La scuola di transizione (‘200)

Nel Duecento i poeti toscani, secondo me, rendono l’imitazione dei provenzali ancor più gretta e pedante e diventano più oscuri e artificiosi dei siciliani nelle rime d’amore; però introducono due novità importanti, in primo luogo perché trattano anche di argomenti morali e politici, poi perché arricchiscono la lingua siciliana, prettamente aulica, cioè cortigiana, di forme toscane tolte proprio dal parlare quotidiano.

Fra questi poeti della scuola toscana si distinguono Bonagiunta Orbicciani da Lucca e Guittone Del Viva d’Arezzo (1225?-1294?); quest’ultimo fu, se non grande poeta, scrittore vigoroso ed originale. Migliorò la tecnica formale costruendo le sue canzoni e i suoi sonetti d’amore o politici su schemi logici ignoti ai suoi predecessori; inoltre, nelle rime religiose e morali, assume un tono austero e franco che lascia trapelare la sua fiera personalità.

Nella famosa canzone in cui piange sulla terribile battaglia di Montaperti (1260) e quella in cui rimprovera gli Aretini e li esorta al bene, le immagini, nonostante la forma dura e aspra, sono vigorose, il tono oratorio, i sentimenti profondi.

Maggiore delicatezza di forma e di sentire rivelano alcuni altri poeti appartenenti a quella che possiamo definire scuola di transizione, perché segna il passaggio dall’imitazione provenzale ai modi originali dello stil novo, fra i quali tuttavia merita attenzione solo Chiaro Davanzati, che fu prima imitatore dei provenzali, poi di Guittone e infine di Guinizelli.

f.s.

Da Saggi critici di F. De Sanctis: “Il critico è simile all’attore”

(Amanuense web) trascrivo:

Il critico è simile all’attore; entrambi non riproducono semplicemente il mondo poetico, ma lo integrano, empiono le lacune. Il dramma ti dà la parola, ma non il gesto, non il suono della voce, non la persona; indi la necessità dell’attore. Togliete alla poesia drammatica la rappresentazione e rimarrà necessariamente un genere monco ed imperfetto. Il simile è della critica. Si sono scritte delle dissertazioni per provare la sua inutilità. Eh! Mio Dio! La critica germoglia dal seno della poesia. Non ci è l’una senza l’altra. Cominciate dunque dal distruggere la poesia.
Il libro del poeta è l’universo; il libro del critico è la poesia: è un lavoro sopra un altro lavoro. E come la poesia non è una semplice interpretazione, né una spiegazione filosofica dell’universo; così il critico non deve né semplicemente esporre la poesia, né solo filosofarvi sopra. Non questo, e non quello: cosa dunque? La più natural cosa di questo mondo: quel medesimo che fa il lettore.
E cosa fa il lettore? Aprire il libro e leggere. E quando l’immagine comincia a mettersi in moto, quando vedete drizzarvi avanti tre o quattro creature poetiche, e la camera si trasforma in un giardino, in una grotta, e che so io, l’incantesimo è riuscito; voi siete ammaliati; voi vedete quello stesso mondo che brilla innanzi al poeta.

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Poesia realistica e sensuale (‘200)

In questo spazio elettronico abbiamo già accennato al Dolce stil novo, cioè la lirica del duecento che vide nell’amore l’essenza della perfezione morale umana e della donna colei che influisce beneficamente sull’uomo, ispirandogli i sentimenti più puri ed elevati che lo conducono a Dio.

E’ però naturale che i poeti di questo periodo trovassero motivo di poesia non solo dall’amore, ma anche dai vari fatti della vita quotidiana: quindi accanto alla poesia idealistica dello Stil novo meritano un cenno quella realistica e quella sensuale, anche se poco studiata sui banchi di scuola e da alcuni ritenuta di non molto valore.

Già il Guinizelli aveva scritto un sonetto di scherno contro una vecchia rabbiosa, il Cavalcanti si era trattenuto a vagheggiare più che la donna amata altre figure femminili o a profilare scherzosamente la caricatura di una gobetta, Lapo Gianni aveva sognato una vita lieta su una terra piena di gioie, Cino da Pistoia di saziare un’ora di ribellione con distruzioni e colpi di spada e Dante stesso, dopo di loro, indulgerà a rime sensuali.

Coltivarono particolarmente questo genere di poesie il fiorentino Rustico di Filippo, il senese, Cecco Angiolieri e Folgore da San Gemignano. Il primo è famoso per i suoi sonetti di caricatura, l’ultimo per aver scritto, in una collana di quattordici sonetti, le gaie occupazioni e i divertimenti, nelle varie stagioni, di una lieta brigata di giovani.

f.s.