Teresa dei ricordi di Lucia Marchitto

di Francesco Sasso

Ho riletto il romanzo Teresa dei ricordi di Lucia Marchitto– scrittrice nata a Calitri (Avellino) ma da anni trapiantata a Brescia-, pubblicato nel 2005 da Manni Editore. Lessi il libro nel 2006 e oggi mi piacerebbe parlarne.

A me pare che Teresa dei ricordi sia un romanzo dignitoso, ben scritto.

I ricordi, il sogno e il piacere di raccontare storie sono al centro del romanzo di Lucia Marchitto: “Ricordati, la nostra vita è fatta di sogni, il giorno che smetti di sognare smetti di vivere”, afferma la nonna della protagonista all’inizio del romanzo. E così Teresa decide di intraprendere “il cammino dei granchi per non sparire in questo presente”; e inizia a raccontare la propria vicenda esistenziale intessuta di sogni, di illusioni e di delusioni; evoca i vecchi sentimenti; esprime i suoi desideri e i suoi aneliti, i suoi timori e i suoi crucci. Ma racconta anche la storia della propria famiglia e di un’epoca.

Nel giudicare l’aspetto stilistico della prosa, non si potrà prescindere dalla rigorosa volontà di Lucia Marchitto di assumere come modello certa letteratura popolare che si prefigge unicamente di raccontare una storia in cui il lettore non debba inciampare, come su uno scoglio, in una prosa pesante. Scelta apprezzabile, distante mille miglia da molta letteratura individualistica ed edonistica italiana che gira perfettamente fredda intorno a congegni narrativi oliati e inutili. Per intenderci: dovendo io scegliere, mettiamo, tra Caos calmo e Teresa dei ricordi, be’, non avrei alcun dubbio nel segnalare Teresa dei ricordi, ché il primo è un romanzo furbastro, il secondo un romanzo sincero.

Tuttavia, alcune pagine di Teresa dei ricordi scivolano verso un’idea normalizzata e consolatoria di letteratura. Mi spiego meglio.

Pur nell’asciuttezza dell’espressione e nella capacità di infondere il soffio vitale ai personaggi, la voce narrante- Teresa- cade in cliché tipici del codice espressivo di certa letteratura sentimentale. Ora, sono certo che l’autrice abbia deciso di rappresentare Teresa in questo modo. E vero anche che la lettura non è mai scissa dall’esperienza e sensibilità e bisogni di coloro che leggono; e alcune scene “sentimentali” del romanzo non mi emozionano.

Altra cosa: i personaggi. Ho notato come tutte le figure maschili sono piatte, senza chiaroscuri né profondità psicologica. Dal nonno al padre adottivo, dal fratello all’amico. Essi sono buoni, accoglienti, dolci, affettuosi, premurosi.

Invece i personaggi femminili sono più veri e le sfumature più delicate e multiformi. Queste donne sono dure e fragili allo stesso tempo, vivono pienamente le contraddizioni della vita, lottano e soffrono. Sorridono e sono crudeli. Piangono di nascosto e stringono i denti. Celano le loro vere emozioni dietro la parete del dolore e della ragione. Insomma, le figure femminili hanno un’esistenza così reale.

Per concludere, nonostante le piccole cadute, il timbro più autentico del racconto esce da questi luoghi comuni, soprattutto quando inquadra i riferimenti di una realtà sociale (‘70-‘80) ideale e storica.

f.s.

[Lucia Marchitto, Teresa dei ricordi, Manni editore, 2005, pag. 126, € 13]
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Appunti dal parco di Francesca Matteoni

di Francesco Sasso

Confesso che la prima cosa che mi ha direttamente colpito di Appunti dal parco di Francesca Matteoni è stata la qualità della sua voce poetica, che per me ha uno straordinario potere di evocazione.

La brevissima raccolta di liriche e prosa, da poco pubblicata da Wizarts editore, risponde alla necessità di scandire e annotare con cura non esibita, confinato in un universale parco inglese, l’insieme degli stati d’animo della poetessa (“Non scrivere, non sperare, non dire”).

