Freud: “L’artista è originariamente un uomo che si distoglie dalla realtà”

Nei Due principi regolatori della vita psichica (1911) Freud afferma che «l’artista è originariamente un uomo che si distoglie dalla realtà giacché non può adattarsi a quella rinuncia, all’appagamento delle pulsioni che la realtà inizialmente esige, e lascia che i suoi desideri di amore e di gloria si realizzino nella vita di fantasia».

Secondo Freud la realtà impone ad ogni uomo ed ovviamente anche all’artista una serie di rinuncie all’appagamento totale del piacere, per cui ne deriverebbero motivi di insoddisfazione e di disadattamento risarciti dalla sublimazione narcisistica dell’arte.

Non diversamente nel Dialogo della civiltà (1929) l’arte viene annoverata fra i «soddisfacimenti sostitutivi» contro le frustrazioni, le durezze e i disinganni della vita. L’arte è un  «parco-riserva» del regno psichico della fantasia, sottratto al principio della realtà: l’artista vi ha accesso, vincendo le rimozioni inibenti della cultura e fa sì che anche gli altri possano godere dei piaceri sublimati e inconsci.

Per concludere, non sono un psicanalista,  ma il discorso di Freud non mi convince.

f.s.

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Sulla traduzione di Laura Stortoni de “L’Oceano e il ragazzo” di Giuseppe Conte. Recensione di Roberto Rossi Testa

di Roberto Rossi Testa


Nella limpida premessa alla sua versione inglese de L’Oceano e il Ragazzo  di Giuseppe Conte, sulle tracce di Charles Simic Laura Stortoni pone il lavoro del traduttore alla stregua di quello del divulgatore dei Vangeli, e parla del proprio desiderio di rendere i lettori partecipi delle “rivelazioni” che nel libro di Conte ella ha ritenuto di cogliere. E davvero non c’è alcuna forzatura o enfasi nel giustificatissimo entusiasmo  della Stortoni: in effetti, a mano a mano che gli anni passano, disponendosi oramai in prospettiva storica, persino i più tiepidi nei confronti dell’opera di Conte devono riconoscere che è difficile esagerarne la portata, e che, nel contesto di tale opera, il libro in questione si staglia con una fisionomia e un’energia particolari; anche se certamente non è diffusa come dovrebbe la coscienza, di cui voglio dare testimonianza con animo memore e grato, che L’Oceano e il Ragazzo rappresenti forse il più rilevante e prezioso libro di versi dell’ultimo Novecento italiano.

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La coscienza di Zeno di Italo Svevo

Il capolavoro La coscienza di Zeno (1923) di Italo Svevo si riallaccia alla lezione dei grandi scrittori dell’avanguardia europea (Proust, Joyce, Musil). Il romanzo mette in scena l’inettitudine alla vita del protagonista per un’inguaribile malattia della volontà. Infatti, Zeno Cosini vive e al tempo stesso si vede vivere.

Il protagonista narra alcune ‘vicende’ della sua esistenza, ma li ripercorre con una consapevolezza acquisita solo più tardi. Tuttavia la memoria del protagonista respinge ogni tentativo di sistemazione (“ricordo tutto, ma non intendo niente”) e il confine fra malattia e salute si rivela angosciosa zona d’ombra.

L’esplorazione del passato di Zeno Cosini restituisce il profilo di un individuo che delega volentieri ad altri le proprie scelte, che si lascia guidare dal caso e dalle contingenze, immerso nella normalità quotidiana cosparsa da ripetitive azioni banali, da fatti insignificanti, da ridotte abitudini, da meschine e deboli trasgressioni nell’eros.

Il romanzo è edificato sulle fondamenta della psicoanalisi, dell’introspezione e dell’autocoscienza che si convertono immediatamente nell’alibi della menzogna e della manipolazione dell’esperienza vissuta, saldato, il tutto, al concetto darwiniano dell’incapacità di alcuni individui a seguire l’evoluzione della specie e tinteggiato, poi, con una corrosiva e decadente dissacrazione umoristica del soggetto narrante.

La scrittura ondeggia incessantemente fra il discorso diretto del protagonista (il monologo interiore) e il discorso indiretto (il commento del narratore-protagonista). 

