GARANTIRE IL COLPEVOLE. Logica dell’errore giudiziario. Postfazione di Giuseppe Panella a “L’ERRORE GIUDIZIARIO. L’affaire Dreyfus, Zola e la stampa italiana” di Massimo Sestili

erroregiudiziario

Postfazione al volume L’errore giudiziario. L’affaire Dreyfus, Zola e la stampa italiana a cura di Massimo Sestili

di Giuseppe Panella

 

“La sala straripava di gente: malgrado le imposte, il sole filtrava dentro qua e là e l’aria era già soffocante. Avevano lasciate le vetrate chiuse. Mi sono seduto e i gendarmi sono venuti a mettersi uno per parte. E’ a questo punto che ho visto una fila di facce davanti a me. Tutte mi guardavano: ho capito che erano i giurati. Ma non saprei dire che cosa li distinguesse l’uno dall’altro. L’impressione che avevo era soltanto questa: ero di fronte a una panca del tram e tutti quei viaggiatori anonimi osservavano il nuovo arrivato per scoprire ciò che era ridicolo in lui. So bene che era un’idea sciocca perché qui non era il viaggiatore che cercavano, ma il delitto. Comunque la differenza non è tanto grande e in ogni modo è questa l’idea che mi è venuta”

   (Albert Camus, Lo straniero, trad. it. di Alberto Zevi, Milano, Bompiani, 196713 , pp. 102-103).

 

    Dreyfus, Crainquebille e altre vittime di una giustizia sempre più “giusta”

 

Il solido lavoro e l’accanita ricerca che Massimo Sestili ha compiuto per anni per ricostruire l’impatto che l’affaire Dreyfus ha avuto sulla cultura italiana e europea conserva caratteristiche di originalità anche in un contesto già abbondamente studiato e verificato storicamente come quello relativo alle tragiche vicende giudiziarie subite dallo sfortunato capitano francese di origine alsaziana.

Il segno lasciato dall’affaire nella cultura francese di fine secolo lasciò cicatrici non facilmente rimarginabili se non a costo di immensi sacrifici umani e politici.

E, infatti, bisognerà aspettare il gigantesco “lavacro di sangue” della Prima Guerra Mondiale e l’approdo allo “spirito di Verdun” per ritornare ad una dimensione di Union Sacrée tale da ripetere e riproporre l’unità nazionale in termini simili a quelli nati dalle battaglie contro l’invasore durante la Rivoluzione del 1789 o dalla resistenza contro l’avanzata prussiana in territorio francese del 1870. La cesura introdotta dall’affaire nella storia di Francia fu, per questo motivo, davvero epocale.

Ma la ricostruzione di Massimo Sestili (e le sue implicazioni storiografico-politiche) impongono non soltanto un riesame in chiave storica dell’impatto avuto dall’affaire nel mondo culturale e politico europeo quanto un riepilogo della sua “fortuna” in ambito letterario e soprattutto la sua valutazione in una dimensione più generalmente teorica.

Dall’esame delle risultanze del processo e della detenzione del capitano francese si desume, in primo luogo, quanto la giustizia sia tanto più efficace quando è libera dalla necessità di scoprire a tutti i costi un colpevole “immediato” e che l’azione giudiziaria (in buona sostanza e dopo essersi scrollati di dosso i cascami retorici e burocratici dei sogni sulla possibilità della sua “giustezza” assoluta) si riduce quasi sempre alla ricerca del colpevole.

Il che coincide poi (ancora quasi sempre) con la ricerca di un colpevole (qualunque esso sia e quanto incredibile esso sia da un punto di vista logico e indiziario – il caso della Colonna Infame di manzoniana memoria docet ancora oggi e temo probabilmente per sempre) (1).

Il compito della giustizia (qualsiasi sia l’ordinamento politico, sociale, morale, di classe, di ceto o di categoria economica cui fa riferimento e di cui è il braccio armato) è, quindi, quello di garantire sempre l’esistenza di un colpevole.

Riches, grand commis della giustizia del paese immaginario (ma che a uno sguardo più attento non sembra poi più tale) in cui si svolge l’azione de Il contesto. Una parodia di Leonardo Sciascia non ha dubbi al riguardo. 

 

« Con una nota d’isteria proclamò – L’errore giudiziario non esiste.

– Ma i gradi del giudizio, la possibilità dei ricorsi, degli appelli… – obiettò Rogas.

– Postulano, lei vuol dire, la possibilità dell’errore… Ma non è così. Postulano soltanto l’esistenza di un’opinione diciamo laica sulla giustizia, sull’amministrazione della giustizia. Un’opinione che sta al di fuori. Ora quando una religione comincia a tener conto dell’opinione laica, è ben morta anche se non sa di esserlo. E così è la giustizia, l’amministrazione della giustizia: e uso il termine amministrazione, si capisce, per farle piacere; e comunque senza la minima ombra statutale e burocratica -.  Più sommesso e persuasivo, e persino malinconico – Tutto è cominciato con Jean Calas… Approssimativamente, dico: poiché è necessario fissare dei punti precisi, un nome, una data, quando vogliamo prender coscienza delle grandi disfatte o delle grandi vittorie dell’umanità…» (2).

 

 

Riches rappresenta quella dimensione della giustizia che crede nella propria Verità come assoluto.

Una giustizia che si pone dal punto di vista di se stessa e non considera le incognite che possono presentarsi nelle situazioni (di solito le più disparate) che è costretta ad attraversare e soprattutto quelle incognite che nascono dal “fattore umano”.

L’emergenza della verità non è mai un fatto necessitato, ma è un accadimento spesso casuale.

