Lectio Magistralis di Umberto Eco: “Usi perversi della matematica, dalle numerologie folli agli occultisti”

“Umberto Eco racconterà come  da migliaia di anni si cercano spiegazioni dei misteri dell’universo (o anche delle cose più semplici e meno misteriose) applicando teorie matematiche del tutto fantasiose. ”

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[QUI] è possibile scaricare ed ascoltare la conferenza tenuta da Eco al II Festival della Matematica 2008, diretto da Piergiorgio Odifreddi.

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[QUI] è possibile scaricare le tredici conferenze

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da La poesia di Benedetto Croce: “Ma la classe prossima è pur sempre una classe”

amanuense/web

Trascrivo da La poesia di Benedetto Croce:

 

Il critico deve veramente contenere in sé non un moralista ma un filosofo, che abbia meditato sull’anima umana nelle sue distinzioni e opposizioni e nella sua dialettica; e non propriamente il filosofo in quanto attua i suoi concetti in giudizi di filosofia, di scienza, di politica, di morale e di ogni altra sorta, sebbene in quanto viene ordinando il gran materiale dei formati giudizi in classi o tipi del vario sentire e fare dell’anima, e con ciò si tramuta in ‘psicologo’.
Caratterizzare una poesia importa determinante il contenuto o motivo fondamentale, riferendolo a una classe o tipo psicologo, al tipo e alla classe più vicina; e questo il critico spende il suo acume e dimostra la sua finezza e delicatezza, e in questa fatica egli è soddisfatto solo quando, leggendo e rileggendo e ben considerando, riesce finalmente, colto quel tratto fondamentale, a definirlo con una ‘formola’, la quale annunzia l’eseguita inclusione del sentimento della singola poesia nella classe più vicina che egli conosca o che ha, per l’occasione, escogitata.

Ma la classe prossima è pur sempre una classe, ossia un concetto generale, e la poesia è, invece, non il generale ma l’individuale-universale, il finito-infinito; onde la formola, per quanto si accosti all’evocata poesia, non coincide mai con lei, e anzi tra le due rimane sempre una distanza abissale. Paragonata alla poesia, la formola della sua caratterizzazione appare sempre, dal più al meno, rigida e stridente. Da ciò, dopo il momentaneo appagamento, lo scontento che si prova dinanzi alle più elevate formole critiche, anche alle nostre proprie, che sono state prodotte con tanta tensione di mente, con tanto lavorio di acume, con tanto scrupolo di delicatezza.

B. CROCE, La poesia, Bari, Laterza, 1996, p.115

f.s.

Se questo è un uomo & La tregua di Primo Levi

Primo Levi (1919-1987), scrittore dallo stile lucido ed intensamente drammatico. Scrisse il capolavoro Se questo è un uomo (1947), racconto della sua permanenza nel lager di Auschwitz, descrivendo i patimenti e le vessazioni subiti dagli internati, i riti mostruosi dello sterminio, i rari momenti di solidarietà fra gli individui ossessionati dal terrore del destino che li attende, i gesti inconsapevoli e l’improvviso affiorare dei ricordi che miracolosamente riesumano un’identità soggettiva sepolta nell’anonimato del numero, l’effetto di disumanizzazione prodotto dall’inferno concentrazionario, e che colpisce ugualmente gli aguzzini come le vittime impegnate in una feroce lotta per la sopravvivenza. Romanzo da leggere assolutamente.

Mentre il romanzo La tregua (1963) racconta la lunga ascesa che segue alla libertà recuperata, dell’avventuroso rientro in patria attraverso un’Europa devastata dalla guerra, in un groviglio di sentimenti contrastanti, dove all’euforia per lo scampato pericolo s’intrecciano la memoria indelebile dell’oltraggio patito e la pena per le distruzioni e i lutti provocati dal conflitto. Romanzo picaresco.

f.s.

[Primo Levi, Se questo è un uomo- La tregua, Einaudi, 1989, pag.362, lire 17000]

Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline

Vorrei parlarvi di un capolavoro pubblicato nel 1932: Viaggio al termine della notte del narratore Louis-Ferdinand Céline (1894-1961), romanzo dalla violenta e distruttiva carica espressionistica e antiborghese in cui la corrosione dei personaggi e del linguaggio approda al delirio e alla poesia.

