Sulla traduzione di Laura Stortoni de “L’Oceano e il ragazzo” di Giuseppe Conte. Recensione di Roberto Rossi Testa

di Roberto Rossi Testa


Nella limpida premessa alla sua versione inglese de L’Oceano e il Ragazzo  di Giuseppe Conte, sulle tracce di Charles Simic Laura Stortoni pone il lavoro del traduttore alla stregua di quello del divulgatore dei Vangeli, e parla del proprio desiderio di rendere i lettori partecipi delle “rivelazioni” che nel libro di Conte ella ha ritenuto di cogliere. E davvero non c’è alcuna forzatura o enfasi nel giustificatissimo entusiasmo  della Stortoni: in effetti, a mano a mano che gli anni passano, disponendosi oramai in prospettiva storica, persino i più tiepidi nei confronti dell’opera di Conte devono riconoscere che è difficile esagerarne la portata, e che, nel contesto di tale opera, il libro in questione si staglia con una fisionomia e un’energia particolari; anche se certamente non è diffusa come dovrebbe la coscienza, di cui voglio dare testimonianza con animo memore e grato, che L’Oceano e il Ragazzo rappresenti forse il più rilevante e prezioso libro di versi dell’ultimo Novecento italiano.

In esso Conte, per quanti erano dotati della capacità e soprattutto della volontà di seguirlo lungo i percorsi della sua profezia, ha pronunciato le parole più alte di una generazione, parole che non si sentivano da tanto, e che da tanto si attendevano invano: parole che affermavano, concretamente dimostrandolo, che nel cuore stesso dell’aridità e della sconfitta, nel momento di gioia disperata del tramonto, era ancora possibile sognare il sogno vero della poesia, contraccambiando il dono dell’oblio con un atto di ricapitolazione e di memoria di concentrazione prodigiosa; che era insomma ancora possibile, e per giunta nel vecchio grande stile, benché adattato alla nuova e non felice temperie, cantare un canto. Un canto che, con un balzo nel contempo all’indietro e in avanti rimescolante e azzerante avanguardie e neoavanguardie, insieme a pochissimi altri e con sovrana potenza Conte sapeva riattingere  alle origini, in un mito reso carne e sangue, facendosi interlocutore degli dèi e interprete dell’anima del mondo. In questo egli era sorretto e guidato da robusti e specifici studi, nonché da un’indole da Hermes errabondo e curioso da cui la sua avventura umana e letteraria doveva trarre uno sviluppo polimorfo ma nel complesso coerente, come si sarebbe poi meglio delineato e spiegato negli anni e  nelle opere a venire (alcune delle quali, peraltro, attualmente in corso di traduzione da parte della stessa Stortoni).
 Di un tale autore, e di questo libro che si può tranquillamente definire storico, in questa sede non occorre dire di più, è il caso invece di concentrare l’attenzione sul lavoro della Stortoni, rallegrandoci innanzitutto per la felicità della sua scelta (o “atto di identificazione”, come lo chiama lei), la quale, colmando una lacuna quasi inspiegabile, a un quindicennio dall’uscita ha finalmente messo questo libro a disposizione del pubblico di lingua inglese. Per me, che ho tanto amato L’Oceano e il Ragazzo in originale, la lettura della versione di Laura Stortoni, lungi dall’essere un compito di routine, è stata un impegno graditissimo e arricchente. Leggere la traduzione di un’opera della propria letteratura è come seguire il lavoro di un pittore che dipinga un paesaggio noto osservandolo attraverso uno specchio: espediente che ci rinvergina lo sguardo, ridandoci la possibilità di smarrirci ancora e di vivere nuove avventure. D’altra parte, ho sempre pensato che il primo e fondamentale atto critico su di un testo fosse la sua lettura ad alta voce, ed il secondo la sua traduzione. La traduzione mi è dunque sempre parsa come un atto critico più decisivo e profondo di qualunque ulteriore interpretazione saggistica, e ciò mi sembra tanto più vero ora, nel prendere in considerazione il lavoro traduttorio di Laura Stortoni.
