Divisioni spostate e allegoria “riflettente” (Parte II) di Antonino Contiliano

[Pubblichiamo la seconda parte di Divisioni spostate e allegoria “riflettente”, capitolo di un libro in fieri di Antonino Contiliano. [QUI] la prima parte del capitolo. f.s.]

di  Antonino Contiliano

 

Divisioni spostate e allegoria “riflettente”. Parte II

La razionalità tecno-scientifica occidentale, dice Latouche, soprattutto la scienza economica, che ha voluto dimostrare “la verità del liberalismo”, ha perso il suo contatto con la realtà diventando solo calcolo razionalizzato; identificando razionalità e calcolo razionalizzato, la ragione scientifica occidentale ha eluso e escluso la potenza critica del dire-altrimenti dell’allegoria “riflettente”. La sua razionalizzazione, promettente universale e libera socializzazione, si è dunque svuotata di ogni sostanza. “Essa si è trasformata in qualcosa di totalmente astratto e inafferrabile, ma lo spirito di geometria che ha occupato il posto vuoto la oppone vieppiù al ragionevole”(37); ha perso la razionalistica oggettività che prospettava il futuro come il progetto di una buona società del vivere e fare, insieme, il bene. Ma se questo è vero, è anche vero il fatto che il suo stesso razionalismo calcolistico, progressista e sviluppista, si infiltrava nelle coscienze con la seduzione e la persuasione dei grandi “racconti”, e non senza arte retorica. Il che, come ricorda Jean-François Lyotard, comportava far credere che nella modernità, e nella riedizione della modernizzazione post-moderna, fosse possibile ancora il “racconto” di un’altra epopea.

 

“A parte gli scientisti, coloro cioè che contro ogni evidenza credono nell’immanenza del discorso scientifico o nell’immanenza di un metadiscorso garante ultimo della scientificità (logica matematica o epistemologia), gli scienziati, compresi gli esperti nelle scienze naturali, riconoscono che il discorso scientifico si basa su un insieme di “valori”e di “postulati”. Questi devono ottenere l’adesione almeno dei loro pari, se non del grande pubblico. La formulazione stessa di tale dispositivo, indissociabile dal procedimento scientifico, può essere attuata soltanto ricorrendo al linguaggio volgare, caratterizzato da una ineluttabile polisemia e da una insopportabile ambiguità. Convincere e sedurre – in questo consiste l’essenza stessa della retorica – diventano dunque parte integrante del lavoro dello scienziato se non del lavoro scientifico”. (38)

 

Ora, migrando l’analogia nell’altro versante, l’empiricità falsificante o validante è la pratica dei bisogni e delle possibilità propri di ogni soggettività sociale elusa, esclusa o eliminata, singolarità mortificate e sacrificate nelle primarietà fondamentali – dall’ambiente come bene comune e conditio sine qua non alla qualità della stessa vita e libertà di tutti, personale e sociale – che fa da termometro e giudizio. Ed è qui, secondo noi, il fondamento oggettivo pratico e “commune” del giudizio est-etico-politico “riflettente” che fornisce alla poesia engagée la pista del suo decollo per avant-garde impegnata e legittimamente armata delle armi della critica e dell’antagonismo parodico e politico. Non solo teoretico ed estetico separato, dunque.

Oggi, la “massa critica” ha raggiunto il suo punto di esplosione ed è al di fuori di qualsiasi compatibilità e complicità bipartisan di tener divise ancora teoria e prassi e rimandare le promesse dell’utopia a un tempo mai concreto. Il tempo peraltro non ha nessuna fermata!

Il materialismo storico non separa i due versanti delle immagini e dei concetti, dei linguaggi e del reale, delle regole e della fenomenologia. Li dialettizza. Li articola in termini di rottura del principio d’ordine della/e simmetria/e conservativa/e; o, per richiamare Walter Benjamin, li articola nel taglio del continuum storico. Il tempo e la materia che li struttura, infatti, non hanno garanzia e verificabilità d’ordine immutabile. Il moto (divenire) che li attraversa e li forma è un non lineare storico che cambia forma per il diverso disporsi delle relazioni materiali e del rapportarsi dei fenomeni con i concetti e le regole maturate al momento; e le configurazioni sono piuttosto delle costellazioni di schemi e azioni permanentemente rivoluzionate e rivoluzionanti, che non punti d’appoggio per conservazioni e restaurazioni che assicurino teorie, modelli accreditati e rapporti di potere di classi dominanti interessate che ne usufruiscono. Teoria, tecnica, metodi e modelli non sono mai “innocenti”, essenze pure o regole generali universali quanto a-storiche. Comunque sono una rete che serve le prassi e le scelte che operano conservazione o innovazione, sia l’innovazione volta al mantenimento dell’esistente o intesa a modificarlo per direzioni contrapposte, ma con l’indicazione della “tendenza” e della “qualità”. Qualità e tendenza del ‘risveglio’ comunista come movimento che modifica lo stato di cose presente secondo l’esperienza del “disperdere il potere”, oggi, come della democrazia dal basso che è stata la “Comune di Parigi”, ieri, è una frattura delle vecchie gerarchie e delle idee di supporto. Ma non è ignoto a nessuno che in tempi di crisi transizionali la borghesia capitalistica, ideologicamente, richiama il vecchio come salvezza lì dove ieri l’aborriva come antimoderno (K. Marx, L’ideologia tedesca; Manifesto del partito comunista).