<< Cosa conta il mio libro? Non è letteratura. È vita, la vita così come si presenta. La miseria umana mi sconvolge, fisica o morale che sia. È sempre esistita d’accordo; ma un tempo la si offriva a un Dio, qualunque esso fosse. Oggi il mondo è pieno di miserabili e la loro angoscia non ha più nessun senso. La nostra epoca d’altronde è un’epoca di misera senz’arte; una cosa penosa. L’uomo è nudo, spogliato di tutto, anche della fede in se stesso. Il mio libro è questo>>.

Céline è uno di quei rari scrittori che mette la propria “pelle sul tavolo”, decidendo di sprofondare interamente nella vita per poterla così rappresentare, esplorando le cavità più oscure e meschine dell’anima umana.

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19 canzoni di Vladimir Vysotsky. Presentazione di Amelia Rosselli

Ho scovato su una bancarella un libricino di Stampa alternativa. All’epoca costava mille lire. L’autore è VLADIMIR VYSOTSKY, il titolo del piccolo volume è 19 canzoni.

Avevo già in testa il nome dell’attore-cantautore-poeta  russo, poiché è appena uscito un cd di Eugenio Finardi con alcune canzoni di Vysotsky. Il titolo del cd è Il cantante al microfono con Ensemble Sentieri selvaggi.

Tornando a Vysotsky, Gino Cataldo lo definisce così: “ Per trovare qualcosa di simile in Italia dovremmo fondere Carmelo Bene, Francesco Guccini, Piero Ciampi e Pier Paolo Pasolini, un compito praticamente impossibile come in un certo senso impossibile‚ eppure reale‚ era Vysotsky.”.

Le 19 canzoni tradotte da Silvana Aversa son proprio belle.

Orbene, stamattina ho rovistato nel gran calderone della rete ed ho scoperto che Stampa Alternativa ha messo a disposizione il pdf del libricino [QUI].

Di seguito la presentazione a 19 canzoni scritta da Amelia Rosselli.
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Presentazione di Amelia Rosselli

Del cantautore Vladimir Vysotsky sono qui tradotte, da più di settecento canzoni, diciannove canzoni, alcune di poco più di due pagine dattiloscritte, altre d’una pagina o meno. Più che poesie vere e proprie, sono canti a tematiche diverse, ritmati e (nell’originale) e rimati a volte classicamente.
Le canzoni diventano non solo poesia, ma piuttosto spunti tematici per drammatiche variazioni d’umore, dove la ricca voce, la chitarra, o le chitarre e le orchestrine alla Stravinskij, fanno da sfondo a volte drammatico a volte umoristico.
Queste diciannove canzoni furono scritte tra il 1962 e il 1974: migliora nel tempo la qualità poetica, ed è più sognante, e raggiunge una originalità assoluta non in quanto poesia, ma in quanto musica, e cioè “canzone d’autore”. Vysotsky ideava la sua canzone o prima inventandosi una melodia sulla chitarra e aggiungendovi poi le parole, oppure scrivendo prima il testo e musicandolo dopo.
Di queste canzoni sono tipici alcuni temi come per esempio la notissima “Il pugile sentimentale” del 1966, dall’intonazione burlesca; o “L’inquietudine”, del 1966, dal tono tragico-triste. Del 1968 “La caccia ai lupi”, tra le più note, è di già più originale; fra le più popolari, “Non è ancora finita”, dello stesso anno: di genere aneddotico-simbolico. Intorno al 1969 crea le canzoni “Non è tornato dalla battaglia” e “È cessato il tremito”, che dimostrano una maggiore eleganza di scrittura, assieme a tematiche biografiche a volte malinconiche. Con le famose canzoni “Il silenzio bianco” del 1972, “Il volo interrotto” del 1973 e “La fucilazione dell’eco” del 1974, è raggiunto un livello massimo dove la canzone d’autore è anche poesia, e la tematica può permettersi l’autobiografismo senza scadere. La qualità della voce del cantautore Vysotsky è rauca a volte, parlata, e teatrale al massimo; si è trascinati come da uno spettacolo; e infatti Vysotsky cantava sul palcoscenico del Taganka, un teatro moscovita, dove lavorò anche ottimamente come attore. Lì furono registrate le sue canzoni in parte improvvisate o variate, e le registrazioni stesse percorsero tutta l’URSS, ma non ufficialmente, fino all’era Gorbačëv. Sotto Kruščëv e poi Brežnev, non v’era permesso di riproduzione via cassette o dischi; oggi c’è perfino un museo dedicato alle opere musicali e cinematografiche dell’autore, a Mosca, e i dischi o le cassette sono rivenduti anche a New York e Parigi. Di molto inusuale nel canto e nel modo di accompagnarsi, v’è questa recita musico-teatrale tra il virile e l’umoristico. Negli ultimi anni la voce s’abbassa e perde vigore, e i temi sono più disperati, anche se prima le canzoni erano considerate comunque canzoni “del dissenso”.
Vladimir Vysotsky muore di collasso cardiaco nel 1980, all’età di quarantadue anni.