Vita e morte (“Mi chiedo dei sopravvissuti, quanti dai nidi – se sanno, se ricordano”), natura e separazione (“Penso al sostituirsi degli animali e a quello più lento, ma inesorabile, degli alberi, delle piante delle stagioni. A come cadono nella loro immagine, non raggiunta”), amore e solitudine (“C’è una gioia nella mia tristezza / e un’ombra disarmante nell’amore”; e ancora: “mentendo la propria solitudine / si riconosce meglio dove amare”) costituiscono alcuni dei sensi portanti, dei motivi di Appunti dal parco.

Inoltre, la natura e il sentimento di vita-morte, che per altro appaiono due ad una prima e distratta analisi, ma che non si potrebbe distinguere neppure intrecciati tra loro, si è convertito tutto in immagini favolistiche in cui gli animali e le piante rivendicano il loro esistere nel mondo.

Sicché la poesia di Francesca Matteoni non può dirsi che contemplazione incantata e cruda del sentimento della vita e della morte in natura: “Un corvo intruglia la carcassa sfatta / di un piccione, il ricamo scarlatto / aggrovigliato al becco. Se ne stacca / distratto al mio passaggio”.

Tuttavia l’espressione poetica placa e trasfigura il sentimento di dolore, laddove quest’ultimo aderisce e cozza con l’immagine: “Non scriverle le poesie, tienile / per camminare svelta nella pioggia / o nella luce quieta di novembre”. E potrei trascrivere tanti altri versi dalla solida e limpida musicalità che richiamano, in un’equivalenza di chiaro/scuro, l’urlo attenuato del dolore appena medicato.

E così l’occhio della poetessa si sposta continuamente dal cielo alla terra e dalla terra al cielo, dà immagine e nome alla vita interiore delle cose: “Si può amare un albero perché dà pace, perché non ha mai volato, proprio come noi, ma sostiene il segreto dei voli”.

A me pare che Francesca Matteoni non voglia semplicemente esprimere le sue emozioni più intime, ma desideri invece, da vera artista della parola, affrontare con estrema sincerità una certa materia: la vita. E’ quest’ultima che stimola la poetessa, e possedendo in sé un segno che può indicare una direzione, sollecita il dualismo fra luce e buio, fra vita singola dell’autore ed exemplum di ogni esistenza (pianta, animale o uomo, non importa).

A parte ciò, per concludere, sarebbe utile esercizio critico fermarsi sulla contingenza di timbro, ritmo, intensità, immagini ecc, quello che ci fa riconoscere subito una voce al buio fra mille. Ma avrò modo di scrivere più in là sugli assetti metrici e retorici utilizzati da Francesca Matteoni (per esempio, l’utilizzo dell’endecasillabo in Brockwell park; sulla frequenza ossessiva di alcuni lemmi, spesso in antitesi, come osso-sangue, acqua-fango ecc; oppure la cadenza ritmica della prosa), al termine della mia lettura di Artico (opera prima di Matteoni pubblicata da Crocetti editore nel 2005) e di altre liriche ancora inedite. Insomma, conto di riparlare di Francesca Matteoni, giacché, con sincero entusiasmo, sono felice di aver incontrato una nuova ed interessante voce poetica.

f.s.

Nota bio-bibliografica

Francesca Matteoni è nata il 25 gennaio 1975. Attualmente vive tra Pistoia e Londra dove sta completando un dottorato in Storia moderna. Ha svolto svariati lavori tra cui assistente di base all’infanzia e pifferaia di strada. Sue poesie e scritti sono apparsi su diversi siti web, riviste e antologie. Nel 2005 ha pubblicato il suo primo libro di poesia Artico (Milano: Crocetti), selezionato all’interno della rassegna Nodo Sottile 4, a cura di Vittorio Bigini e Andrea Sirotti per l’Archivio Giovani Artisti di Firenze. Nel 2008 ha vinto la diciannovesima edizione del premio internazionale per la poesia inedita “Féile Filìochta” bandito dalla biblioteca di Dùn Laoghaire in Irlanda con il poemetto Higgiugiuk la lappone. Fa parte della redazione del blog letterario Nazione Indiana.

