“Acasadidio” di Giorgio Morale. Recensione di Francesco Sasso

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di Francesco Sasso

 

Vale la pena, innanzi tutto, di fermarsi su Giorgio Morale, scrittore siciliano, ma che da anni lavora e vive a Milano, schivo, profondamente classico per sensibilità e per intelletto, che sa tenere in prodigioso equilibrio gusto e partecipazione civile, senso del concreto e rigore poetico. Ha esordito tardi nella narrativa, nel 2005 con Paulu Piulu (Manni), romanzo in cui, tra i ricordi idealizzati di giorni felici, egli evoca un irraggiungibile mondo di pura bellezza, invoca l’unica speranza: l’infanzia dell’uomo. Di tutt’altra specie è il nuovo romanzo Acasadidio (Manni), da pochi giorni in libreria.

 

Acasadidio è una sorta di romanzo intimo e di denuncia. Ambientato nella Milano di questi anni, racconta due storie intrecciate fra loro: la vita occultata di un importante Centro di volontariato che fa soldi con il dolore degli immigrati, trovando loro lavori impossibili, e dirottando in altri lidi i finanziamenti pubblici; e la vita privata di una donna trentaquattrenne che scopre d’essere incinta e decide di portare avanti la gravidanza nonostante l’amante l’abbia abbandonata.

 

Iniziamo con una domanda: perché Acasadidio?

 

“Una volta squilla il telefono e Teresa risponde. Una persona chiede l’indirizzo del Centro. Teresa dà le indicazioni e la voce attraverso il filo commenta:

«Che lontano!»

«Sì, siamo a casa di Dio» è la conferma.

Quando mette giù Teresa vede Martina sorridere.

«Involontariamente hai detto una grande verità. Siamo proprio a casa di Dio.»

Infatti dappertutto crocifissi ai muri, madonne, frasi del vangelo e di madre Teresa di Calcutta incorniciate. Perché chi arrivi capti all’istante che aria tira, pensa Teresa. Aria cattolica: un po’ di gioia, un po’ di penitenza.” (pag.17)

 

La materia su cui si esercitano felicemente gli estri caricaturali e satirici del linguaggio di Morale è quella sociale: una Milano squallida e viziosa che smentisce la retorica della  «Milano da bere». Al vertice della storia, un losco personaggio: il Presidente, anima avida di denaro e potere, cattolico per opportunità, impantanato con la politica regionale lombarda.

 

“Per il lavoro usano la stessa logica. Indirizzano i poveretti da famiglie facoltose del loro partito o da aziende della Bassa della loro congrega – per essere più forti si sono messi in una Compagnia che ha sbaragliato la concorrenza. Così riforniscono i loro amici di manodopera a basso costo e per di più sono pagati dallo Stato perché trovano lavoro. Come se non bastasse, hanno il riconoscimento morale perché fanno del bene e li premiano con l’Ambrogino d’oro.

 

Anche la Regione. Pubblicizza bandi e appalti tardi perché un comune mortale possa fruirne, e prima della scadenza convoca le associazioni amiche per decidere le parti.

«Ci chiameranno quando è ora» il Presidente dice a Teresa. «Non stare a chiedere a destra e a manca»” (pag. 42-43)

 

Il Presidente non ha nome proprio, “Dirige quattro associazioni no profit, cooperative, una finanziaria […] «Solo io posso fare questo» dice.” (pag. 47). Inoltre, “Per lui la legalità non esiste, è un trucco dello stato per imbrigliare l’individuo – salvo che lui invoca l’individualità solo per sé. Ha elaborato una teoria, ha creato – come si dice? – un apologo.” (pag. 69)

 