La rottura della simmetria, che è categoria tipica dell’universo teorico geometrico-matematico applicato, ed euristicamente a ciò inclinata, interessa egualmente sia l’ordine del naturale non umano che degli animali umani nel loro costituirsi socialmente determinati con l’intero patrimonio, interno ed esterno, che l’individua. E non è un caso che il principio della similarità e dell’analogia, alcuni dei topoi del general intellect (il bene comune della socialità umana storica e determinata), ricorrano continuamente nella ricerca scientifica e storica pur sofisticata e seppure intuitivamente non immediata.

Così è stato, per esempio, anche nelle scienze fisiche, biologiche e generalmente nelle scienze naturali più recenti, e a far data dai primi decenni del Novecento.

Il campo dell’Elettrodinamica quantistica (QED) e della Cromodinamica quantistica (QCD), le ricerche che hanno frantumato l’atomo e la reversibilità della simmetria temporale, è più che eloquente. Qui c’è un alieno, un elettrone libero che rompe l’ordine esistente e innesca continui processi rivoluzionari che generano mondi e corpi nuovi, com’è l’arrivo in una città/campo determinata/o di uno straniero che suscita inquietudine per la sua diversità.

Lo straniero che, per analogia, è lo stesso alieno dell’avanguardia di cui parla Francesco Muzzioli (Quelli cui non piace) allorquando utilizzando le forme geometrico-curve legate alla memoria culturale-politica degli indiani Winnebago. Per i termini in cui oggi si pone l’avanguardia (da sn a ds, i primi due cerchi – i cerchi concentri, la prima figura, e il cerchio diametrale, la seconda figura – sono della cultura politica dei Winnebago; il corridore fuori cerchio in fuga e poi catturato, la terza figura, e il nucleo decentrato entro il cerchio unitamente all’alieno, che si catapulta dentro il cerchio e proveniente da un altro mondo e ordine geometrico-politico, la quarta figura, sono costruzioni di F. Muzzioli), l’esploratore che si catapulta nel quarto cerchio (sotto riprodotto), infatti, è l’elettrone-alieno libero che viene ad agitare l’ordine del mondo con cui è venuto in contatto o in collisione. Eraclito dice che ogni nascita è un conflitto (guerra o contesa) e ogni morte una pace.

 

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La rappresentazione simbolico-geometrica, proposta da Muzzioli, visualizza il giro dei conflitti del dissenso avanguardistico, entrato in collisione di rotta con l’ordine esistente, e al contempo dà vita ad un campo di frammentazione oppositivo tra i corpi indicando una direzione di senso comunque dirompente. I rapporti di azione e reazione continuo-discreti, e non lineari, infatti, mettono in moto forze di contrazione, dilatazione e lacerazione del tessuto spazio-sociale dando il senso anche della rottura temporale e storica della simmetria d’ordine.

Ora, l’avanguardia engagée della sperimentazione del “giudizio riflettente” est-etico-politico, che riguarda il mondo del linguaggio poetico e dei suoi soggetti conflittuali, rompe egualmente la simmetria d’ordine mediante l’azione del soggetto collettivo che mette in circolo la sua bellezza d’estraniazione “facies hippocratica” oppositiva (W. Benjamin). Un soggetto che non sta più a tenere separati la teoria – il theorein (vedere prima degli altri) – dalla praxis comune che si squaderna come le correnti, senza barriere. La bellezza politica oppositiva del linguaggio poetico, nuovamente impegnato, ha trovato così un soggetto capace di muoversi entro le contraddizioni in movimento sfuggendo alla disciplina del controllo, che viene fatta circolare con il presupposto dogmatico delle separazioni nette tra i saperi, i linguaggi e gli spazi sociali teorici e pratici di pertinenza.

Un soggetto analogo, rimescolando assiomi e presupposti nel circuito che li implica reciprocamente, si trova (e fa ricerca d’avanguardia) nella ricerca laboratoriale e sperimentale che anima il settore della matematica, della geometria, dell’epistemologia e delle scienze fisiche e naturali in genere. Fatta cadere la distinzione tra gli assiomi (l’evidenza immediata), i postulati (la dimostrazione possibile come successiva e successione) e la scrittura di laboratorio (le osservazioni empiriche e le scritture/formule sono sempre intrise di “teoria”), il sapere teorico acquisito, e consolidato come fisso, unitamente alla stessa prassi, muta configurazione.

Il soggetto coniuga unitamente congettura, concretezza e astrattezza del linguaggio mettendo a prova tensiva le polarizzazioni mentre moltiplica la frammentazione in cammino e ne significa anche il nexus complesso di unità-molteplice, i plurilivelli e i versi di rivoluzione permanente. Se il tempo è storico non c’è altra permanenza che la materialità storica delle cose che cambiano continuamente configurazione con, o senza, orientamenti perfettamente controllabili.