[Francesca Matteoni, Appunti dal parco, con fotografie di Cristina Babino, Wizarts editore “Licenze Poetiche”, 2008, pag. 38, € 6]

Il diavolo in corpo di Raymond Radiguet

Il diavolo in corpo di Raymond Radiguet (1903-1923) è un piccolo gioiello narrativo scritto tra il 1921 e il 1922, pubblicato nel 1923.

Il romanzo rappresenta il sentimento genuino e incauto dell’adolescenza, insieme oscura e febbrile ricerca d’identità. In breve, esso è un romanzo di formazione con dentro una forza che affascina il lettore.

Siamo sul finire della prima guerra mondiale. Il protagonista sedicenne è attraversato dall’ebbrezza di vivere un amore con un destino già segnato, poiché la sua amante, di alcuni anni più grande, si è da poco sposata con un uomo impegnato al fronte.

Durante tutto il racconto, il ragazzo vive l’esperienza d’amore fra esaltazioni irrazionali e precoci, quanto incostanti, stanchezze, tipiche dell’età giovanile. L’eros sensuale dei protagonisti è forza assoluta in un gioco infinito, ma anche crudo e assurdo dolore. Scene poetiche si alternano a momenti di estrema crudeltà psicologica.

A conti fatti, il romanzo di Raymond Radiguet mostra i meccanismi abusati della tradizione letteraria. Eppure, terminata la lettura de Il diavolo in corpo, si resta intontiti da una insolita energia che ristagna dentro, nell’anima. Un’energia che nell’età adolescenziale ci percorreva il corpo con l’urgenza della necessità. Sintetizzando, a me pare che il romanzo di Radiguet ci ricordi che l’unica ragione di vita è l’amore.

f.s.

[ Raymond Radiguet, Il diavolo in corpo, trad. Francesca Sanvitale, Einaudi, 1989, pag. 158, Lire 10.000]

 

De gli habiti antichi et moderni di diverse parti del mondo di Cesare Vecellio

Il presente fascicolo è frutto secondario di un lavoro commissionatomi da una pittrice. Dovevamo presentare un progetto teatrale/pittorico. Almeno per adesso non posso pubblicare su Retroguardia il lavoro finale, ma ho deciso ugualmente di riunire le immagini tratte da De gli habiti antichi et moderni di diverse parti del mondo di Cesare Vecellio (1521 – 1601), frutto di una breve ricerca in rete sul costume del cinquecento, e di farne un pdf.

Tuttavia, ad essere onesti, il fascicolo è un semplice collage di immagini recuperate dalla rete. Nulla di importante. Il mio solo desiderio è di stimolare la curiosità di quei lettori che non conoscono Cesare Vecellio.

Per concludere, credo che esistano un paio di edizioni recenti di De gli habiti antichi et moderni di diverse parti del mondo. 

 Clicca [QUI]  o sull’icona a sinistra per scaricare il pdf ( 5,31 MB) su Cesare Vecellio

f.s.

Diario di un genio di Salvador Dalì

Recensione/schizzo #19

Diario di un genio di Salvador Dalì è stato scritto, con molti vuoti, dal maggio 1952 al settembre 1963. Il testo mette in scena la complessa personalità del pittore spagnolo.

Leggendo il libro si avverte come Dalì ami in modo assoluto la vita attraverso la musa ispiratrice di tutta la sua attività, la moglie Gala, protagonista delle sue visioni mistiche e delle sue elucubrazioni sessuali-paranoiche.

Pulsioni sessuali e tensioni mistiche diventano, quindi, i cardini del linguaggio letterario di Dalì. Un lessico provocatorio, volto a spiazzare il lettore con non-sense e geniali intuizioni sull’arte, utilizzando il paradosso per il paradosso e l’umorismo. 

Diario di un genio non è un’opera letteraria, ma è la rappresentazione letteraria del mondo daliniano.

f.s.

