Il duro mestiere del lettore

[Commento da me scritto su vibrissebollettino, così come mi dettava l’anima, stile BOP.]

La lettura è un’azione concreta, un’attività: un lavoro che richiede sforzo, concentrazione, dispendio di energie. Perlomeno, leggere è per me un lavoro e una pratica caratterizzata da proprie esigenze e impostazioni metodologiche.

Sono convito che ogni lettore decide di affrontare la pratica della lettura se pensa di trarre un bene dal testo. Difatti, quando iniziamo un nuovo romanzo, noi lettori, speriamo sempre di essere ricompensati in modo adeguato per il lavoro di leggere. E quando ciò non avviene, delusi dalla lettura di un testo, ci lagniamo non solo per il denaro speso, ma anche per il tempo e le energie sprecate.

In letteratura, la fatica e il godimento si devono bilanciare; sempre. Questo vale per gli scrittori, per i lettori (professionisti e non) e per gli editori.
Difatti, molti affermano: l’editore è un imprenditore che, come ogni altro, mira al pareggio del suo bilancio; e se può, al profitto.
Se ci riflettete, noi lettori (professionisti e non) chiediamo al libro la stessa cosa: almeno il PAREGGIO, su un piano differente, certo, non economico, ma di piacere.

Altro luogo comune, che mi viene in mente: una casa editrice fallita non pubblica libri né buoni né cattivi. Mentre chi continua a pubblicare libri, prima o poi potrebbe pubblicarne di buoni.
E continuando con la digressione, direi: come noi lettori che continuiamo a leggere i libri di autori contemporanei con la speranza, alla fine, di leggerne di buoni.

Ora, io faccio parte del comitato di lettura di VL. Anche in VL la lettura è un’attività fondamentale, a mio parere più della redazione o della comunicazione. Ogni lettore in VL deve trovare un giusto rapporto dialettico con i tanti testi che il capo del comitato di lettura mette a disposizione. Non è facile né divertente ( una cosa è leggere per scelta, altra perché vincolati da un progetto –Vibrisselibri- o obbligati da un datore di lavoro).

Al di là del senso che quest’idea assume in chi mi legge, secondo me, purtroppo, i libri non si dividono in buoni e cattivi, in scritti bene e scritti male; questo perché non esiste “il libro”, ma esistono i libri, ciascuno destinato a rispondere a differenti esigenze, come differenti sono i lettori.

Infatti, esistono libri per pensare, libri per imparare, libri per capire, libri per distrarsi. Come anche, si legge per leggere, per nutrire l’inconscio, per aumentare le proprie esperienze, e per autoerotismo. Si legge per conquistare l’amata/o, per tacere, per il piacere di toccare e odorare il libro, per il piacere di collezionarli, per il piacere di usufruire della gentilezza dei commessi/e delle librerie ecc.

Dove voglio arrivare? Da nessuna parte. Volevo solo comunicarvi la mia esperienza; ché, dopo un anno di attività come lettore di VL- includendo la fatica e la responsabilità valutativa- io sono in deficit e un po’ demoralizzato.
Come dicevo prima: in letteratura, la fatica e il godimento si devono bilanciare; sempre.

f.s.

La scuola siciliana (‘200)

Oggi ho riletto alcuni componimenti della famigerata “Scuola siciliana”.
Tutte le loro poesie sono simili e ripetono gli stessi atteggiamenti dei provenzali: la donna è bella, ma fredda e lontana e il poeta le rivolge la parola con trepida umiltà. I sentimenti sono espressi con le solite frasi oscure, i soliti giri di parole ed i soliti artifici metrici che rendono tutta questa produzione voluta e non sentita. Solo ogni tanto certi ingenui motivi cari al popolo vengono ripresi e rielaborati con delicata abilità, così che conservano tutta la loro freschezza: basta pensare all’accorata canzonetta di Rinaldo d’Aquino, Lamento per la partenza del crociato, al Lamento di Guido delle colonne, alla canzonetta di Giacomo Pugliese, La dolze cera piangete, alla Villanella di Ciacco dell’Anguilla, che sono tra le composizioni più significative.