Così l'”alieno” dell’avanguardia, di cui parla Francesco Muzzioli nel suo Quelli cui non piace, è come il quark, che, colpito – nella sua quiete instabile di quark-antiquark entro lo spazio sferico in cui si muove – da un elettrone alieno, si moltiplica mentre ingaggia una lotta di fuga e resistenza inseguito dal ‘gluone’ con la sua dià-letttica di colla-colore (R (rosso), G (verde), B (blu) e anti-colore, indicato con il trattino “-” sopra le stesse , , ) che ha la proprietà, diversamente che fotoni ed elettroni, di possedere una carica energetica di movimento  in proprio. Una carica che è capace, perciò, di generare una continua moltiplicazione di frammenti energetici collosa e intesa a ricomporre “l’infranto”, ma che dà vita, invece, a nuove cose. Genera una molteplicità di altre particelle che, continuando a interagire con altri alieni (elettroni) viaggianti, esplorano lo spazio, e producono altri mondi e/o combinazioni.

Quasi la scopa frammentata dello stregone di W. Disney che l’apprendista tagliuzza per bloccarne l’azione, ma che, invece, continua a proliferarsi autonomamente in una molteplicità di scope che non si arresta mai.

Avanguardisticamente, dunque, durante gli urti quantistici, le collisioni dell’alieno engagé frantumano gli ordini esistenti delle particelle in quiete instabile entro il cerchio dello spazio sferico/ipersferico del mondo dato come dei quark frammentati che si sparpagliano in avanti al fine di trovare altri equilibri alternativi all’ordine esistente. La presenza stessa del corpo estraneo dell'”alieno”, lo straniero quale un elettrone vagante, innesca una dinamica radioattiva materiale che dà vita simultaneamente a una pluralità di altre singolarità che lo sottraggono alla solitudine e lo immettono in un campo di cooperazione sociale di eterogenei, ma insofferenti dell’ordine delle simmetrie comandate.

L’alieno elettronico, proveniente da un’altra sfera d’ordine non lineare, è la particella d’avanguardia che urta un quark, ne mette in moto il processo “gluone”, che si forma in movimento, e innesca così un riordino dell’equilibrio. E il riordino, in quanto ri-ordino, è, per l’appunto, un equilibrio nuovo come nuove sono le forze poetiche neghentropiche dei soggetti del collettivo sociale o del noi che trasformano la quantità in qualità conflittuale oppositiva.

 Il nuovo equilibrio è così  la costruzione di un mondo possibile e nuovo. Analogo è il processo che avvia la costruzione delle sperimentazioni poetiche delle avanguardie dell’engagement che si agganciano all’allegoria e all’allegoresi per demistificare la bella apparenza dell’estetizzazione diffusa dal mercato del profitto proprietario e dal potere dominante che l’amministra.

L’incontro degli alieni avanguardisti con la capacità di moltiplicazione energetica in proprio dei ‘colori’ dei quark nello spazio sferico affatto uniforme e omogeneo – e orientato a rompere l’ordine esistente di certa letteratura e poesia che suffraga il più vasto ordine culturale-politico dominate di classe/gruppo egemone -, genera una crisi salutare e perciò desiderabile. Una crisi, questa, basata sulla convinzione (piuttosto che sulla seduzione della libertà pubblicitaria e populisitica del fascismo mediale) che demistifica la simmetria della reversibilità conservativa e/o anche reazionaria (la quale, dal canto suo, mira a creare l’isolamento dei folli dissenzienti nella “quarantena” – Stultifera navis – per salvaguardare le infezioni contagiose che porta l’alieno e il suo seguito di urti e collisioni conflittuali), lì dove i processi trasformativi invece sono irreversibili, sebbene possano essere nascosti o baipassati come malesseri passeggeri.

 Suffragare la validità di un discorso avanguardistico e d’engagement nel mondo di oggi – così disposto, invece, per l’estrema competizione individualistica e l’isolamento individuale – con l’analogia dei modelli cooperativistici delle scienze contemporanee e le loro geometrie sferiche, e nel nostro caso con i ‘campi’ della microquantistica, non vuole essere solo un fatto di nomadismo concettuale e metodologico affidato all’eikonologhìa (pensare per immagini).

 

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Vuole essere anche il suffragare la ricerca teorica e sperimentale politica delle nuove avanguardie con gli ambienti degli esperimenti mentali e di laboratorio delle scienze naturali e logiche non classiche in generale, la cui ricerca si sottrae ai materialismi ingenui e positivistici. In ciò il dire-altrimenti delle allegorie legate alla geometria sferica o ad altre astrazioni intellettuali! E ciò mentre denunciano (rendono pubblico) comunque come una certa irrazionalità pervada la stessa razionalità curva dell’ordine esistente, e mentre recuperano l’irrazionale della ragione con la “quasi-logica” della “nuova retorica” (C. Perelman) e la decisione ragionevole che ne delibera lo stare insieme degli elementi diversi.

 La ragione è un taglio nella complessità caotica e come tale una finestra ristretta per non dire un “irrazionale” atto di de-cisione iniziale. Volontà e intelletto, in fondo, non possono essere separati nettamente in quanto legati da un circuito di rimandi ininterrotto.

Freud ricordava che la coscienza era come un piccola e lontanissima luce che emergeva da un mare di buio.