Il fatto che i giudici possano sbagliare è, in realtà, la regola piuttosto che l’eccezione (altrimenti non ci sarebbero tanti gradi di giudizio).

Ma soprattutto l’incombere dell'”errore giudiziario” è una realtà sempre presente come la Storia insegna e il presente spesso dimostra.

La dinamica dell’affaire più importante della storia di Francia, quello passato alla storia con in testa il nome di Alfred Dreyfus (pari per rilievo e schieramento di forze in campo soltanto a quello verificatosi nel Settecento e che porta anch’esso il nome della sua vittima predestinata, il protestante Jean Calas, un caso giudiziario divenuto letterariamente celeberrimo per opera dell’intervento di Voltaire[3]) è piuttosto semplice.

I fatti non sono tali da richiedere una lunga esposizione di motivi e di distinguo.

E’ risaputa e viene denunciata a più riprese a livello di opinione pubblica l’intelligenza con il nemico di sempre (la Germania) ad opera di una qualche “talpa” all’interno del Quartier Generale dell’esercito. La scoperta di prove (più o meno) certe riguardo la compravendita di segreti militari riguardanti armi e spostamenti di truppe dell’esercito francese crea la necessità di punire tali azioni e, di conseguenza, il bisogno di trovarne il colpevole.

Esso viene individuato in un appartenente alla minoranza più frequentemente sottoposta ad attacchi da parte della stampa (soprattutto quella nazionalista ed antisemita guidata da Édouard Drumont) e certamente la più indifesa sotto il profilo sociale.

Per questo motivo, si preferisce insistere nell’accusare Alfred Dreyfus di collusione con il nemico tedesco piuttosto che persistere nell’indagine sul maggiore Walsin-Estherazy, sul quale pure pesavano indizi di maggiore pesantezza rispetto a quelli che potevano essere ritrovati nel comportamento di Dreyfus stesso (Estherazy ha dissipato al gioco la dote della moglie e ha bisogno urgente di quattrini).

E’ così che si monta un affaire ed è così che si crea un colpevole a tutti i costi.

Questa tecnica giudiziaria caratterizza la maggior parte dei procedimenti legali in cui la colpevolezza è parte integrante del procedimento.

Anatole France (4) lo ha splendidamente mostrato in Crainquebille, uno dei suoi racconti più smaglianti. La storia, apparentemente anni-luce lontana dalla temperie e dai problemi dell’affaire Dreyfus, è in realtà uno dei più bei contributi letterari apportati alla causa dreyfusarda dopo il J’accuse di Émile Zola. Già l’inizio del racconto è significativo riguardo quello che France pensa dell’esercizio della giustizia in quegli anni (ma la portata del suo giudizio può essere universalmente estesa e dilatata):

 

«La maestà della giustizia risiede in tutta la sua integrità in ogni sentenza emessa dal giudice in nome del popolo sovrano. Jerôme Crainquebille, venditore ambulante, imparò a sue spese quanto sia augusta la legge, allorché venne tradotto in pretura per oltraggio a un agente della forza pubblica. Come fu seduto, nella sala magnifica e cupa, sul banco degli accusati, scorse i giudici, i cancellieri, gli avvocati in toga, l’usciere con la catena, i gendarmi e, dietro a un tramezzo, le teste nude degli spettatori silenziosi. Si accorse anche di essere seduto molto in alto, come se dal fatto di comparire davanti ai magistrati venisse perfino a lui, accusato, un funesto onore» (5).

 

 

Un venditore ambulante ormai anziano blocca brevemente il traffico con il suo carretto perché aspetta che una sua cliente gli porti i quattordici soldi che le deve per l’acquisto di tre porri.

Un agente che reca il numero di matricola 64 gli ordina di circolare per ben tre volte facendogli fretta.

Alla terza provocazione Crainquebille sbotta e scoppia in alcune imprecazioni che si concludono con un assai morigerato “Sangue di Giuda!”.

Il flic numero 64 interpreta questo suo scoppio d’ira come un insulto nei suoi confronti e lo trasforma mentalmente nel più rituale “Mort aux vaches!” (Morte ai poliziotti!). Crainquebille si difende e viene anche difeso da un distinto passante (il dottor David Matthieu, primario dell’ospedale Ambroise Paré e ufficiale della Legion d’Honneur) che è disposto a testimoniare che l’uomo non ha insultato nessuno e non ha pronunciato le parole che gli vengono imputate.

Ma – scrive France – «In altri tempi, una testimonianza del genere avrebbe illuminato a sufficienza il commissario; ma allora, in Francia, gli intellettuali erano sospetti» (6).

E’ un’allusione diretta all’affaire Dreyfus e, d’altronde, il termine intellectuel si afferma in Francia proprio in relazione all’appello lanciato da Clemenceau agli hommes des lettres (che egli, per primo, definisce in senso positivo come “intellettuali”[7]) perché appoggiassero la campagna di Émile Zola a favore dell’ufficiale ingiustamente incriminato.

Crainquebille viene messo in camera di sicurezza e poi, il giorno dopo, portato al penitenziario dove resta in attesa di giudizio.

Lemerle, il suo avvocato d’ufficio (uno dei più giovani del foro di Parigi) lo invita a confessare.

Lo stesso farà implicitamente il presidente Bourriche durante la prima seduta del collegio giudicante (nonostante la palese imbecillità dell’agente 64 patentemente dimostrata nel momento in cui è chiamato a testimoniare).

Tutti sembrano convinti della colpevolezza del povero Crainquebille.

Il fatto è che qualcuno deve essere colpevole, altrimenti l’azione della giustizia non avrebbe più senso. La giustizia esiste per condannare e punire i colpevoli, non altro. E certo non per accertare la dinamica veritiera dei fatti o delle intenzioni o delle dinamiche esterne.