Altri nomi: Pier della Vigne, Arrigo Testa, Jacopo Mostacci, il notaro Jacopo da Lentini, Percivalle Doria, Stefano Protonotaro, Mazzeo di Ricco, Compagnetto da Prato.

f.s.

Vita di Vittorio Alfieri

Vita di Vittorio Alfieri

di Francesco Sasso

Di pochi autori si conosce la vita attraverso un’opera quanto è “Vita” dell’Alfieri (1749-1803), che in essa forse si descrive più quale credeva di essere che quale era realmente, ma che tuttavia compose un’opera molto interessante, da cui traspare chiara la crisi dell’Illuminismo e il primo annuncio della nuova epoca del romanticismo.

Ho letto “Vita” nell’ottobre del 2006 e ho divorato il testo avidamente. E’ questa la più bella lettura della mia vita. Oddio, non è l’unica, ma è uno dei testi più felici della narrativa italiana che io abbia letto.

L’Alfieri la iniziò nel 1790, mentre era a Parigi; arrivò fino ai suoi primi quarantun anni di vita, incominciando dalla puerizia (1749-1758) solitaria, chiusa e triste, continuando con l’adolescenza (1758-1758-1766), insofferente e ribelle, trascorsa tutta all’Accademia di Torino, che gli pare una galera, poi con la giovinezza (1766-1775), esuberante, irrequieta e tempestosa, occupata per sei anni consecutivi con gli amici a Torino, infine con la virile (1775-1803); quest’ultima parte fu ripresa a Firenze nel 1803 e portata fino agli ultimi mesi di vita.

La prima parte dell’opera ci rivela in modo molto evidente il temperamento chiuso e triste del fanciullo, a cui, data la sua natura, nulla può dare gioia: egli cresce scontento, passionale, ostinato e irrimediabilmente solo; non troverà alcun sollievo nell’Accademia militare, giudicherà dispotica tirannia la sorveglianza del suo servo Andrea, una catena di dipendenze degradante l’esercito, altre più grevi catene l’amore, prigione il Piemonte. Così sarà preso dalla febbre dei viaggi, dalla passione per i cavalli, da un profondo senso di noia, di inutilità, di malcontento, da un tumulto di vita intima insomma che troverà poi espressione nella poesia.
Non minor disordine e tempeste provocano i suoi amori, ma anch’essi rientrano nel quadro della preparazione del futuro scrittore poeta.
      
Naturalmente la parte più interessante, per il sottoscritto, è quella in cui il poeta racconta la lenta e dura scoperta della vocazione letteraria (per tutta la vita, la passione per i cavalli farà concorrenza a quella per la letteratura); e la descrizione della lunga e faticosa scalata alla Poesia; sennonché, non posso non serbare ricordo del racconto dell’”epoca” dei viaggi, con la descrizione dei vagabondaggi per l’Europa e delle dissolutezze incoscienti.

Quanto allo stile dell’opera, dirò che è godibilissimo, incisivo e realizzato attraverso l’accostamento di costrutti nobilmente classici e di modi desunti dal discorso familiare. Non c’è gratuita pedanteria letteraria, né difficoltà di lettura. Il testo è molto vicino alla lingua d’oggi, sempre attenta a rendere le emozioni e le idee.

(L’edizione da me letta: Vita di Vittorio Alfieri, Garzanti, 2004, euro 8,70)

f.s

L’osservazione attenta porta alla precisione del pensiero.

L’osservazione attenta porta alla precisione del pensiero.
#1

Conoscere gli altri è difficilissimo, conoscere se stessi forse impossibile, tante sono le incoerenze dell’animo umano, tanto è diversa l’apparenza della realtà, i tanti moventi, le giustificazioni di ogni atto umano. Eppure il tentativo di guardare dentro di sé, di porsi davanti al proprio animo per scoprirlo e modificarlo, è un bisogno naturale in cui coesistono istinti e ragione, non soltanto per poeti e scrittori, ma per chiunque abbia sensibilità e intuizione dei problemi umani. Mi piacerebbe pensare: per chiunque lo voglia.

