Ossi di seppia di Eugenio Montale

Ossi di Seppia è la prima raccolta montaliana, apparsa nel 1925 e poi arricchita nell’edizione del 1928.

Gli Ossi di Seppia disegnano la vicenda di uno scacco esistenziale e gnoseologico, la dolente presa d‘atto di una radicale impotenza espressiva, della impossibilità, per la parola poetica, di significare l’essenza del mondo e della vita, ma illustrano anche la disperata ricerca di una identità e il suo fallimentare esito.

Non vale infatti al soggetto di farsi cosa fra le cose, «scheggia fuori del tempo», residuo espulso dal flusso del divenire e immune dalla sua azione annientatrice. La vacuità dell’aspirazione all’assoluto, la condanna del soggetto a riconoscere nel dominio della caducità l’unico possibile spazio della sua consistenza.

Così, al termine della sua odissea, l’io comprende che l’essere equivale al morire, e la soggettività può persistere solo a prezzo di consegnarsi a una immobilità funeraria; ed esistere vuol dire rassegnarsi ad abitare un tempo storico deserto di certezze e di valori, a sopportare la discontinuità dell’esperienza e lo squarcio atroce di un divenire senza progresso.

f.s.

[Eugenio Montale, Ossi di seppia, Mondadori, 1996, pag.142, lire 12.000]
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“La práctica de la literatura ( y de la crítica) a las diversas ideas de la literatura” de A. Asor Rosa

[Traduzione di José Daniel Henao Grisales ]

[QUI] potete leggere il testo italiano già pubblicato su Retroguardia.

Transcribo una puntualización de A. Asor Rosa sobre cómo se relata la práctica de la literatura ( y de la crítica) a las diversas ideas de la literatura:

 
Si la literatura vendrá considerada como producto social, nosotros buscaremos en ella el predominio de la representatividad ( Fidelidad, tipificación, adherencia, verosimilitud), respecto a un determinado contexto social. Si la pensamos como producto de la historia de las ideas, en ella nos parecerá prevalente el mecanismo, con base en el cual la organización formal de una ideología entregada, producirá ( o debe producir), estructuras  textuales coherentes con la Weltanschauung del autor.

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Aforismi sulla saggezza del vivere di Arthur Schopenhauer

Recensione/schizzo #29

In Aforismi sulla saggezza del vivere, Arthur Schopenhauer dà vita alla Teoria del pessimismo: questo è il peggiore dei mondi, motivo fondamentale dell’umanità è il dolore perché ogni desiderio suscitato dal volere eterno causa sofferenze, e l’appagamento dei desideri ne suscita altri e ingenera perciò novello dolore.

Ideale etico dell’individuo deve essere la rinuncia che sfocia nella ricerca dell’equilibrio interiore, nella programmatica lontananza del saggio da tutto ciò che, come l’ambizione o il desiderio del lusso, può offuscare la sua serenità. Condanna tuttavia, quei uomini che portano alle estreme conseguenze il principio di serenità. Esso, infatti, viene temperato nella morale antica della mediocritas, la ricerca del giusto mezzo.

Sono spunti tratti dalla filosofia greca, in particolar modo ellenistica, e dal buddismo.

Nel rapporto con gli uomini, il filosofo consiglia da una parte di evitarli, esaltando così la solitudine, dall’altra di imporsi una condotta discreta e riservata, avendo cura di non urtare la suscettibilità della gente.

Libro intenso e di facile lettura.

f.s.

[Arthur Schopenhauer, Aforismi sulla saggezza del vivere, Mondadori, 1997, a cura di Maria Teresa Giannelli, pag. 252, Lire 13.000]

Secretum di Francesco Petrarca

Secretum o, più esattamente, De Secreto conflictu curarum mearum (“Il segreto conflitto delle mie cure affannose”; ossia “L’intimo dramma della mia vita”), scritto a Vallachiusa nel 1343 e definitivamente ritoccato fra il 1353 e il 1358. Libro intenso ed organico in cui Petrarca ci parla delle sue contraddizioni e delle sue lotte intime.