Per concludere, La coscienza di Zeno testimonia lo smarrimento dell’anima dissociata e dilaniata di fronte al collasso dei vecchi sistemi di certezze. Romanzo e tema, a mio avviso, attualissimo in quest’inizio di millennio.

f.s.

[Italo Svevo, La coscienza di Zeno, Newton Compton editori, 1993, pag. 350, Lire 3900]
 

Il mondo fantastico di Stefano Lazzarin

Recensione/schizzo #18

Il breve saggio divulgativo Il mondo fantastico di Stefano Lazzarin sviluppa in modo organico e sintetico il tema della letteratura fantastica, partendo da una breve ma efficace riflessione teorica del genere, snodandosi lungo l’asse della sua evoluzione storica per poi approdare all’esame critico di nove racconti fantastici (Apuleio, i romanzi gotici, Hoffman, Gautier, Mérimée, Poe, Boito, de Maupassant, Tabucchi).

Il breve saggio spicca per rigore intellettuale e semplicità d’esposizione. E’ un libro adatto a tutti, meno per gli studiosi della materia.

f.s.

[Stefano Lazzarin, Il mondo Fantastico, Editore Laterza, 2000, pag.85, € 6,20]

La critica stilistica di Leo Spitzer

La stilistica interpretativa è stata sviluppata con singolare acume psicologico dal tedesco Leo Spitzer (1887-1960). Egli fonda il suo metodo sul seguente presupposto:

«A qualsiasi emozione, ossia a qualsiasi allontanamento dal nostro stato psichico normale, corrisponde, nel campo espressivo, un allontanamento dall’uso linguistico normale; e, viceversa, un allontanamento dal linguaggio usuale è indizio di uno stato psichico inconsueto. Una particolare espressione linguistica è, insomma, il riflesso e lo specchio di una particolare condizione di spirito» (1).

Quindi, l’importanza della lettura:

« Io cerco di derivare lo stile linguistico di uno scrittore soltanto dalla lettura delle sue opere, e le sue leggi soltanto da lui stesso. La lettura, una lettura approfondita, è per così dire il mio unico strumento di lavoro » (2).

La lettura di un testo, dice lo Spitzer, rivela l’animo del poeta, “ i centri emotivi”, una “situazione” fantastica.

«Il mio modo di affrontare i testi letterari potrebbe essere sintetizzato nel motto Wort und werk, “parola e opera”. Le osservazioni fatte sulla parola si possono estendere a tutta l’opera: se ne deduce che fra l’espressione verbale e il complesso dell’opera deve esistere, nell’autore, un’armonia prestabilita, una misteriosa coordinazione fra volontà creativa e forma verbale» (3).

Questa tecnica critica non deve mai perdere l’insieme delle parti, nell’andare dalle parti al tutto e viceversa.

1) LEO SPITZER, Critica stilistica e semantica storica, Bari, Laterza. 1966, p.46
2) ibid., p.41
3) ibid., p.52

f.s.

Gli indifferenti di Alberto Moravia

Era appena un diciottenne quando nel sanatorio di Cortina d’Ampezzo, dove curava la tubercolosi ossea, Moravia iniziò la stesura del romanzo Gli indifferenti, che fece stampare a sue spese nel 1929.

In esso, lo scrittore delinea- attraverso la storia del dissolvimento e della degradazione di una famiglia- non soltanto l’impietosa radiografia della decadenza morale del ceto borghese, ma anche una lucida raffigurazione della crisi della coscienza intellettuale, prigioniera di un mondo corrotto e brutale, ma immodificabile.

Questa condizione di impotente dissociazione è emblematicamente espressa dal personaggio di Michele, diviso fra la disgustata ripulsa dell’ambiente cui appartiene e l’incapacità di sottrarsi all’ipocrisia, alla volgarità, al cinismo in esso imperanti, sospeso fra una rassegnata, apatica passività e uno sdegno rabbioso ma sterile.

A distanza di ottant’anni circa, vale ancora per la prosa de Gli indifferenti la lode del Borghese: «Qui la parola non spicca per conto suo nella frase; la frase, non molleggia le anche, si sente un respiro sano e continuo, quel pennellare ampio, deciso; qui è vera prosa».

f.s.