E’ questo il campo di ricerca che si offre ora a chi ha già percorso la via dell’osservazione del mondo esterno e ha imparato a guardare le cose in modo personale, cercando di notare anche le impressioni che le cose del mondo suscitano in lui.

#2

Dice un insigne studioso e letterato, Francesco Flora:
<< I poeti cantarono di un tempo di favolosa purezza naturale in cui non soltanto parlavano gli animali, ma gli alberi e le foglie. Ma si tratta di miti che umanizzavano la natura, cosicché umanamente, e partecipavano alle sorti dell’uomo,
                                     vissero i fiori e l’erbe,
                                     vissero i boschi un dì.
Gli animali, secondo la loro natura, possono ringhiare, muggire, nitrire, cinguettare, gorgogliare e così via; ma non parlano, cioè non esprimono articolarmene un pensiero dando nome alle cose e verbo all’idea, e non sanno consapevolmente partecipare alla storia del mondo >>.

3#

Comunque, imparare a valutare il significato preciso di ogni espressione, la sfumatura di ogni vocabolo, e a scegliere con prudenza e responsabilità, per le nostre composizioni, i termini più propri e esatti.
<< La parola consapevole- dice Giacomo Devoto – non è quella più forte, esaltata e drogata, ma quella che acuisce vista e udito, moltiplica, analizzandole, le memorie, convalida e rende permanente il Ricordo.
Amate dunque la parola in sé: insufficiente, imprigionatrice nella sua materialità presente; ma giusta, discreta, efficace nei suoi suggerimenti, nei suoi echi. Riflettete su di essa. Fate violenza a voi stessi per trasferirvi in lei, magari solo pensata, non scritta, né detta. Piegatela alla vostra volontà d’espressione. Solo essa arresta l’attimo fuggente, proietta nell’avvenire, perpetua la giovinezza, consola.>>

4#
Per ricondurre la composizione poetica al suo vero significato di scrivere di sé con libertà e sincerità. Anzitutto è necessario maturare la capacità di osservare, di comprendere e di riflettere e nello stesso tempo occorre acquisire le tecniche del linguaggio.

L’osservazione attenta porta alla precisione del pensiero.

5#

Persone che seguono delle regole prestabilite; ansie, eccitazioni. Oltre la vista, l’udito sarà teso a raccogliere le voci ora eccitate ora sommesse, o il silenzio di un momento di tensione, e distinguerà i rumori dei vicini da quelli che provengono da lontano.

La luce in tutte le sue forme è fonte continua di piacere, di ammirazione, e anche di meditazione. Effetti di luce e ombra: dall’esile raggio alla grande chiarità solare, dalla tremula fiamma della candela allo sfolgorio delle luminarie.

Nella natura, nel silenzio, nel buio, o nel trambusto della vita, tutti gli elementi compongono l’orchestra, ora irritante, ora gradevole, che sembra accompagnare l’esistenza dell’uomo sulla terra: la voce del mare, lo stormire delle foglie, piccoli fruscii o moti d’animali, e il ritmo del lavoro con i suoi tonfi, sibili, colpi.

Le caratteristiche del moto, rapido o lento, continuo o intermittente, le parti delle cose o delle persone che vi sono impegnate e subiscono mutamento (occhi, mani, membra).

f.s.

Una sbirciata alla struttura di Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini

Una sbirciata alla struttura di Ragazzi di vita

di Francesco Sasso

  Ragazzi di vita piombò nel 1955 sulla società italiana come un macigno e infranse lo stagno placido della letteratura. Divenne un caso letterario-giudiziario. Fece scandalo. Pasolini fu denunciato per oscenità. Alcuni critici deviarono dai binari della letteratura, e planarono su territori extraletterari; altri rifiutarono la novità che gli era davanti, accecati dai precetti dell’engangement.
  Oggi, passati cinquant’anni, alleggeriti dal pregiudizio ideologico-morale, noi possiamo puntare con maggiore serenità lo sguardo sul “corpo” ancora vivo dell’esperienza di Ragazzi di vita. E qui diremo subito che la principale novità di Pasolini fu di iniettare nelle pagine del romanzo un’insolita dose di dialetto, immergendo quasi fisicamente il lettore nell’universo delle borgate romane.
  Se nella sua prima stagione- Poesie di Casarsa- il nostro poeta era tentato dall’estetica della regressione e dell’idillio, qui il realismo diventa estremo, si scende nell’inferno del popolo sottoproletario. Il dialetto diventa lo strumento che penetra e svela la realtà, che rivela un’epopea nascosta. L’immersione si attua però come mimesi: il dialetto più che quello delle borgate, è il gergo figurato della malavita, con il suo codice e le sue espressioni criptiche. Ma la registrazione linguistica è da Pasolini mediata. È lui che dà la parola alle cose.
  Ragazzi di vita, scritto nel 1950 e pubblicato su << Paragone>> nel 1951, ha due caratteristiche fondamentali: registrazione realistica, da documento; ed elaborazione linguistica e stilistica, con conseguente confusione di stili: alto e basso si sciolgono in un’unica amalgama. È il pastiche. Da qui nasce l’apparente separazione tra piano della narrazione e quello dei personaggi, tra lingua del narratore e il dialetto dei dialoghi. Tuttavia, è la lingua a adattarsi al dialetto, l’inserimento continuo di tessere dialettali influenza anche la lingua del narratore:

… pareva un pischello quando se ne va acchittato pei lungo-teveri a rimorchiare…

  Inoltre, la mescolanza coinvolge pure il livello << alto >> e il livello << basso >> delle immagini: è lo spazio della sperimentazione, di un pastiche trasgressivo. La contaminazione di stile è da ricondursi, anche, all’influenza che il Decadentismo- da una parte- e le nuove poetiche del realismo- dall’altra- produssero sul nostro scrittore.
  Dal punto di vista della struttura narrativa, ragazzi di vita non è un romanzo. Esso è un montaggio di una serie di episodi autonomi e in sé conclusi. Una successione di racconti con medesimi personaggi: il trait d’union di tutti gli episodi è Riccetto- personaggio con cui l’autore istaura un dialogo intimo più stretto.
  Deviando un poco dal discorso: vorrei far notare come tutti i personaggi adolescenti del romanzo non hanno un nome, ma un nomignolo. Sembrerebbe una sinfonia di protagonisti anonimi.

  Il mondo di Ragazzi di vita è il mondo della violenza e della sopravvivenza. Il popolo qui è << un grande selvaggio in seno alla società >>. Tutti i protagonisti hanno in mente una sola cosa: il denaro- simbolo del mondo capitalistico- perché con esso possono soddisfare i loro desideri bassi: mangiare, far sesso, ecc. I protagonisti <<si arrangiano >>: rubano, frequentano << froci >>, si prostituiscono. Con i soldi così guadagnati vivono alla giornata. E qui vorrei mettere in luce un altro aspetto strutturale in quasi tutti i capitoli. La maggior parte delle storie si svolgono di notte. I protagonisti partono alla ricerca di denaro. Lo guadagnano- a loro modo- ma il più delle volte finiscono per perderlo. La loro vita è un cerchio, ogni capitolo è un cerchio, che si chiude per aprirsi uguale la notte dopo.
  Finora ho voluto indirizzare la vostra attenzione su alcuni degli aspetti stilistico-tematici più chiassosi. Ma gli elementi da sondare all’interno del “ corpo” di Ragazzi di vita sono maggiori. Per esempio, la presenza in esso di immagini dantesche- v’invito ad andarle a scovare- oppure la degradazione degli uomini a livello di animali e, a sua volta, la umanizzazione degli animali- vedi il famoso dialogo in romanesco tra due cani-, e ancora, la tematica della morte che in Pasolini si fa un tutt’uno con la vita.
 Per concludere, Ragazzi di vita è un capolavoro da rileggere, anche perché si avvicina una data importante… ma ne parleremo a suo tempo.

f.s.