La volontà dal canto suo si presenta come un crocevia dove desideri, bisogni individuali e sociali convogliano conflittuali perché diversi, contrastanti e non sempre orientati a un fine comune e collettivo. E ciò implica che né la circolarità, né le decisioni e le deliberazioni siano mai chiuse definitivamente; che le divisioni siano sempre spostate, in considerazione del fatto che tempi, assetti, soggetti ed elementi sono un divenire, e che il sapere mantenerle in un dialogo polilogico dià-logico plurale, diretto e costante sia la garanzia di una democrazia radicale oggettiva o compenetrazione di eguaglianza e libertà nella mutua circolarità delle forme e dei linguaggi.

Vero è, infatti, che non solo i rapporti tra circonferenza, centro e diametralità sono misure irrazionali o non perfettamente razionalizzate entro i numeri interi, se un cerchio ha uno spazio sferico/ipersferico ed è in movimento di espansione e divenire spazio-temporale continuo non liscio; ma vero è anche che un ciclista in fuga o un alieno catapultato entro i luoghi di questo spazio non liscio possono avere cammini iperbolici e affatto catturabili o messi in quarantena e neutralizzati. 

La velocità di fuga è, poi, direttamente proporzionale alla distanza: più si è lontani dal centro d’attrazione più la velocità di allontanamento del corpo in fuga è inarrivabile. Almeno così la legge di Hubble del divenire astro-cosmologico.

Se la falsificazione dell’irrazionalità razionalizzata dei modelli scientifici, che toccano la natura materiale del nostro universo fisico, è un fatto in itinere, figurasi allora quale può essere il tasso di irrazionalità del razionalismo strumentale della società del liberismo dell'”Io” neo-liberistico del Capitale economico-sociale borghese in corso di ristrutturazione, e di quello dell’economia di certa poesia sublimante le interiorità di fuga dall’engagement.

Nelle scritture letterarie e poetiche dell’avanguardia dell’engagement, l’equivalente  delle rotture delle simmetrie spazio-temporali delle scienze, allora, è senz’altro la stessa distanza allegorica in movimento che non consente di identificare cose, oggetti e linguaggi, e che in itinere mescola le scritture oltre i confini rigidi dei generi in quanto pratiche significanti e processi che intersecano realtà, lingue, logiche e modelli. Un’ibridazione pluri/multi linguaggi, si può dire antagonista, che punta verso la pratica significante di testi tessuti di materialità corporea e storica determinata ad opera di singolarità sociali plurali e molteplici come un soggetto cooperativo delle molte eterogeneità e senza deleghe.

Una poetica del “realismo allegorico” e della testualità materiale scrivono Edoardo Sanguineti e Mario Lunetta (La materialità del testo, Gruppo’93). Un modo nuovo di far letteratura. Un qui ed ora di pratica significante nella quale per la poesia tradizional­mente evanescente e storicamente smaterializzante non c’è scampo in quanto è insurgente una conflittualità decisa e anti-mercato emozionale o lontananze sublimanti.

 

“Luogo conflittuale, quindi, la scrittura letteraria; non luogo della pacificazione sublimatoria. Il testo, dunque, non mima la materialità del mondo, né la rappresenta: è esso stesso figura mate­riale e corporea plurisensa che si pone in rapporto col mondo in maniere le più svariate, in un gioco di attrazioni-repulsioni condizionato, oltre che dal prodursi sincronico del testo, dal suo vivere diacronicamente dentro la storia totale della specie, oltre che dei linguaggi […] costringendo il lettore a farsi, nei casi migliori, co-produttore; quantomeno ad assumere un atteggiamento metodologico. Ecco perché l’energia materiale di un testo vive di esplosioni e di implosioni, ed ha una funzione inventiva e critica al contempo; una funzio­ne, al limite derealizzante e negativa rispetto alle facili promesse del senso comune, che possiamo definire largamente allegorica. […] Tra l’altro, è nostra convinzione che il significato di un testo non può determinarsi se non in relazione (storico-concreta, storico-mate­riale) con la totalità del campo in cui si situa ed agisce: ed essendo questa totalità non predeterminata ed autogena ma aperta, il senso di un testo si forma storicamente, definendosi in rapporto ad altri testi non solo coevi. Ciò sta anche a significare che nessuna critica esaurisce i sensi di un testo, in quanto esso non assume (per sua natura materiale e storica) un significato pre­stabilito una volta per sempre, ma prende corpo soltanto nel momento dell’uso, della lettura e dell’analisi critica, insomma nel suo itinerario storico”. (41)

 

Rimane il fatto, dunque, che le rivoluzioni poetiche e le sperimentazioni, non ultime quelle della tecnico-video-arte informatica e digitale, che hanno valenza oltre il puro letterario non hanno fine (come quelle scientifiche e filosofiche) e non sono affatto prive di ideologia, anche se il vangelo dei padroni del pianeta predica la morte delle ideologie e lo scontro della civiltà del bene contro il male: gli stati canaglia e i soggetti della “rebeldìa” o della “giusta rabbia”.

