La mano sulla fronte. “Arte estrema” e poetiche “vomitanti” di Santi Barbagallo

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 di Santi Barbagallo 

Una serie di fotografie in bianco e nero che il trascorrere degli anni ha lievemente ingiallito ritraggono una giovane donna nuda con un foglio di carta sul quale s’intravedono, scritti a mano, i versi di una poesia d’amore. Nella prima foto, la bella ragazza “di-corpo-vestita” (sic!) è in piedi, i capelli barboncinamente bioccoluti le nascondono il viso come nelle istantanee di una rivista  di “cronaca amatoriale”, la mano sinistra  è accostata cordialmente al pube mentre la destra mostra all’obiettivo la lettera d’amore con un bacio stampigliato sopra a mo’ di sensualissima firma. Le altre foto, variazioni sul tema, mostrano la donna in pose intime e spregiudicate, con ecografie molto rifinite, sempre col viso coperto dai capelli quasi per un accesso tenero e resipiscente di pudori fuori posto, o mal riposti, cioè tatticamente paradossali (s’intende: “voluti”), come l’ultima immagine, che la ritrae in posizione di decubito prono – mi si passi l’argotismo tomografico ma si tratta, almeno per ora, di essere “scientifici” o, come si dice, “au-dessus de la mêlée” (tricologica o riccioluta) – in tutto lo splendore del suo trionfo callipigico, ancora con la famosa lettera sbaciucchiata bene in vista. Su tutte le foto campeggia e risuona, ossidionale, il tam tam frenetico di un “disperato erotico stomp” (“che neroooo!”) che il selettivo ed essenziale monocromatismo fotografico esalta con l’incisività di un “true color”.


“Caro, la mattina richiama la musica del tuo organo su un cuscino di desideri accarezzando un orgasmo. Ti voglio, voglio, io voglio. Ti intuisco già dentro e fuori ancora in me penetrata ad ogni tuo invito. Tua (…) Adorato, ci sono dei risvegli in cui il soffitto perfino parla di se stesso. Questa notte ho sognato un cielo, ora non c’è neanche l’orina della tua pioggia. Vorrei il telefono nel ventre perché la tua voce possa possedermi. Tua (…) Mio, vorrei adescare il turgore inginocchiandomi in bocca nel seme tuo. Ho vocazione di convertirmi nella troia che tu richiedi nelle lussuriose tue innocenze. Tua (…)”.
L’autore appassionato di questi versi o “palabras de amor” infuocate (e forse anche delle foto) è, in forma di alter ego, Vitaldo Conte, critico d’arte, poeta e scrittore romano, nonché docente di Storia dell’arte in diverse AA.BB. del centro e del sud Italia. La poesia fotografica, o “verbo-visiva”, o sentimental-ginecologica, s’intitola “Possessione”, e la si può trovare su Internet. Il componimento reca la data 1978 e, rebus sic stantibus, fa parte della produzione giovanile di Conte, che è del 1949.
Chiunque abbia un minimo di conoscenze teoriche dell’arte contemporanea, di cosa sia accaduto negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, o di dove e come sia caduto e scaduto il glorioso patrimonio della cultura artistica universale, saprà bene che in quel periodo era piuttosto usuale vedere nei musei e nelle gallerie, nelle mostre e nelle rassegne “en plein air” o “indoor” di tutto il mondo ogni sorta di “porcherie” (uso qui la parola tecnicamente, nel senso in cui si dice che del porco non si butta via niente), sacre abluzioni di feci e orina, vitelli squartati, viscere insanguinate di animali crocifissi o impalati, cappottini di sangue e sperma e via imbrattando.
Per questo motivo, e anche perché bisogna pur concedere il beneficio delle attenuanti generiche a un giovane anagraficamente di nemmeno trent’anni se non ci si vuol rendere sospetti di quel “rottermayerismo” bacchettone e ottocentesco fuori dalla realtà d’oggi, per questo motivo, o causa di forza maggiore, la poesia, e le foto (e annessi cartacei e piliferi) dopotutto ingenue e inoffensive del giovane Conte non sono giudicabili o criticabili, se ne prende atto e basta (sulla qualità della ragazza fotografata si preferisce glissare con un’occhiatina maliziosa di straforo…).