[Alberto Moravia, Gli Indifferenti, Bompiani, 2000, € 9,00]

Il ratto dal serraglio. Euripide, Plauto, Mozart, Rossini di Cesare Questa

Recensione/schizzo #17

Cesare Questa, nel suo volume Il ratto dal serraglio, ha analizzato con molta finezza l’intreccio di una commedia di Plauto, di una tragedia di Euripide, di una commedia di Menandro, per passare poi, addirittura, a Mozart e a Rossini, notando delle costanti nell’intreccio del melodramma, della commedia e della tragedia antica.

Infatti, se dovessimo trovare un punto di confronto tra il teatro antico e quello moderno, non lo dovremmo certo ricercare sul terreno della nostra commedia, ma lo dovremmo rintracciare nel campo del melodramma.

f.s.

[Cesare Questa, Il ratto dal serraglio. Euripide, Plauto, Mozart, Rossini, ed. Quattroventi, 1997, pag. 216, € 18,00]

 

Vecchio Angelo Mezzanotte di Jack Kerouac (prosa spontanea)

Recensione/schizzo #16

Ho riletto Vecchio Angelo Mezzanotte di Jack Kerouac. Sono testi di prosa spontanea che lo scrittore americano scrisse su cinque taccuini nel periodo che va dal 1956 al 1959.

Per chi non lo sapesse, la prosa spontanea è una tecnica di scrittura in cui lo scrittore butta giù pensieri e immagini mentali, le quali fluiscono libere dal controllo della coscienza.  (Vi confesso che sono anni che pratico la prosa spontanea).

Scrive Ann Charters nell’introduzione al volume:

« Quello che Kerouac aveva in mente era la creazione di una cronaca “di questa vita interiore che conduciamo, noi tutti, che utilizzi la cadenza metrica nella quale parliamo, e quelle inevitabili forme di prosa e poesia che provengono dall’unicità della rivelazione della mente che fedelmente annota i propri processi […]. La sua tecnica di prosa spontanea ebbe origine in seguito al consiglio datogli da un amico di “fare uno schizzo” delle immagini e delle scene cui aveva assistito, associandole poi liberamente alle parole nello stesso modo in cui i jazzisti improvvisato le loro melodie su una struttura armonica di partenza […] La tecnica buddista del “lasciare andare” rappresentò un aiuto per liberare la mente mentre era al lavoro sulle pagine di Vecchio Angelo Mezzanotte e annotava il flusso di parole che attraversavano la sua coscienza in risposta agli stimoli uditivi che gli provenivano dall’ambiente circostante».

Sfortunatamente è impossibile tradurre in italiano “la cadenza metrica” del parlato di Kerouac. Non è colpa del traduttore, ma il passaggio da una lingua all’altra frantuma inevitabilmente la trama sonora in cui la parola spontanea diviene rivelazione e delirio poetico. Quindi, se non amate la prosa illogica e soggettiva, non comprate questo libro.

f.s.

[Jack Kerouac, Vecchio Angelo Mezzanotte, trad. Luca Guerneri, Mondadori, 1999, pag. 107, Lire 12.000]

Racconti Notturni di E.T.A. Hoffmann

Nel luglio del 2003 dedicai molto del mio tempo allo studio della letteratura fantastica con una particolare attenzione ai racconti di due giganti del ‘genere’: E.A. Poe e E.T.A. Hoffmann.

Oggi vorrei parlarvi di Ernst Theodor Amadeus Hoffman (1776-1822), «un’individualità straordinariamente complessa, la vita pratica saldata ad un’attività scientifica: il giure, mentre l’arte, anzi le tre arti, assorbono la maggior parte del suo tempo e delle forze; nella esplicazione artistica una mescolanza quasi unica di verismo e di fantasia; una stridente contraddizione tra il successo presso la critica che resta a lungo mediocre, e quello presso il pubblico che è subito enorme e dilagante» (Allason). Egli era infatti un musicista e un giurista.