In quanto parte coagente nella materialità del mondo, e fino a quando gli uomini di questo tipo di umanità, che stenta a cambiare, non pensano di morire tutti in una volta suicidi ammazzati, le sperimentazioni rivoluzionarie, infatti, de-cidono della strutturazione semantica e pragmatica dello stesso e dell’uso dei segni oltre i segni (i significanti) che la veicolano.

Ognuno è responsabile di quello che fa, e soprattutto, anche, di quello che non fa, diceva qualcuno che il fascismo ha accoppato.

E il nazi-fascismo, in versione “ogm” come è “ogm” lo stesso Stato moderno nella nuova gerarchia imperiale borghese-capitalistica della modernizzazione global neoliberista, rispunta oggi con la faccia di certi Capi di Governo rifatta dalle chirurgia estetica, unitamente ai sodali della banda della compagine governativa; la stessa chirurgia delle armi intelligenti che in maniera asettica – lontano dagli sguardi diretti degli spettatori (al sicuro) che ne usufruiscono in termini di benessere e di stile di vita – provvede alle pulizie etniche e agli stermini programmati.

Allora, camin facendo, che l’avanguardia engagée “comandi obbedendo”! Senza omologare e omogeneizzare!

Allora, compagni di strada caminando, alieni e transfrontalieri, divisioni spostate, l’avanguardia dell’engagement e del “comandar obbedendo” che si sposti come un “alieno” e una “macchina da guerra” in una “guerra di movimento”! Il tempo non ha il taglio delle bombe ad orologeria!

Il taglio. Il taglio del giudizio est-etico-politico non esclude il dire-altrimenti “oggettivo” dell’allegoria, anzi. Vero è infatti che – scelto il sistema concettuale e di valore quanto-qualitativo figurabile e visualizzabile, o il punto di vista osservativo plurale alternativo, come si dice nelle scienze rivoluzionarie contemporanee – i fenomeni possono essere “descritti” indipendentemente – oggettivamente – dal modo con cui vengono osservati, elaborati e riflessi dal giudizio estetico-politico “riflettente” con più logiche e dialettiche, cooperativamente e forza d’uso non alienabile al valore di scambio.

Crolla l’equivalenza dell’opinionismo reality show del consumo estetizzante musicato giornalmente dal potere mediatico della governance carismatico-imperiale odierna.

Il “quanto” d’azione dell’avanguardia dell’engagement, posto lo schema alternativo d’intervento e trasformazione, non ha lo stesso valore della moneta di scambio minima (banconota) messa in circolo dalle banche come misura univoca per lo scambio comunicativo delle oscillazioni di borsa o del Pil dei pochi straricchi del pianeta. I padroni cioè che decidono della vita e della morte di ogni cosa e di tutti, e che difendono e aumentano la propria ricchezza impoverendo gli altri mentre si danno da fare per rifarsi della caduta del saggio di profitto e del dolore che li incattivisce.

Inoltre il rinculo termodinamico dell’onda sferica d’urto, che viene emessa dall’alieno con azioni e reazioni di versi e riversi (elettrone o straniero catapultato), con le sue retroazioni, ha effetti casuali quanto multidirezionali. Si inscrive in una “formazione discorsiva” (M. Foucault) che è quanto un’altra sintesi delle “molte determinazioni” (K. Marx) e alla luce del principio di complementarità di N. Bohr che mantiene attive le contraddizioni come, se co-agente, nel circuito fosse anche un principio d’incompiutezza.

Il conflitto, senza rinunciare a una pratica significante di contrasto con la mathésis calcolistica, qualunque il campo d’azione, infatti, non manca di rimanere dinamico, storico, e, nella comunità della nuova agorà della realtà informatica, pubblico-plurale.

E poi, la ragione occidentale non è solo quella della mercantizzazione cosificata del mondo, se c’è accanto anche una trasparenza che decostruisce il feticismo delle merci, e per cui si riportano in vita i rapporti vivi di scambio tra le persone anziché tra cose. Il feticismo, infatti, è trattare i rapporti umano-sociali come se fossero oggetti di scambio secondo la teoria del “valore” oggi estesa ad ogni dimensione della vita, e tradotta in finanziarizzazione assicurata dalla politica militarizzata. La militarizzazione della vita sociale, secondo la vulgata populistica della sicurezza minacciata dai terroristi, è poi alimentata ad hoc per una guerra, interna ed esterna, permanente e con l’obiettivo di neutralizzare qualsiasi dissenso (docet l’espulsione dei disubbidienti, la libertà di pensiero e la stampa imbavagliati o, come si dice in gergo, embedded).

La misura astratta, sensibilmente incorporata nel denaro come unico equivalente generale e calcolistico, così, solo in apparenza è disinteressata, neutrale e generale. Il genere interessato e beneficiario è solo quello della sottospecie borghese-capitalistica cui giova la disuguaglianza degli uomini solo come massa-merce. Ecco perché l’allegoria riveste il ruolo oltre che di decostruzione demistificante anche di apporto rivoluzionario decentrante l’Io atomistico e aggregante attorno al noi plurale dell’io “unità-molteplicità”, il soggetto collettivo dell’identità non-stanziale e in cerca di una continuo riordino migrante.

