenomeni di alienazione e di spersonalizzazione dell’individuo operaio. La produzione di massa e la diffusione dei beni di consumo, conclude l’opera di distruzione dell’io, inchiodando per sempre l’operaio alla sua macchina, al ripetersi del gesto.
Gradualmente, lungo tutto il romanzo, assistiamo alla lotta del protagonista contro la standardizzazione dei comportamenti dell’uomo/macchina, causa che innesca un processo di crescente livellamento della percezione. Ecco perché l’operaio di Ciaula cerca continuamente il contatto con l’autentico, con la natura e la evoca in un uccello che entra per caso nel capannone di lamiera, o negli alberi imprigionati dall’asfalto, all’interno delle mura della fabbrica/prigione.
La grande capacità di Tommaso di Ciaula è di trovare le giuste parole per poter raccontare tutto questo, reincarnandosi nei gesti di un’intera vita passata in simbiosi con il tornio; accompagnando l’incubo meccanico con il ritmo forsennato della sua voce da ex contadino del sud testardo e sincero.

f.s.

Da qui verso casa di Davide Bregola. Parlare con gli altri per imparare qualcosa di sé

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di Francesco Sasso

Un lettore. Un Libro.
Capita, a volte, che si incontrino in un giorno lontano dalla data di pubblicazione che lo vide venir alla luce. Capita quasi per caso, ammesso esista quest’ultimo.
Capita, anche, che il libro ti segnali porzioni di realtà letterarie fino ad allora impensate. Che accenda un qualcosa in te. Una voglia profonda di saperne di più, di scavare a fondo.
A me è capitato con Da qui verso casa di Davide Bregola.

Il testo è una raccolta di undici interviste ad altrettanti narratori migranti in Italia.
Nella premessa il curatore scrive: “l’essere o il sentirsi stranieri riguarda un modo di rapportarsi al mondo piuttosto che il provenire da qualche altro mondo”. E verso la fine del libro, egli “fa dire”, a tal proposito, al professore Gnisci, uno dei massimi esperti di questa nuova letteratura, che non siamo di fronte a letteratura di immigrati, ma letteratura migrante, o meglio “Letteratura dei mondi […] che comincia a formare una rete planetaria di conoscenze e di ri-conoscenze, di traduzioni e di multiple reciprocità. […] La Letteratura dei mondi è una poetica dell’avvenire- proprio come quella romantica al suo apparire, ma liberata dall’eurocentrismo e dall’egemonia della borghesia comprandola- piuttosto che una biblioteca geo-politica ed ecumenica di opere. Generi, temi e rapporti culturali.”

Da qui verso casa è un testo di veloce e gustosa lettura, un libro di “sbieco”, per il suo attraversare alcuni generi letterari: biografico, manuale di scrittura creativa, inchiesta. Mette in fila una serie di personalità di diversa provenienza culturale, nord/sud, est/ovest: Younis Tawfik, iracheno, con la sua esigenza/desiderio di estendere emozioni e visioni della vita, avvicinando la tradizione Araba a quella Italiana; Alice Oxman, statunitense, e la sua attenzione alla “voce”, ovvero al dialogo nella narrativa; Ron Kubati, albanese, e la sua ricerca dell’altrimenti; Jadelin Maiala Gangbo, congolese, e la voglia di oralità e di ritmo nella prosa; Helga Schneider, polacca, e il rifiuto della lingua tedesca come negazione della cultura nazista di una madre, volontaria SS; Jarmila Ockayova, slovacca, e la sua scrittura come impegno di vita, per diventare ciò che si è; Tahar Lamri, algerino, e il suo paese che si fa corpo; Christiana de Caldas Brito, brasiliana, e quelle sue parole che liberano l’anima; l’altro scrittore brasiliano Julio Monteiro Martins e la riproduzione della lingua del mondo, ossia cacotopia; Melena Janeczek, tedesca, e l’urgenza di scrivere; Smari Abdel Malek, algerino, e la ripetitività della scrittura.
Di tutti questi scrittori, Bregola è ascoltatore attento– “Io sono un ascoltatore nato, e lui ha voglia di parlare”- che cerca di capire l’altro, in questo caso lo scrittore migrante.
Tutte le sue domande ruotano intorno ad alcuni argomenti imprescindibili, come il rapporto dello scrittore migrante appunto, con la cultura d’origine; il perché ad un certo momento della sua vita decida di adottare un’altra lingua; e soprattutto come uno scrittore lavori artigianalmente sulla sua storia.
Si avverte l’esigenza da parte dell’intervistatore di capire non solo la figura dello scrittore migrante, ma l’immagine stessa dello scrittore, senza etichetta d’origine, ossia l’uomo ed il suo profilo sociologico, innescando un’efficace e seducente esplorazione che percorre natura, fatiche ed emotività non comuni. Un invito-introduzione verso una creolizzazione cosmopolita dei nostri percorsi di vita letterari e non, sempre più lontana da fenomeni di etnocentrismo viscerale. Poiché quel groviglio di conoscere, di modi di “sentire” e di esperienze linguistiche, non potrà che arricchire la cultura e la lingua italiana, donando a noi lettori nuovi strumenti espressivi e, di conseguenza, la possibilità di ascoltare nuove Storie, quelle del 21° secolo.

f.s.