[Salvador Dalì, Diario di un genio, SE, 2002, pag.212, € 19]

REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana (7):”estrapolando dai Quaderni del carcere” di Giuseppe Panella

 

[Settima ed ultima parte del saggio REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana del prof. Giuseppe Panella, pubblicato sul numero 50 di “Futuro” (casa editrice Elara di Bologna). [QUI] la prima parte. [QUI] la seconda parte. [QUI] la terza parte. [QUI] la quarta parte. [QUI] la quinta parte. [QUI] la sesta parte. f.s. ]

 

di Giuseppe Panella

 

f) estrapolando dai Quaderni del carcere

 

Nell’Introduzione alla nuova edizione del suo Il Superuomo di massa, Umberto Eco non può fare a meno di riconoscere l’importanza avuta dalla lettura dei Quaderni del carcere per l’elaborazione di questo suo libro:

 

«Questo libro raccoglie una serie di studi scritti in diverse occasioni ed è dominato da una sola idea fissa. Inoltre questa idea non è la mia, ma di Gramsci. Per un libro che si occupa dell’ingegneria narrativa, ovvero del romanzo detto “popolare”, probabilmente questa è una soluzione ideale : esso infatti riflette nella sua struttura le caratteristiche principali del proprio oggetto – se è vero che nei prodotti delle comunicazioni di massa vengono elaborati in “luoghi” già noti all’utente e in forma iterativa. Nozioni, queste, che avevo già sviluppato in vari punti del mio Apocalittici e integrati (Milano, Bompiani, 1964 [39]). L’idea fissa, che giustifica anche il titolo, è la seguente: “mi pare che si possa affermare che molta sedicente “superumanità” nicciana ha solo come origine e modello dottrinale non Zarathustra, ma il Conte di Montecristo di A. Dumas” (A. Gramsci, Letteratura e vita nazionale, III, “Letteratura popolare”)» (40).

 

Umberto Eco aveva già provato questo modello di approccio (la sociologia del romanzo popolare di massa) nel suo libro precedente sull’argomento, quell’ Apocalittici e integrati (41) cui rimanda ancora nell’Introduzione succitata trasformando così questo suo secondo libro in una costola di quello che mantiene così un carattere più generale e più ampio:

 

«Non per questo la storia del superuomo di massa è da ritenersi conclusa. Rimangono innumerevoli casi in cui esso riappare. Si veda per esempio nel mio Apocalittici e integrati lo studio sul Superman dei fumetti, studio che a rigore avrebbe dovuto apparire in questa raccolta. E poi sarebbe interessante vedere i nuovi superuomini cinematografici e televisivi, belli brutti e cattivi, ispettori con le Magnum, teste rasate e berretti verdi. E l’apparizione (finalmente) della Überfrau, dalla Wonder Woman dei fumetti già anteguerra alla recentissima Bionic Woman. E i superuomini (o super robots) della fantascienza … Eccetera eccetera eccetera, benemerita schiera di cui già aveva detto una volta per tutte Gramsci : “il romanzo d’appendice sostituisce (e favorisce al tempo stesso) il fantasticare dell’uomo del popolo, è un vero sognare ad occhi aperti … lunghe fantasticherie sull’idea di vendetta, di punizione dei colpevoli dei mali sopportati…” » (42).

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REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana (6):”Sergio Solmi e le meraviglie del possibile” di Giuseppe Panella

[Sesta parte del saggio REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana del prof. Giuseppe Panella, pubblicato sul numero 50 di “Futuro” (casa editrice Elara di Bologna). [QUI] la prima parte. [QUI] la seconda parte. [QUI] la terza parte. [QUI] la quarta parte. [QUI] la quinta parte. f.s. ]

 

di Giuseppe Panella

 

e) Sergio Solmi e le meraviglie del possibile

 

