REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana (1): “Ma esiste una fantascienza italiana?” di Giuseppe Panella.

[Con questa prima parte (le altre 6 verranno pubblicate con cadenza di due o tre giorni) inizia la pubblicazione dell’interessante saggio REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana del prof. Giuseppe Panella, pubblicato sul numero 50 di “Futuro” (casa editrice Elara di Bologna). f.s. ]

 

di Giuseppe Panella

 

 

«Quattro sono le storie. Una, la più antica, è quella di una forte città assediata e difesa da uomini coraggiosi. … Un’altra, che si ricollega alla prima, è quella di un ritorno. … La terza storia è quella di una ricerca. Possiamo vedere in essa una variante della forma precedente. Giasone e il Vello ; i trenta uccelli del persiano, che attraversano montagne e mari e vedono la faccia del loro Dio, il Simurg, che è ognuno di loro e tutti loro. Nel passato ogni impresa era fortunata. …Adesso, la ricerca è condannata all’insuccesso. Il capitano Achab trova la balena e la balena lo fa a pezzi; gli eroi di James o di Kafka possono aspettarsi soltanto la sconfitta. … L’ultima storia è quella del sacrificio di un dio. … Quattro sono le storie. Per tutto il tempo che ci rimane continueremo a narrarle, trasformate»

(Jorge Luis Borges, L’oro delle tigri)

 

«Alla domanda : – “Che cosa è la fantascienza ?” – si potrebbe rispondere celiando (ma non sarebbe una celia sciocca): che la fantascienza è ciò che tutti sanno che cosa sia»

(Benedetto Croce, Breviario di estetica [1])

 

Ma esiste una fantascienza italiana?

 

In questo preludio (o meglio, in questi prolegomeni) si parlerà soprattutto di teoria letteraria e sociologica. I lettori sono avvisati.  L’ applicazione dei modelli ermeneutici qui proposti e analizzati ai testi più significativi della tradizione fantascientifica italiana è rimandata a una serie di articoli che seguiranno a breve. La scelta di una premessa metodologica (ma  non priva di esemplicazioni e in vista di esse) è dovuta alla necessità di rispondere alla domanda cruciale con la quale questa trattazione si apre perplessa ma fiduciosa.

Questa domanda rimanda, di necessità, ad un’altra domanda altrettanto fondamentale – e cioè che cosa sia veramente la fantascienza (2).

Vittorio Curtoni, in un suo libro del 1977 che rimane a tutt’oggi il più autorevole tentativo di storia della fantascienza in Italia (3), se la cava con una definizione di una certa secchezza:

 

«La science-fiction come fenomeno letterario di massa nasce il 5 aprile del 1926, con la pubblicazione in America del primo numero di “Amazing Stories” (Storie sorprendenti), rivista che esiste tuttora. Il suo fondatore, Hugo Gernsback, era un elettrotecnico d’origine lussemburghese, già autore d’ingenui romanzi di tipo avveniristico. Nell’editoriale di quel primo numero egli annunciava di voler pubblicare: “… Quel tipo di storie scritte da Jules Verne, H. G. Wells ed Edgar Allan Poe – un affascinante romanzo fantastico, in cui si mescolino fatti scientifici e visioni profetiche… “. Largo spazio doveva essere concesso anche agli autori esordienti, in modo da dare vita ad una vera e propria scuola. Oggi Gernsback è considerato il padre fondatore della fantascienza, e non per nulla il massimo premio specializzato, assegnato annualmente dagli appassionati americani alle migliori opere del campo, si chiama “premio Hugo”. Se, come nota Pagetti, il richiamo ai “fatti scientifici” e alle “visioni profetiche” ha pesantemente influito sui destini della science-fiction, portandola sovente a soffocarsi nelle pastoie d’uno scientismo ingenuo dal punto di vista sociale e disperatamente teso ad una coerenza interna perseguita a tutti i costi, è anche vero che in un ambito del genere la fantascienza poteva trovare il materiale più adatto per fare presa sul pubblico» (4).

 

Quello che Curtoni scrive è certamente vero ma rischia di far coincidere il termine con l’oggetto.

La domanda che vorrei pormi nel corso di questo saggio è, infatti, proprio questa: la fantascienza è (o è stata) solo quella della narrativa contenuta nelle riviste ad ampia tiratura popolare o nelle collane di libri altrettanto popolari ad esse collegate o c’era stata anche prima magari con nomi diversi da quello genialmente coniato da Hugo Gernsback?

Gli stessi nomi di grandi scrittori di “narrativa d’anticipazione” fatti dal fondatore di Amazing Stories nel suo editoriale di fondazione della rivista (Edgar Allan Poe, Jules Verne, Herbert George Wells – e solo per citare i più citati da tutti) fanno propendere per il sì a questa domanda.

Ma – è qui il percorso si fa più scabroso – la “narrativa d’anticipazione” che non poteva essere già la fantascienza delle riviste popolari e dei paperback d’autore è esistita anche in Italia ?

La mia opinione è che essa  fosse presente, non sempre ad altissimo livello, non sempre in modo eclatante stilisticamente e narrativamente, nella letteratura italiana ben prima che il termine fantascienza venisse a tradurre la gernsbackiana parola intesa a indicare la science-fiction.

Per poterlo dimostrare con esempi non peregrini, però, bisognerà tornare alla domanda da cui si è partiti e ritornare a interrogarsi sul termine che tradizionalmente designa il genere cui si fa riferimento con esso.

Che cos’è la fantascienza, dunque? Ambigua utopia o utopia realizzata? Scrittura di pura evasione escapista o critica politica tra le più serrate e micidiali? Arma di lotta progressista o strumento di narcosi collettiva? Morte o trasfigurazione della letteratura come forma di conoscenza?