f.s.

[Vladimir Vysotsky, 19 canzoni, Stampa Alternativa, 1992 (fuori catalogo)]

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[Il cantante al microfono– Ensemble Sentieri selvaggi con Eugenio Finardi- Canzoni tradotte da Sergio Secondiano Sacchi e strumentate da Filippo Del Corno- € 15 spese di spedizione escluse ]

 

La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica di Mario Praz

Il romano Mario Praz (1896-1982), anglista, ma studioso di tutte le letterature e delle più varie esperienze artistiche, interessato ai rapporti tra letteratura e le arti figurative. Quest’anno la BUR, collana Alta fedeltà, ha stampato il saggio La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica con saggio introduttivo di Francesco Orlando.

Fu il volume di Mario Praz, pubblicato nel 1930 e ampliato nelle successive edizioni, “ a documentare per la prima volta l’inquieto e straripante corso della sensibilità romantica in fatto di erotismo (confluito poi nel Decadentismo) con il gusto tutto moderno di citare brani di opere note o ignote, per salire finalmente alle fonti del satanismo e dell’estetismo settecenteschi.” (Giacinto Spagnoletti, Storia della letteratura italiana del novecento). 

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f.s.

[Mario Praz, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, BUR, 2008, pag 450, € 13]

D’ANNUNZIO E LE IMMAGINI DEL SUBLIME. L’Alcyone, la Fedra e altre apparizioni di Giuseppe Panella (3)

 

D’ANNUNZIO E LE IMMAGINI DEL SUBLIME.

L’Alcyone, la Fedra e altre apparizioni (3)

 

 

di Giuseppe Panella

 

 

(La prima parte dell’articolo è apparsa qui, mentre la seconda parte è apparsa qui)

 

3. La tragedia del Sublime e il recupero del mito:  Fedra

 

Tra il 1908 e il 1909, D’Annunzio concepisce il suo omaggio al mito tragico greco (personalissimo e destinato a un travolgente insuccesso). Concluso nel 1904, per volontà di lei, il rapporto con Eleonora Duse e dopo una serie di relazioni non altrettanto significative come quest’ultima sotto il profilo della collaborazione artistica, stavolta la sua Musa ispiratrice sembra Nathalie de Golouleff :

 

«La notte fra il 2 e il 3 febbraio 1909 verga l’ultima cartella del manoscritto della tragedia, tracciato in poche decine di giorni (e notti) laboriosissimi, dedicando l’opera “così nobile e così severa” all’amata del momento, Nathalie de Goloubeff, da lui ribattezzata Donatella Cross. Con l’amante parigina, cui ha spesso descritto la sua nuova fatica, legge la tragedia a Cap d’Antibes, fra il 18 e il 24 febbraio : ella se ne infiamma al punto da proporsi con incauta ambizione come interprete scenica, e si accinge a voltarla in francese (La versione, cui è interessato anche Ricciotto Canuto (33), uscirà per le mani più esperte di André Doderet). La tragedia, ce lo conferma anche il figlio del poeta e primo Ippolito, Gabriellino, fu dunque composta con ritmo frenetico “nelle condizioni più avverse alla meditazione e al sogno, in un periodo acerbissimo della sua crisi finanziaria”. Le lettere al Treves forniscono, fra le assillanti richieste di soccorso in denaro, le tappe di un lavoro febbrile» (34).