E proprio per questo, infatti, sulla base della testimonianza infondata di un poliziotto poco intelligente come l’agente Matra, il venditore ambulante viene condannato. Un testimone esterno ai fatti narrati, l’incisore Jean Lermite, capitato per caso in quell’ aula di tribunale, dirà poi in seguito a un suo amico avvocato che:

 

«Ponendo di fronte l’una all’altra le due deposizioni contraddittorie dell’agente Matra e del dottor Matthieu, il giudice avrebbe imboccato una via dove si incontrano solo il dubbio e l’incertezza. Il metodo che consiste nell’esaminare i fatti secondo le regole della critica è inconciliabile con la buona amministrazione della giustizia. Se il magistrato commettesse l’imprudenza di seguire questo metodo, i suoi giudizi dipenderebbero dalla sua personale sagacia, che molto spesso è scarsa, e dalla imperfezione umana, che è costante. Quale autorità ne scaturirebbe?» (8).

 

 

Il povero Crainquebille viene condannato a quindici giorni di prigione e a cinquanta franchi di ammenda. Il soggiorno in carcere lo prova fisicamente e moralmente, ma soprattutto getta sulla sua immagine pubblica la fosca ombra del pregiudizio nei confronti di chi è stato riconosciuto colpevole.

La sua decadenza sarà immediata e plateale e lo condurrà giù giù lungo i declivi dell’alcolismo e del vagabondaggio. Ma una sera, quando proprio non ne potrà più di vivere all’addiaccio e cercherà di farsi arrestare gridando “Mort aux vaches!” sul serio, il poliziotto al quale lo farà lo lascerà andare con un blando e poco significativo ammonimento. Crainquebille resterà sotto la pioggia a meditare sul proprio triste destino.

Capolavoro di verità e di ironia, Crainquebille  mostra in concreto il trionfo della giustizia “giusta” e dell’osservanza delle regole come criterio formale sul quale si basa l’esercizio della giustizia.

Garantire il colpevole non equivale a fare giustizia. Quest’ultima è un’operazione molto più delicata di quanto un tribunale possa riuscire a realizzare con i propri mezzi perché per riuscire ad avere giustizia bisognerebbe prima sapere qual è la verità sui fatti e poi sulle intenzioni dei suoi protagonisti…

La verità è che anche per Anatole France la giustizia non può mai essere considerata veramente tale se non trova un colpevole.

La condanna del colpevole è la sostanza del procedimento giudiziario come tale. Non importa se il colpevole non c’è o non è la persona che poi viene condannata. L’importante è che qualcuno funga da capro espiatorio sociale.

Per questo motivo, Anatole France giudicherà impossibile la “giustizia” nella pratica giudiziaria.

 

«La giustizia è sociale: solo qualche spirito malvagio può volerla umana e sensibile. Si deve amministrarla con regole fisse e non coi turbamenti della carne o coi lumi dell’intelligenza. Soprattutto, non le chiedete di essere giusta; essa non ha bisogno di esserlo, perché è giustizia, e vi dirò anzi che l’idea di una giustizia giusta ha potuto allignare solo nel cervello di un anarchico. […] Il vero giudice è quello che pesa le sentenze sulla bilancia della forza. Lo si è visto nel processo Crainquebille, del pari che in altre cause più celebri» (9).

 

 

 

 

    

 L’affaire è politico e il “caso” è giudiziario: una distinzione non inutile

 

L’aspetto più importante nella definizione dell’affaire come questione giudiziaria è, però, il suo livello apertamente politico.

La battaglia di Voltaire contro la Chiesa Cattolica era legata alla sua dimensione politico-istituzionale (l’ingerenza del clero in questioni esclusivamente legali e penali con l’uso di argomentazioni di carattere teologico o relative alle scelte di fede del singolo).

L’attacco di Zola lanciato contro le gerarchie militari della Terza Repubblica e la difesa di Dreyfus effettuata da Bernard Lazare(10) acquistano nel corso dell’affaire una dimensione sempre più politicizzata. Anzi si fanno scontro politico diretto.

Il momento più significativo della trasformazione di una questione giudiziaria in evento capace di influenzare, indirizzare e sconvolgere l’opinione pubblica è, tuttavia, quando essa si trasforma in un caso legale e diviene arena di pubbliche illazioni e interrogativi.

E’ nel caso giudiziario che si mostra la dimensione davvero sconvolgente dell'”errore giudiziario”.

E’ in queste situazioni che l’affaire perde in certa misura il suo carattere di intrigo o di geometria politica per diventare il momento della resa dei conti per le coscienze giudicanti in gioco, tormentate dal possibile emergere dell’errore, sconvolte dalla possibilità di condannare un innocente al patibolo sulla base di indizi labili o di false testimonianze (o di testimonianze poco attendibili) [11].

La letteratura francese, non a caso proprio a partire dall’affaire Dreyfus, abbonda di narrazioni e analisi di casi più o meno celebri e più o meno significativi.

Si comincia con Un dramma in Livonia (12), un romanzo di Jules Verne del 1907 dedicato a un noto fatto di sangue avvenuto in Russia alla fine del secolo: la rapina ad un portavalori – terminata con la morte di quest’ultimo – e che fu attribuita ad uno dei passeggeri, il professor Dimitri Nicolef, un patriota slavo presente nella carrozza sulla quale essi viaggiavano attraverso la Livonia verso San Pietroburgo. L’accusa veniva appoggiata con forza da un gruppo d’opinione capeggiato dal banchiere filo-zarista Johansen e caldeggiata per motivi politici. La verità però viene alla luce alla fine del libro e l’innocenza del professore filoslavo risulta lampante (13).

