Groppi d’amore nella scuraglia live (2005)

Groppi d’amore nella scuraglia live.
Racconto-reportage del 2005

di Francesco Sasso


<<Senti, un consiglio. Meglio aspettare qualche anno in più ed esordire con qualcosa di veramente forte>>, mi dice Tiziano Scarpa. Egli è una persona cordiale.
Pe lu rundenello chista superficia nucenta
iè nu baratro de catastrufa
<< E’ facile trovarmi in rete…>>
<<No, ma non ti preocc…>>, gli dico.
Lu bombo muscario
tene le ale pillose
tene l’occhie pillose,
tene lu trippo pilloso,
tene li zampi pillosi.
Lu bombo muscario nunnè bello.
<<Ma non è un problema, ti do l’indirizzo; è TizianoScar…>>
<<No…non dirmelo…>>, lo blocco, non comprendo il motivo, ma non desidero conoscere l’indirizzo elettronico di Tiziano Scarpa. Eppure sono lì per lui.

Ore 17. “Quel gran genio del mio amico” è sotto casa mia. Sono riuscito a persuaderlo e mi accompagnerà nel viaggio all’ultremunno. Partiamo da Alberobello (Bari), destinazione Parabita (Lecce). 
<<Dov’è Parabita?>>, mi chiede il mio amico.
<<Dopo Lecce>>
<<E poi?>>
<<E poi…e poi ci sono i segnali>>
<<Andiamo bene>>, mi dice il compagno.
Pieno da una pompa di benzina, partenza. Alberobello-Lecce, liscio come l’olio.
Sulla tangenziale Lecce-Galatina il mio amico mi fa: << E adesso?>>
<<Caz.. la cartina, ho dimenticato la cartina stradale>>, mi mortifico.
E il mio compagno di viaggio: <<Ma sei una testa…CENSURA>>
<<Non ti preoccupare, telefono ad uno di Lecce>>, dico io.
Digito sul telefonino, squilla squilla e dall’altra parte nessuno risponde. Allora provo con un’amica. Pigio sui tasti, squilla squilla, voce.
<<Ciao, come stai? Sì…senti sono dalle tue parti. Sì, senti, ma Parabita è un paese o un locale?>>, odo i denti del mio amico crocchiare. << Va bene, se ho problemi ti richiamo>>.
Insomma, dopo segnali grandi e piccoli, svolte a destra e a sinistra, domande ai passanti- ogni volta tiravo su una faccia da candido, perché quelli appena mi vedevano scendere dall’auto si stampavano in viso Tu te ce scassi la nirchia; arriviamo a Parabita. Parcheggiamo davanti ad una piazza posta di fronte ad una bella chiesa. Guardo l’orologio, sono le diciannove e qualche manciata di minuti.
<<Dov’è l’incontro?>>, mi fa l’amico.
Ed io: <<Ho comprato il giornale>>, con tono di voce del tipo “Su questa cosa mi sono attrezzato”.
Leggo il trafiletto: Chiostro di San Domenico.
Guardo in giro. Il mio radar oscilla di qua e di là, entra nello spazio aereo della piazza, inquadra una panchina piena zeppa d’anziani. Ormai ho il motore surriscaldato. Tocca a me chiedere. Mi avvicino e chiedo di San Domenico.
<<Chillo>>, e indicano la chiesa davanti a noi.
Dopo una rapida ricognizione lungo il perimetro del fabbricato, una certezza sboccia in noi pellegrini: non è qui, l’incontro con Tiziano Scarpa non è nel chiostro di San Domenico. Non c’è una sedia, un palchetto, una lampadina accesa. Nulla. Tutto è calmo. Vatti a fidare dei quotidiani.
Per farla breve, girovaghiamo per il paese alla cieca. I paesani ci squadrano come due stranieri in un film western. In effetti, io e il mio amico siamo una bella coppia. Io ho il cranio e la barba rasata, lui ha dei lunghi capelli selvaggi e una barba incolta. Io sono alto e slanciato, lui un po’ basso e appesantito.
<<Proviamo nel centro storico>>, propongo.
Imbocchiamo una stradina che sale e si perde fra vecchie case. In alto, sopra tutti i tetti, si staglia una torre, un castello, o un suo lontano parente. Vaghiamo incerti. Nel mio cranio il desiderio di ascoltare Tiziano Scarpa dire i suoi versi.
Ad un tratto, la stradina che stavamo percorrendo s’apre su una piazzola con ai lati tavolini e ombrelloni verdi di una nota birra straniera. E chi vedo lì, seduto a sgranocchiare?
<<Quello è lo scrittore>>, e faccio cenno al mio amico con lo sguardo.
<<Embè!>>, a lui non importa granché di letteratura. Lui a Parabita è venuto per me: è un amico. Mi fa compagnia. E io sono a Parabita per Tiziano Scarpa.
<<Prendiamo da bere?>>, domando al mio compare.
Il chiostro-pub è una costruzione rettangolare prefabbricata. Il bancone s’affaccia sulla piazzola. Ci appressiamo. Ordiniamo una birra media alla spina. Pago. Ci sediamo davanti al bancone e ingolliamo la famosa birra. Tiziano è in compagnia dell’organizzatrice, seduto dall’altra parte della piazzola, a consumare la sua porzione di snack. Desidero presentarmi e stringergli la mano, ma mi dico che, anche se suo lettore, non ho il diritto di andare in giro a scassà la nirchia agli scrittori italiani che si rilassano prima di un reading.
Guardo l’ora, manca una buona mezz’ora alla lettura di Groppi d’amore nella scuraglia. Propongo al mio amico di scoprire dove si svolgerà lo spettacolo.
<<Visto che c’è una torre a pochi metri da noi, proviamo a vedere lì>>, gli dico.
Ed entrambi c’incamminiamo su per una rampa asfaltata. Da lontano, mentre avanzo, noto le prime sedie bianche di plastica. Mi rilasso. Giungiamo davanti ad una gran porta di un’antica casa nobiliare e nel cortile interno ci sono sedie, luci, mixer, palchetto, due tecnici; insomma, tutto quello che serve per un reading come si deve. Io e il mio compagno abbiamo segnato un punto. Ora bisogna mangiare. Ripercorriamo la strada fatta in precedenza e ci tuffiamo nei vicoli del centro storico di Parabita alla ricerca di un negozio alimentare, tanto per ammortizzare i costi. Dopo cinque minuti, troviamo quello che fa per noi. Entriamo e ordiniamo due panini al prosciutto cotto e galbanino, e due birre italiane: totale cinque euro. Prezzo onesto, mi pare. Usciamo, seguiamo l’istinto e scoviamo un posticino tranquillo. Su una panchina nascosta da una palma, consumiamo veloci la cena.

