Lettera di un lettore a Biagio Cepollaro

Lettera di un lettore a Biagio Cepollaro

di Francesco Sasso

Le stagioni arrivano gradatamente, si fanno precedere da cauti messaggi, secondo leggi immutabili. Sono prima brevi annunci, che poi si definiscono in caratteri ben distinti, e pur mantengono aspetti diversi secondo l’ambiente e lo stato d’animo di chi le contempla.

Così come le stagioni naturali, anche quelle letterarie che ci sono state proposte dalla rete sono fondamentali per la crescita dell’individuo, perché, anche attraverso esempi letterari come quella di Biagio Cepollaro, impariamo come si guarda e si interpreta il lavoro poetico in internet e nel mondo non virtuale. E la stagione arriva, dà i suoi frutti e poi si spegne, a volte improvvisamente come la luce elettrica e i gesti si interrompono, i colloqui silenziosi si troncano. Il fatto, semplice ma significativo, della conclusione della prima fase della POESIA ITALIANA E-BOOK è l’occasione, rara e preziosa, per accogliere in me il cammino silenzioso che io ho percorso in compagnia dell’intelligenza di Biagio Cepollaro.

In questi tre anni, osservando da lontano Biagio Cepollaro lavorare in rete, studiando le sue ristampe, imparando a conoscere il poeta- e i poeti da lui proposti- e a riconoscere nel suo comportamento di intellettuale appartato qualche cosa che appartiene anche a me, si stabilì così, attraverso questo studio, un legame più profondo e più ampio di una cruda relazione lettore-autore, bensì una tensione viva verso aspetti non solo esteriori e letterari del fare poesia, ma anche umani.

Tuttavia, pur non conoscendo l’uomo Cepollaro e avendo appreso mezz’ora fa che Poesia Italiana E-Book a ottobre sospende le sue pubblicazioni, al poeta silenzioso e laborioso non può mancare, nella conclusione di questa lunga fase culturale, il mio “grazie Biagio per il lavoro fatto!”

[Pubblicata su La poesia e lo Spirito il 26 luglio 2007]
Annunci

Elogio degli amanuensi

Chi è scettico in materia di editoria elettronica, provi a pensare di non essere il solo nella storia della cultura ad avere dubitato delle nuove tecnologie applicate al libro. Scettici ce ne sono stati fin dall’invenzione della stampa: Giovanni Tritemio (1462-1516), abate del monastero benedettino di San Martino a Sponheim, scriveva nel De laude scriptorum, ovvero nell’Elogio degli amanuensi (1492), per rinfrancare i monaci dello scriptorium scoraggiati dalla diffusione della stampa in seguito alla pubblicazione a Magonza nel 1455 della prima “Bibbia di 42 righe”, che

«la scrittura, se posta su pergamena, può durare anche mille anni, la stampa invece, poiché è abitualmente prodotta su carta, per quanto tempo potrà durare? Se un volume di carta può resistere duecento anni è già molto. […] senza gli amanuensi la scrittura non potrebbe resistere a lungo, poiché verrebbe corrotta dal tempo e dispersa dal caso […] I testi a stampa infatti essendo su carta saranno destinati a consumarsi in breve tempo. Al contrario, il copista, trascrivendo su pergamena, ha diffuso in tal modo, lontano nel tempo la propria forma e quella di ciò che ha scritto. Se, nonostante tutto, molti scelgono d’impiegare la stampa per diffondere le proprie opere, di ciò giudicheranno i posteri. E se anche tutti i libri del mondo venissero stampati, il devoto amanuense non dovrà mai desistere dal proprio compito, ma anzi dovrà impegnarsi nel preservare su pergamena, mediante la scrittura manuale i libri a stampa più utili, che altrimenti non potrebbero conservarsi tanto a lungo per la natura effimera del materiale cartaceo. […] I codici manoscritti non potranno mai essere paragonabili a quelli a stampa, in particolare perché l’ortografia e l’ornato dei libri a stampa sono spesso molto trascurati, mentre la scrittura è sempre prodotta con estrema cura e attenzione». (G. TRITEMIO, Elogio degli amanuensi, a cura di A. Bernardelli, Sellerio, Palermo, 1997, p. 65-67.)