Il caso fece molto scalpore soprattutto perché l’innocenza dell’accusato fu dimostrata solo molti anni dopo, ma è probabile che Verne, strenuo difensore dell’innocenza del capitano Dreyfus (14), abbia utilizzato quella lontana vicenda per parlare implicitamente anche degli “errori giudiziari” che si perpetravano in Francia.

In tempi più recenti (per la precisione nel 1914) André Gide redige un suo diario giudiziario legato ai propri Ricordi della Corte d’Assise (15) e alla propria consapevolezza del funzionamento errato della macchina giudiziaria (16).

L’idea che l’amministrazione della giustizia si fondasse su errori e omissioni, sulla burocrazia piuttosto che sull’umanità del giudizio, lo spinsero nel 1930 a creare una collana editoriale presso Gallimard che si intitola emblematicamente Ne jugez pas .

Il primo titolo (e uno dei pochi poi pubblicati) fu il suo Le Cas Redureau (17).

Il destino penale del giovane assassino Marcel Redureau (aveva quindici anni soltanto) che il 30 settembre 1913 aveva sgozzato la famiglia Mabit (presso cui lavorava) e la loro cameriera Marie Dugast colpì molto Gide che era presente al processo.

Nel caso Redureau non è la presupposizione d’innocenza a inquietare Gide (il ragazzo è sicuramente colpevole) ma il perché del delitto e le modalità di modularne il giudizio finale. Se egli è incapace di intendere e volere va assolto e mandato in un manicomio giudiziario, se non lo è va ghigliottinato – in Francia non esiste una terza soluzione che, invece, andrebbe applicata in questo caso.

Come scrive lo stesso Gide nella sua Prefazione al volumetto:

 

«La collana, di cui presentiamo qui il primo volume, non è affatto una raccolta di Cause celebri. Non ci interessano i “bei delitti”, ma piuttosto i “casi”, non necessariamente criminali, i cui moventi restano misteriosi, casi che sfuggono alle regole della psicologia tradizionale e sconcertano la giustizia umana che, quando cerca di applicare la sua logica Is fecit cui prodest, rischia di lasciarsi trascinare negli errori più clamorosi» (18).

 

 

In anni più recenti e precisamente nel 1954, lo scrittore provenzale Jean Giono, autore di splendidi romanzi come L’ussaro sul tetto o L’uomo che piantava gli alberi assiste, in compagnia del drammaturgo Armand Salacrou, al processo per omicidio intentato contro Gaston Dominici, il contadino suo conterraneo, accusato di aver massacrato con ferocia inaudita una famiglia inglese (Sir Jack Drummond, sua moglie Ann e sua figlia Elizabeth) [19].

Nonostante le opinioni opposte dei due letterati ed anche se il convincimento della sua innocenza presso l’opinione pubblica è piuttosto forte, Dominici è condannato a morte, poi all’ergastolo, infine graziato nel 1960 per la sua ormai veneranda età di ottant’anni).

La verità sul caso Dominici non verrà mai accertata del tutto ed è a tutt’oggi un mistero che solo gli archivi del Servizio segreto francese potrebbero un giorno rivelare. 

Del caso Dominici resterà nella storia della cultura francese l’impressione ricevuta da Roland Barthes alla vista delle foto del suo processo, una sensazione che si trasformerà sulla pagina in uno squarcio rivelatore di straordinaria lucidità:

 

«[…] qualunque sia il grado di colpevolezza dell’accusato, c’è stato anche lo spettacolo di un terrore da cui tutti siamo minacciati, quello di essere giudicati da un potere che vuol solo sentire il linguaggio che ci presta. Siamo tutti dei Dominici in potenza, non assassini, ma accusati privati del linguaggio, o peggio camuffati, umiliati, condannati sotto quello dei nostri accusatori. Rubare il linguaggio a un uomo proprio in nome del linguaggio, tutti gli assassinî legali cominciano di qui» (20).

 

 

I casi analizzati da Gide o da Giono erano comunque realmente avvenuti e la loro ricostruzione nasceva da un impegno nel presente a favore di quella che si riteneva fosse la verità.

Nel caso dell'”errore giudiziario”, tuttavia, la letteratura è sempre stata più precisa, più potente e più

evocativa della cronaca (per quanto di altissimo profilo).

L’apoteosi e la descrizione più precisa dell’orrore legato all’errore giudiziario e della sua drammaticità esistenziale arriva, infatti, proprio in letteratura negli anni Venti con quello che probabilmente è il capolavoro del genere: Il caso Maurizius di Jakob Wassermann (1928).

In questo romanzo (che forse oggi sembrerà ai lettori piuttosto farraginoso nella sua estremizzazione di certe situazioni morali) l’errore giudiziario conosce la sua sistemazione esistenziale più compiuta, la sua forma più aperta e contemporaneamente più tragica.

Non era la prima volta che Jakob Wassermann effettuava delle acute esplorazioni nel campo della dinamica della giustizia in rapporto alla coscienza umana.

In Kaspar Hauser (un suo precedente romanzo del 1908, che costituì, allora, la sua consacrazione letteraria), uno dei protagonisti della vicenda dello sfortunato trovatello di Norimberga, il presidente del Tribunale Anselm von Feuerbach (figura realmente esistita, giurista insigne e poi padre del certamente più noto Ludwig) sostiene:

 

«Fin dalla prima giovinezza mi sono dedicato agli studi giuridici. Ho disprezzato la lettera per nobilitare lo spirito. L’uomo era più importante, per me, dei paragrafi. Il mio sforzo era diretto a scoprire la regola che divide l’impulso dalla responsabilità. Ho studiato il vizio come il botanico studia la pianta, vedevo nel delinquente un soggetto da curare, nel suo animo malato soppesavo quanta parte della colpa ricadeva sul traviamento dello stato e della società. Mi approfondii nelle dottrine dei maestri del diritto e dei grandi apostoli dell’umanità, volevo strappare la nostra era alla barbarie sopravvivente e tracciare i sentieri pel futuro. Superfluo affermarlo a parole, ne fanno testimonianza i miei scritti, i miei libri, i miei condoni, tutto il mio passato, ch’è un’unica catena di giornate laboriose e di nottate insonni» (21).