Guardo l’ora: ventuno.
<<Ohu… dobbiamo andare>>, dico al mio amico.
Terminiamo le nostre birre 66Cl strada facendo. Paesani allibiti. Davanti ad un cassonetto ci liberiamo della busta di plastica con dentro gli avanzi della cena. A passo sostenuto, cerchiamo di orientarci per i vicoli del centro storico e riusciamo a sbucare davanti al castello. Nel frattempo non ci siamo negati un’occhiata a
li fimmeni de lu paese
cu lu profumo de violaceoccia su le bumbe,
le cammise spalanche,
li reggebbumbe sciantosi

Adesso sono seduto in seconda fila. Animato, non riesco a star fermo. Anzi, nel continuo cambio di posizione, spezzo il bracciolo della seggiola. La sostituisco con quella affianco. Guardo il rettangolo di cielo stellato. Ammiro il putto per metà in ombra sul cornicione. Sono impaziente.
Ore ventuno e trenta. Presentazione da parte dell’organizzatrice, applausi. Tiziano sale sul palchetto. Ha in mano una risma di fogli stampati con il pc e tenuti insieme da una linguetta nera posta in alto a sinistra.
Scena: un leggio, una sedia.
Tiziano Scarpa in jeans e polo nera si concentra:
Gesù
addiquà se n’è scesa la scuraglia,
lu paese ce s’è incasato. 