Nonostante siano preponderanti le necessità economiche e il suo ritmo di scrittura venga definito da tutti i suoi studiosi a tambur battente, Fedra è, tuttavia, una tragedia meditata a lungo, fortemente voluta e niente affatto imbastita in velocità per cercare di rimandare il più possibile il collasso finanziario. Ma il risultato effettivo della pièce sarà catastrofico. Il debutto, pur avvenuto nella prestigiosa sede della “Scala” di Milano, fu un disastro. Lo stesso D’Annunzio se ne disse deluso in maniera assoluta (35). Da allora, il testo, nonostante una ripresa romana al Teatro Argentina del 25 maggio 1909 ad opera della stessa compagnia e il melodramma che Ippolito Pizzetti ne ricavò nel 1914, non sarà più riproposto in maniera definitiva. Anche la critica dannunziana (nonostante spunti importanti in alcuni volumi a lui dedicati (36)) si è mai risolta a prendere sul serio il testo tragico del poeta abruzzese.

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D’ANNUNZIO E LE IMMAGINI DEL SUBLIME. L’Alcyone, la Fedra e altre apparizioni di Giuseppe Panella (2)

D’ANNUNZIO E LE IMMAGINI DEL SUBLIME.

L’Alcyone, la Fedra e altre apparizioni (2)

 

di Giuseppe Panella

 

(La prima parte dell’articolo è apparsa qui.)

 

2. Il desiderio e l’arte come forme del Sublime: La Gioconda

 

I temi poi espressi e rilevati nella spesso perfetta campitura di Alcyone si ritrovano, in toni certo più turgidi e sovente solo ammiccanti ed allusivi, in un testo drammatico messo in scena poco prima dell’emergenza lirica della poesia delle Laudi (come si è avuto l’opportunità di dire prima).

Si tratta di La Gioconda, scritta nel 1898 alla Capponcina di Settignano in Firenze e rappresentata nel 1899, con esito incerto e accoglienza tiepida del pubblico in quello stesso periodo ad opera della Compagnia Zucconi-Duse costituita per l’occasione (insieme a La Gioconda era stata prevista la messa in scena anche di La Gloria che però cadde miseramente a Napoli e non fu più reinserita nel cartellone). Entrambe le opere drammatiche erano state scritte, peraltro, per la Duse e legate alla sua interpretazione (lo stesso era accaduto per le altre opere di teatro scritte da D’Annunzio nel periodo 1892-1899: La Città morta, Il Sogno di un mattino di primavera e Il Sogno di un tramonto d’autunno, tutte pièces poi riproposte con molta difficoltà in seguito da altre attrici).

In questo testo teatrale a metà tra la tragedia e la commedia borghese basata su un ménage à trois compaiono quali protagonisti sullo stesso piano tre personaggi: lo scultore Lucio settala (che adombrerebbe lo stesso D’Annunzio), sua moglie Silvia (raffigurazione coniugale di Maria Gravina, la precedente compagna del poeta al quale darà due figli) e Gioconda Danti (possibile maschera artistica di Eleonora Duse).

Ma, ovviamente, non è questo il nodo più significativo intorno al quale far ruotare una possibile interpretazione dell’opera  (tutt’al più lo sarà in chiave puramente storico-aneddotico, non estetica).

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D’ANNUNZIO E LE IMMAGINI DEL SUBLIME. L’Alcyone, la Fedra e altre apparizioni di Giuseppe Panella (1)

D’ANNUNZIO E LE IMMAGINI DEL SUBLIME.

