Da qui verso casa di Davide Bregola. Parlare con gli altri per imparare qualcosa di sé

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di Francesco Sasso

Un lettore. Un Libro.
Capita, a volte, che si incontrino in un giorno lontano dalla data di pubblicazione che lo vide venir alla luce. Capita quasi per caso, ammesso esista quest’ultimo.
Capita, anche, che il libro ti segnali porzioni di realtà letterarie fino ad allora impensate. Che accenda un qualcosa in te. Una voglia profonda di saperne di più, di scavare a fondo.
A me è capitato con Da qui verso casa di Davide Bregola.

Il testo è una raccolta di undici interviste ad altrettanti narratori migranti in Italia.
Nella premessa il curatore scrive: “l’essere o il sentirsi stranieri riguarda un modo di rapportarsi al mondo piuttosto che il provenire da qualche altro mondo”. E verso la fine del libro, egli “fa dire”, a tal proposito, al professore Gnisci, uno dei massimi esperti di questa nuova letteratura, che non siamo di fronte a letteratura di immigrati, ma letteratura migrante, o meglio “Letteratura dei mondi […] che comincia a formare una rete planetaria di conoscenze e di ri-conoscenze, di traduzioni e di multiple reciprocità. […] La Letteratura dei mondi è una poetica dell’avvenire- proprio come quella romantica al suo apparire, ma liberata dall’eurocentrismo e dall’egemonia della borghesia comprandola- piuttosto che una biblioteca geo-politica ed ecumenica di opere. Generi, temi e rapporti culturali.”

Da qui verso casa è un testo di veloce e gustosa lettura, un libro di “sbieco”, per il suo attraversare alcuni generi letterari: biografico, manuale di scrittura creativa, inchiesta. Mette in fila una serie di personalità di diversa provenienza culturale, nord/sud, est/ovest: Younis Tawfik, iracheno, con la sua esigenza/desiderio di estendere emozioni e visioni della vita, avvicinando la tradizione Araba a quella Italiana; Alice Oxman, statunitense, e la sua attenzione alla “voce”, ovvero al dialogo nella narrativa; Ron Kubati, albanese, e la sua ricerca dell’altrimenti; Jadelin Maiala Gangbo, congolese, e la voglia di oralità e di ritmo nella prosa; Helga Schneider, polacca, e il rifiuto della lingua tedesca come negazione della cultura nazista di una madre, volontaria SS; Jarmila Ockayova, slovacca, e la sua scrittura come impegno di vita, per diventare ciò che si è; Tahar Lamri, algerino, e il suo paese che si fa corpo; Christiana de Caldas Brito, brasiliana, e quelle sue parole che liberano l’anima; l’altro scrittore brasiliano Julio Monteiro Martins e la riproduzione della lingua del mondo, ossia cacotopia; Melena Janeczek, tedesca, e l’urgenza di scrivere; Smari Abdel Malek, algerino, e la ripetitività della scrittura.
Di tutti questi scrittori, Bregola è ascoltatore attento– “Io sono un ascoltatore nato, e lui ha voglia di parlare”- che cerca di capire l’altro, in questo caso lo scrittore migrante.
Tutte le sue domande ruotano intorno ad alcuni argomenti imprescindibili, come il rapporto dello scrittore migrante appunto, con la cultura d’origine; il perché ad un certo momento della sua vita decida di adottare un’altra lingua; e soprattutto come uno scrittore lavori artigianalmente sulla sua storia.
Si avverte l’esigenza da parte dell’intervistatore di capire non solo la figura dello scrittore migrante, ma l’immagine stessa dello scrittore, senza etichetta d’origine, ossia l’uomo ed il suo profilo sociologico, innescando un’efficace e seducente esplorazione che percorre natura, fatiche ed emotività non comuni. Un invito-introduzione verso una creolizzazione cosmopolita dei nostri percorsi di vita letterari e non, sempre più lontana da fenomeni di etnocentrismo viscerale. Poiché quel groviglio di conoscere, di modi di “sentire” e di esperienze linguistiche, non potrà che arricchire la cultura e la lingua italiana, donando a noi lettori nuovi strumenti espressivi e, di conseguenza, la possibilità di ascoltare nuove Storie, quelle del 21° secolo.

f.s.

[ Davide Bregola, Da qui verso casa,  Kùmà Lettere migranti, 2002, pagg.157, 11,00 euro]