L’invenzione della stampa trasformò la vita intellettuale della civiltà occidentale, giacché costituiva elemento di straordinaria novità e utilizzabilità fin da subito:

“Non a torto i contemporanei avvertirono la funzione rivoluzionaria di quelle «nobili scoperte», che dovevano essere annoverate tra le più eminenti «tra le imprese umane». Secondo Tomaso Garzoni, il canonico romagnolo che nel 1585 pubblicò una vera e propria enciclopedia delle arti e mestieri, la stampa era un’«arte veramente rara, stupenda e miracolosa, la quale ha aperto gli occhi a’ ciechi e dato il lume agli ignoranti». Francesco Bacone considerava la «forza, la virtù e gli effetti» di quelle «tre invenzioni che erano ignote agli antichi […]: l’arte della stampa, la polvere da sparo, la bussola. Queste tre cose infatti – affermava il filosofo inglese –, mutarono l’assetto del mondo tutto, la prima nelle lettere, la seconda nell’arte militare, la terza nellanavigazione». Mutamento, però, che si sarebbe fatto sentire nel medio-lungo periodo: nel breve, la stampa non avrebbe del tutto sconvolto la tradizionale produzione editoriale perché, come giustamente ha osservato Sigfrid Henry Steinberg, i «libri stampati si distinguevano appena dai manoscritti». Il dibattito storiografico tra i sostenitori della  continuità e i fautori di un profondo e radicale mutamento è ancora aperto”  (da Mattone-Olivari, “Il libro universitario italiano nel XV secolo”).

Tuttavia l’innovazione (stampa o internet) senza impegno pratico non serve a nulla. Come anche, senza una tradizione di riferimento alle spalle neppure la pratica più esasperata riesce a cogliere la novità legata all’innovazione:

“Da una parte l’umanesimo, nutrito di testi e di autori, esclusivamente nutrito di testi e di autori. L’umanesimo che legge Plinio il Vecchio come legge Plinio il Giovane, cita l’uno e l’altro con venerazione, allega con altrettanto rispetto il sapere dello zio e le finezze di penna del nipote, e crea, accanto alla tradizione scolastica dei Bartolomeo l’Inglese e degli Alberto di Sassonia, stampati e ristampati a iosa sui torchi migliori, una tradizione classica, e principalmente una tradizione aristotelica che non si rinnova, che non rinnova niente. Sull’altro versante, la realtà. Le scoperte, le invenzioni, le tecniche, con ciò che attivano in termini di qualità e di riflessioni che, più tardi, diventeranno qualità e riflessioni di autentici scienziati” (Febvre, “Il problema dell’incredulità nel secolo XVI”, Torino, Einaudi, 1978, p. 366).

Del resto, due anni dopo averlo scritto, Giovanni Tritemio fece pubblicare L’Elogio degli amanuensi da uno stampatore di Magonza, fra il giubilo degli amanuensi benedettini.

f.s.
[Testo redatto dal sottoscritto con l’aiuto di alcuni membri di Vibrisselibri]

Il profumo di una parola

Postille a margine #1

Il profumo di una parola.
Parola nata da un amore illegittimo, attende d’essere legalizzata attraverso il decreto dei filologi.
Parola prigioniera dell’ <<apartheid>>, oggi definita Parola in prestito (politicamente corretto).
Parola che viaggia nel continente della Lingua: un’immensa e intraducibile vallata.

f.s.

Self-made Genna: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori

[ Potete leggere e commentare l’articolo su Vibrisselibri. Pubblico anche qui il testo, poiché il sottoscritto utilizza Retroguardia2 come archivio personale in rete. f.s.]

Self-made Genna: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori

di Francesco Sasso

Una strana coppia si aggira da poco più di tre mesi nella rete: il gatto (l’editor) e la volpe (l’editore).

Tutto iniziò da un articolo di Carla Benedetti nell’Espresso, ripreso poi in Il primo Amore, intitolato L’editor e lo scrittore (vedi anche la discussione in vibrisse, bollettino: Una discussione sul cosiddetto “editing”, dove si rimanda agli articoli di Carla Benedetti e a uno successivo di Massimiliano Parente). Da quel dì, una vasta ma non sempre puntuale letteratura nel web si è occupata di lavoro redazionale (editing).