In quest’opera sant’Agostino per tre giorni, in tre dialoghi, rimprovera al poeta il suo desiderio di gloria, di agi, di onori, la sua sensualità, il suo amore per Laura. Al colloquio assiste, silenziosa ma vigile, una donna: la Verità. Il Petrarca si difende con abilità, se pure con umiltà, ammette il suo errore, ma lascia intendere che si rende conto che non potrà mai rinunciare ai suoi affetti terreni.

L’opera in prosa latina, di straordinaria e acuta introspezione, rispecchia indubbiamente il pentimento del Petrarca per la sua vita non sempre irreprensibile, e il suo lento ravvedimento, iniziatosi nel 1333 dopo la prima lettura delle Confessioni di sant’Agostino e compiutosi nell’anno del Giubileo.

Scritto in un latino duttile e sciolto, elegante e insieme familiare. Consiglio di accompagnare la lettura di quest’opera con quella di sant’Agostino. Naturalmente, il libro del Petrarca è così ricco di humanitas e di artifici letterari che queste mie poche righe non riusciranno mai a restituire in pieno il valore dell’opera.

f.s.

[Francesco Petrarca, Secretum, Mursia, 1992, a cura di Enrico Fenzi, Pag. 419, lire 25.000]

Los veintitrés días de la ciudad de Alba (1952) y Una Cuestión privada (1962) de Beppe Fenoglio

[Traduzione di José Daniel Henao Grisales ]

[QUI] potete leggere il testo italiano già pubblicato su Retroguardia.

Los veintitrés días de la ciudad de Alba (1952) y Una Cuestión privada (1962) de Beppe Fenoglio

De Francesco Sasso

 
Beppe Fenoglio (1922-1963) no muestra ningún interés por las instancias sociales y mucho menos por las motivaciones ideológicas de la lucha de superación; ella se identifica para él, en la guerra partisana, y esta última a su vez se representa como aventura existencial, como ejemplar ocasional de conocimiento, como desafío para sí mismo y como apuesta sobre sus propias cualidades.

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Cattedrale di Raymond Carter

Recensione/schizzo #28

Cattedrale di Raymond Carver (1939-1988) è una moderna galleria di “vite americane”, spesso disadattati o ultimi eredi del “sogno” americano, che si snoda emblematicamente attraverso le dodici stories.

A mio parere, ci sono solo due racconti capolavoro all’interno della raccolta: Cattedrale e Una cosa piccola ma buona. Il resto invece non mi ha entusiasmato.

Nel complesso, i racconti sono limpidi, l’elaborazione letteraria viene sapientemente dissimulata sotto la veste della semplicità. Eppure l’arte miracolosa dello scrittore, che lascia parlare i fatti mettendoli dinanzi agli occhi del lettore con la massima evidenzia, mi ha annoiato non poco.

f.s.

[Raymond Carter, Cattedrale, Minimum fax, 2002, trad. di Riccardo Duranti, pag. 229, € 11,50]

Contro il decreto della Gelmini e i tagli alle università

Qui si può leggere l’intero testo della legge 133.

Per esempio, art. 16: “Facoltà di trasformazione in fondazioni delle università”

QUI il sommario della rassegna stampa dei quotidiani

 

Link:

Sign for CONTRO IL MAESTRO UNICO

Uniriot (NETWORK DELLE FACOLTA’ RIBELLI)

Atenei in rivolta


AVVISO AI NAVIGANTI: [ Ultimo aggiornamento: 12 gennaio 2009]

Viva la scuola. Rubrica a cura di Giorgio Morale

 

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IL SUBLIME RIVENDICATO: ADORNO E LA VERITA’ DELLA BELLEZZA di Giuseppe Panella

di Giuseppe Panella

 

[Le annotazioni e le riflessioni sull’estetica di Theodor Wiesegrund-Adorno che seguono sono il frutto di un lavoro condotto insieme a Tomaso Cavallo e a Giovanni Spena nel corso di una serie di incontri su Filosofia e Letteratura tenuti nell’ambito del programma dell’Associazione fiorentina “Quinto Alto” per il 2000-2001. Questa doverosa precisazione dovrebbe bastare a render conto del carattere non sistematico (anzi, sovente episodico se non rapsodico) e parziale della mia riflessione sul pensiero di Adorno. Ma si trattava in quel contesto di scambi, sondaggi e progetti di interpretazione: un dialogo sul pensiero del filosofo di Francoforte per il quale sono grato di aver interagito teoricamente con Cavallo e Spena e di aver potuto confrontarmi con ascoltatori “eccellenti” quale Gaspare Polizzi. G.P.]