Tra cielo e carne. P.P.Pasolini: dalla raccolta di “Poesie a Casarsa” a “L’usignolo della chiesa cattolica”

Tra cielo e carne

P.P.Pasolini: dalla raccolta di “Poesie a Casarsa” a “L’usignolo della chiesa cattolica”

di Francesco Sasso

Pier Paolo Pasolini esordì nella cultura italiana, scrivendo versi nel dialetto friulano di Casarsa, il paese originario della madre, dove visse la sua infanzia, a contatto con la natura e il mondo contadino. La raccolta, Poesie a Casarsa, pubblicata nel 1942 dalla Libreria antiquaria Mario Landi di Bologna, fu inviata dal libraio stesso al suo amico professore di filologia romanza di Friburgo, un “certo” Gianfranco Contini, il qual professore comunicò a Pasolini che le poesie gli erano piaciute e che ne avrebbe fatto una recensione- tempi straordinari per l’editoria, quando un piccolo libraio riusciva a promuovere un giovane di talento. “Ho saltato e ballato per i portici di Bologna”, dirà a sua volta il poeta.
La recensione, destinata originariamente alla rivista <<Primato>>, che la censurò perché “scandaloso” era l’uso del dialetto, in un paese a regime fascista, che osteggiava l’uso delle “lingue barbare”, fu pubblicata sul <<Corriere di Lugano>> il 24 aprile 1943.
A questo punto, dobbiamo precisare che il casarsese usato nella raccolta pasoliniana non è una lingua reale, un dialetto; ma un idioletto metaforico ed irreale; nel senso che lo scrittore non usa il dialetto parlato dai contadini del luogo, bensì un linguaggio mediato dalla parola scritta del poeta. E’ una costruzione letteraria che risente dell’idea simbolista di ricerca di una lingua vergine, anteriore alla Storia. La poesia in idioletto, consente a Pasolini di poter regredire nell’essere originario, di giungere all’essenza prima, quella prenatale, all’origine della vita, lì dove tutto è assoluto ed infinito; con una “immediata gioia espressiva”- secondo una definizione di Enzo Siciliano (Pasolini, una vita).

Poesie a Casarsa(1941-1943) sarà poi ripubblicato, in seconda stesura, insieme a Suite furlana(1944-1949), a Appendice( 1950-1953), e a Il testament Coran(1947-1952). Ogni componimento accompagnato da una traduzione italiana stesa dello stesso autore: << e quasi, idealmente, contemporaneamente al friulano, pensando che piuttosto che non essere letto fosse preferibile essere letto soltanto in esse>>. Il titolo della seconda raccolta è La meglio gioventù- da un triste canto alpino della prima guerra mondiale.
Questo viaggio nel mondo primordiale della parola, nella vita quotidiana e semplice del mondo rurale, nel loro << attenersi alle regole d’onore della lingua […] senza temere di variarla con personali e azzardate invenzioni>>; questo desiderio di penetrare in un mondo perduto.

Con L’usignolo della chiesa Cattolica (1958) Pasolini abbandona la lingua materna, per approdare a quella italiana. Il nocciolo primo della raccolta va cercata nella scoperta, da parte del poeta, del dissidio individuale e interiore che lo travaglia, un contrasto in un’anima non ancora infettata dalla coscienza, che egli acquisterà negli anni a venire, della falsità e del vuoto insito nella società italiana.
La figura dell’usignolo, topos della tradizione lirica e simbolo dell’amore, è la chiave di lettura dell’intera raccolta. In esso vi scorgiamo la figura del poeta e della contraddizione da egli vissuto fra il desiderio d’infinito dei cieli e la coscienza della finitezza dell’uomo. E’ il dissidio che attanaglia ogni uomo, tra il cielo e la carne.
Nel succedersi delle liriche, scopriamo un Pasolini alla ricerca di se stesso attraverso la preghiera “all’immoto Dio”; o un Pasolini in rivolta e con un forte desiderio di celarsi agli occhi del Padre.
Forte è l’immagine, in una sua lirica, del Cristo morente, in croce, che si mostra nella sua interezza e nella sua verità. In quest’immagine, il poeta vede l’origine della sua lotta coi sensi e col sesso, che egli attraversa dolorosamente. In breve, questo è il periodo della scoperta di se come omosessuale che ama, di uomo colpevole e innocente allo stesso tempo. E’ il periodo dei turbamenti esistenziali, mentre il mondo contadino si staglia sullo sfondo. Il sentimento religioso si scontra con la felicità degli istinti amorosi.