 Tradurre Conte presenta difficoltà notevoli, la maggiore delle quali a mio parere non si trova fra quelle citate dalla Stortoni nella premessa e relative alle differenze strutturali fra l’italiano e l’inglese, ma dipende paradossalmente dal fatto che la parola di Conte, meditata e oracolare insieme, nascendo nell’ambito di una poetica ostile a certi giochetti che han fatto il loro tempo non fa nulla per evitare l’ambiguità, ma neppure la cerca (per meglio dire: accetta di trovarla, ma si guarda bene dal cercarla). Ora, il lettore dell’originale ha di fronte un testo disseminato di espressioni il cui senso non è propriamente univoco, bensì trasceglibile in una nube di sensi equiprobabili o quasi; tuttavia, nell’evocativa chiarezza dell’insieme, può tirar dritto e spedito con una certa serenità. Colui che invece si è dato il compito di tradurre, ovvero di realizzare un equilibrio tra il “riprodurre” e il “dare conto”, non solo deve affrontare e superare nel modo migliore tutti i singoli ostacoli, ma in questo non ha nemmeno la possibilità, nella sua lingua d’arrivo, di rifugiarsi in quei giochi di parole che di solito costituiscono la croce ma anche la salvezza di ogni traduttore, poiché nel testo di partenza non si riscontrano, o perlomeno non si riscontrano in quanto tali. Perciò, a voler evitare la strada del calco (che nella traduzione viene in genere vista e vissuta come un atto di resa), il lavoro traduttorio va rivolto in direzione di un’esegesi sistematica, un’esegesi che però deve saper essere umile e severa, mostrandosi consapevole di non aver a che fare con i salottieri calembours di un semplice dotto,  ma con espressioni sapienziali e necessarie, davvero strappate a/da un dio.
 Ed è proprio questa, pur negli inevitabili compromessi che un simile lavoro comporta, la via seguita dalla Stortoni: la sua è una versione che si fa puntigliosa esegesi, giungendo a soluzioni quasi sempre condivisibili con l’aggiungere al testo (corrette) determinazioni e con il limitarne le zone d’ombra e le sospensioni, anche a costo di qualche opacizzazione del fascino dell’originale, di qualche ingessatura del fremito dionisiaco che ne percorre i versi. Il fine precipuo che la Stortoni persegue con un rigore esemplare è quindi quello della penetrazione del testo, mossa altresì dalla convinzione che il suo lavoro sia una freccia puntata verso l’originale (anche se leggendo si ha l’impressione di qualcosa di più, e che quanto meno tale freccia abbia due punte, ed indichi un cammino pendolare), e che compito/limite del traduttore sia quello di mostrare il rovescio del tappeto, ponendo in evidenza la struttura del disegno, mettendo anticipatamente in conto come inevitabile una perdita di brillantezza e bellezza.  
 Due sono pertanto le sponde entro le quali la Stortoni contiene con rigore pressoché costante il suo intervento: il testo originale che nel volume compare a fronte della traduzione (senza il quale, ella confessa nella nota introduttiva, avrebbe osato di più) e le indicazioni ottenute dall’autore per telefono o fax (tradurre un vivente offre di queste opportunità, che non appena accettate diventano vincoli dai quali del resto sarebbe auspicabile crearsi una certa indipendenza, anche perché è di grande interesse conoscere ciò che un autore voleva dire, e questo nessuno meglio di lui parrebbe doverlo sapere; ma non necessariamente ciò coincide con quello che ha poi effettivamente detto…).
 Ora questo modo di procedere, questa cauta reverenza della Stortoni di fronte al vangelo laico e postmoderno di Conte, potrebbe comportare il rischio di uccidere o almeno di comprimere la poesia dell’originale. Ma, secondo la convizione che mi sono formato con l’esperienza, a meno di un’inettitudine davvero particolare da parte del traduttore, e certamente non è questo il caso, tale rischio dipende in larga parte dalla natura e dalle qualità dell’originale. Ebbene, va detto che la poesia di Conte non è di quelle che si lascino ammazzare o mortificare facilmente. Essa infatti non è costituita soltanto dai suoi incanti sonori e dallo splendore delle sue immagini: la sua forza, ciò che la Stortoni ben a ragione ha inteso preservare ed esaltare, è il messaggio che non sta (unicamente) nel mezzo, ma risiede – more antiquo – proprio in