E poi, diciamo la verità, stroncare una buffa poesia come questa, un tentativo lirico paupero-verlaineano goffo e imbranato con un titolo che si commenta da sé, sarebbe troppo facile, troppo comodo e obiettivamente scorretto, ingiusto sul piano delle energie profuse, un po’ come sfidare un bambino di 6 anni a chi riesce per primo a far squillare la tritonale con un cazzotto al punching-ball della fiera di carnevale. Al limite, ci si potrebbe chiedere come può una poesia tardo-adolescenziale, vecchia di trent’anni, avere ancora accessibilità e visibilità attraverso il network più importante del pianeta se il suo autore non ne abbia sottoscritto in qualche modo l’attualità e l’appartenenza in termini culturali, di idee e di espressione artistica consentendone la pubblicazione invece di ripudiarla come la testimonianza malinconica dei suoi bollenti spiriti (e del suo giovanil ardore).
Ma poiché qui, in modo sotterraneo o sullo sfondo, ci occupiamo di presenze, più o meno inquietanti, ma con velleità culturali, o di un certo presenzialismo necessario degli intellettuali sulla rete, cioè di quella “web culture” che rappresenta la vera e grande conquista culturale degli ultimi quindici anni, sarà il caso di procedere, cliccando su “search”, con la ricerca intorno all’attività e alla figura di Conte, consapevoli che i risultati di questo genere di ricerca “a motore” saranno evidentemente solo parziali e indicativi.
La prima cosa che solitamente faccio quando cerco informazioni su un artista o un autore è vedere come si esprime (se è un pittore come dipinge e se è uno scrittore come scrive), qual è il suo rapporto “diretto” con il linguaggio che utilizza. Ciò m’interessa più del suo pedigree accademico, delle medaglie al “valor culturale”, dei cavalierati della repubblica, degli aspersori e dei turiboli delle alte gerarchie istituzionali. In questo senso, anche se si scrivono solo due righe, si vede subito se si tratta di uno scrittore “vero” oppure no, se val la pena continuare o se è meglio trovarsi qualcos’altro da fare. Leggiamo per esempio questa breve recensione critica di Conte: “La poetica fotografica è uno dei linguaggi che maggiormente ha debordato, negli ultimi anni, sia per le nuove possibilità tecnico-mediali offerte e sia per una spiccata evoluzione, dalla propria “linea di confine”. Diviene progetto psico-mentale e percorso artistico borderline, naturalmente inclini (senza più alcuna censura) a riflettere sui perturbanti interni dell’autore, che ne annota catarticamente i passaggi come se fossero momenti di una autoterapia. Il lavoro di Roberta Baldaro: le sue individuazioni di “presenze” naturali o di uso quotidiano, usurate dalle ombre dell’esistenza e delle emozioni, scoprono imprevedibili itinerari con echi di angosce seriali, di impreviste deviazioni. L’artista vorrebbe ascoltare il suono del rumore psichico. La ragnatela della scena-evento, disperde segnali-relazioni, scrivendo un diario e spartito intimo, attraverso un anancasmo fotografico che “si espone”, anche, per coinvolgere “l’altro”. Vitaldo Conte”.
E in effetti, già queste poche parole valgono più di un trattato di psicosociolinguistica (ma esiste?), nel senso che tutta una sintomatologia clinica, psicologica e sociale dei “topoi” linguistici utilizzati rivela irrefragabilmente la tartuferia piccolo borghese di chi le ha scritte (mi ricordano la critica del PDC all’opera pittorica del “Prosciuttini” di cui parlava, celiando, Umberto Eco). Ma proviamo a rileggere la recensione di Conte più attentamente, inserendo all’occorrenza qualche commento infralineare per vedere se e come il suo rigore letterario e la sua vigilanza metalinguistica facciano difetto: “La poetica fotografica è uno dei linguaggi che maggiormente ha debordato, negli ultimi anni, sia per le nuove possibilità tecnico-mediali offerte e sia per una spiccata evoluzione, dalla propria “linea di confine”[registro l’originalità del sintagma “linea di confine”, senza fare commenti]. Diviene progetto psico-mentale [“psico-mentale”? Evidentemente non è soltanto psichico o soltanto mentale, ma le due cose insieme, cioè un’altra cosa. Ma che cosa? Se non è una tautologia, né un pleonasmo, cos’è “psico-mentale”?] e percorso artistico borderline [“borderline”: è al primo posto nella classifica degli anglismi dall’uso frusto, ma usarlo dà un certo tono], naturalmente inclini (senza più alcuna censura) [ancora la censura? Dopo il ’68, la rivoluzione sessuale, gli anni di piombo, Tangentopoli, Craxi proscritto, Cicciolina in parlamento, Mastella arrestato, Berlusconi al governo, ancora la censura?!] a riflettere