Per concludere potremmo dire che La meglio gioventùè il libro della purezza e della felicità primordiale; L’usignolo della chiesa Cattolica è un libro di dolore e di scoperta del peccato.                             
 

f.s

Groppi d’amore nella scuraglia live (2005)

Groppi d’amore nella scuraglia live.
Racconto-reportage del 2005

di Francesco Sasso


<<Senti, un consiglio. Meglio aspettare qualche anno in più ed esordire con qualcosa di veramente forte>>, mi dice Tiziano Scarpa. Egli è una persona cordiale.
Pe lu rundenello chista superficia nucenta
iè nu baratro de catastrufa
<< E’ facile trovarmi in rete…>>
<<No, ma non ti preocc…>>, gli dico.
Lu bombo muscario
tene le ale pillose
tene l’occhie pillose,
tene lu trippo pilloso,
tene li zampi pillosi.
Lu bombo muscario nunnè bello.
<<Ma non è un problema, ti do l’indirizzo; è TizianoScar…>>
<<No…non dirmelo…>>, lo blocco, non comprendo il motivo, ma non desidero conoscere l’indirizzo elettronico di Tiziano Scarpa. Eppure sono lì per lui.

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Il senso di morte e d’amore ne “L’incanto delle macerie” di Rossano Astremo.

Il senso di morte e d’amore ne L’incanto delle macerie di Rossano Astremo.

di Francesco Sasso

L’incanto delle macerie, questo volumetto di poco più di settanta pagine, edito da Libreria Icaro Editore, si configura, a mio parere, come un poema narrativo/esistenziale dall’andatura magmatica.

Ora, eviterò di esprimermi attraverso gli strumenti della critica, ma cercherò, altresì, di trasmettere il mio sentimento di lettore de L’incanto delle macerie. A tal proposito, ricordo ciò che scrive l’autore in una poesia (o stanza) della raccolta:

Non è poesia ciò che scrivo, / ma resa disarmante al vulcano-parola, / putrida mistura che stratifica l’eccesso.

L’incanto delle macerie rappresenta, nella sua vorticosa oscurità, un’agonia individuale che anela a modellare un po’ la virulenza della vita. Esso è il racconto di una vita sospesa tra le radiazioni della tv e le banali posture quotidiane, tra deserto e inferno. In breve, è l’angoscia quotidiana e tragica della morte.

Il mito della morte, Astremo, se l’è formato all’ombra del barocco, n’è come bagnato, intriso di nera luce meridionale, senza scampo: “ sono cancrena che non posso curare”.

Questo tempo di morte che il poeta lascia scorrere fra penombra e oscurità si riflette nella sintassi, nel lessico che s’incarna sui sensi tormentanti e inorriditi: “taglio cerebrale di concetti / arditi e arguzie del linguaggio”

Ne L’incanto delle macerie il verso incalza il lettore attraverso accumulazioni d’immagini compatte e allo stesso tempo fragili come “sangue raggrumato si adagia/ su sabbie di terre che non respiro”. Figure crude; forme in tensione nervosa; apparenze ghermite, distorte e poi perdute nei meandri della mente del poeta, dentro itinerari cancellati dalla furia del dolore che solo l’amore carnale (e non) può, per un breve intervallo, lenire:

“Insieme per non strapparsi, per non / scucirsi, per credere nella vita che brilla, / per non morire rinchiuso in questa strada.”

Tuttavia, oltre il momento di sospensione amorosa, c’è la prigione del corpo, la vuota e allucinante vita:

“Solo il nulla può consolarmi. / E’ che non posso fuggire da questa / gabbia di corpo-cadavere.”