L’Alcyone, la Fedra e altre apparizioni (1)

 

di Giuseppe Panella

 

«Oggi due cose sembrano moderne: l’analisi della vita e la fuga dalla vita. Poca è la gioia dell’azione, dell’accordo delle forze interne ed esterne della vita, dell’imparare a vivere del Wilhelm Meister e del corso del mondo shakespeareiano. Si anatomizza la propria vita psichica, o si sogna […]. Nelle opere dell’artista più originale che possegga al momento l’Italia, di Gabriele D’Annunzio, queste due tendenze si cristallizzano con una particolare acutezza e chiarezza : le sue novelle sono protocolli di psicopatia, i suoi libri di poesia sono scrigni di gioielli ; nei primi domina la terminologia rigorosa ed oggettiva dei documenti scientifici, ne secondi, invece, un’ebbrezza quasi febbrile di colori e di stati d’animo»

(Hugo von Hofmannsthal, Gabriele d’Annunzio, I)

 

«Il suo sentimento della vita e del mondo non si è acceso al contatto della vita  e del mondo, bensì al contatto delle cose artificiali: della più grande opera d’arte, il “linguaggio”, dei grandi quadri della grande epoca e delle altre opere d’arte minori»

(Hugo von Hofmannsthal, Gabriele d’Annunzio, II)

 

1. La poesia come registro delle immagini del mondo: la ricerca di senso nell’Alcyone

 

Proprio nel momento in cui il suo editore Giuseppe Treves lo sollecitava e premeva (con la forza contrattuale che poteva esercitare sul poeta in perenne crisi economica) perché concludesse e gli consegnasse il promesso romanzo Il Fuoco (la storia neppur tanto romanzata dell’amore impetuoso per Eleonora Duse basata sui suoi sviluppi più intimi e più privati), D’Annunzio decide che è tempo di tornare al primo amore: la poesia. E’ dal 1893 che non pubblica più versi e che si è dedicato interamente alla prosa sia  nel romanzo che nella scrittura teatrale. Come scrive Federico Roncoroni nella sua Introduzione all’edizione dell’Alcyone da lui curata  per la collana degli Oscar Classici Mondadori :

 

«Poco importa, del resto, stabilire perché D’Annunzio si sia messo, proprio ora, a fare poesia. La questione, oltre tutto, non ha fondamento scientifico né potrebbe portare a conseguire risultanze valide e soddisfacenti. Comunque, quale ne sia stata la causa, questo ritorno alla poesia avveniva, per così dire, nella pienezza dei tempi. D’Annunzio vi perveniva, dopo tanta prosa, forte di non trascurabili esperienze teoriche e pratiche maturate proprio negli anni che vanno dal 1891-1893, data di composizione delle liriche della sua ultima raccolta poetica – il  Poema paradisiaco -, a questo 1899. In proposito, anzi, si può dire che tutta la produzione letteraria che inizia con Le vergini delle rocce e culmina nel Fuoco, praticamente già realizzato anche se non ancora compiuto, ha costituito, nell’ambito dell’attività dannunziana, un momento risolutivo dalle conseguenze necessariamente innovative. Con Le vergini delle rocce, con le opere teatrali, con Il fuoco e, anche, con le parallele esperienze sentimentali e politiche, D’Annunzio rivela di aver finalmente e decisamente individuato nel mito del superuomo e, per quel che riguarda il fatto essenziale e importantissimo dell’espressione e dello “stile”, nella poetica che esso sottende, quel criterio di interpretazione della realtà che aveva a lungo cercato nel suo vario e proficuo tirocinio sperimentale» (1).

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Calende greche di Gesualdo Bufalino

Ecco un grande scrittore italiano. Ci riferiamo a Gesualdo Bufalino (Comiso, in provincia di Ragusa, 1920-1996), i cui romanzi e le cui prose autobiografiche risentono delle suggestioni della grande letteratura decadente, da Proust a Pirandello, ma anche della lezione di stile dei rondisti.

Calende greche, per tentare una disanima pur breve di un’opera stilisticamente meno fragorosa a confronto con Diceria dell’untore, sembra un romanzo, o sarebbe meglio dire un’autobiografia romanzata, eterno, poiché è incorniciato nel ciclo della nascita e della morte del protagonista, eppure gli episodi narrati possono essere moltiplicati all’infinito; se appare la parola fine nell’ultima pagina del romanzo, i capitoli interni potrebbero almeno potenzialmente essere infiniti.  Lo stile dello scrittore è inconfodibile: una sinfonia di parole.

f.s.

[Gesualdo Bufanlino, Calende greche, Bompiani, 2002, pag. LV-231, euro 8 ]