Molti studiosi incasellano i racconti di Hoffman nel genere ‘fantastico’ perché, come i lettori dell’epoca non si stancavano di sottolineare, mescolavano la realtà quotidiana e il soprannaturale con un’abilità mai vista prima.

A tal proposito vorrei consigliarvi la lettura di Racconti Notturni (1817), raccolta di racconti di straordinario livello, vi figurano alcuni racconti capolavori della Letteratura su cui sarebbe complesso soffermarsi.

Quindi mi affido alla sintesi di Claudio Magris: «Anticipatore del realismo borghese e del surrealismo, narratore scapigliato di avventure ottocentesche e analizzatore dell’inconscio, umorista trascendentale e sognatore delle fiabe, antesignano dell’angoscia moderna e della dissociazione della personalità, esponente dello slancio romantico e ironico superatore dei limiti ideologici del romanticismo. Nei suoi racconti s’incontra la pittura del mondo provinciale tedesco ancora sacro-romano-imperiale e la piú alta dimensione della rêverie romantica, … lo sguardo nei piú cupi abissi dell’inconscio e la pura liberazione nella fiaba, il divertimento piú spassoso e un procedimento strutturale per ‘simboli’ di straordinaria attualità». (Claudio Magris)

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Stroncatura di Polibio

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Ho scovato questa stroncatura nel libro che sto leggendo: Storia di Roma (1831) di Jules Michelet. Quest’ultimo cita la stroncatura di Polibio a proposito dell’origine di Roma.

Polibio era un greco di Megalopoli, condotto a Roma come ostaggio nel 166 a.C. dopo la sconfitta di Pidna. Scrisse 40 libri di Storie che narrano le vicende di Roma dalle origini fino al 144 a.C.

 
<<Si vorrà sapere – dice Polibio, lib. III, – il perché io faccia qui menzione di Fabio. Io giudico il suo racconto non già tanto verosimile da dover temere che gli si dia fede, perché quanto egli ha scritto ha talmente poca consistenza, che i lettori avvertiranno bene, senza che io ne parli, il poco fondamento che si può fare su di un autore la cui caratteristica è la leggerezza; ma debbo avvertire quelli che lo leggeranno di badare meno al titolo del libro che al contenuto di quello, perché vi sono persone, le quali, ponendo maggiore attenzione alla qualità dello scrittore che non ai fatti narrati, credono di dover accettare tutto quanto egli dice, per il solo fatto che egli è stato contemporaneo e, per giunta, senatore. Quanto a me, così come ritengo di non dovergli negare ogni fede, non voglio neppure che gli si creda al punto da non fare più uso del proprio giudizio; bensì intendo che il lettore, dalla natura stessa delle cose riferite, giudichi da sé quanto ne debba credere>>
(JULES MICHELET, Storia di Roma, Rusconi ed. 2002, pag.79)

f.s.

Il Codice di Perelà di Aldo Palazzeschi

Vorrei parlarvi de Il Codice di Perelà (1911), estrosa invenzione di Aldo Palazzeschi.

Qui il rifiuto della scrittura realistica si manifesta attraverso l’abolizione di ogni criterio di verosimiglianza; non v’è azione né svolgimento, e dunque non v’è tempo; fra gli eventi narrati non intercorre alcun nesso di casualità, e quindi non si dà storia; sono liquidati, infine, sia il punto di vista dell’autore che quello del protagonista, da ciò l’assoluta prevalenza, nel racconto, di una struttura dialogica, quasi teatrale.

Perelà è un essere dalle sembianze umane, ma incorporeo, perché composto unicamente di fumo; giunto in un imprecisato paese, viene accolto dagli abitanti con l’ammirazione e il rispetto che sono dovuti ad una <<superiore, cavalleresca creatura>> ecc. (come è mia abitudine quando scrivo per Retroguardia, non riassumo mai la trama [o plot]. Chi mi legge è internauta, quindi ha tutti gli strumenti per saperne di più. Basta un CLIC su uno dei tanti motori di ricerca).