Il risultato del dibattito sono questi post:

Circuito chiuso (vibrisse, bollettino).
Il nano e il gigante di Francesco Forlani (Nazione indiana).
Pro editore di Christian Raimo (Nazione indiana).
A proposito di editing (ricevo via mail e pubblico) di Francesco Forlani (Nazione indiana).
Diamo tutto il potere agli editor di Flavio Santi (Nazione indiana).
Il letto di Procuste e la Cura Ludovico di Giorgio Vasta (Nazione indiana).

Sul lavoro di redazione sono particolarmente significative le interviste di Giorgio Vasta a cinque importanti editor italiani, pubblicate in Nazione indiana. A riguardo, Vasta scrive:

“Quello che mi ha sorpreso è, con le dovute eccezioni, l’omogeneità di consenso nei confronti di quelle posizioni – che si vorrebbero critiche ma risultano soprattutto paranoidi e poco informate – secondo le quali l’editing è un dispositivo di normalizzazione del testo e il sistema editoriale una brigata di cialtroni che oscillano tra l’incompetenza e l’affarismo più bieco.”

Continua a leggere

Guido Guinizelli (‘200)

Guido Guinizelli
Il nome del Guinizelli (1240?- 1276) segna una tappa molto importante nella nostra storia letteraria, poiché questo poeta è considerato l’iniziatore del dolce stil novo, cioè di quella nuova lirica d’amore che, superate l’artificiosità, la convenzionalità e la durezza dei poeti fin qui considerati, vide nell’Amore l’essenza della perfezione morale umana e nella donna colei che influisce beneficamente sull’uomo, ispirandogli i sentimenti più puri ed elevati che lo conducono a Dio.

Il Guinizelli nacque e visse a Bologna, uno dei centri culturali più importanti del medioevo, dove la scuola siciliana aveva naturalmente trovato numerosi seguaci, e fu egli stesso all’inizio un guittoniano. Ma da quel <<saggio>> dottore dello Studio bolognese che egli era, quando incominciò, sulle orme di Guittone, a ragionare e a meditare sulla natura di Amore, determinò che esso può nascere solamente in un cuore gentile, cioè disposto alla virtù, poiché Amore è adorazione e contemplazione della donna amata, bella esteriormente in quanto specchio della sua anima ricca di virtù, quindi simbolo di quella perfezione morale che è la maggiore aspirazione di tutti i cuori gentili. Di conseguenza, <<amore e cor gentile>> sono un’unica cosa, <<gentilezza>>, cioè nobiltà, non rimane prerogativa dei natali, ma diventa conquista individuale e la donna si idealizza in una luce divina che la rende angelo in terra. La più famosa canzone del Guinizelli è quindi proprio quella che incomincia Al cor gentil ripara sempre Amore, che è considerata premessa e programma dello stil novo.

La dottrina del Guinizelli, che Dante nel Purgatorio (canto XXVI , 92) proclama <<padre mio>>, non ebbe seguaci di rilievo a Bologna, ma si perfezionò a Firenze con parecchi poeti diventati famosi per il calore del sentimento che li ispirava, il vigore delle immagini e la sincerità dell’espressione di molte loro poesie; ciò nonostante è innegabile che essi, continuando a sottilizzare l’indagine psicologica, finirono per giungere ad un nuovo convenzionalismo che spesso soffoca il sentimento e inaridisce le immagini.

f.s.

Io uccido di Giorgio Faletti

Recensione/schizzo #3

Premetto di aver letto Io uccido un mese fa, incuriosito dal successo ottenuto da Giorgio Faletti; per di più, non sono un lettore di romanzi di genere.

Il libro è un thriller poliziesco, del tipo caccia al serial killer, privo di spunti originali, farcito di luoghi comuni del genere, compresa la figura del protagonista: poliziotto che cerca disperatamente di rifarsi un’esistenza e viene suo malgrado trascinato nell’inchiesta. I personaggi sono inconsistenti, alcuni da soap opera. L’ambientazione è il solo punto di forza: il serial killer si muove nel mondo monegasco.
Si aggiunga che ho riscontrato alcuni difetti nella struttura dei dialoghi. A volte non riuscivo a capire se la frase era stata pronunciata da tizio o da caio.
Concludendo: ho trovato questo romanzo noioso, stancante, prolisso.

