Self-made Genna: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori

[ Potete leggere e commentare l’articolo su Vibrisselibri. Pubblico anche qui il testo, poiché il sottoscritto utilizza Retroguardia2 come archivio personale in rete. f.s.]

Self-made Genna: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori

di Francesco Sasso

Una strana coppia si aggira da poco più di tre mesi nella rete: il gatto (l’editor) e la volpe (l’editore).

Tutto iniziò da un articolo di Carla Benedetti nell’Espresso, ripreso poi in Il primo Amore, intitolato L’editor e lo scrittore (vedi anche la discussione in vibrisse, bollettino: Una discussione sul cosiddetto “editing”, dove si rimanda agli articoli di Carla Benedetti e a uno successivo di Massimiliano Parente). Da quel dì, una vasta ma non sempre puntuale letteratura nel web si è occupata di lavoro redazionale (editing).

Il risultato del dibattito sono questi post:

Circuito chiuso (vibrisse, bollettino).
Il nano e il gigante di Francesco Forlani (Nazione indiana).
Pro editore di Christian Raimo (Nazione indiana).
A proposito di editing (ricevo via mail e pubblico) di Francesco Forlani (Nazione indiana).
Diamo tutto il potere agli editor di Flavio Santi (Nazione indiana).
Il letto di Procuste e la Cura Ludovico di Giorgio Vasta (Nazione indiana).

Sul lavoro di redazione sono particolarmente significative le interviste di Giorgio Vasta a cinque importanti editor italiani, pubblicate in Nazione indiana. A riguardo, Vasta scrive:

“Quello che mi ha sorpreso è, con le dovute eccezioni, l’omogeneità di consenso nei confronti di quelle posizioni – che si vorrebbero critiche ma risultano soprattutto paranoidi e poco informate – secondo le quali l’editing è un dispositivo di normalizzazione del testo e il sistema editoriale una brigata di cialtroni che oscillano tra l’incompetenza e l’affarismo più bieco.”

Allorché, dopo una pausa nelle pubblicazioni di vibrisse durata circa un mese e mezzo, Giulio Mozzi dichiara di avere una intenzione velleitaria. Egli scrive:

“La cosa che vorrei fare con vibrisse nei prossimi mesi, diciamo nel corso del prossimo anno, è: tentare una descrizione del campo letterario italiano contemporaneo (clic). Si tratta di un’intenzione quanto mai velleitaria.
Per “campo letterario italiano contemporaneo” intendo: l’insieme delle relazioni che sono in atto tra i soggetti che hanno che fare con la letteratura, in Italia, oggi: lettori, scrittori, editori, funzionari editoriali, agenti letterari, critici, giornalisti, tipografi, autori di programmi televisivi, librai, grossisti, promotori, insegnanti di ogni ordine e grado, vetrinisti, dirigenti di catene di librerie, eccetera. Scrivo “eccetera” perché mi sembra il caso di essere, almeno all’inizio, inclusivi piuttosto che esclusivi.”

L’inchiesta prosegue tuttora in vibrisse, bollettino con gli articoli Il vero problema è: chi mi legittima nella mia opera di valutazione? di Paola Borgonovo; e Un’operazione culturale nella quale gli autori hanno un ruolo al tempo stesso centrale e marginale di Matteo De Simone.

Nel corso del mio testa a testa con il materiale prodotto in rete, noto che gli scrittori, quando decidono di prendere la penna e scrivere della loro professione, del rapporto con le case editrici e con il loro editor, preferiscono raccontare aneddoti più che trattare problemi professionali. La mia osservazione non porta nessun marchio di fabbrica che la contrassegni come opinione di un addetto ai lavori. Sono uno studioso di letteratura italiana, un lettore onnivoro, non so molto di editoria.

Con ciò, proseguendo nella lettura del materiale dedicato all’argomento editore-editor, dobbiamo aggiungere un nuovo tassello: Giuseppe Genna.