L’Io d’altronde non ha mai avuto nella sua lunga carriera, dibattuta tra i saloni della letteratura, della poesia, della religione, della filosofia o delle scienze naturali e umane, un’unità compatta quanto, invece, densa e plurale. E in questo nostro lavoro ne abbiamo toccato un po’ le corde tese tra unicità sostanziale e molteplicità dinamica, durata e istante, continuità e discontinuità, plurale e ibrido; non ultimo la dialettica Bergson e Roupnel/Bachelard, la rivisitazione della “molteplicità” alla luce dell’impostazione di G. Deleuze o della soggettività dopo kairòs dell’io multitudinario di A. Negri: “La soggettività non è avanti ma dopo kairòs. La soggettività, qualo­ra la si costruisca, non è identificabile che sulla via che con­duce dal «qui» al campo materialistico, ed è su questo cam­mino che essa è prodotta”.(42)

Ma le rotture, scrive Marie Cariou, sono la punteggiatura dell’azione e le dialettiche sostituiscono la dialettica, sì che si può anche dire, ora, che anche in Bergson “l’io è una unità multipla”, e che anche Bachelard, che oppone l’istante/discontinuità alla durata/continuità di Bergson, moltiplica i processi della temporalizzazione creando “dialettiche a più dimensioni”:

 

“Pa­rimenti, allorché egli utilizza, peraltro in abbondanza, nella “filosofia del non” la dialettica bergsoniana del chiuso e dell’aperto, egli la rende subi­to molto più complicata. Le vere dialettiche non sono per lui lineari ma in qualche modo centrifughe. Esse praticano la disintegrazione totale dei nuclei e spingono le nozioni fino all’improvvisa apparizione della loro pro­pria vertigine. Non le si potrebbe dunque ridurre a due termini. Si possono immaginare delle dialettiche totalmente esplose a tre, quattro, termini. Per esempio, si possono sì distinguere un io profondo e un io superficiale, ma tra la profondità e la superficie vi è una molteplicità di alternative.

” [La dialettica] Va dal meno profondo, sempre meno profondo (il maschile) al profondo, sempre più profondo (il femminile)” egli dice nella Poétique de la rêverie. Per Bachelard dialettizzare implica dunque un’estrema varietà di assiomi e di dimostrazioni, e si rimarcherà che egli parla tanto di una “filosofia distribuita” che di una “poesia diversifica­ta “. Ma questa dispersione e questa diversificazione non hanno niente di anarchico”. (43)

 

I nuovi assetti che vanno configurando il nuovo futuro, un ” a venire” non ripetitivo e aperto, che erode l’ordine esistente del presente, attraversato dalle mobilità imprevedibili delle migrazioni glocal non può che avere soggetti plurali e un soggetto collettivo del noi che gode della complessità dei sistemi caotici e della congiunta separazione dell’immaginazione scientifica quanto poetica.

Una immaginazione quale onda “olistica” disubbidiente come una potenza e una forza d’uso che si sottrae al “valore” dell’utile dello scambio pseudo equivalente; cioè il misurabile secondo i rapporti impropri dell’astratto finito e definito dall’uomo economico come legge unica e universale.

Non è un caso, infatti, se guardiamo un po’ a quello che succede, fuori e dentro le pagine elettroniche della nuova agorà del reticolo INTERNET, circa il rinnovarsi delle esperienze di destabilizzazione messe in atto dalle nuove identità comunitarie e dalle azioni di sabotaggio permanenti, concrete ed efficaci, a danno del diritto di proprietà intellettuale – il copyright – inaugurato dai “file-sharing” di Napster web, dagli operatori dell’open source, o dall’azione di sabotaggio e disubbidienza degli hackers, crackers o altre pratiche aliene e fuori sesto.

Tra quest’ultime la pratica aggressiva e carica di ethos etico-politico impegnato, e migrante transnazionale fuori sesto, è da annoverare la destabilizzazione sonoro-linguistico-semiotica in versi dei rappeurs trasgressivi e identità ri-territorializzate. Sono le varie forme performative delle nuove identità-molteplicità e ibride che, viaggianti per il cyberspazio e i suoi nodi, come un passe-partout scassinatore, mediano il loro pensiero-azione poetico fino alla poesia blogger dell’ironia e del sarcasmo pluri e neolinguistico verbo-sonoro; e sono senza ossequi per sentimentalismi ed essenzialismi di vario tipo. Per loro le identità autentiche sono mistificazioni e menzogne finalizzate all’omologazione e al comando.

La nuova agorà, infatti, nello spazio di Internet, offre possibilità di ri-territorializzazione dei “codici” come un progetto collettivo e “simbolico” glocal no-global del divenire identità mobile; un progetto in cui la libertà è un “appello alla libertà” individuale e, insieme, una pratica collettiva che prima di tutto si significa linguisticamente eterogenea – “io sono le mie scelte” (J. P. Sartre); la libertà c’èst nous/moi/nous! – e, in termini di sonorità semantico-poetica movimentata, la musica e la musicalità verbo-sonora  fanno alleanza di denuncia e azione d’insonne contrasto.