sui perturbanti [è una parola come un’altra per il critico. Non c’è traccia infatti nelle parole di Conte delle riflessioni sull’argomento, serie, di autori come Remo Bodei o altri] interni dell’autore, che ne annota catarticamente [non poteva mancare la “catarsi”!] i passaggi come se fossero momenti di una autoterapia. Il lavoro di Roberta Baldaro: le sue individuazioni di “presenze” naturali o di uso quotidiano, usurate dalle ombre dell’esistenza [la metafora dell’ombra non la usa più neanche il posteggiatore della spiaggia libera!] e delle emozioni, scoprono imprevedibili itinerari con echi di angosce seriali [“angosce seriali”, e già, perché quando sono in serie la angosce sono soggette a fenomeni ecoici…], di impreviste deviazioni. L’artista vorrebbe ascoltare il suono del rumore [“suono del rumore”: perché non, per esempio, i melismi dell’effetto Larsen?]  psichico [e il “mentale”, lo “psico-mentale”?…]. La ragnatela della scena-evento, disperde segnali-relazioni, scrivendo un diario e spartito intimo, attraverso un anancasmo fotografico che “si espone”, anche, per coinvolgere “l’altro”[qui Conte fa un grande e indigesto minestrone di luoghi comuni: l’anancasmo fotografico che si espone – mi viene da ridere ogni volta che un critico parla di opere che “espongono” – il diario intimo, lo spartito, e soprattutto “l’altro”, grottesco tentativo di accennare a una tematica inesauribile lavandosene le mani…] Vitaldo Conte” [il nome e il cognome, pare, sono corretti].
In un altro sito web trovo queste altre parole “testuali” di Conte: “L’attuale dispersione dell’arte favorisce ‘opere’ con linguaggi-confini volutamente sfuggenti, imprevedibili: le sue anomalie [qual è il soggetto di queste anomalie, o ano-malie? La dispersione dell’arte? O le “opere”, nel qual caso, abbonandogli la deissi o la sillessi, mi chiedo: se questi “linguaggi-confini”, che evidentemente non sono “linguaggi-confine”, sono imprevedibili, come possono esserlo “volutamente”?] e i suoi ‘ambienti’ suscitano vibrazionalità e comunicazioni emozionali [“comunicazioni emozionali”? Non è un’evidente inconcinnità? Il sospetto è che Conte non sappia distinguere tra comunicazione ed espressione] che perturbano l’esterno [torna il perturbamento, stavolta dell’”esterno”, concetto che neppure Cartesio usava più], abolendo o avvicinando la distanza [quando mai una distanza si avvicina? Semmai si riduce] fra autore e fruitore. Non a caso le architetture creative dell’anima [“le architetture dell’anima”: un topos da quinta elementare, un po’ come “l’immaginario collettivo”!] – intime, domestiche, sinestetiche -, costruite talvolta con segni-materiali”…e bla bla bla.
E ancora, per farsi un’idea, un certo Pablo Echaurren in un articolo zeppo di paronimie e paronomasie imbecilli, scrive di Conte nella sua rubrica online: “Vitaldo Conte è un curioso personaggio che cerca di ridefinire il paesaggio della critica oggi, un tale che ha fatto dell’ossimoro il proprio modello ribello. Rendere centrale ciò che è laterale, portare la marginalità in posizione di visibilità, trasformare in sesquipedale il minimale, trascinare l’under verso l’over, il basso nell’alto.È così che un’istituzione come la Quadriennale è potuta divenire il supporto per un’operazione di contaminazione, per un’effrazione del codice, per un’infrazione al sistema di comunicazione vigente e demente che tende a emarginare, a edulcorare, a selezionare in base a criteri di accettazione da parte di quella ristretta cerchia di addetti che si considerano gli unici eletti abilitati a decidere cosa possa essere considerata arte e cosa no. Di solito il loro criterio è condizionato da una consuetudine a frequentare sempre gli stessi, da una convergenza di interessi tra galleristi e artisti carrieristi, dall’abitudine a apprezzare solo l’erba che cresce nel proprio orto concluso, occluso, fetuso. Manca la curiosità, la libertà dello sguardo, la felicità dell’intuizione. Manca la vita. Ora, bisogna sapere che la Quadriennale è una fondazione statale presieduta da Gino Agnese, un emin-ente che questa volta ha fatto una scelta per gnente usuale, far precedere all’edizione canonica nazionale due anteprime dedicate ai giovani provenienti rispettivamente dal centro-sud e dal nord. Si occupano della selezione apposite commissioni e in una di queste commissioni è stato nominato Vitaldo Conte che ha invitato artisti in un certo qual modo extremisti, eccedenti, senza troppi precedenti, almeno per una manifestazione che si rifà alla tradizione. Insomma qui non si tratta di semplice ripetizione del già detto, del già visto, del gran fritto misto”.