1. La posta in gioco: la possibile natura della bellezza

“Tutto ciò che è essenzialmente bello è sempre ed essenzialmente, ma in gradi infinitamente diversi, connesso all’apparenza. Questo rapporto tocca la sua massima intensità in ciò che è propriamente vivente, e proprio qui nella chiara polarità di apparenza trionfale e apparenza che si spegne.Vale a dire che ogni essere vivente, e tanto più, quanto più alta è la sua vita, è sottratto all’ambito della bellezza essenziale, e in ciò che vive questo bello essenziale si rivela quindi più che mai come apparenza.Vita bella, bellezza essenziale e bellezza apparente sono termini identici. In questo senso proprio la teoria platonica del bello si ricollega al problema ancora più antico dell’apparenza in quanto si rivolge – secondo il Simposio – anzitutto alla bellezza vivente dei corpi. Che se questo problema rimane latente nella speculazione platonica, ciò dipende dal fatto che per Platone, come greco, la bellezza si espone almeno altrettanto essenzialmente nel giovane come nella fanciulla, mentre la pienezza della vita è maggiore nella donna che nel maschio. Ma un elemento di apparenza rimane anche in ciò che è meno vivo, quando sia bello essenzialmente. E questo è il caso di tutte le opere d’arte – della musica meno che di ogni altra. Rimane quindi, in ogni bellezza artistica, quell’apparenza, quella contiguità e vicinanza alla vita, senza la quale nessun’arte è possibile. Ma questa apparenza non esaurisce la sua essenza”. (Walter Benjamin, “Le affinità elettive“, in Angelus Novus. Saggi e frammenti, trad. it. e cura di R. Solmi, Torino, Einaudi, 1976, pp.224-225).

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La malinconia allo specchio di Jean Starobinski. Prefazione di Yves Bonnefoy

 

[Consiglio la lettura del breve saggio La malinconia allo specchio di Jean Starobinski. “Tradizione filosofica, tradizione iconoclastica e tradizione poetica sono i tre percorsi su cui si interroga” il critico nelle letture di tre poesie di Baudelaire. Trascrivo la prefazione al volume di Yves Bonnefoy. f.s. ]

Prefazione di Yves Bonnefoy

Non è necessario ricordare l’ampiezza, la varietà, l’importanza dei lavori di Jean Starobinski, che si colloca tra le figure più rilevanti della critica contemporanea. Mi limiterò a una osservazione.

L’argomento delle sue lezioni al Collège de France è stato la malinconia, che dopo Panofsky e Saxl, più di chiunque altro egli ha contribuito a conservare al centro dell’attenzione degli storici dell’arte e della letteratura; e indubbiamente nessun altro studio è più giustificato di questo, perché la malinconia è forse quanto di più specifico caratterizza le culture dell’Occidente. Nata dall’indebolimento del sacro, dalla distanza sempre più grande tra coscienza e il divino, e rifratta e riflessa dalle situazioni e dalle opere più diverse, essa è la scheggia nella carne di quella modernità che a partire dai Greci non cessa di nascere ma senza mai finire di liberarsi dalle sue nostalgie, dai suoi rimpianti, dai suoi sogni. Da lei deriva quel lungo corteo di grida, di gemiti, di risa, di canti bizzarri, di orifiamme mobili nel fumo che attraversa tutti i nostri secoli, fecondando l’arte, seminando la follia – quest’ultima mascherata talvolta in ragione estrema nell’utopista o nell’ideologo.

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Scritti di viaggio, di combattimento e di sogno di Antonio Moresco

Recensione/schizzo #27

Gli scritti che compongono questo libro sono usciti su alcune riviste, in volumi collettivi e in rete.

Dall’amore per i viaggi e il sogno, deriva una serie di scritti nei quali Moresco illustra gli aspetti geografici e visionari, la vita sociale nascosta e spesso degradata dei paesi visitati. Ma non troveremo un resoconto che oggi diremmo giornalistico, ma pezzi che sconfinano nel racconto letterario e nell’invettiva.

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