Una lingua orale e gestuale, verbo-motoria e sonoro-verbale del noi sociale che, essendo poesia orale il campo di primaria proposizione istitutiva, prima di tutto, passa attraverso il mix performativo dell’oralità sonora e verbo-motoria tele-elettronica rispetto alla relativa staticità della scrittura classica. La musica e la musicalità del verso stesso, frammentate e variamente sincopate, si presentano con una modulazione estetica che tempera unitamente sinestesia, pensiero e azione dissacranti quanto ribelli di “giusta rabbia” o “ya basta”.

A quest’altezza di rottura e provocazione, ci sembra, risponda la produzione performativa musico-orale poetica del romano Marco Paladini, solo per citare un esempio fra gli altri “attori” che abitano la rete e il tempo che la muove come una esplosione di testi multipli, amalgama di frammenti e di eventi similari appunto perché discontinuità di dialettiche eplose e mistilinguistica.

E facciamo riferimento, solo per citarne alcuni, ai file mp3 di L’impensato, BeatA generation, Morte ai ragazzi, Il silenzio e il resto, Fuochi e coprifuochi live, Il vuoto è un assedio. (44)

Nella stessa direzione, e versata tendenza, si presentano i lavori – Trans Kerouac Road (Marco Paladini / Destinazione Loa, Zona) e Trans Kerouac live (Marco Paladini & Destinazione Loa) – in edizione CD.

Sono un pensiero-azione che si presenta in “scena” come un mixer di immagini concettualizzate e performative che fanno interagire linguaggio verbale e musicale provocando vibrazioni sonore significanti che si aggrovigliano in un concerto cinestesico di intensità, altezze, timbri, tempi e risonanze ondulatorie corpuscolari dei linguaggi in esecuzione. E il corpo del concerto poetico vocale-sonoro di Marco Palladini – molteplicità di voce, gestualità tonale…e musica battente -, allora, si muove in scena con un taglio sonorizzante che aggredisce e colpisce mentre trasporta l’hardcore dei linguaggi ritmanti come in un textum della turbolenza proprio delle aritmie caotiche e del loro modo di processarsi non lineare. Una massa in ebollizione di forze visibili e invisibili che fanno danzare i suoni come scatenati dalla “possessione” del “no” degli spiriti del “loa” contro la disperazione e l’umiliazione che attanaglia e scatena i dannati per neutralizzare i meriti (!) dell’oppressione e dello sfruttamento dell’umanesimo borghese civilizzatore.

Un impasto segno-fono-semantico-pluri-ritmico e linguisticamente incandescente che guerriglia la protesta con la verbo-sonorità carica di “giusta rabbia” o ” ya basta”.

I prestiti sonori e linguistici (multilinguismo) e l’andamento performativo-orale vocalizzante, ora articolato e ora sincopato (silenzio, lento, grave, veloce, acuto, accelerato, intenso, guizzante di echi che frullano rimbombi, frenetico fino al delirio dei decibel assordanti ect), mettono in primo piano, ci sembra, quelle profonde e forti fratture tonali che, per analoga esplosione, ci richiamano alla mente la potenza dei fiori di lava, del vento di scirocco, del danzare trances delirante, paradossalmente disalienante, che veniva praticato dalla “negritudine” schiavizzata quando ricorreva ai miti “zar” e “loa” del culto vodù per esorcizzare il bianco dominio colonizzatore (come scrive J.P. Sartre curando la prefazione a I dannati della terra di F. Fanon).

Il richiamo è a quell’ordine di elementi cioè che si scatena quando le lacerazioni e le gratuite violenze colpiscono l’anima e il paesaggio del vecchio Mediterraneo e la sua gente, la cui identità è sempre stata una molteplicità che diviene; una differenza che si altera continuamente in quanto insieme di variabili, generalmente complesse, che si attualizzano ora in un’estetica ora in un’altra e in connubio di azione e pensiero instabili quanto memoria di libertà irrinunciabile e contestuale compartecipazione.

Due paesaggi ibridi, questi, con una loro circolarità storica di elementi, che, come gli anelli del tronco di un albero che ne raccontano la vita e la storia intrisa di carestie, violenze del clima, marciume e macerie temporali, svolte, incroci di razze e culture biodiverse, ci dicono di un’inaspettata ma gradita nuova fiamma “beat generation” che non ama la stasi.

Questo paesaggio, le parole e la musica in scena dei file mp3 di Marco Palladini. Riprese, voglia di non morire, passione della libertà e lotta di resistenza: “io sono le mie scelte” (Sartre); la libertà c’est nous/ moi.

La voce individuale di “Giovanni noi” della lingua Wintu, un individuale collettivo che si esprime tale con l’uso di enunciati poetico-vocali che, pur appartenendo a lingue diverse, sono su un eguale spessore comunicativo, in quanto ogni sintagma verbo-sonoro, ci sembra, sia linguisticamente compartecipe (stesso titolo) nell’esplosione del comune dissenso e nell’avanzare un’immaginazione di altra vitalità!

 Grido e gesto secolare, irrinunciabile, siempre un’asta acuminata come l’ossimoro e l’insurgenza della resistenza e della libertà. Un pirata. Un alieno (Francesco Muzzioli, Quelli cui non piace). Un tizzone che rimane acceso sotto la cenere, una lava incandescente che rimane ad ardere nel cuore della terra come un magnete che orienta una bussola e la naviga nonostante le derive e il bracconaggio.