Ora, qui s’impone una piccola precisazione, prima di continuare. Quando diciamo che il professor Conte non è uno scrittore “vero” non vogliamo dire soltanto che è (perché “anche” lo è) approssimativo e pasticcione nella scelta delle parole, impreciso nell’articolazione sintagmatica e logica dei costrutti, corrivo nell’utilizzo del lessico oltre che ignorante degli “spessori semantici”, delle radici filologiche, ma anche degli impieghi dossologici, storico-geografici, comunitari o settoriali, sociologici e altro di un termine o di un concetto; oltre a ciò, prima di tutto ciò, vogliamo dire essenzialmente che la scrittura, quando è autenticamente tale e se vuol esserlo, deve dire delle cose, esprimere idee e concetti in modo “convenzionale” o “contingente” (più o meno nel senso di Poincarè e di Boutroux), e deve farlo nelle forme e nelle modalità tali che, se queste mancassero, essa non potrebbe affatto dirli o esprimerli. Con questo non intendiamo affermare che la scrittura e l’espressione verbale siano solo una questione di “tecnica”, nel senso che un novellista debba essere per forza di cose prima di tutto un esperto di narratologia, o il drammaturgo di “attanziologia”, il paroliere o il pubblicitario di “logologia comparata” e via neologizzando. Anzi. La nostra posizione, per quel che vale, è perfettamente sintonica con quella di Conte rispetto alla necessità di affermare l’eminenza e la primarietà dei valori e delle funzioni estesiologici della e nella scrittura prima di quelli prettamente logici, sillogici, pragmatici e strutturali di uno scritto o di un testo letterario, critico o poetico che sia (ma questa è, appunto, la nostra posizione). Solo che, precisamente, quello che fa difetto del linguaggio di Conte, che denuncia la scarsa attitudine letteraria di un “uomo di cultura” che, non dimentichiamolo, vuol presentarsi dichiaratamente come un poeta, un critico e uno scrittore, anche perché insegna materie “umanistiche” nelle università e nelle accademie d’arte italiane ed è con molta probabilità proprio in virtù di questo tipo di referenze o di meriti che ha ottenuto la cattedra, sebbene in tempi e circostanze in cui questo disgraziatamente poteva ancora accadere; quello che fa difetto, dicevamo, del poeta e teorico Conte, che gli fa difetto (come gli abiti di cui si occupa) o che lo “difetta” (come un pugno su un occhio a tradimento) è proprio quella capacità, che egli cerca di ostentare ricorrendo a spiegazioni esteriori, di produrre un linguaggio estesiologico, di “comunicare direttamente al sistema nervoso”, secondo la celebre “foronomia” baconiana; è proprio quella funzione corporea, somatica o “sinestetica” del linguaggio o quella profondità viscerale che la sua affannosa ricerca pluriennale nel campo del “verbo-visuale” ha stimato di raggiungere, o al limite di colonizzare in un picchettamento sempre incoativo e in fieri; è proprio quella poetica militante del “borderline”, o dell’”estremo”, o del “perturbante”; è proprio (e con questo chiudo l’anafora!) quel carattere evenemenziale, aoristico e indeterminato, o non codificabile del linguaggio del corpo e dei suoi moti “interni” ed “esterni” che il “polisensoriale” critico romano mostra non solo di “mancare”, ma di negare e sconfessare “in pratica”, rimanendo malgrado tutto ancora all’”esterno”, o ai “margini” (questi sì) delle coordinate estetiche più o meno velleitarie che vorrebbe tracciare (“estremo”, “marginale”, “borderline” e tutti le topiche di cui è infarcita la sua cultura da “Centro Sociale”).