L’antologia di racconti di fantascienza Le meraviglie del possibile, edita da Einaudi nell’ormai lontano 1959 dei primordi della diffusione in Italia della narrativa di anticipazione, non è stata solo la prima grande raccolta di testi di SF in ambito italiano ma ha costituito un’occasione (forse oggi irripetibile) di confronto con un genere letterario i cui esiti erano in larga parte sconosciuto al mondo culturale italiano. Il merito della felice riuscita di questa operazione è certamente attribuibile a Carlo Fruttero (che inserì nella raccolta perfino un proprio racconto firmato con il bizzarro pseudonimo di Charles F. Ostblaum) ma è soprattutto il frutto del grande interesse nutrito nei confronti del fantastico da parte di un poeta come Sergio Solmi (che, infatti, firmò l’Introduzione a quella pionieristica antologia).

In un suo scritto dedicato in maniera specifica alla natura letteraria della narrativa d’anticipazione, Solmi solleva il problema della qualità della scrittura che la contraddistingue in relazione alla sua originalità e alla sua novità (verificata in senso assoluto):

 

«E’ possibile giudicare la science-fiction coi metri dell’ordinaria letteratura, di fronte all’originalità storica e alla consistenza massiccia di un fenomeno che sembra reclamare, anzitutto, un’interpretazione complessiva sul piano sociale del costume di oggi, e, più addentro, un’interpretazione ideologica, ponendo mente alla sua singolare strutturazione utopico-fantastica?» (35).

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REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana (5):”l’intervento di Dorfles” di Giuseppe Panella

 

[Quinta parte del saggio REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana del prof. Giuseppe Panella, pubblicato sul numero 50 di “Futuro” (casa editrice Elara di Bologna). [QUI] la prima parte. [QUI] la seconda parte. [QUI] la terza parte. [QUI] la quarta parte. f.s. ]

 

di Giuseppe Panella

 

d) l’intervento di Dorfles

 

Con la consueta lucidità che lo contraddistingueva all’epoca, Dorfles ha scritto:

 

«E’ un dato di fatto che la fantascienza, come dice il suo nome, è basata sull’interpretazione fantastica di dati scientifici ; ed è sintomatico il fatto che siano proprio questi dati scientifici ad esercitare un particolare fascino sul pubblico. Naturalmente varia molto il livello a cui sono attinti tali dati e la loro elaborazione e la loro attendibilità ; ma la cosa ha un peso assai scarso sulla natura stessa del romanzo […]. Incide invece profondamente l’antica aristotelica legge della verosimiglianza (31): occorre che l’ eikós si verifichi anche in queste circostanze assurde, e persino del tutto irreali. […] Raggiunto dunque un certo limite di “improbabilità” (tale che non sia fonte di nuova informazione perché il suo quoziente informativo è divenuto negativo), anche la novità, la “inaspettatezza” del messaggio fantascientifico appare inefficiente. Mentre, d’altro canto – e sempre in maniera conseguente con le note leggi informative – l’eccessivo ripetersi di circostanze analoghe  (il “grande viaggio”, il mutante telepatico, lo zombi cadaverico, l’astronauta sempre vittorioso, ecc.) finisce per non raggiungere l’effetto voluto, proprio per il consueto del suo consumo, dell’entropizzarsi della sua efficacia, che in questo preciso campo è quanto mai acuto. Perciò il racconto viene a scostarsi man mano dalle tappe obbligatorie : si abbandonano le descrizioni delle prime colonie marziane, del “primo uomo sulla luna”, le descrizioni di viaggi nelle astronavi a propulsione normale perché ormai non offrono al lettore nessuna nuova “informazione” anche se sono condite d’avventure erotiche o sentimentali. Si assiste, invece, all’immissione di sempre nuovi elementi scientifici : dopo la scienza nucleare, si è passati all’adattamento dell’antropologia, della linguistica, della cibernetica, della semantica generale, della neuropsichiatria, della genetica e via dicendo ; la ragione del successo di queste inserzioni pseudo-scientifiche rientra a mio avviso in un altro fenomeno che è quello dell’adozione dei gerghi specifici» (32).