In un bel libro scritto a sei mani di qualche anno fa (Vittorio Catani – Eugenio Ragone – Antonio Scacco, Il gioco dei mondi. Le idee alternative della fantascienza, Bari, Dedalo,1985), l’autore della Postfazione (individuabile in Ragone) scriveva:

 

«Ci sono parecchi modi di porsi dinanzi alla fantascienza : dalla variopinta babele di immagini che ne scaturisce, ciascuno può prendere ciò che gli è più congeniale o è più funzionale al proprio discorso critico, e assumerlo come caratteristica fondamentale di questo genere letterario. C’è ad esempio chi preferisce evidenziarne le valenze politiche, inquadrando tutto il corpus fantascientifico entro schemi ideologici ben precisi; chi, d’altro canto, colpito dagli aspetti onirici di questa letteratura, tende a darne un’interpretazione psicanalitica ; altri invece, fermandosi a una lettura più superficiale, si limitano a considerarne le caratteristiche  di letteratura avventurosa ; e così via… Secondo noi, ciascuno di questi atteggiamenti finisce inevitabilmente con l’essere riduttivo. D’altro canto è metodologicamente funzionale e psicologicamente giustificabile la scelta di una direttiva ben precisa nell’affrontare l’argomento. Ciò resta valido anche quando, come nel nostro caso, si voglia dare alla materia un taglio espositivo più che critico. Noi abbiamo optato per un punto di vista che privilegiasse, della fantascienza, la caratteristica di letteratura di idee. Non abbiamo mai perso di vista, tuttavia, il fatto che la fantascienza non si può chiudere negli stretti confini di un pamphlet o di una seduta psicanalitica o di un western spaziale; e, tutto sommato, nemmeno in quelli di una luccicante vetrina di idee, sia pure significative e affascinanti. D’altronde, volendo aiutare il lettore a mettere in relazione le situazioni descritte con qualcosa di concreto (la sua esperienza quotidiana), abbiamo scelto di guardare alla fantascienza come ad uno specchio della nostra realtà; uno specchio ovviamente deformante, ma che, proprio grazie a questa sua caratteristica, riesce egregiamente a far risaltare certi aspetti della nostra esistenza, individuale e collettiva, con un uso opportuno del grottesco, dell’iperbole, della metafora. Questo modo di presentare l’argomento ci è sembrato inoltre uno dei più efficaci per contrapporsi ai travisamenti, spesso rozzi e puerili, attraverso i quali viene frequentemente contrabbandata una falsa immagine della fantascienza, specialmente in campo televisivo e cinematografico» (5).

 

Posizione quest’ultima largamente condivisibile purché, però, alla presentazione di idee (e di trovate adeguate come accadeva all’epoca della ricerca forsennata del wonder da proporre ai lettori affamati di situazioni narrative fino ad allora mai proposte o udite) corrisponda un livello formale adeguato e (possibilmente) originale come le proposte stesse.

Per cui la domanda su cosa la fantascienza possa essere risulta anche essere necessariamente e a sua volta estesa al come debba (o almeno possa) essere.

 

(fine prima parte)

Continua a leggere la seconda parte [QUI]

 

Note

 

 

(1) Dubito molto assai che Benedetto Croce avesse delle idee così precise su cosa  fosse la fantascienza  soprattutto ai tempi del Breviario di Estetica (1912) ma mi è sembrato divertente celiare a mia volta… e mi sono permesso di farlo nonostante il rispetto che nutro per il grande filosofo napoletano.

 

(2) Esiste un libro (al quale bisognerà più avanti fare comunque riferimento per forza) dal titolo Che cosa è la fantascienza (Roma, Ubaldini-Astrolabio, 1970) ad opera dell’allora critico cinematografico Franco Ferrini. Egli, già autore di una non memorabile monografia su John Ford per La Nuova Italia, sarà poi sceneggiatore per Sergio Leone in C’era una volta in America e per Dario Argento e infine regista in proprio (anche se con esiti assai modesti). La collana maggiore in cui il suo libro sulla fantascienza è stato pubblicato conteneva al suo interno una serie di volumetti (spesso affidati a autori di notevole livello culturale) di una non ingente quantità di pagine e dal curioso titolo di Che cosa ha veramente detto….

 

(3) Potrebbe sembrare strano parlarne oggi come se il libro fosse uscito l’altro giorno e non fosse in realtà divenuto nel tempo una specie di “piccolo classico” (magari solo per addetti ai lavori – ma tant’è…). Il fatto è però che il libro di Curtoni sulla fantascienza italiana, nonostante alcuni validi tentativi di integrazione successivi (anche se solo parziali), è rimasto l’unico e il solo e, quindi, ad esso bisognerà comunque fare riferimento come ad un hapax legoumenon (come scrivevano gli eruditi di Bisanzio dei codici dei classici greci e latini sopravvissuti al grande rogo della già formidabile Biblioteca di Alessandria che gli erano rimasti a disposizione).

 

(4) Vittorio Curtoni, Le frontiere dell’ignoto. Vent’anni di fantascienza italiana, Milano, Nord, 1977, p. 9. In questa sua analisi preparatoria al discorso teorico che seguirà, Curtoni cita ben due volte un libro importante (e pionieristico) di Carlo Pagetti, Il senso del futuro, Roma, Editzioni di Storia e Letteratura, 1970, pp. 131-132. Inoltre spiega come il termine fantascienza (quale calco quasi letterale da quello usato da Gernsback) sia stato introdotto da Giorgio Monicelli in qualità di primo curatore della rivista “Urania” per Mondadori.

 

(5) Vittorio Catani – Eugenio Ragone – Antonio Scacco, Il gioco dei mondi. Le idee alternative della fantascienza cit. , pp. 159-160.