Ma ecco che, continuando la ricerca di Conte sul web, m’imbatto inaspettatamente in un comunicato relativo ad un evento culturale molto singolare svoltosi nella provincia di Latina nel maggio 2007. Leggo il comunicato: “Domenica 13 maggio 2007, ad Aprilia (LT), in località Campo di Carne, presso il presidio permanente allestito dalla “Rete dei cittadini contro la Turbogas” che protesta contro la costruzione di una pericolosa centrale termoelettrica a gas, nove poeti, a partire dalle 18.30, leggeranno le loro poesie dopo averle messe in bocca, insieme a dei liquidi, e vomitate, nel vero senso della parola. Un atto di malessere, ma anche un atto simbolicamente aggressivo, concepito per esprimere la ferma disapprovazione nei confronti di una politica energetica altamente nociva per la salute, che non riguarda soltanto la città di Aprilia, ma l’intero Paese. Tumori, leucemie, malattie polmonari: sono questi gli effetti provocati da una centrale di questo tipo, che emette ossidi di azoto, monossido di carbonio, polveri sottili e anidride solforosa, per un raggio di circa 30 chilometri. La centrale dovrebbe sorgere a meno di 500 metri da una scuola elementare di 40 bambini, in un quartiere di circa 12.000 persone, e all’interno di un territorio che comprende, oltre ad Aprilia, una città di 60.000 abitanti, anche altri grossi centri come Latina, Anzio, Nettuno, Pomezia, Velletri e Ardea, con pesanti ripercussioni negative nei settori del turismo e dell’agricoltura. La performance di poesia vomitata, ideata dal poeta Ugo Magnanti, vedrà la partecipazione di altri otto autori, che la interpreteranno in chiave personale: poeti in senso lato, come Antonio Rezza, famoso per il suo straordinario teatro; e poeti in senso stretto, come Bianca Madeccia, sospesa tra poesia e arte materica, Angelo Zabaglio, ‘slammer’ irriverente, Alessandro D’Agostini, fondatore del movimento “Giovani Poeti d’Azione”, la ‘cinica’ e ‘crudele’ Francesca Spessot, di Trieste; e poeti di confine, come Vitaldo Conte, importante teorico d’arte, e come i due giovani ‘poeti totali’ del collettivo Sparajurij di Torino. Nel punto del sito in cui si svolgerà la performance, verrà predisposta una istallazione di Valerio Cicco che rappresenta un grande ‘vomitatoio’, e che sarà utilizzata dai poeti durante l’azione. Con le “Poesie vomitate contro la Turbogas”, la poesia tenta di uscire ancora una volta dalle cornici estetizzanti e suggestive, per rappresentarsi come un atto di moderno civismo, al di là dei suoi contenuti specifici.”.
È l’acme del disfattismo razionale dell’intellettualismo demente e imputridito! Più che perturbante, l’evento fa proprio schifo. E immaginare di assistere “de visu” alla scena  di uno con una faccia come quella di Conte, che già un certo malessere l’esprime di suo, che si mette a vomitare le sue poesie (ma questo un po’ lo possiamo capire…) assieme ad altri “poeti” disturbati di stomaco in una sorta di grande “sinfonia s-concertante”, con uno che gli regge la fronte mentre rimette lo spirito, un altro che la mano se la mette sulla propria di fronte perché si sente mancare ecc., francamente mette un po’ di malinconia. (Ho detto la “faccia” di Conte;  e già, perché tutta una problematica dellaportiana  ha avuto modo di transitare all’AA.BB. di Catania: il cacomorfismo prognatico e catarinico di Filippo La Vaccara – un misto di Woody Allen e dell’ex-calciatore De Napoli – , la pinguedine pacioccona e bonaria del’amico prof. Curione – un incrocio tra Carlo Marx e il nostromo di quel famoso tonno – , il viragismo idiosincratico e balanotropo della prof.ssa Muscardin – a metà tra Giorgio Napolitano giovane e le sorelle Bandiera , ecc.).