[ Davide Bregola, Da qui verso casa,  Kùmà Lettere migranti, 2002, pagg.157, 11,00 euro]

Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno

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 di Francesco Sasso


Alessandro Piperno è un grande affabulatore senza sprazzi creativi. Egli ti afferra in un vortice di parole e ti fa ruotare come su di una giostra; altresì, dopo le prime cento pagine, speri che alla fine il balletto termini per entrare finalmente in una storia verosimile. Purtroppo, Con le Peggiori intenzioni è un racconto antiletterario. O meglio, dovrebbe essere la storia di più generazioni- i Sonnino, famiglia ebrea romana; ma la fantasia del lettore è costretta allo stato larvale, poiché il racconto non sollecita la sospensione della ragione né scava in oscure profondità dentro cui buttar l’occhio del pensiero. Alla fine, il ritmo del racconto è stancante e si finisce per non domandare più nulla alla storia.
A tal proposito mi viene in mente il pessimo gusto di un buon vino annacquato. In potenza, lo scrittore ha le capacità per scrivere un buon romanzo, ma sembrerebbe che egli manchi di “senso” narrativo per rendersi conto che dopo un’ottima esuberanza verbale è giunta l’ora di procedere nel racconto o di andare in profondità. Anzi, l’autore si crogiola al sole della dispersione concettuale, in superficie, e la pagina si piega su se stessa, appesantita da una dilatazione linguistica che alla lunga annoia.
Non vi racconteremo la fabula, inutile. Alla fine della lettura, nulla cambia, se non un accumulo di fatterelli.
In tutto questo, credo, la pecca principale risieda nei protagonisti. Ognuno di loro non è legato a nessuna costellazione, in nessuna plausibile dinamica di gruppo. Tutti i protagonisti hanno lo spessore sottile dell’ombra. Né chiari oscuri né tridimensionalità. Eppure lo scrittore si spreca nello sviscerare la psicologia dei suoi protagonisti. Niente, essi restano appiccicati alla pagina come figurine senz’anima.
La rete sfilacciata di rapporti alla quale appartiene ogni personaggio del romanzo si estende anche ai luoghi e agli oggetti. Sennonché, sia pure con grande fatica, riusciamo a terminare il libro.
Per concludere, vorrei evocare lo spettro di Svevo. Nella coscienza di Zeno il protagonista racconta nel minimo particolare ogni piega della psicologia del protagonista e la storia si dilata lentamente. Ma l’autoironia di Zeno alleggeriva la pagina e la rendeva fluida. Purtroppo, in nessuno dei Sonnino, tanto meno nella voce narrante, c’è quell’autoironia che riequilibri la visione univoca della storia, dando un margine ampio all’interpretazione dei fatti da parte del lettore, innescando tra quest’ultimo e i protagonisti una empatia/simpatia o, all’opposto, una robusta antipatia.
Un dubbio rimane: che lo scrittore abbia voluto prenderci tutti in giro? Nel senso che, conoscendo bene i limiti dell’opera, abbia deciso di accentuare i difetti per nasconderli? E contrabbandarli per provocazione?

f.s.

[Alessandro Piperno, Con le peggiori intenzioni, Mondadori, 2006, 304 p., € 9,00]