 
Il codice di Perelà è dunque una favola allegorica, un apologo sulla condizione e sul destino dell’artista nel mondo contemporaneo: dove l’uomo di fumo è simbolo di un soggetto ridotto a simulacro di sé, a pura forma, a coscienza, a un’identità esclusivamente nominale, e perciò votato a testimoniare la propria assoluta in appartenenza alla realtà del presente storico, di cui può tutt’al più smascherare l’inautenticità, la vacuità, ma che di certo non può in alcun modo mutare.

f.s.

[Aldo Palazzeschi, Il codice di Perelà, Mondadori, 1997, pag.265, lire 13.000]

L’Anarchia secondo Errico Malatesta

Vorrei parlarvi di Errico Malatesta (Santa Maria Capua Vetere, 1853 – Roma, 1932). Egli è stato uno dei più attivi esponenti del movimento anarchico del suo tempo. Arrestato diverse volte durante l’arco di tutta la sua vita, per un totale di più di dieci anni di carcere e 35 anni esatti (metà della sua vita) di esilio. Ha viaggiato molto in Europa e in America, ha organizzato manifestazioni, congressi, fondato importanti riviste. Vasta la sua produzione teorica tradotte in tutto il mondo. Il suo impegno congiunto a quello di Cafiero, Bakunin e Costa fece sì che il socialismo, in Italia, nascesse anarchico.

[QUI] potete leggere una buona nota biografica.

Questa settimana ho letto tre volumi scritti da Malatesta e disponibili su Liber Liber [QUI] con licenza copyleft: Anarchismo e democrazia (Errico Malatesta e Francesco Saverio Merlini), L’anarchia, il nostro programma e, non ancora terminato, Rivoluzione e lotta quotidiana (scritti scelti).

In L’anarchia, il nostro programma Malatesta espone il programma Anarchico in modo chiaro, a volte illuminante. Ma il testo non è un’asettica dichiarazione d’intenti, bensì una lucida disamina del pensiero e del movimento anarchico. Inoltre, il napoletano tenta di estinguere il pregiudizio del senso che il pubblico dava e dà alla parola anarchia: ossia, anarchia uguale disordine sociale.
Tuttavia egli non nasconde le difficoltà e le incognite di una società anarchica.

Anarchismo e democrazia raccoglie una serie di lettere aperte di Errico Malatesta e Francesco Saverio Merlini pubblicate su alcuni quotidiani dell’epoca.
Siamo nel 1897-98, Malatesta è impegnato in modo così vitale nella polemica con Merlini a proposito delle elezioni politiche che si sarebbero tenute nel marzo del 1897: l’antiparlamentarismo di Malatesta contro il parlamentarismo di Merlini. Da qui i due compagni/rivali iniziano a discutere sulla necessità o meno delle candidature protesta (Malatesta era fermamente contrario ad esse), riflettono di questioni di tattica e principi anarchici, e sulla concezione integrale dell’Anarchia da parte di Malatesta.

Ultimo scritto: Rivoluzione e lotta quotidiana (scritti scelti) è un’ampia raccolta di saggi e articoli di Malatesta. E’ certamente il titolo più importante fra i tre elencati sopra. Ciò nonostante evito ogni commento, poiché sono ancora immerso nella lettura del volume.

Per concludere, gli anarchici sono uomini che hanno sentito i richiami ideali più generosi e universali e che si votarono alla Giustizia, alla Libertà, all’Amore. Alcuni deviarono in malo modo. Altri dedicarono l’intera esistenza all’ideale Anarchico.

Se vi interessa saperne di più, vi consiglio il volume di Manlio Cancogni dal titolo Gli angeli neri. Sotto titolo: Storia degli anarchici italiani da Pisacane ai circoli di Carrara.

Lessi Cancogni nel 2003. Egli racconta, attraverso brevi profili bibliografici dei principali esponenti del movimento anarchico, la storia dell’anarchia in Italia. Scritto in modo semplice, si legge come fosse un romanzo.

f.s.

[Errico Malatesta, Anarchismo e democrazia (Errico Malatesta e Francesco Saverio Merlini), L’anarchia, il nostro programma e Rivoluzione e lotta quotidiana (scritti scelti), on-line su Liber Liber]

 

[Manlio Cancogni, Gli angeli neri. Storia degli anarchici Italiani, ed. Ponte alle grazie, 1998, pag.141, Lire 25.000]