[Giorgio Faletti, Io uccido, Baldini Castoldi Dalai editore 2002. Edizione letta dal sottoscritto: economica 2006 pag.682, € 5]

f.s.

Il totem che ci inghiotte

Il totem che ci inghiotte.
Uno dei motivi principali all’origine dei << racconti di fate >> è quello dell’iniziazione (il rito mediante il quale gli adolescenti vengono a far parte della comunità degli << uomini >>) citeremo solamente un esempio che si riferisce appunto a questo istituto.
Nei racconti di un gran numero di popolazioni, si ritrova spesso il motivo dell’eroe inghiottito da un animale che è generalmente un pesce: non mancano esempi anche nella mitologia classica, nelle fiabe russe, tedesche, ecc., nonché nei racconti di numerose popolazioni << primitive >>. Nelle versioni più recenti del racconto l’inghiottimento da parte del grosso pesce (balena, ecc.) è una << disgrazia >> che capita all’eroe, il quale generalmente o per la sua abilità, o per aiuto esterno, riesce a << reagire >> all’inghiottimento tornando alla luce. Molte volte questa << liberazione >> è ottenuta coll’uccisione dell’animale inghiottitore, e pure molte volte l’eroe ritrova nel ventre dell’animale dei << morti >> come i suoi genitori, ecc.
L’etnologia ci fornisce la chiave del racconto: alle sue origini sta, infatti, un sistema sociale a base totemica, in cui nel rito d’iniziazione l’iniziato era apparentemente inghiottito dall’animale totemico e risputato, acquistando così le qualità proprie dell’animale e cioè le qualità ideali del nucleo umano di cui faceva parte. L’iniziato in questo modo << moriva >> per << rinascere >> dotato di tutte le qualità che ne facevano un uomo completo. L’inghiottimento si presentava, dunque, come un avvenimento particolarmente felice in seguito al quale l’iniziato veniva ad assumere il posto di << uomo >> nella comunità. L’animale non era per nulla un essere << maligno >> da cui ci si dovesse difendere, ma anzi esercitava le sue prerogative di protezione.
Questo, in linea di massima, il significato originario del racconto.
Col cadere del sistema sociale cui era legato questo rito, il racconto parve interpretabile in maniera corrispondente alla nuova concezione. Poiché si era ormai perso il primo significato dell’inghiottimento da parte dell’animale, questa << avventura >> venne considerata un << accidente >> nel quale l’eroe riusciva a togliersi d’impaccio grazie alla sua forza, intelligenza, ecc.

Se ci riflettiamo su, nella vita di ogni uomo esiste un periodo raro dove avviene il rito dell’inghiottimento, l’iniziazione, il morire per rinascere dotato di tutte le qualità del totem che c’inghiotte. Io conosco il nome del mio totem.

f.s.

New Thing di Wu Ming 1

Recensione/schizzo #2

New thing è un bel libro. Esso ti trasporta in un periodo storico fondamentale degli Stati Uniti (’67, Martin Luther King, Malcolm X, Black Power, Pantere Nere, free jazz, quello di Archie Shepp, John Coltrane) e lo vivi, lo afferri, ci sei dentro, respiri quell’aria. In più, è scritto con una precisione e una sicurezza che ti brucia il cervello se solo provi a vivisezionarlo; con uno stile ritmico, cadenzato, dove la fatica dello scrittore non l’avverti, ma c’è. Infine, il montaggio del testo mima il linguaggio del documentario e dell’inchiesta giornalistica. Libro da leggere strafatti di sole. Consigliato per l’estate.

[WU MING 1: New Thing, Einaudi, pp. 220, € 14,00]

f.s.

