Il libro si consacra nella irrealizzabilità & Roland Barthes

Uno scrittore scrive un libro, ma questo diviene opera quando inizia a vivere, ossia inizia ad esser letto. Non tutti i libri nati saranno letti. Io mi chiedo: quanti libri pubblicati attendono di vedere la luce, ossia d’incontrare i propri lettori ideali? Quanti bei libri scompaiono dal mondo senza aver mai incontrato il lettore ideale? E’ possibile una tal estinzione culturale?
Tuttavia, un’opera si consacra nella irrealizzabilità: anche quando trova il suo lettore e viene letta non è mai stata letta, essendo la lettura un atto irripetibile. Parlo di divario tra Opera e discontinuità della sensibilità d’animo e intellettuale dell’individuo. E’ esperienza di tutti, i bei libri si rivelano in seconda o terza lettura, anche a distanza di due mesi, diversi, freschi, non di rado discordi con la precedente lettura. Mai che siano uguali a se stessi. Mai!
Alla fine mi risollevo dalla gradevole sconfitta di aver letto un libro per la quinta volta, “rileggendo”, e riportando qui per voi, alcune righe scritte da Barthes:

“[…] la visione realistica ed immediata, riferendosi ad una realtà alienata, non può essere in nessun modo una “apologia”: in una società alienata, la letteratura è alienata: non c’è quindi nessuna letteratura reale (foss’anche quella di Kafka) di cui si possa fare l’”apologia”: non sarà la letteratura a liberare il mondo. Tuttavia, in questo stato “ridicolo” in cui oggi ci ha posto la storia, ci sono molti modi di fare della letteratura: c’è la possibilità di una scelta, e di conseguenza c’è, se non una morale, almeno una responsabilità dello scrittore. Si può fare della letteratura un valore assertivo, sia nel riempimento, accordandolo ai valori di conservazione della società, sia nella tensione, facendone lo strumento di una lotta di liberazione; si può invece accordare alla letteratura un valore essenzialmente interrogativo; la letteratura allora diventa il segno (e forse il solo segno possibile) di quella opacità storica in cui viviamo soggettivamente; servito mirabilmente da quel sistema significante recettivo che a mio avviso costituisce la letteratura, lo scrittore può allora impegnare profondamente la sua opera nel mondo, nei problemi del mondo ma al tempo stesso sospendere questo impegno proprio dove le dottrine, i partiti, i gruppi e le culture gli suggeriscono una risposta. L’interrogazione della letteratura è allora, in un solo e identico movimento, infima (in rapporto ai bisogni del mondo) e essenziale (poiché essa è costituita da questa interrogazione). Questa interrogazione non è qual è il senso del mondo? Né forse: il mondo ha senso? Ma soltanto: ecco il mondo: vi è senso in esso? La letteratura è allora verità, ma la verità della letteratura è in questa incapacità a rispondere alle domande che il mondo si pone sui suoi mali, e insieme nel suo potere di porre domande reali, domande totali, la cui risposta non sia presupposta, in un modo o in un altro, nella forma stessa della domanda: impresa che forse nessuna filosofia ha realizzato e che allora apparterebbero, davvero, alla letteratura”.

R. Barthes, Saggi critici, Einaudi

f.s.