 

 

Il destino di Anselm von Feuerbach è lo stesso del giudice Wolf von Andergast, il personaggio più dilacerato de Il caso Maurizius. La ricerca della verità da parte del sedicenne Etzel, il figlio inquieto e sensibile del giudice, che è venuto a conoscenza del ruolo svolto dal padre in un processo di circa sedici anni prima è l’occasione di un dibattito sul ruolo della giustizia, delle regole relative alla sua amministrazione e della sua verità. Leonard Maurizius, giovane intelligente e brillante ma con scarsa capacità di imporsi e poco spirito di volontà, era il marito di Elli, una donna di diciotto anni più vecchia di lui. Fatalmente si era innamorato di Anna, la sorella più giovane della donna, che era corteggiata contemporaneamente anche da un altro uomo, Waremme, di diabolica astuzia. Una sera, nel momento in cui Maurizius  ritorna da un viaggio, sua moglie (che gli stava andando incontro in compagnia di Anna e Waremme) viene uccisa con un colpo di rivoltella e del delitto, anche  sulla base delle testimonianze dei presenti, viene accusato il giovane marito. Nonostante le sue proteste di innocenza, al processo la requisitoria di von Andergast è così convincente che Maurizius viene condannato all’ergastolo. Etzel, appresa la storia dal vecchio padre del condannato, fugge di casa, va a Berlino e costringe con l’astuzia Waremme a confessare che la vera colpevole dell’omicidio era stata proprio Anna. La fuga del figlio (la persona a lui più vicina visto che ha divorziato dalla moglie) porta von Andergast ad un ripensamento: va a trovare Maurizius e si convince della sua innocenza. Per questo motivo, chiede la grazia per lui, ottenendola. Maurizius esce di carcere ma non regge al trauma del rientro nella società: prende un treno e si suicida gettandosi nel vuoto dall’alto di un ponte ferroviario. Etzel si ribella a questa conclusione e chiede al padre di riabilitare completamente l’innocente da lui fatto condannare. Ma questo risulterebbe giuridicamente impossibile: le prove sono scarse e la faccenda rischia di suscitare uno scandalo nella comunità dei giuristi. Etzel si sente annientare e ha una crisi di furore: spacca tutti i vetri su cui può mettere le mani, poi si calma e chiede di vedere la madre (nello stesso tempo, il padre, travolto dall’emozione, si accascia su una sedia da cui si alzerà soltanto per raggiungere una casa di cura in compagnia di un medico) [22].

Nonostante certi suoi limiti letterari (un eccessivo psicologismo di marca dostoevskijana, la lentezza nello sviluppo dell’azione, la luciferinità di maniera del diabolico Waremme, la meccanicità di certi caratteri intermedi), Il caso Maurizius pone un problema di non facile risoluzione.

Come amministrare la giustizia senza venir meno alla propria umanità? Come raggiungere la verità e nel contempo rispettare le regole dell’amministrazione della giustizia?

Andergast è rigido e convinto dell’assoluta inappellabilità della legge (in ciò fratello letterario del Riches di Sciascia):

 

« Era molto male quando un caso giuridico diventava oggetto di discussione pubblica. Nefasto confondere giustizia e sentimento; e voleva dire: dare l’assoluto in balia dell’approssimativo. La giustizia era un’idea, non già una faccenda sentimentale; la legge, non una convenzione ad libitum fra due partiti, ma norma eterna e sacra, vera, inattaccabile e valida da quando esistono giudici che condannano colpevoli e testi giuridici che classificano i delitti secondo paragrafi» (23).

 

 

Di fronte all’insistenza del figlio riguardo l’innocenza di Maurizius, il giudice inflessibile è costretto a rivedere le proprie posizioni sulla giustizia.

 

«E’ nell’ordine fatale delle cose che il malfattore giudicato circa sedici anni prima, il cui nome è già caduto in oblio, diventi un accusatore, perché meandri obliati balzano alla luce del giorno, s’impongono all’attenzione. Circostanze che, se fossero state prese in considerazione allora, avrebbero fatto di un caso giuridico un problema umano. Ma che cosa si può fare di un problema umano? Stato e legge non procurano i mezzi per considerarlo» (24).

 

 

 E’ proprio nel comune destino di accusatore e accusato, giudice e condannato, vittima e carnefice che la drammaticità e l’insopportabilità dell’errore giudiziario si rivela.

L’angoscia del rimorso accomuna e assomma chi giudica e chi è giudicato ed è in esso che risiede il mistero rivelato (e l’orrore) del processo penale.