Beat Generation & bop

Beat

Fin dal suo atto di nascita, il linguaggio della Beat Generation è stato linguaggio musicale. I riferimenti di Kerouac & soci erano Charlie Parker e Thelonious Monk, Miles Davis e Art Blakey, Charlie Mingus e Dizzy Gillespie. Ritmo della sintassi, struttura associativa e spesso analogica della frase venivano da lì, dalla nuova forma bop del jazz del dopo-guerra.
Il linguaggio poetico ne fu straordinariamente rivitalizzato, ridinamizzato, ‘una botta di adrenalina’ – per parlare la lingua del presente. Il “beat” del tempo musicale era il deterrente giusto per pensare veloce, scrivere veloce, guidare veloce, vivere veloce “from coast to coast”. A metà degli anni ’50 da San Francisco a New York, in locali che si chiamavano The Cellar, Five Spot, Village Vanguard, Six Gallery, si moltiplicavano i readings musicali di Kerouac, Ginsberg, Ferlinghetti, Corso, Orlovsky, Rexroth etc. Erano serate e nottate, spesso memorabili, in cui affiancati da band di be-bop, i poeti della nuova America sperimentavano la forza orale dei loro versi sulla base delle improvvisazioni della musica, dei cambi di umori (anche etilici) del momento, degli imprevedibili cortocircuiti con la platea.

[Ho scovato queste righe fra i miei appunti. Purtroppo non ricordo la loro origine ]

f.s.

Il cerchio e la linea (da Metologia e tecniche letterarie di S.F. Di Zenzo-P.Pelosi)

(Amanuense web) trascrivo:

  […]  Due sono gli atteggiamenti critici possibili di fronte ad un’opera:
   il primo consiste nel porre delle premesse generali e nel far reagire l’opera secondo tali premesse;
   il secondo consiste nell’esaminare il tessuto dell’opera per ricavarne dei vettori di senso operanti tra di loro.
   Nel primo caso si tratta di esprimere dei giudizi di valore, seguendo, come nota Bàrberi-Squarotti, la figura del cerchio: la conclusione a cui si giunge è già postulata dalla premessa.
   Nel secondo caso non si parte da categorie di valori precostituiti all’opera, ma si cerca di scoprire l’universo categoriale dell’opera stessa per mezzo di alcuni strumenti elementari, ricavabili dalla materia che è alla base di tutte le opere e che ne rende possibile la loro organizzazione: il linguaggio.
   La figura della linea può rendere tale operazione.
   La prima prospettiva fa sì che l’opera, forzatamente, venga fatta adeguare alla critica: la figura del cerchio dà origine ad una critica parziale, tautologica, basata più sul rigore arbitrario del gusto che su quello obbiettivo della scienza.
   La seconda prospettiva fa agire, invece, il critico all’inverso: è la critica che s’adegua all’opera.
   La figura della linea fa sì che non si creino al di sopra del messaggio artistico costruzioni giustapposte e fuorvianti.
   In tal senso, la seconda prospettiva è una prospettiva scientifica e cioè filologica.
   In questo modo, sia la sociologia che la psicocritica si rivelano strumenti atti ad illuminare alcuni punti nodali di un’opera, ma incapaci ad inquadrarne la vasta polisemia. […]

[Dall’introduzione de Metologia e tecniche letterarie di S.F. Di Zenzo-P.Pelosi, Guida editori, 1976, pp.8].

Critica della lettura di Vittorio Spinazzola

Una lettura feconda ci modifica, ci arricchisce:

<<Una via privilegiata per fuoriuscire dai limiti della prassi esistenziale consiste nell’aprire il campo dell’immaginazione. Ecco un modo agevolmente perseguibile per risanarci interiormente dei danni, delle frustrazioni accumulati giorno per giorno, ad opera non solo degli altri ma, quel ch’è peggio, di noi stessi. La finzione ci permette di vivere quante altre vite vogliamo, di provare emozioni che ci sono negate più pervicacemente: insomma di compiere, e di godere, un itinerario alla ricerca di un’identità diversa, più ricca, più bella perché sorretta da un rapporto ben più gratificante col mondo.>> (1)