Sul sito Genna Centraal Station potete leggere l’intervista che lo scrittore ha rilasciato al responsabile Stampa di Lulu relativa alla pubblicazione, in print on demand, del romanzo Medium.

La sensazione che io attraverso durante tutta la lettura dell’intervista è di smarrimento. Genna sembra denunciare l’angustia dei confini del mondo editoriale entro i quali egli stesso assume un atteggiamento ambiguo, a mio avviso, non molto chiaro.

L’intervistatrice, per iniziare, chiede allo scrittore: “Cosa l’ha portata a questa scelta (pubblicare in print on demand, n.d.r.) e perché?”. Genna scrive che i motivi sono tre. A noi lettori interessano il primo e il terzo motivo.

La prima considerazione, dice lo scrittore, è che “tale intimità non volevo venisse filtrata da alcun editore – desideravo rimanesse sorgiva, tant’è vero che ho pubblicato il testo nella sua versione prima, senza mettere il numero di pagine e lasciando intatti i refusi, il che un editore non avrebbe concesso.”

Al che, una mia amica mi scrive via email: “Da lettrice trovo irrispettoso nei confronti di chi legge lasciare refusi e scorrettezze, sapendo che ci sono. In uno degli ultimi libri che ho letto ho trovato per caso ben due refusi, in una edizione peraltro accurata, e la cosa disturba […]”

Immagino, le rispondo, che qui Genna col “lasciar refusi e scorrettezze” intendesse affermare che l’editore X non gli avrebbe mai permesso di pubblicare una storia tanto intima senza imporre alcune correzioni o tagli. Infatti, poco dopo, dice:

“Non riconosco lo statuto intellettuale degli operatori di una casa editrice oggidì, fatte salve alcune luminose eccezioni, e quindi la domanda sarebbe da subito smontata: l’intervento editoriale è opportuno in certi casi, in altri no, e comunque un autore già pubblicato e formato dispone di interlocutori extraeditoriali che gli concedono la garanzia di uno sguardo oggettivo, colto e disciplinante.”

L’altra considerazione di Genna sul perché ha utilizzato il POD:

“La terza considerazione è prettamente editoriale: solitamente un autore al decimo libro non ha difficoltà a trovare un editore, ma io desideravo proprio un gesto simbolico di salto a piè pari dell’editoria cosiddetta tradizionale, poiché a mio parere essa non sta cogliendo le opportunità che i nuovi canali e i nuovi veicoli comportano.”

Insomma, agli editori, Genna, rimprovera l’incertezza sulle nuove strade da battere e prospetta addirittura una evoluzione dei mezzi di produzione, dell’organizzazione e del linguaggio, del pubblico, della distribuzione, del mercato. Infatti, poco sotto, parlando dei sistemi POD, scrive:

“Piccole realtà crescono e comprendono, in anticipo sul gruppone editoriale, che questa è un’immensa opportunità. Non si può pretendere che grandi aziende abbiano o esprimano l’agilità delle piccole case editrici. E’ finito il tempo in cui la grande casa editrice faceva avanguardia. La può ancora fare sui contenuti, sui mezzi è difficile: esistono all’interno di una grande azienda sistemi informatici e marketing consolidati, blocchi divisionali, pochissimo tempo per esplorare. A oggi si è già sbloccato qualcosa che prima era impensabile: gli editor incominciano a desumere autori dai blog personali e collettivi, e mi sembra già tanto, visto che un editor è sommerso da manoscritti di aspiranti. Tuttavia si tratta a mio parere di una questione di tempo: tra dieci anni, l’editoria grande avrà una sensibilità verso i sistemi di podcast di ogni genere, salvo il fatto che tra dieci anni il Web si sarà spostato ancora più avanti e Lei potrà farmi una domanda equivalente a quella che mi pone.”