E lo scrittore mi dischiude un portone immenso e m’introduce in un mondo fatto di poesia. Più che la storia, quella di una discarica e di un amore sfortunato, racconto divertente e spesso grottesco, è la melodia di quella strana e nuova lingua che mi abbaglia e m’inchioda alla sedia. È la poesia della rondinella nel palmo della mano di una donna; è il cristo a braccia aperte su una collinetta, coronato da libere rondini; è la bellezza e la paura che si scontrano di notte; è la solitudine spruzzata di dolore; è altro. È la teatralità del nostro, la capacità scenica di chi ti ghermisce e ti sa narrare una storia, creando un mondo fatto di parole, rifacendo voci, smorfie, gesti. Eravamo tutti affascinati. Sì, dico tutti; perché ogni volta che mi voltavo verso il mio amico lo vedevo preso. Perché ogni volta che sbirciavo gli altri spettatori, essi erano stretti e concentrati sulle labbra dello scrittore. Un altro punto da segnare sul tabellone della letteratura.
Ad ogni fine pagina, lo scrittore strappava dalla risma i fogli appena recitati a memoria e, dopo averli appallottolati, li lasciava cadere a terra: immagine questa della parola appena detta e poi ripudiata.
Ad un tratto, chissà da dove, entra in scena un gattino, proprio mentre lo scrittore sta per dire:
Lu gatto gattaro
iè nu furfo prufissionato,
nun sape farcere nirchia de nirchia 
Tiziano lo nota e inizia a declamare i suoi versi sul gatto gattaro con il braccio teso e l’indice che punta il micio.
Il gattino è l’unico essere vivente per nulla incantato dalle malie linguistiche dello scrittore e impertinente si lancia fra le gambe di Tiziano, iniziando a giocherellare con le palle di carta, come solo i gatti sanno fare. L’incanto della poesia e l’eleganza benigna della combinazione.

Arriva l’intermezzo bestiario dell’asino (non vi racconto tutto, c’è il libro), e da dietro sento uno che urla: << Non è possibile… CENSURA>>, e interrompe lo spettacolo. Tiziano si blocca, sembra uscire da un risucchio, come tutti noi. La magia è rotta. Lo scrittore è mortificato. Dice << Mi dispiace turbarla, ma è uno spettacolo>>. L’esagitato insiste. Tiziano Scarpa tace e si dondola, passando da un piede all’altro. Qualcuno nel buio si avvicina a chi urla per farlo ragionare. Niente, continua. Una ragazza seduta in mezzo al pubblico di botto fa: <<Noi vorremmo ascoltare Tiziano, grazie>>. Il contestatore chiude con le sue ragioni, sente che il pubblico silenzioso gli è ostile. Altro punto segnato sul tabellone della letteratura. A fatica, Tiziano riparte e noi dietro a cercare il filo di Cicerchio e Sirocchia. 

A chistu munno
chi ce mantene la bellezza ce comanda.
Ma puro chi ce mantene lu pauro ce comanda.
Lu munno iè nu battaglio
de bellezza e de pauro.

Accussì ne la notte nottosa
lu pauro e la bellezza ce s’attizzano battaglio
pe cunquistà la scuraglia de l’ommeno.
Applausi, applausi e applausi. Tiziano Scarpa si piega in due, ringrazia.

<<Senti, un solo consiglio. Meglio aspettare qualche anno in più ed esordire con qualcosa di veramente forte…>>, mi dice Tiziano Scarpa.
Adesso sono fianco a fianco con uno degli scrittori italiani che più apprezzo. Mi chiede se ho pubblicato.
<<No, non ho mai cercato di farmi pubblicare>>
Io però devo sembrargli un po’ strano, su di giri, ma egli è in ugual modo gentile. Certamente pensa di avere davanti un aspirante scrittore con i cassetti strapieni di romanzi, mentre non sa che i miei cassetti contengono qualche piccolo sogno nascosto fra la biancheria intima. Tiziano mi da suggerimenti, lo fa perché è generoso, lo capto, non per dovere professionale. Ma io interrompo più volte il suo dire, non voglio ascoltare. Perché? Ho percorso molti chilometri per lo scrittore, ed ora scopro di essere stregato da qualcos’altro. Ho la luce dentro.
In altri momenti, non so, anche un’ora prima dello spettacolo, lì al bar, avrei ascoltato Tiziano Scarpa con avidità. Probabilmente avremmo discusso di romanzi, oppure di rivoluzione; probabilmente avremmo litigato; ma in quel momento no, ero pieno delle meraviglie compiute dalla parola, ero brillo, ero prigioniero stregato dalla notte nottosa ne la scuraglia. Non pensavo a capire altro: io ero preda del mondo dei Groppi d’amore nella scuraglia. In me l’opera aveva velato lo scrittore, spingendolo fuori scena. Sono riuscito a malapena a dire solo <<Grazie per questo>>, indicando allo scrittore il cortile del castello, a salutarlo e ad andare via.

Francesco Sasso