Intorno a questa figura ruotano, come innocui satelliti, i suoi dipendenti. Fra di loro emergono le figure di Martina, la vicepresidente, “seria, dura, esecutiva”, cattolica bigotta, che “ha la fama di essere l’anima del Centro” ed è l’unica che può tener testa al Presidente; poi c’è la segretaria Teresa, a mio vedere ‘il grillo parlante’ del romanzo, colei che non si piega facilmente alla logica del Centro, ossia alla logica profittatrice del Presidente. Tuttavia, i personaggi messi in scena da Morale sono tanti, difficile qui restituire ogni fisionomia e ogni storia. Desidero comunque far notare che sono i personaggi, con la loro vita e i loro dilemmi, a condannare il “sistema”, non lo scrittore. Il “sentire” dei personaggi di Acasadidio è fatto di sensazioni epidermiche, è un tutt’uno col loro essere ed esprimersi, un modo di rappresentare: è vissuto.

 

In un’orbita allargata, invece, Morale descrive il mondo degli immigrati, risultato molteplice di storie di dolore, di sopraffazione, di umiliazione e violenza. Storie di donne condotte in Italia con l’inganno e costrette con la violenza a prostituirsi. Storie di immigrati assassinati e senza nome. Storie di ‘ordinaria’ delinquenza. Anche qui, si potrebbe fare degli esempi concreti che rimando solo per economia della pagina. Lascio che il lettore scopra da sé la profondità e la ricchezza descrittiva dell’opera che restituisce intera l’esperienza degli uomini che emigrano.

 

A far da contrappeso narrativo alle vicende del Centro – e quindi della storia, tourt court, d’Italia –   c’è la storia di una donna e dei suoi rapporti affettivi: la famiglia, l’amore, l’amicizia. L’autore procede per flashes, giustapponendo quadretti personali della protagonista a quelli del Centro, facce della stessa medaglia, si scoprirà dopo. Ma mi fermo, necessariamente, non desidero rovinare il piacere della lettura e della scoperta.

 

Di questo romanzo mi colpisce, inoltre, il lucido vigore con cui Morale rappresenta la crisi della società milanese, precipitata nell’inerzia e nella violenza. Ecco, nell’opera, i personaggi emblematici di quel mondo al tracollo: politici pseudo-cattolici e cinici, italiani indifferenti e sfibrati, immigrati criminali od oppressi, impiegati fannulloni.

 

Ad ogni modo, la descrizione psicologica dei personaggi è descrizione di sfumature diverse di una stessa Weltanschauung, di una concezione del mondo affaristica, di falsa coscienza o di falsa visione organica della realtà.

 

Il coraggio con cui lo scrittore siciliano ha denunciato, attraverso questo spaccato sociale – il Centro di volontari ‘del profitto’- le deficienze morali della classe politica milanese (e nazionale) di questi ultimi anni, è il primo titolo di merito del libro.

 

Gli altri titoli sono di natura specificamente artistica: sono la limpidezza e l’asciuttezza del linguaggio, l’ironia, il perfetto equilibrio fra personaggi e ambientazione, l’aver trattato una materia così difficile con la lama leggera del fioretto. Ma lascio ad altra sede l’analisi strettamente letteraria.

 

E’ chiaro che ogni tentativo di interpretazione critica di Acasadidio è riduttivo, poiché l’opera d’arte è un movimento verso l’ignoto, che è insieme quello della creazione e quello per cui esso si manifesta a ogni lettore. Quindi, il mio è un invito: leggete Acasadidio, soprattutto ora che viviamo un momento storico assai difficile.

 

 f.s

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Giorgio Morale è nato ad Avola (Siracusa) nel 1954. Dal 1972 vive a Milano dove si è laureato in Filosofia e ha lavorato nel giornalismo e nella promozione culturale. Insegna Lettere negli istituti di istruzione secondaria superiore. Ha esordito nella narrativa nel 2005 con Paulu Piulu (Manni). Scrive su “Bottega di Lettura”. Fa parte del comitato di lettura della casa editrice on line vibrisselibri. È redattore del litblog La poesia e lo spirito.

 

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[Giorgio Morale, Acasadidio, Manni editori, 2008, pp.136, € 14,00]
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