Lavoro da fare di Biagio Cepollaro

di Francesco Sasso 

E’ on-line l’e-book Lavoro da Fare” di Biagio Cepollaro. Poema 2002-2005. Cinquanta pagine. Pagine levigate, bollite al fuoco lento del “fare”, sciogliere, digerire, psicoanalizzare, e neanche distillare; tentativo di mantenere intatto ciò che la comprensione del poeta tocca, guarda. Siamo dinanzi ad una laica invocazione, ad uno sdoppiamento che impone un ripensarsi ed un ricollocarsi nella vita quotidiana. Il poeta dialoga con la propria anima: “calmati e scrivi”, e le ricorda di essere se stessa: “ed è sempre questa la lotta/ e vale per ogni età: tra fissità/ e mutamento/ tra ciò che vorremmo valesse/ per sempre/ e l’acqua che scorre / che non è mai la stessa.” , tra il finito e l’infinito di ogni esistenza: “ ma noi dobbiamo svolgere/ un compito/- malgrado lui-/ che è fare dell’anima/ la nostra vita/ gettare un ponte/ tra ciò che siamo e ciò/ che comunque eravamo già/ prima/ anche senza saperlo. “
Durante la lettura dell’opera si avverte una forte tensione etica, un non volersi dare per vinto, neanche davanti alla solitudine e alla morte sempre incombente. La chiave di volta di tutta l’opera è la scoperta, oltre ogni ragionevole dubbio, che: “[…] noi non siamo/ nostri”, apparteniamo alla fine, al disfacimento, “l’importante è non restare / incistati in una vita / bloccata” , ma oltrepassare lo stallo “che vivemmo fin qui/ dimezzati/ che non c’è vita/ che non cuci insieme/ giorno e notte…”, insomma, tentare una piccola ricomposizione chirurgica della propria esistenza, dentro una visione cosmica ed orientale: “oggi non possiamo chiedere/ meno di questo/ al mondo/ che la vita di ogni singolo/ uomo/ sia felice/ tutto il resto è lungo/ giro che ci ha portati lontani/ dal centro”, ma questo è un salto che precipita immediatamente in terra “come quando credendo di far prima/ si resta fermi in tangenziale”.
Cepollaro getta uno sguardo nel buco nero della vita, “tu vai incontro/ all’origine/ invecchiando/ e ciò che col tempo/ hai imparato/ è stato solo parafrasi/ di versi/ all’origine ascoltati” e vi scorge follia e promesse inevasa.“Allora quale sarebbe/ questo senso che ci tiene?”, che spinge l’uomo a fare, lavorare, amare dentro uno scenario scelto da altri “ che non importa innanzitutto/ raffinatezza di cibo ed esperienze/ la tavola solo in parte è decisa/ da noi e solo talvolta ci è stato possibile/ aggiungere tocco elegante al centro”?
Entusiasmante il crescendo dell’opera, al centro c’è la speranza del poeta nella solidarietà fra gli uomini, direi una leopardiana speranza: “ e ora quel palmo aperto/ di mano che ci tiene proviamo/ a starci tutti: ognuno con suoi/ occhi bassi e col disagio/ di non sapere come stare/ in piedi o sedersi/ proviamo a guardarci”. Proviamo a guardarci, ci dice il poeta, proviamo a stare tutti in quel palmo di mano a forma di mondo, l’un l’altro in armoniosa cura, unendoci in una pagana preghiera a Dio, meravigliosa parafrasi mistica.
E si giunge alla riconciliazione dentro l’ombra del solo sentimento possibile: l’Amore.
Mentre siamo in bilico sul palmo, ecco che una domanda ritorna: “ e insomma ora che fare?[…]”, rifugiarci nella poesia.? “il sospetto della bellezza/ dell’essere/ oggi non è più sospetto/ ma un’esperienza”. No, rifugiamoci nell’esperienza della vita.
Quella di Cepollaro è una metrica che deriva dal classico ma nello stesso tempo si piega per incorporare i ritmi del linguaggio moderno. Versi chiari, mai ingioiellati, ma rapidi come i movimenti del pensiero. Un modo asciutto, pulito, di usare le parole, adoperate nel senso più comune per rappresentare il “da fare”, lavoro quotidiano e discreto.

f.s.

Esperimento di verità di Paul Auster

Recensione/schizzo #1

85 pagine di prosa essenziale e scarna. Una prova di verità appunto, la verità della vita, l’intreccio di occasioni e sincronismi che costituisce l’esistenza di ogni uomo. Eventi che segnano la vita ad alcuni, mentre per altri, coinvolti nello stesso evento, non hanno significato nulla. Raccolta di storie minime. Un’idea fantastica per un libro. Peccato che la maggior parte di questi aneddoti autobiografici, al limite dell’inverosimile, siano piuttosto insignificanti e raccontati in modo piatto e senza una pur minima elaborazione narrativa. Ed è soprattutto quest’ultimo aspetto ad avermi infastidito. A me ha dato l’impressione di scarti d’autore, appunti sparsi.
 

f.s.

[Paul Auster, Esperimento di verità, Einaudi, pp. 81, € 9,30]

La morte di Ivan Iljic di Lev Nikolaevic Tolstoj

Sto leggendo alcuni racconti lunghi di Tolstoj: Due ussari, La tempesta di neve, La morte di Ivan Iljic. Nei prossimi giorni leggerò La sonata a Kreutzer.

Il racconto che più mi ha colpito lo stomaco e il cuore è La morte di Ivan Iljic.
La morte d’Ivan Iljic è una realistica descrizione di una vita banale che finalmente riceve la luce nel momento della morte. Un uomo educato e cresciuto nelle idee comuni, della morte non ne sapeva nulla. Per il protagonista vivere era stato sempre prevedere a breve scadenza.
In La morte d’Ivan Iljic la verità è orribile; e di questa verità il primo carattere è il dolore, il dolore assurdo. Il male assurdo schiaccia Iljic e l’angoscia del pensiero della morte è assoluta. Capolavoro datato 1886.
f.s.