Omar Khayyàm

Omar Khayyàm e le sue robàyyàt ci giungono dalla Persia dl XII secolo. Rappresentante dei liberi pensatori, poeta pessimista, oggetto di persecuzioni alla sua epoca, più apprezzato quindi dai connazionali come astronomo e matematico, e molto noto in Europa per le sue numerose traduzioni delle sue opere, traduzioni più o meno fedeli, tra cui quella dell’americano Fitzgerald. Nelle sue quartine (robài) egli riversa l’angoscia per la brevità e vanità della vita, spesso si scaglia contro il clero e la religione, accusando Dio di tutti i dolori umani. Questi suoi sfoghi pessimistici e materialistici, questi suoi sarcasmi e invettive che talvolta rasentano la bestemmia, sono scritti in una forma purissima e perfetta nella sua concisa semplicità.

f.s.

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City di Alessandro Baricco

city

di Francesco Sasso

 


City, dopotutto, non mi è piaciuto poi molto. Eppure, Baricco sa scrivere, sa giocare con le parole: le rigira, le frantuma; costruisce dialoghi surreali; fa capriole e salti mortali; palleggia vivace con battute fulminanti; costruisce scenari già usurati dall’immaginario collettivo, spacciandoli come nuovi, stirati e lavati; chi glielo nega! Ciò nondimeno: perché io non mi sono per niente divertito?
Forse perché il romanzo City, almeno credo, è un enorme e studiato bluff che si dipana per trecento e più pagine? Forse perché è un libro contenitore di storie che non raccontano storie, scrittura vuota che cerca di liberarsi del contenuto?

E’ lo stesso Baricco a dire “che questo libro è costruito come una città, come l’idea di una città. Mi piaceva che il titolo lo dicesse. Adesso lo dice. Le storie sono i quartieri, i personaggi sono le strade. Il resto è tempo che passa, voglia di vagabondare e bisogno di guardare.”
E, infatti, ci trovi di tutto e di più, come in un lunapark. Puoi attraversare il romanzo ed entrare in una piazza e leggere una cannonata a salve contro i preti impegnati; o entrare in una via dove il lettore è spinto a cavalcare certe epopee americane nel west; o finanche della boxe mitica di “sangue, fame e sudore”; oppure sorbirti quella specie di presa per il naso che è il personaggio del pittore (alias Baricco?) che dipinge il niente; o soffermarsi sul saggio sull’onestà intellettuale dove ci si domanda: “Se uno che rapina banche va in galera perché chi prende per il culo i lettori gira a piede libero? “
Già, perché ciò succede? Perché Baricco è ancora in giro?

Per chi abbia letto il romanzo alcuni anni fa, permettetemi di rinfrescarvi la memoria, elencando qualcuna delle figure principali di City, che sono strade mica personaggi letterari!
Ecco la toponomastica: una ragazza di nome Shell (attenzione, “non c’entra nulla con la benzina”, dice l’autore), un gigante, un muto, un ragazzino geniale di nome Gould, un generale dell’esercito, un professore che scrive un saggio sull’onestà intellettuale.

Alla fine della lettura di City, ho avuto l’impressione che lo scrittore torinese si sia divertito a prendere per i fondelli una tipologia ben definita di lettore e alcuni critici nostrani, sbeffeggiandoli, facendo loro il verso, del tipo: sostenete che io sia così? Bene, so di poter essere come voi mi dipingete. Eccomi!

City è un libro che si presta a un tipo di lettura a salti e a spizzico, come una confezione di snack da riporre in frigo, nel senso che non serve mica leggerlo tutto, si possono saltare decine e decine di pagine che il risultato è lo stesso. La prosa è informale, farcita da “cose così” ad ogni chiusura di frase. I dialoghi sono di mezza riga, di una parola; e spesso rifanno il verso a certi film americani del tipo “fottiti, amico” e cose di tal fatta.

Per concludere, City è l’unico libro dello scrittore torinese che io abbia mai letto. Mi dicono che Seta sia migliore, non faccio fatica a crederlo, ma dopo questo romanzo ho un’unica domanda da formulare sorridendo: perché? Perché Baricco è ancora a piede libero? Perché?

 

f.s.

[Alessandro Baricco, City, Bur 2000, pp.322, euro 8,40]