 

 

 

NOTE

 

 

 

(1) Lo suggerisce Leonardo Sciascia in uno dei suoi saggi più simpatetici e ricchi di pathos per il presente, quello dedicato alla ricostruzione delle vicende che culminarono nell’episodio del processo agli “untori” Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora e della cosiddetta Colonna Infame (e che costituisce la sua postfazione all’edizione della Storia della Colonna Infame di Alessandro Manzoni pubblicata nel 1981 dall’editore palermitano Sellerio su suo stesso suggerimento). Dopo aver analizzato l’opera del Manzoni e averne difeso il metodo e l’obiettività storica, Sciascia conclude: «E per finire nella più bruciante attualità – di fronte alle leggi sul terrorismo e alla semi-impunità che promettono ai terroristi impropriamente detti pentiti – si rileggano, del terzo capitolo, le considerazioni che il Manzoni muove riguardo alla promessa di impunità al Piazza: “Ma la passione è pur troppo abile e coraggiosa a trovar nuove strade, per scansar quella del diritto, quand’è lunga e incerta. Avevan cominciato con la tortura dello spasimo, ricominciarono con una tortura d’un altro genere…”; ed era quella dell’impunità promessa, che più della tortura poté convincere il Piazza ad accusare falsamente, ad associare altri, come lui innocenti, al suo atroce destino» (Leonardo Sciascia, “Storia della Colonna Infame”, dapprima ristampata in Cruciverba, Torino, Einaudi, 1983, poi in Opere 1971-1983, a cura di Claude Ambroise, Milano, Bompiani, 1989, p. 1079). Sciascia qui si riferisce alla legislazione sui “pentiti”, frutto disperato e assurdo della stagione politica italiana che fece seguito al sequestro di Aldo Moro nella “prigione del popolo” delle Brigate Rosse ma, mutatis mutandis, la situazione odierna non sembra essere poi cambiata di molto… Al posto delle Brigate Rosse la mafia e i suoi “pentiti”, al posto della mafia Tangentopoli e i suoi corrotti politici inquisiti, in un crescendo che, a un certo punto, è sembrato non avere più fine.

 

(2) Leonardo Sciascia, Il contesto. Una parodia, in Opere 1971-1983, a cura di Claude Ambroise cit., p. .70. Il romanzo fu pubblicato per la prima volta nel 1971. La sua uscita suscitò una serie di polemiche durissime e ben più animate del solito per via della ipotesi in esso prospettata di collegamento tra forze di collocazione opposta (nel romanzo, il connubio tra partito di governo e Partito Rivoluzionario Istituzionale) più che per le sue critiche, serrate e senza appello, all’amministrazione della giustizia. Eppure voleva essere proprio quello il punctum dolens dell’argomentazione sciasciana: e non fu capito. Altrimenti non si spiegherebbe l’attacco piuttosto ingiusto (e ingiustificato) da parte di burocrati legati al PCI come Napoleone Colajanni e intellettuali di partito (ma solitamente autonomi e intelligenti) come il compianto Mario Spinella il quale, dopo aver definito la battaglia di Sciascia come un attacco contro i residui feudali presenti nel contesto siciliano, nega che lo scrittore di Racalmuto  si sia mai “apertamente schierato nel campo della “rivoluzione”, intendendo per rivoluzione la prospettiva socialista” (in “Rinascita” del  21 gennaio del 1972). La questione in oggetto non era indubbiamente questa (o almeno non si è più rivelata tale in seguito): Sciascia intendeva, invece, discutere in quel libro i problemi della giustizia come forma del vivere civile consorziato che sfugge sempre alla verità e diventa strumento di lotta tra fazioni e partiti. Per lo Sciascia de Il contesto, insomma, la giustizia fallisce quasi sempre il suo compito perché non può avvenire diversamente anche se bisogna continuare ostinatamente a perseguirla. Se per Freud i tre compiti “impossibili” erano “governare, educare e curare”, per Sciascia lo è il giudicare in maniera assoluta. Riprendendo il noto motto di Lord Acton sul potere assoluto, per Sciascia ” il potere di giudizio assoluto assolutamente corrompe”. E’ il caso di Riches ne Il contesto; lo sarà nel caso del giudice istruttore (idiota, ignorante e meschino) di Una storia semplice del 1989.

 

(3) Il Trattato della tolleranza di Voltaire è del 1763. Lo scritto polemico del grande illuminista era il frutto diretto della sciagurata vicenda di Jean Calas, negoziante in tessuti di religione calvinista, che era stato sottoposto vivo al supplizio della ruota, strangolato e poi bruciato il 9 marzo 1762 a Toulouse. L’accusa (che sarebbe stata mostruosa se fosse stata vera) era quella di aver impiccato il proprio figlio Marc-Antoine il quale aveva espresso la propria intenzione di convertirsi al cattolicesimo. La morte di Calas scatena lo sdegno di Voltaire raggiunto in Svizzera, a Fernet dove vive, dall’appello di Donat  Calas, uno dei figli dello sciagurato ugonotto. La campagna di stampa e d’opinione diretta e orchestrata da Voltaire che culmina con la redazione del Trattato terminerà solo nel 1764 con la completa riabilitazione della vittima dell’odiosa persecuzione. Nello stesso periodo di tempo, Voltaire era intervenuto nell’affaire Sirven, l’archivista-notaio di religione protestante che nel 1762 era stato accusato di aver ucciso la propria figlia Elizabeth per impedirle di convertirsi al cattolicesimo. In realtà, la giovane donna era malata di mente e, in una delle sue frequenti fughe, era stata ospitata dalle Dame Nere, una confraternita di religiose che si dedicavano per l’appunto all’accoglienza di giovane donne protestanti desiderose di convertirsi. Nel convento delle Dame Nere, Elizabeth si era trovata assai male e una sua crisi di demenza aveva convinto il vescovado di  Castres a restituirla alla famiglia. Sirven, esasperato, accuserà le Dame Nere di aver portato la figlia sull’orlo della follia totale ed esse, a loro volta, gli ritorceranno contro l’accusa di maltrattamenti: il padre avrebbe trattato la figlia così male da farla impazzire totalmente.  Il 3 gennaio 1762 la sciagurata Elizabeth sarà trovata morta in un burrone e della sua fine prematura sarà accusato il padre e la famiglia Sirven tutta. Sfuggiti alla cattura, padre, madre e figli vengono condannati in contumacia (il padre alla ruota, la madre all’impiccagione, i figli all’esilio perpetuo). Voltaire, messo a conoscenza dell’affaire da parte degli stessi Sirven, rifugiatisi a Lausanne, interverrà a più riprese per ottenere la cassazione della condanna, ma invano. Finalmente nel 1769, Sirven chiederà la riapertura del processo e si consegnerà coraggiosamente alla giustizia. Nel 1771 sarà pienamente riabilitato. Nel 1766, infine, sempre desideroso di riuscire a écraser l’Infame, Voltaire scriverà un pamphlet sugli stessi argomenti dedicato alla ricostruzione del caso del Cavaliere de La Barre e la invierà a Cesare Beccaria sotto forma di lettera. Una lettera aperta, si direbbe oggi. Jean François Lefebvre, cavaliere de La Barre, era stato condannato a morte per aver mutilato sacrilegamente un crocefisso ligneo ubicato sul Pont Neuf di Abbeville, una cittadina della Piccardia. L’accusa non era stata suffragata da prove adeguate, ma de La Barre gode di cattiva fama come libertino, ateo e soprattutto per non essersi scop