Il processo ermeneutico richiede un atteggiamento di cooperazione critica del lettore, ad un tempo, atto di adesione e di distacco. Lettura di ricerca che <<mira a percepire e quindi valorizzare ciò che rende unico un testo, nell’inconfondibilità dei suoi tratti differenziali. È in quest’ottica che esso offre al lettore il piacere emozionante della scoperta, facendolo procedere dal noto verso l’ignoto, vale a dire l’inedito>> (2)

V. Spinazzola, Critica della lettura, Roma, Editori Riuniti, 1992.
(1) Ivi, pp.60 sgg
(2) Ivi, p.138

Questo è il giardino di Giulio Mozzi

questo-e-il-girdino

di Francesco Sasso 

Gli otto racconti de Questo è il giardino sono storie dell’accadimento minimo.
Nota dominante dei racconti di Mozzi è il massimo livellamento delle distanze tra il personaggio e il lettore, tra la realtà e i simboli.

Nei racconti di Questo è il giardino due livelli di significato diversi, quello reale e quello simbolico, si incontrano e dialogano sottotraccia, componendo un’immagine che testimonia la vita del personaggio nel mondo. Ogni racconto ha l’ambizione di voler provocare la riflessione del lettore sui comportamenti minimi dell’individuo di fronte all’altro, oppure davanti ad un gesto o a se stesso.

La tecnica è semplice e univoca per ogni racconto: un personaggio che è nel mondo, colto dallo scrittore in un tempo di vita (il racconto L’apprendista), in un gesto (Vetri), nell’atto di riflettere (Lettera accompagnatoria), in una rifrazione metaletteraria (Per la pubblicazione del mio primo libro); oppure racconti dove il simbolo è falsamente manifesto (Tana, L’unghia), ma incolore, senza alcuno sbocco ultimo, come la vita di ogni uomo.
L’ultimo racconto, F., fa storia a sé; richiama gli ultimi istanti di vita del magistrato Falcone, anche qui, non la realtà, ma l’evoluzione simbolica del personaggio Falcone.

Giulio Mozzi, in questo volume, è un artefice più abile che inventivo, uno scrittore rivelatore molto più che creatore. Lo scrittore osserva attentamente i dettagli, non ha bisogno di ricorrere all’invenzione. L’importante è invece determinare la situazione in cui il personaggio si trova nel momento in cui è preso dall’emozione.

[Giulio Mozzi, Questo è il giardino, Sironi editore, 2005, pp.160, € 13,50]

f.s.

Per cosa si uccide di Gianni Biondillo

per-cosa-si-uccide

di Francesco Sasso

Leggendo Per cosa si uccide di Gianni Biondillo, pubblicato da Guanda nel 2004, si noterà subito una cosa: omicidi ed enigmi vi sono ammessi, purché in piccolo formato e solo come pretesti narrativi. Infatti, a mio parere, lo scrittore milanese non imbastisce schemi narrativi studiatamente congegnati, bensì s’impegna “sentimentalmente” per ritrarre l’anima di una città (Milano), di un quartiere (Quarto Oggiaro) e dei suoi abitanti.

In questo romanzo, il primo di Biondillo, si vede l’ispettore Ferraro, singolare poliziotto dalla dubbia vocazione e dalle ancor più dubbie capacità, indagare su una serie di casi: un cane sgozzato su un terrazzo, la vicenda del morto buttato giù dal cavalcavia, e poi quello della banda dei supermercati, per concludersi con la storia più lunga che si apre con l’assassinio di una bidella che è nel giro del contrabbando.
Il protagonista è affiancato dall’ispettore Lanza, personaggio senza senso dell’umorismo, che interpreta tutto alla lettera, innescando così battute di una comicità surreale, anche se alla fine si cade nel ripetitivo.

Attraverso l’humour, Biondillo descrive una Milano attraversata da follie innocue e passioni non del tutto lecite. Un mondo esente da grandi gesta e da grandi cause.Ciò vale anche per i personaggi dei racconti, vitali e divertenti; e per lo stile, così leggero e vivace.

Va detto: l’intero primo racconto (Estate) e lo scioglimento della trama di tutte le storie sono, a mio parere, due punti deboli del libro.

[Gianni Biondillo, Per cosa si uccide, Ed. Guanda, 2004, pag. 283, Euro 14,50]

f.s.