Ora, il nodo problematico della questione è, mi pare, essenzialmente questo: noi non diciamo che l’operazione di vomitare poesie o di declamare versi in una discarica sia solamente un fatto anacronistico, storicamente intempestivo e incongruo; non diciamo, o ci limitiamo a sostenere, che il professor Vitaldo Conte, che annovera tra gli artisti di cui si occupa “curiosi personaggi” come il “munnizzaro” Alfredo Sciuto, sia solo un tizio che si sia sbagliato sulle epoche, sui luoghi, sulle forme e suoi contenuti, sulle poetiche e sulle teoriche dell’arte contemporanea. Noi diciamo piuttosto che siamo in generale d’accordo con la tesi di Deleuze che “la piccola differenza agisce simultaneamente tra gli altri livelli di ripetizione”, nel senso che se un atto, un gesto o una performance sono destabilizzanti, lo sono in virtù di una loro certa potenza interna, metastorica e trasversale e non soltanto “culturale”, storica o lineare (in poche parole, il fatto che un’operazione sia stata tentata in precedenza non significa che si sia esaurita la spinta a ripeterla, a riaffermarla come un’operazione ancora oggi “necessaria”). Tuttavia, crediamo, proprio perché la “petit différence” agisce dall’interno modificando gli stessi schemi di reduplicazione che l’hanno fatta nascere, non c’è oggi più alcuna necessità di fare la rivoluzione come i futuristi, o come ancora potevano pretendere le neoavanguardie poiché, lo ribadiamo, “oggi”, la vera “effrazione del codice” può aver luogo solo per “surcodificazione” e non più per “decodificazione” (come sostenevano in altri tempi, e giustamente, Deleuze e Guattari), nel senso che l’autentica “rivoluzione” può essere oggi piuttosto una “ri-evoluzione”condotta “nella” e non più “fuori dalla” “metafora geometrica”, per dirla con Derrida. Anche se Conte e i suoi accoliti facessero del mondo un grande cacatoio, questa ultima ratio dell’avanguardia rivoluzionaria non sarebbe altro che una patetica denuncia scioccamente demagogica, intrisa di luoghi comuni che le restano eterogenei, “esterni” o meramente referenziali. E in definitiva, se c’è qualcosa di veramente meschino in quello che fa Conte, non è tanto il fatto che un uomo della sua età si metta a fere simili porcherie, quanto la defezione autocritica con cui vorrebbe spacciare per una qualità intensiva ed estesiologica un referente semantico extratestuale, con il risultato di far ripiombare l’arte nella doxa (Gombrich avrebbe detto, servendosi della boutade di quella famosa comic: “Perché fai l’anticonformista come tutti gli altri?”). E allora, tutta questa storia delle poesie vomitate, che rischia di ridicolizzare un problema serio come quello dell’inquinamento ambientale, tutte queste pasquinate di un “vocabolario estremo”, di un’arte estrema, del segnale estremo, dell’espressione estrema, della puzza estrema, tutto ciò, e proprio perché vorrebbe lo si prendesse sul serio, non può non presentarsi nella fisionomia inconfondibile del “trash”, dacché, ci pare, non è tanto la trivialità o l’ostentata volgarità, sul tipo del “coatto” e del “trucido” a contrassegnare principalmente questo tipo di cultura, quanto il non essere all’altezza delle promesse fatte, il non avere i mezzi per saperle adempiere o mantenere (questa potrebbe essere una buona definizione del “trash”). Insomma, e per concludere, il “mortal Conte” vorrebbe fare un po’ come il “divin marchese” solo che, diversamente da lui, non possiede, per l’appunto, i mezzi per poterlo fare. E forse la segreta speranza di Conte è quella di fare, come Sade, del suo patronimico personale un aggettivo universale, per esempio il sado-contismo, la sindrome acetonica conteana ecc., o un lemma, un vocabolo o “una voce e un capitolo” dell’edizione aggiornata del Laplanche-Pontalis, oppure, meglio che niente, di finire nelle indicazioni terapeutiche del bugiardino di una confezione di Biochetasi…(piccola riflessioncina finale da meditare a casa, verso sera, prima di andare a letto: “Potrà questo squallore, lo squallore del mondo salvare il mondo, che soffre del suo squallore?”. A sentire Conte si direbbe di sì. E allora “prosit”! – e pauca…).

Biobibliografia

Santi Barbagallo (Catania 1973) ha conseguito la maturità d’arte applicata e la laurea in Belle Arti presso l’I.S.A. e l’AA.BB. di Catania. Da alcuni anni è impegnato in una modalità di ricerca filosofica che egli stesso ha definito, non senza una certa volontà sofisticatrice, “neodecostruzionismo”, che si esplica nell’analisi delle implicazioni critiche, nel settore artistico e letterario, del pensiero di autori di area francese fenomenologica e poststrutturalista, ma talora con “interferenze” di modelli più squisitamente ermeneutici (soprattutto heideggeriani), psicanalitici e sociologici. All’attività di consulente scientifico parauniversitario indipendente in discipline estetologiche, affianca quelle di pittore, disegnatore e illustratore. Recentemente ha pubblicato: Dal tecnocentrismo alla Kunstbild. L’arte nell’era del dominio tecnologico (Montedit, Melegnano 2006); Estesiologia e deuteroclassicismo. Note sulla pittura di Francis Bacon (Montedit, Melegnano 2007), La critica e i suoi fintivi (Editrice UNI Service, Trento 2008)