erto il capo al passaggio del Santissimo Sacramento durante la processione del Corpus Domini. Il tribunale lo condanna a morte per bestemmia e sacrilegio e la condanna viene eseguita il 1 luglio 1766. L’intervento di Voltaire sarà impetuoso (una delle prove a carico dell’imputato era il suo possesso del Dizionario filosofico) ma tuttavia avverrà invano. Al saggio di Ferney non resterà che comunicare il proprio sdegno: a tutta l’Europa colta e illuminata. Scrive a questo proposito Tomaso Cavallo a conclusione della sua bella e documentata Introduzione all’edizione e traduzione di questo testo volterriano da lui recentemente curate (Il caso de La Barre. Lettera a Cesare Beccaria, Pisa, ETS, 2000): «Come per il caso Calas, per il caso Sirven, anche per il caso de La Barre Voltaire non avrebbe tradito questo appello. Se travolto dallo sdegno e dal disgusto per un momento Voltaire si dice “tentato di andar[s]ene a morire in una terra straniera in cui gli uomini siano meno ingiusti”, aggiungendo di tacere perché aveva anche troppo da dire, ben presto la sua voce, le sue grida contro i ‘busiridi togati’ tornano a levarsi alte, nella convinzione che “le grida non sono inutili: intimoriscono le bestie carnivore, almeno per qualche tempo”» (p. 22). 

 

(4) Anatole France è stato sicuramente uno degli autori più significativi dell’Ottocento europeo (ed è oggi, a mio avviso, deplorevolmente dimenticato dai lettori, indagato soltanto dagli studiosi di letteratura francese o strumentalizzato da generosi “dilettanti” in vena di conferme sulle loro teorie riguardo il presente – cfr., per una rapida verifica, proprio la nuova edizione del racconto Crainquebille, a cura e con traduzione del giudice Carlo Nordio, per i tipi di Liberilibri nel 2002). L’intervento di france nell’affaire Dreyfus fu immediato a favore dell’innocenza del capitano accusato e la sua firma tra le più presenti nel dibattito dell’epoca. Anche se, a mio avviso, il suo contributo migliore in quel dibattito fu la stesura della storia dell’infelice destino del modesto ambulante Crainquebille

 

(5) Anatole France, Crainquebille, trad. it. di Renato Colantuoni, in I capolavori di Anatole France, Milano, Mursia, 1970, p. 499.

 

(6) Anatole France, Crainquebille in I capolavori di Anatole France cit. , p. 504.

 

(7) Su tutta questa vicenda, cfr. il bel libro di Victor Brombert, L’eroe intellettuale, Napoli, ESI, 1966. Un libro che meriterebbe certamente una ristampa.

 

(8) Anatole France, Crainquebille in I capolavori di Anatole France cit. , p. 509.

 

(9) Anatole France, Crainquebille in I capolavori di Anatole France cit. , p. 512.

 

(10) Cfr. al proposito l’unico testo di Bernard Lazare ad essere stato finora tradotto in italiano, L’affaire Dreyfus. Un errore giudiziario, trad. it. di Paolo Fontana, Faenza, MobyDick, 2001. In esso Lazare è esplicito nel denunciare le connivenza tra vertici politici e militari dello Stato francese: “Si è lasciato che questa cosa abominevole passasse senza dire nulla, senza accorgersi che in questo modo si permetteva ai giudici futuri di fare appello a quella sentenza per ripeterla: Non si è capito che attentando ai diritti di uno solo si attentava ai diritti di tutti e che d’ora in avanti ogni governo, per ottenere la condanna di quelli che avrebbe voluto eliminare dalla vita pubblica, poteva permettersi di far pressione con tutti i mezzi sulla mente, sulla decisione e sulla sentenza di un tribunale? Una volta, si accettava che pretese ragioni di Stato potessero essere superiori ai diritti dell’individuo, alla stessa giustizia, e la finzione della salvezza di tutti serviva a nascondere gli abusi del potere come l’ignominia dei giudici. E’ ora possibile affermare che si è lasciato fare la stessa cosa a coloro che dirigono la Repubblica. Tuttavia qui si trattava di garanzie dovute alla libertà di ciascuno e non soltanto del capitano Dreyfus; ma la forza del pregiudizio era così grande e così forte la paura di apparire amico degli ebrei, che nessuno ha osato essere amico della verità e della giustizia” (pp. 63-64).