 

Dorfles sembra essersi accorto della quasi infinita malleabilità delle strutture narrative su cui si fonda la produzione fantascientifica e la possibilità (altrettanto foggiabile) di modificarla in una dimensione o in un’altra. Non esiste genere letterario più facilmente innestabile su tutti gli altri conosciuti e non esiste narrazione fantascientifica che non contenga almeno un aspetto derivato da altri codici narrativi (il romanzo storico, il romanzo d’amore, il western, il poliziesco, lo spionaggio e i loro sottogeneri possono essere tranquillamente sussunti e trasformati in chiave di narrativa d’anticipazione). E’ probabile che questo sia uno dei punti di forza della pratica letteraria della fantascienza ma che possa costituire anche il (o uno dei ) suo “tallone d’Achille”.

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REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana(4):”quel che ne dice Curtoni (e forse anche Galvano Della Volpe)” di Giuseppe Panella

[Quarta parte del saggio REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana del prof. Giuseppe Panella, pubblicato sul numero 50 di “Futuro” (casa editrice Elara di Bologna). [QUI] la prima parte. [QUI] la seconda parte. [QUI] la terza parte. f.s. ]

 

 di Giuseppe Panella

 

c) quel che ne dice Curtoni (e forse anche Galvano Della Volpe)

 

Nella Premessa dell’Autore che apre Le frontiere dell’ignoto e che necessariamente segue l’Introduzione di Carlo Pagetti (e anche su quest’ultima bisognerà ritornare per approfondire il discorso), Curtoni scrive:

 

«Riordinando e aggiornando la mia tesi di laurea per la pubblicazione, mi sono accorto di una curiosa dicotomia che percorre senza tregua queste pagine. Da una parte c’è il desiderio di meditare razionalmente  sulla fantascienza, mettendone in luce limiti e difetti (è questo il motivo conduttore, mi sembra, di tutto il primo capitolo) ; dall’altra ci sono i quasi vent’anni di frequentazione di testi fantascientifici, le passioni, gli amori, gli impulsi emotivi che mi impediscono sovente il necessario distacco dalla materia ; nonché la fondamentale importanza che la science-fiction ha avuto nella mia vita d’uomo e di professionista. Siamo onesti, però : non ho finora rintracciato un solo saggio che sia opera di un “addetto ai lavori” e che mostri la tanto bramata obiettività del critico estraneo ai fatti. In particolare, se mi è concessa l’illustre citazione, vorrei richiamare all’attenzione del lettore di Damon Knight di In Search of Wonder, il quale proclama di voler analizzare la fantascienza al lume degli strumenti consoni ad un esegeta di letteratura e poi s’abbandona, in un miliardo d’occasioni, ad affermazioni su cui ci sarebbe molto da discutere. E lo stesso vale per Pgetti, per Aldani, per Amis, per Aldiss, per Sadoul ; per tutti, insomma» (23).

 

Il che è ovviamente vero e un evento dolorosamente (si fa per dire!) costante nella storia della critica letteraria – anche se espulsa con vigore dalla porta dell’oggettività, la soggettività rientra dalla finestra della polemica e si insedia trionfalmente nel salotto buono della discussione ermeneutica. Allo stesso modo, ovviamente (e come ha scritto) Curtoni non nasconde le proprie preferenze e lo fa privilegiando una SF più “adulta” e critica nei confronti del “suo” presente ma non si nasconde neppure (correttamente) la necessità di dover andare oltre i contenuti della narrativa di anticipazione e di dover provare a individuare dei criteri formali per poter dare dei giudizi più sicuri e meno basati sulle preferenze personali.

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REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana (3):”la prospettiva (mancata) di Franco Ferrini” di Giuseppe Panella

[Terza parte del saggio REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana del prof. Giuseppe Panella, pubblicato sul numero 50 di “Futuro” (casa editrice Elara di Bologna). [QUI] la prima parte. [QUI] la seconda partef.s. ]

 

di Giuseppe Panella

 

b) la prospettiva (mancata) di Franco Ferrini

 

Dopo questa necessaria riflessione sulla proposta ermeneutica di Aldani (una delle prime di tale ampiezza ad essere stata prodotta in Italia), il cammino successivo potrà (fortunatamente per i miei “venticinque lettori ” di manzoniana memoria e ascendenza!) essere assai più rapido e spiccio.

