Pizzuto, Joyce di Sicilia di Franco Cordelli

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di Franco Cordelli

Che ne è di Antonio Pizzuto? Coetaneo di Gadda (Pizzuto nacque a Palermo nel 1893), egli ebbe più travagliata vicenda. Quando nel 1959 Romano Bilenchi e Mario Luzi pubblicarono per Lerici Signorina Rosina, scoppiò il caso. Era un esordio tardivo. Aleggiava Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, lontano dall’ essere il classico che oggi è; non erano pervenuti all’ attenzione o alla conoscenza gli altri due stilisti siciliani, Stefano D’ Arrigo e Gesualdo Bufalino. Il caso Pizzuto ebbe risonanza mentre si affermava la neoavanguardia in Francia, in Germania e in Italia. Ma Pizzuto non fu riconosciuto come uno dei padri. Il primo a prendere atto di quell’ eccezionale debutto fu Luigi Baldacci, che dell’ avanguardia non era un compagno di strada. Grande interesse mostrarono, tra gli altri, Ruggero Jacobbi, Oreste Del Buono e Giuliano Gramigna. Ma quando Gianfranco Contini dichiarò la sua predilezione e poi amicizia per l’ ex questore siciliano, quello apparve il momento della consacrazione. Pure, non c’ è consacrazione che tenga.

Dopo i primi tre romanzi (mi riferisco a Signorina Rosina, a Si riparano bambole del 1960 e a Ravenna del 1962), la cui fisionomia narrativa è, secondo Contini, «garantita anche al lettore comune», Pizzuto, già ritenuto sconcertante se non troppo arduo alla lettura, proseguì imperterrito per la sua strada di epigono joyciano. Ma un epigono testardo, che non si arrende alla sua propria condizione, non può che essere estremista, andare fino in fondo alla sua vocazione. È ciò che accadde all’ autore di Paginette, di Sinfonia, di Testamento, di Pagelle e di Ultime e penultime (postumo, del 1978) – libri che potrebbero essere un equivalente, sul piano della sperimentazione, di Finnegans Wake. Con prefazione di Walter Pedullà, l’ unico critico vicino all’ avanguardia che abbia sostenuto la causa di Pizzuto, nel 1985 Mondadori pubblicò Sul ponte di Avignone, un romanzo del 1938, uscito con uno pseudonimo e da Pizzuto ripudiato. Negli anni Novanta vennero alla luce due romanzi degli anni Quaranta, decisamente minori, Rapin e Rapier e Così: Gabriele Frasca e Andrea Cortellessa ne furono, della nuova generazione critica, tra i pochissimi sostenitori. Un filo di lettori, tenace e che non si vuole spezzare, come si vede c’ è: mi riferisco anche alla riedizione di Sellerio del romanzo più bello di Pizzuto, Si riparano bambole, curata da Gualberto Alvino (pagine 328, euro 9,30). Ed è proprio Si riparano bambole che ho avuto la ventura di leggere oggi per la prima volta. Ragazzo, fui da Pizzuto abbagliato. Ma me ne dimenticai, me ne ero dimenticato anch’ io. Leggendo Si riparano bambole colpisce la qualità opposta a quella per cui a vent’ anni mi sarei fatto sbudellare, come si diceva avrebbe fatto la gioventù di allora per Capriccio italiano di Sanguineti. Non mi è sembrato un romanzo d’ avanguardia, né un romanzo difficile, se vogliamo usare un termine così generico, ma un romanzo di prosa sostanzialmente classica. Perché a quasi mezzo secolo di distanza (ma è uno ieri che sembra ancora oggi) Si riparano bambole risulta tanto diverso da allora, da come negli anni Sessanta a me e a tutti appariva la prosa di Pizzuto? Per sommi capi, Si riparano bambole è un equivalente novecentesco di Una vita di Maupassant, il suo rovescio. Vi è, appunto, narrata una vita (narrare, diceva Pizzuto, poiché raccontare pietrifica, astrae il dettato dai fatti, non ne è parte in causa – come Artaud voleva fosse parte in causa l’ attore con il teatro nella sua totalità e istantanea assolutezza). La differenza da Maupassant è che la vita del protagonista, Pofi, è narrata per frammenti minuscoli come coriandoli, dissolti in un poetico fuoco d’ artificio. Non solo: questi coriandoli sono accostati per frammenti d’ epoche biografiche (infanzia, prima maturità, senilità) e queste epoche sono agglutinate da un continuum narrativo che restituisce il senso di un’ opera potente, benché smilza e fuggitiva. La vita di Pofi è, alla lettura, interminabile e nello stesso tempo si dissolve, a fronte di un’ attenzione pure costante, come un sogno: essa è fuggita via, non ce ne siamo accorti. Più la vita di ciascuno si carica di esistenziale densità, meglio si rarefà e perde di senso. Celebrando di fatto l’ ellittico, l’ implicito, addirittura il reticente, se la prosa di Pizzuto esprime al più alto grado di incandescenza il furore distruttivo del moderno e la conseguente vergogna della letteratura, ad un livello più intimo tramanda un sentimento chiuso, raggomitolato, pudico. Nel trionfo della parte per il tutto c’ è, dice Pizzuto descrivendo l’ attività di Pofi come scrittore dilettante, «una sottile malizia, di spregiudicato che concentra il gusto nel poco». È il sentimento di un bambino che resta per tutta la vita bambino, che non vuole troppa realtà e che, per rifiutarla, la osserva così capillarmente da restituirla nella forma più compatta – nello stesso tempo sottraendola al gusto postmoderno per una storia raccontata con accenti sintatticamente più distesi, ovvero più emotivamente quieti. È la risposta alla domanda iniziale: che ne è di un grande scrittore se la sua opera non viene letta? Quanto quell’ opera è grande o si può ritenere tale? Pizzuto morì a Roma, i1 23 novembre del 1976.

[“Corriere della Sera” del 27 dicembre 2004]