 

(11) Si può credere a un testimone?La testimonianza e le trappole della memoria è l’angoscioso (e poco rassicurante) titolo di un interessante e qualificato libro di riflessione sull’argomento scritto da Giuliana Mazzoni (Bologna, Il Mulino, 2003). La risposta è, quasi ovviamente, negativa.

 

(12) Ne esiste una traduzione italiana del 1950 presso Chiantore di Torino e una più recente pubblicata a Milano da Mursia nel 1978. Da notare (senza stupore!) che il titolo della prima edizione italiana del romanzo di Verne, quella di Chiantore cioè, era Un errore giudiziario.

 

(13) Come si può vedere a Jules Verne i viaggi straordinari non piacevano soltanto se si svolgevano sul mare o nello spazio profondo. Le terre di confine tra Asia e Impero zarista erano, infatti, tra le sue preferite come dimostra anche l’ambientazione russo-siberiana di uno dei suoi romanzi più noti,  Michel Strogoff  che è del 1876. .

 

(14) Verne fu un accanito sostenitore della non colpevolezza di Dreyfus a tal punto che un antidreyfusard particolarmente deciso e fanatico gli sparò nel 1900 mentre lo scrittore sostava sulla soglia di casa centrandone fortunatamente soltanto il tallone del piede destro. Ma Verne non fu probabilmente il solo scrittore ad essere vittima dei furori suscitati dall’affaire: è probabile anche se non dimostrato che anche la morte di Zola per avvelenamento da ossido di carbonio non sia frutto di errore o volontà suicida (come fu scritto) ma di una deliberata mano omicida.

 

(15) Cfr. André Gide, Ricordi della Corte d’Assise, trad. it. di Giancarlo Vigorelli, Palermo, Sellerio, 1982 (poi, in un’altra collana editoriale, 1994). Con la stesso titolo il libro era già stato pubblicato da Longanesi intorno al 1970. 

 

(16) Tale consapevolezza gli veniva forse da una celebre frase di Tolstoj contenuta in Guerra e pace: “Dove c’è una sentenza, c’è un’ingiustizia, sussurrò il piccolo uomo”. Se non Gide certamente questa frase deve aver colpito Leonardo Sciascia: il contenuto narrativo di Porte aperte (un suo romanzo del 1987) e il personaggio del Piccolo Giudice (il piccolo uomo) vengono da lì. E d’altronde Tolstoj era stato egli stesso autore di un romanzo, Resurrezione (1899), che trovava il suo punto di partenza proprio in un processo in cui il protagonista (Dmitrij Ivanovic Nechljudov) si trova a giudicare una ragazza (Katjuscia Maslova) che in gioventù egli stesso aveva sedotto costringendola in questo modo a iniziare una vita di prostituzione e di miseria.

 

(17) André Gide, Il caso Redureau, con un’Introduzione di Maurice Nadeau, trad. it. di Chiara Restivo, Palermo, Sellerio, 1978 (poi, in un’altra collana, 1994). La pubblicazione di questo volumetto (come pure quella dei precedenti Ricordi della Corte d’Assise) furono propiziati da Leonardo Sciascia che li accolse nella sua collana editoriale “La Civiltà perfezionata”.

 

(18) André Gide, Il caso Redureau cit., p. 27.

 

(19) Le note prese da Giono durante il processo a Dominici diventeranno l’anno dopo un libro per Gallimard. L’edizione italiana del testo è, però, molto più recente ed è il frutto del revival dell’opera di Giono in Italia (L’affare Dominici, trad. it. e cura di Ispano Roventi – che firma anche una bella e documentata Introduzione al libro dal titolo “Il caso” -, Palermo, Sellerio, 2002). Sul delitto e sul processo Dominici, Orson Welles girò nel 1955 un documentario (The Dominici  Affair) che ebbe però poca fortuna di pubblico. Miglior esito ebbe nel 1973 il film L’Affaire Dominaci di Claude Bernard-Aubert anche per merito dell’interpretazione di Jean Gabin nel ruolo del vecchio contadino provenzale (il film fu quasi un passaggio di testimone: in esso recitava un giovane Gérard Depardieu praticamente al suo primo ruolo di una certa importanza).

 

(20) Roland Barthes, Miti d’oggi [1957], trad. it. di Lia Lonzi, Torino, Einaudi, 1974, p. 44.

 

(21) Jakob Wassermann, Caspar Hauser ovvero L’ignavia del cuore, trad. it. di Lydia Magliano, Milano, Rizzoli, 1961, p. 193.

 

(22) Wassermann scriverà altri due romanzi con protagonista Etzel (Etzel Andergast e La seconda vita del dottor Kerkhoven), che non avranno, tuttavia, il successo de Il caso Maurizius e non tratteranno di errori giudiziari. La richiesta della grazia per Maurizius ricorda l’analoga situazione verificatasi per Dreyfus che accettò di essere graziato piuttosto che tornare all’Isola del Diavolo dove era stato detenuto fino alla riapertura del processo. In quell’occasione il tenente colonnello Picquart, strenuo sostenitore della sua innocenza, chiederà a Dreyfus di rinunciare alla grazia in nome della verità e della giustizia (ma ovviamente il capitano rifiuterà in nome del buon senso e delle sue gravi condizioni di salute).

 

(23) Jakob Wassermann, Il caso Maurizius, trad. it. di Alessandra Scalero, Milano, Dall’Oglio, 1971, p. 33.

 

(24) Jakob Wassermann, Il caso Maurizius cit., p. 542.

 

 [Massimo Sestili, L’errore giudiziario. L’affaire Dreyfus, Zola e la stampa italiana. Con una nuova traduzione del J’accuse, postfazione di Giuseppe Panella, Collana “I Saggi Mobydick”, 22 Faenza, Moby Dick, 2004 ]

 

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