La stessa vita degradata e mediata dalla tv, la quale non cessa mai di trasmettere violenza, guerra, sgomento psicologico, attentati, orrore, assassinio.

A questo punto, voglio però abbandonare l’istinto del lettore, per concludere con una piccola nota critica. A mio parere, alcune “stanze” (o poesie) e alcuni versi, in verità pochi, cadono nell’artificiale, nel forzato. Ma sono piccoli cedimenti. Nel complesso, l’opera di Astremo mi è piaciuta.

f.s.

Guido Cavalcanti (‘200) …eran solo in cercare se trovar si potesse che Iddio non fosse

Adoro le liriche di Guido Cavalcanti (1260 circa- 1300), indubbiamente il miglior poeta del gruppo Il dolce stil novo, fu famoso presso i contemporanei per quella canzone Donna me prega che costituisce un vero trattato sull’amore, visto nelle sue cause, virtù, potenza, effetti e così via, e che a noi, oggi, suona astrusa e arida.

Noi ammiriamo invece il Cavalcanti per quelle rime in cui trema un amore appassionato e struggente, per la spontanea delicatezza delle sue ballate, per lo sgomento che gli incute la presenza dell’amata, per la profonda malinconia della famosa ballata Perch’io no spero di tornar giamai; qui noi sentiamo il poeta veramente uomo, che come noi trema, palpita, soffre, ammira la bellezza ora della natura, ora di una pastorella scherzosa, e spesso dubita, tant’è vero che le <<sue speculazioni- dice il Boccaccio- eran solo in cercare se trovar si potesse che Iddio non fosse>>.

f.s.

Pablo Neruda

Pablo Neruda

Il cileno Pablo Neruda (1904-73) è la voce più alta delle lettere ispano-americane, una figura dominante, un poeta di cosmica potenza. Agile assimilatore e sicuro interprete di tutte le moderne correnti europee (per es. Eliot), Neruda se ne libera dopo averle padroneggiate dando sempre più ampio respiro alla sua profonda, irruente vena. Autore di una quarantina di raccolte nell’arco di un cinquantennio (non elencherò qui la bibliografia del poeta cileno), nella sua opera lirismo ed epica si alternano e si intrecciano, ma il tono profetico avrà il sopravvento su quello intimistico iniziale. La dovizia di immagini, la potenza drammatica e l’impetuoso fluire di generosi sentimenti, dànno alla poesia di Pablo Neruda una vigorosa vitalità e un profondo, indimenticabile senso di umanità.
Infine, in molti dei suoi versi la donna si identifica con mondo/amore/ natura. Un mondo/amore/natura che salva l’io del poeta dal disintegrarsi, dal precipitare in un universo disfatto, vita che corre incontro alla morte.

L’argentino Julio Cortàzar, parlando di Neruda, scrive: << Nel quarto decennio del secolo, in un periodo nel quale quasi tutti i poeti percorrevano un itinerario lirico senza sorprese, cade sopra una generazione latinoamericana stupita o imbestialita un’enorme alluvione di parole cariche di materia spessa, di pietre e di licheni, di sperma siderale, di venti del litorale e gabbiani della fine del mondo, un inventario di rovine e di nascite, una nomenclatura di leggi e metalli e pettini e donne e faraglioni e splendide bufere, e tutto ciò, come tante altre volte, dall’altra parte del mondo dove il poeta guarda al di sopra del mare il suo Cile remotissimo e lo comprende e lo conosce tanto meglio di altri che hanno il naso incollato al picco Santa Lucìa [collina sopra Santiago] o ai luoghi astrali>>

Infine, non ricordo dove, forse nel manifesto Por una poesia sin pureza, Pablo Neruda scrive: << La sacra legge del madrigale e i decreti di tatto, olfatto, gusto, vista, udito, il desiderio di giustizia, il desiderio sessuale, il rumore dell’oceano, senza escludere deliberatamente nulla, senza accettare deliberatamente nulla, la penetrazione profonda delle cose in un atto di travolgente amore…>>

f.s.