Nel suo libro su Le frontiere dell’ignoto, Curtoni  concede un certo spazio – come si è già detto – alle riflessioni generali sull’argomento-fantascienza a Franco Ferrini, allora giovane critico cinematografico rampante. Nel suo libro di sintesi, quest’ultimo, polemizzando con le troppo frequenti soluzioni escapiste (o mistico-trascendenti), adottate dalla fantascienza (di solito) anglosassone, scrive che in casi del genere (a suo avviso sempre più frequenti):

 

«Viene meno, allora, ogni possibilità di autorealizzazione e di sviluppo autonomo del soggetto umano e della società […] La meccanicità del processo, visto come un sistema chiuso e strutturato deterministicamente, priva il soggetto umano di qualsiasi possibilità di intervento e di modificazione della realtà e delle proprie condizioni materiali di esistenza ; lo sottomette ad un sistema di leggi rigidissime, di dati, di fattori incontrovertibili, che egli non può nemmeno intaccare […] Il soggetto umano diventa mero spettatore. […] L’uomo è ormai una cosa tra le cose. La dialettica è stata ribaltata nelle cose. Ma quando si afferma l’esistenza di un corso oggettivo e l’ineluttabilità di un certo processo di sviluppo, si esclude anche ogni possibilità concreta di critica e di contestazione. La dialettica è una falsa dialettica. […] L’insistenza su un ordine immutabile dell’universo, in cui è implicita una visione statica della storia, relega il soggetto umano nella condizione di un’eterna infanzia così nella comunità come nella natura» (20).

 

Ferrini, di conseguenza, accusa la fantascienza di attuare un vero e proprio “spossessamento della storia” in nome di un’operazione di copertura e di nascondimento delle reali contraddizioni esistenti in seno alla società e in nome dei privilegi dei veri detentori del potere politico e sociale.

Tutto qui? Un’accusa di questo tipo (nello stesso tempo così fragorosa e proprio per questo così innocua) potrebbe valere per tutta l’arte la letteratura e l’industria dell’entertainment.

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REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana (2):”la proposta (morale) di Lino Aldani” di Giuseppe Panella

[Seconda parte del saggio REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana del prof. Giuseppe Panella, pubblicato sul numero 50 di “Futuro” (casa editrice Elara di Bologna). [QUI] la prima partef.s. ]

di Giuseppe Panella

 

a)  la proposta (morale) di Lino Aldani

 

Le possibili risposte alla domanda con cui si chiudeva il paragrafo precedente, a mio avviso, sono, in realtà, molteplici e sovente così differenti (e divergenti) le une dalle altre a tal punto che se vengono condotte alle loro estreme conseguenze teoriche possono far convergere la ricerca (e la definizione che le sottende) in una direzione o in un’altra tanto da cambiarne senso e significato.

In sostanza, la fantascienza che si legge (e che, naturalmente, si scrive) è, in realtà, la conseguenza diretta della fantascienza che si pensa di leggere (e di scrivere).

Lino Aldani, ad esempio, oltre ad essere uno dei maggiori scrittori italiani di letteratura d’anticipazione di sempre (6), ha esposto le proprie idee e la propria definizione statutaria di fantascienza in un libro (7) al quale, nonostante il molto tempo trascorso, non si può non fare riferimento (8).

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REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana (1): “Ma esiste una fantascienza italiana?” di Giuseppe Panella.

