REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana (6):”Sergio Solmi e le meraviglie del possibile” di Giuseppe Panella

[Sesta parte del saggio REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana del prof. Giuseppe Panella, pubblicato sul numero 50 di “Futuro” (casa editrice Elara di Bologna). [QUI] la prima parte. [QUI] la seconda parte. [QUI] la terza parte. [QUI] la quarta parte. [QUI] la quinta parte. f.s. ]

 

di Giuseppe Panella

 

e) Sergio Solmi e le meraviglie del possibile

 

L’antologia di racconti di fantascienza Le meraviglie del possibile, edita da Einaudi nell’ormai lontano 1959 dei primordi della diffusione in Italia della narrativa di anticipazione, non è stata solo la prima grande raccolta di testi di SF in ambito italiano ma ha costituito un’occasione (forse oggi irripetibile) di confronto con un genere letterario i cui esiti erano in larga parte sconosciuto al mondo culturale italiano. Il merito della felice riuscita di questa operazione è certamente attribuibile a Carlo Fruttero (che inserì nella raccolta perfino un proprio racconto firmato con il bizzarro pseudonimo di Charles F. Ostblaum) ma è soprattutto il frutto del grande interesse nutrito nei confronti del fantastico da parte di un poeta come Sergio Solmi (che, infatti, firmò l’Introduzione a quella pionieristica antologia).

In un suo scritto dedicato in maniera specifica alla natura letteraria della narrativa d’anticipazione, Solmi solleva il problema della qualità della scrittura che la contraddistingue in relazione alla sua originalità e alla sua novità (verificata in senso assoluto):

 

«E’ possibile giudicare la science-fiction coi metri dell’ordinaria letteratura, di fronte all’originalità storica e alla consistenza massiccia di un fenomeno che sembra reclamare, anzitutto, un’interpretazione complessiva sul piano sociale del costume di oggi, e, più addentro, un’interpretazione ideologica, ponendo mente alla sua singolare strutturazione utopico-fantastica?» (35).

 

Solmi giunge subito al punto nella sua argomentazione e chiama in causa la natura utopica della science-fiction, dimensione quest’ultima che presiede alla sua nascita fin dalle origini dei viaggi in nulle-part riferiti a Thomas More o a Tommaso Campanella e che costituisce il lascito a lei affidato in epoca contemporanea da parte della letteratura rinascimentale e moderna.

Poi si interroga sulla natura profetica collettiva che si può attribuire alle opere della SF del presente e alla loro possibile funzione di precorrimento di ciò che accadrà magari anche in epoche non lontanissime:

 

«Alla science-fiction, per essere profezia, mi sembra manchi il carattere univoco […] che hanno avuto le profezie di ogni tempo, fin dall’epoca delle Sibille o dei profeti biblici. Profetare significa leggere un solo futuro nell’intera, misteriosa, omogenea complessità del presente : e impegnarsi su quel futuro, e non su un altro. La profezia può essere, e lo è di regola, ambigua, ma non mai pluralistica. Come può conciliarsi con la funzione profetica la contraddittorietà delle infinite ipotesi che la science-fiction affaccia continuamente, le migliaia di futuri ch’essa ci prospetta ? […] Si potrà allora dire che la science-fiction costituisce una profezia nel suo assieme? Ma neppure come profezia complessiva essa si avvererà, in senso proprio, mai. Il giorno che i viaggi interplanetari e gli stessi marziani fossero divenuti “ordinaria amministrazione”, facenti parte di un complesso storico, in sé, come tale, imprevedibile per definizione, quale risultato unitario di un indefinito processo, la stessa science-fiction che avrà preveduto giusto alcuni fatti, rivelerà, di fronte all’irrompere del “presente”, del “quotidiano”, l’astrattezza arbitraria, appiattita, unidimensionale, della sua anticipazione, scoprendo in pari tempo pateticamente la sua natura di “estrapolazione” dalle angosce e dalle speranze del suo secolo. […] La science-fiction non è profezia, ma una proiezione appassionata dell’oggi su un avvenire mitico: e per questo aspetto partecipa della letteratura e della poesia. E’ anche previsione e anticipazione, e per questo altro aspetto partecipa della necessaria astrattezza scientifica, e non può in realtà anticipare nulla più di quanto fisica, chimica o biologia possano anticipare nel loro proprio campo […] Infine, imitando se stessa, potrà continuare all’infinito il gioco delle ipotesi e delle anticipazioni, prolungando il supposto scientifico come strutturazione utopica» (36).