Libri non più stampati su carta ma visibili sullo schermo del computer, non più acquistati in libreria ma in internet; libri che a rigore non si possono più chiamare tali, anche perché, come scrive Genna,

“Lulu.com non raggiungerà mai le cifre di vendita che certi titoli ottengono dalla pubblicazione presso editori ortodossi […] Lulu.com non dà anticipo, gli editori del comparto tradizionale invece sì, e molto spesso tali anticipi esorbitano il guadagno effettivo derivante dalla vendita di un libro, ma l’editore non chiede indietro l’anticipo stesso. […] Lulu.com non effettua alcuna scelta di valore su ciò che è pubblicato, mentre l’editore la compie: questo è un valore aggiunto imprescindibile, l’essere valutati e scelti ha una presa solidissima sul naturale narcisismo di molti aspiranti autori, per non dire di autori anche affermati.”

Insomma, usare il POD è utile per chi è “al decimo libro” non per chi è alle prime esperienze. E su questo punto un mio amico scrittore, da me interrogato a riguardo, mi scrive:

“La letteratura non s’inventa”.
Ci sono due cose che mi colpiscono in questa frase. […]

Nel contesto dell’articolo. La frase significa più o meno: raga’, i dilettanti allo sbaraglio non ce la possono fare. Per fare letteratura non basta scrivere buoni libri, ma occorre mettere in piedi un sistema funzionante di relazioni, promozione, marketing. Se il sistema di promozione dell’editoria attuale non piace, allora tocca inventarsene uno nuovo, tipo stamparsi il libro con il POD e poi attivare i meccanismi virali della rete per promuoverlo: trailer su youtube; recensioni su litblog; siti dedicati con autocommenti e genealogia dell’opera e quant’altro.
Son cose già viste, ma l’operazione è interessante: Genna è un autore affermato e quel che fa non passa inosservato. Naturalmente una posizione come questa apre domande a catena, tipo:

a. Ok, per un Genna può anche funzionare, ma per Mario Sarcàz, ignoto esordiente di Latisana, funzionerebbe uguale?

b. […] Mario Sarcàz, che aspira a pagare la rata del mutuo lucrando sulla sua arte, ha qualche speranza di riuscirci?

c. Poniamo che Mario Sarcàz metta su lulu.com il suo libro. Non l’ha fatto leggere a nessuno perché egli sa, in cuor suo, di essere il più grande autore vivente. Però è bravo a mettere in piedi l’ambaradan relazionale, e ottiene un discreto successo. Leggo il libro: è una boiata pazzesca. Domanda: il nuovo sistema può migliorare la qualità dei libri in circolazione? Se sì, come? […]

Resto un pochino sorpreso dalla frase del mio amico: “Genna è un autore affermato e quel che fa non passa inosservato”. Già! E qui rendo pubblico con sentimenti dubbiosi un mio dispiacere. Giuseppe Genna è uno scrittore “ingenuo”? Voglio dire, l’addetto stampa di una multinazionale che opera in rete ti intervista, e tu, scrittore conosciuto, punto di riferimento per colleghi e lettori che bazzicano la rete, che fai? Concludi l’intervista esaltando le qualità professionali degli stessi meglio di un loro promoter: “L’estrema flessibilità e semplicità del sistema di uploading del testo, l’apparato grafico che di default viene messo a disposizione (nonostante potessi intervenire graficamente, la copertina di Medium è ricavata dal catalogo che Lulu.com offre), la velocità di spedizione, l’abbattimento delle spese postali, la gentilezza e la disponibilità e la competenza dell’helpdesk italiano.”, per concludere l’intervista con il sostantivo Lulu.com: “Poi ho in mente un vastissimo e colossale progetto, che richiede che accanto a me operino altre persone, di cui però è prematuro parlare ora – valga il fatto che, con gli interlocutori che stanno decidendo se procedere nella direzione che ho proposto, è assodato che la cosa si farà su Lulu.com.”.

In altre parole, l’idea di buon affare e l’idea di buona azione non sono ancora radicalmente separate l’una dall’altra.