[Con questa prima parte (le altre 6 verranno pubblicate con cadenza di due o tre giorni) inizia la pubblicazione dell’interessante saggio REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana del prof. Giuseppe Panella, pubblicato sul numero 50 di “Futuro” (casa editrice Elara di Bologna). f.s. ]

 

di Giuseppe Panella

 

 

«Quattro sono le storie. Una, la più antica, è quella di una forte città assediata e difesa da uomini coraggiosi. … Un’altra, che si ricollega alla prima, è quella di un ritorno. … La terza storia è quella di una ricerca. Possiamo vedere in essa una variante della forma precedente. Giasone e il Vello ; i trenta uccelli del persiano, che attraversano montagne e mari e vedono la faccia del loro Dio, il Simurg, che è ognuno di loro e tutti loro. Nel passato ogni impresa era fortunata. …Adesso, la ricerca è condannata all’insuccesso. Il capitano Achab trova la balena e la balena lo fa a pezzi; gli eroi di James o di Kafka possono aspettarsi soltanto la sconfitta. … L’ultima storia è quella del sacrificio di un dio. … Quattro sono le storie. Per tutto il tempo che ci rimane continueremo a narrarle, trasformate»

(Jorge Luis Borges, L’oro delle tigri)

 

«Alla domanda : – “Che cosa è la fantascienza ?” – si potrebbe rispondere celiando (ma non sarebbe una celia sciocca): che la fantascienza è ciò che tutti sanno che cosa sia»

(Benedetto Croce, Breviario di estetica [1])

 

Ma esiste una fantascienza italiana?

 

In questo preludio (o meglio, in questi prolegomeni) si parlerà soprattutto di teoria letteraria e sociologica. I lettori sono avvisati.  L’ applicazione dei modelli ermeneutici qui proposti e analizzati ai testi più significativi della tradizione fantascientifica italiana è rimandata a una serie di articoli che seguiranno a breve. La scelta di una premessa metodologica (ma  non priva di esemplicazioni e in vista di esse) è dovuta alla necessità di rispondere alla domanda cruciale con la quale questa trattazione si apre perplessa ma fiduciosa.

Questa domanda rimanda, di necessità, ad un’altra domanda altrettanto fondamentale – e cioè che cosa sia veramente la fantascienza (2).

Vittorio Curtoni, in un suo libro del 1977 che rimane a tutt’oggi il più autorevole tentativo di storia della fantascienza in Italia (3), se la cava con una definizione di una certa secchezza:

 

«La science-fiction come fenomeno letterario di massa nasce il 5 aprile del 1926, con la pubblicazione in America del primo numero di “Amazing Stories” (Storie sorprendenti), rivista che esiste tuttora. Il suo fondatore, Hugo Gernsback, era un elettrotecnico d’origine lussemburghese, già autore d’ingenui romanzi di tipo avveniristico. Nell’editoriale di quel primo numero egli annunciava di voler pubblicare: “… Quel tipo di storie scritte da Jules Verne, H. G. Wells ed Edgar Allan Poe – un affascinante romanzo fantastico, in cui si mescolino fatti scientifici e visioni profetiche… “. Largo spazio doveva essere concesso anche agli autori esordienti, in modo da dare vita ad una vera e propria scuola. Oggi Gernsback è considerato il padre fondatore della fantascienza, e non per nulla il massimo premio specializzato, assegnato annualmente dagli appassionati americani alle migliori opere del campo, si chiama “premio Hugo”. Se, come nota Pagetti, il richiamo ai “fatti scientifici” e alle “visioni profetiche” ha pesantemente influito sui destini della science-fiction, portandola sovente a soffocarsi nelle pastoie d’uno scientismo ingenuo dal punto di vista sociale e disperatamente teso ad una coerenza interna perseguita a tutti i costi, è anche vero che in un ambito del genere la fantascienza poteva trovare il materiale più adatto per fare presa sul pubblico» (4).

 

Quello che Curtoni scrive è certamente vero ma rischia di far coincidere il termine con l’oggetto.

La domanda che vorrei pormi nel corso di questo saggio è, infatti, proprio questa: la fantascienza è (o è stata) solo quella della narrativa contenuta nelle riviste ad ampia tiratura popolare o nelle collane di libri altrettanto popolari ad esse collegate o c’era stata anche prima magari con nomi diversi da quello genialmente coniato da Hugo Gernsback?

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