 

Per Solmi, dunque, la fantascienza è una forma di utopia collettiva (come si è visto); è anche una forma di anticipazione delle “meraviglie del possibile” sviluppata in maniera tale che se ciò che è oggi considerato naturale solo nelle pagine dei romanzi di anticipazione un giorno dovesse risultare immerso nella quotidianità (e, di conseguenza, un evento non più misterioso e meraviglioso) finirebbe per essere considerato come un reperto archeologico nelle sue pagine a venire.

Il paragone tra le opere di fantascienza e i romanzi cavallereschi pubblicati  tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento (lodato da Curtoni nel suo libro come esempio di parallelismo riuscito) va appunto in questa direzione – proprio nel momento in cui il paradigma del mondo medioevale viene “bruciato” (per usare un’espressone cara al Thomas Kuhn di La struttura delle rivoluzioni scientifiche [37]) e sostituito dalle interpretazioni della scienza che contraddistinguono il mondo moderno, il romanzo cavalleresco riprende i propri temi da una tradizione che va scomparendo e li innesta su fondamenti culturali nuovi e da poco emergenti a livello di coscienza della soggettività. Quello che ne viene fuori è la mescolanza tra antico e moderno, tra passato e presente, tra riflessione sui tempi nuovi e rimpianto di quelli appena trascorsi che costituisce ancora il fascino, ad esempio, di un poema cavalleresco come l’ Orlando Furioso (38).

Ma quello che è importante (e innovativo) nelle analisi di Solmi è proprio il fatto che la fantascienza viene presentata come proiezione mitica che si fa “letteratura e poesia” e che come tale può essere giudicata – tutto questo in un ambito come quello italiano in cui la letteratura d’anticipazione era considerata soltanto come letteratura popolare senza valore letterario aggiunto e senza possibilità di ottenere un riconoscimento stilistico alto.

 

 (fine sesta parte)

 (continua a leggere la settima parte [QUI])

Note

 

 

(35) Sergio Solmi, Della favola, del viaggio e di altre cose, Milano-Napoli, Ricciardi Editore, 1971, p. 131. Solmi ha successivamente riordinato i suoi scritti sulla fantascienza e sulla letteratura fantastica in Saggi sul fantastico, Torino, Einaudi, 1978.

La risposta alla domanda precedente è negativa nei  termini delle valutazioni tradizionali (il cui metro di paragone è quello dell’analisi storica e/o puramente stilistica): “Oggi, ci si trova di fronte ad una utopia collettiva, alla quale collaborano centinaia di scrittori, che finiscono con l’operare seguendo una specie d’inconscia pianificazione. […] Ogni “trovata” di questo o di quello scrittore di science-fiction immediatamente fruttifica infinite applicazioni e svolgimenti; si formano, come in ogni folklore, grandi luoghi comuni, di cui riesce ad un certo punto difficile, dato il continuo interscambio, individuare le derivazioni” (pp. 75-76). E’ quello che Solmi stesso definisce “folklore atomico”. Si tratterebbe, in sostanza, di accettare il fatto che la scrittura fantascientifica è un’elaborazione collettiva per cui è difficile identificare una paternità assoluta alla fitta e cospicua figliolanza successiva.

 

(36) Sergio Solmi, Della favola, del viaggio e di altre cose cit. , pp. 138-140.

 

(37) Quest’opera di epistemologia della conoscenza (trad. it. di A. Carugo, Torino, Einaudi, 19953), nonostante il tempo trascorso dalla prima edizione del 1969, conserva ancora intatto il suo fascino e il suo interesse teorico.

 

(38) Proprio su questo punto insiste, paradossalmente, Benedetto Croce nel suo ormai classico saggio sull’Ariosto (ultima edizione ,Milano, Adelphi, 1991 – la prima edizione Laterza di questo scritto è del 1920).