“La frontiera scomparsa” di Luis Sepúlveda

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Recensione/schizzo

E’ un libro dolcemente ironico. Loùis Sepulveda racconta alcuni frammenti della vita del protagonista/alter ego, dal Cile all’esilio. Il libro inizia col ricordo del nonno anarchico che costringeva il nipote, protagonista del libro, a bere bibite e a mangiare molti ghiaccioli, così appena il bisogno di urinare arrivava, il nonno lo incitava a “farla” sui portoni di qualche chiesa. Quest’uomo è il punto di partenza e di arrivo nella vita del protagonista, il quale intraprende un lungo viaggio: dall’esperienza della prigionia e della tortura in Cile – racconti che sfiorano la dolorosa tonalità  del grottesco –  al lavoro in un campo a Cuba, dal tentativo di passare il confine tra Quiaca (Argentina) e Villazòn (Bolivia) all’arrivo a Puerto Bolìvar vicino Machala, a sud di Guayaquil, dove fa il professore in una università; fino al penultimo episodio dove il protagonista è “assoldato” dalla proprietaria de La Conquistad per scrivere un memoriale. Libro leggero e affilato.

f.s.

[Luis Sepúlveda, La frontiera scomparsa, Guanda, 1996, pp.128, € 11,00]
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