quello che viene detto. In versi come “La Liguria crollerà in mare, è certo” , “Ben pochi sanno ancora che cos’è un / albero”, o “Niente ora nasce o muore più, in Europa” non ci sono  compiacimenti letterari né lenocinii stilististici, ci sono l’urgenza il dolore e perché no la fierezza di una c o m u n i c a z i o n e  non da predicatore o imbonitore ma da profeta e da bardo (e pazienza poi se gli uomini, col cuore più duro di Faraone, incuranti delle conseguenze del proprio agire, da sempre ridano dei loro bardi e profeti, e se anzi ultimamente, come del resto è scritto, ne ridano ancor più di quanto hanno fatto sempre). In ogni caso, ed è ciò che in questa sede preme chiarire, la strategia usata dalla Stortoni è la migliore per divulgare in maniera chiara e puntuale questo vangelo laico e postmoderno, preservandone e amplificandone i contenuti.
 Sarebbe a questo punto ingeneroso chiedersi se si sarebbe potuto fare di più, se ad esempio, cedendo alla tentazione di osare maggiormente, che ha tenuto a bada ma ha senz’altro provato, la Stortoni sarebbe riuscita a salvare quel battito emotivo che i versi di Conte possiedono, e che in traduzione è stato per lo più ricondotto ad espressioni sintatticamente normalizzate. In fondo, ci si potrebbe dire, la poesia di lingua inglese del Novecento, con le sue sincopi ed ellissi, con i suoi accenti musicali e segnatamente jazzistici (anche Conte è un cultore di jazz)  ha abituato i lettori a ben altro,  senza che mai la comprensione di ciò che è realmente importante ne risultasse compromessa.
 Ma, ripeto, sarebbe ingeneroso e anche sciocco seguire questa suggestione. La Stortoni parla, a proposito del suo lavoro di traduttrice della poesia di Conte, dell’esistenza di un processo di identificazione; ma, teologicamente, si tratta di identificazione senza fusione, nella quale cioè ogni personalità, anche quella che si pone al servizio dell’opera dell’altra, resta in fondo se stessa. La Stortoni ci dice che alcune poesie sono state tradotte con spontaneità, in modo quasi automatico, altre laboriosamente, e questa è un’indicazione preziosa, perché proprio la frizione, la resistenza fra due entità e due mondi venuti a confronto, non importa quanto affini già in partenza, ci testimonia della serietà e del peso dell’operazione compiuta. Saper diventare un altro è dote notevole, possederla rimanendo se stessi è cosa grande, che consente alla poesia tradotta di far udire contemporaneamente due voci che s’intrecciano – ora emerge l’una, ora l’altra – in un duetto d’amore.
 È perciò vitale continuare ad avere dei poeti, ed in particolare dei poeti che siano capaci di sentire la sacralità della loro funzione, e decisi a non rinnegare, pur nella difficoltà dei tempi, il proprio ruolo di legislatori e profeti; ma non lo è di meno che in altri Paesi esistano degli affini, magari poeti a propria volta e dotati delle competenze tecniche necessarie, che con trepidazione ne raccolgano e diffondano la parola, ovviamente da par loro e con gli indispensabili adattamenti del caso alla mentalità e alla  cultura del luogo in cui operano: con quella speranza che s’avvicina alla certezza che quanto vale non andrà perduto, ma potrà essere condiviso da un pubblico di lingua e tradizioni diverse, in modo tale che i valori particolari trovino opportune corrispondenze, e quelli universali s’impongano e circolino con rinnovato vigore ed inedita luce.  In questa prospettiva una sola ed identica gratitudine deve andare sia al poeta come al traduttore, ricordando, a proposito di quest’ultimo, che sovente egli non si dimostra mai tanto fedele quanto nell’ebbrezza e nella sofferenza del tradimento.       

[Recensione pubblicata su L’ANELLO CHE NON TIENE: Journal of Modern Italian Literature, voll.11-12, nos.1-2, Spring-Fall 1999-2000, pp.111-115]

 

[Giuseppe Conte, The Ocean and The Boy, traduzione di L. Stortoni, Berkeley, Hesperia Press, 1997]

 

[Giuseppe Conte, L’oceano e il ragazzo, Rizzoli BUR 1983, ristampato da TEA 2002, Introd. di G. Ficara, pp. 160, Euro 7,20]

 

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