Una carica a molla che si scarica contro le lacerazioni socio-culturali dell’omologazione, l’omogeneizzazione che vorrebbe colonizzare la molteplicità delle variabili sonoro-significanti, e le cui dinamiche (visive e auditive), invece, Marco Paladini fa concretizzare nelle frequenze herthiane quale flusso martellante che si materializza nel video-diagramma. Sembra assistere al concerto sonoro dei cilindri di un motore, sollecitati dalle accelerazioni e dalle alte temperature, mentre si fanno comunicazione sociale poetica dissonante e dissacrante (rifiuto), e pentagramma strategico intriso di verbale e non verbale orientato all’impegno (engagement) in situazione.

Un pentagramma e un concerto di voci e suoni intersemiotici che si modulano cooperativamente collettivi per esecuzione di singolarità concertistica di strumenti e soggettività aliene. Sono, infatti, singolarità segniche specifiche che agiscono insieme e con il senso di chi sa che non c’è un corso naturale da cambiare, ma degli eventi da pro-vocare e convogliare in una lotta collettiva che esclude l’omogeneizzazione.

Come dice Giovanni Commare (il poeta siciliano che scrive egualmente in “mistilinguismo”, La lingua batte, 2006) le guide rivoluzionarie univocizzanti hanno fatto il loro tempo. Il coagire di soggetti, eguali nella pluralità dei colori, è il fare le cose come vanno fatte incrementando circo-stanze disalienanti e legami di “compagni” eguali. Muoversi fin d’ora, e anche nella stessa composizione linguistica dei testi poetici, perché “le cose accadano” come vanno fatte, utilizzando con pari dignità espressivo-semantica versi e strofe poetiche con lexis di varia geografia indigena: italiana, spagnola, latina, inglese, francese, tedesca, araba – “non è tempo da mare, la parola è ferita, / kaman qatala-al-atfal,-thumma ‘atathar // fi qisas-il-hubb al kalimart la ta’ni shai’an / qiyasan ala-alaf’all (“ha ammazzato i figli, e si è scusato, // nelle storie d’amore le parole contano nulla / rispetto ai fatti”) // così tutto vanisce nella nebbia? / non sei mai stata così bella”(45) -, ewe (africana) – “senti come mugghia il mare, / sul porto arriva l’onda, / nuotare, farsi portare, // donúchentía egbe lé donucú / cocche cú cléclé bé nucheché / si gi e dogowó le, / gigiò hiànhiàn / lanwandán nagnikpó cú getugbé / ke ‘nti ekpòmò ehanú (“perché ricorda ancora / il giorno di chiara luce e gloria / quando t’ha incontrata, / o gioia desiderata, / o bella e mansueta fera, / per cui spera e dispera”) // amore, como va? / c’è qualche verità in questo abisso, / le parole tessono ua rete nell’indistinto / silenzio, // vuoto intorno,” (46) -.

Una composita lingua poetica che anticipa la praticabilità possibile di un’altra (plurale) comunità di parlanti poetanti, per un futuro prossimo di singolarità che esperiscono un altro ‘comune’ stare e agire insieme e senza integrazioni omologanti. È il comune dell’agire detto dal poeta G. Commare nell’acrostico dedicato a Luciano Della Mea.

 

“L’eroe non è uno che cambia il corso naturale delle cose / Uno se mai che agisce / Cosciente espressione della necessità che le cose accadano, / Insieme si va tra compagni perché sia la fiamma / Alimentata da una convivenza sentita e affettuosa / Non solo perché ci si conosce e riconosce gente / Onesta che vuole le stesse cose, / Diciamo la fine dello sfruttamento e una società di / Eguali, e si va tra compagni perché / la forza operaia nelle fabbriche e nella città è stata / Logorata, perché non ha tessuto le proprie esperienze / Antagoniste e il potere operaio non circola, / Ma ci sono uomini che fanno le cose come vanno fatte, Eppure si muove, / Ancora”.(47)

 

Marxista libertario, sempre in prima fila come militante e organizzatore antagonista, Luciano Della Mea, dopo l’assassinio di Mauro Rostagno nel 1988, si è trasferito presso la comunità “Saman” di Lenzi (Trapani). E qui, Luciano Della Mea, per un breve periodo e fino alla sua partenza da Trapani, ha curato l’ufficio stampa e la casa editrice della stessa “Saman”.

Tornando ai testi di Marco Palladini, in questa sua dizione poetica sonoro-vocale, singolo sia il testo o inserito in un concerto (Trans Kerouac Road; Trans Kerouac live) attualizzante il pensiero dell’autore, le frequenze significanti oscillano vorticosa opposizione vs il plusvalore/lavoro delle parole e dei suoni rubati alla comunità dal commando degli espropriatori, e, simultaneamente, dicono del senso e del progetto collettivo di una ri-territorializzazione “simbolica” (la ri-territorializzazione “simbolica” come progetto di un’altra identità plurilogica attraverso i codici che incrociandosi s’impastano e si deformano aprendo altre finestre di ribellione e rivolta collettiva); il progetto che si attualizza nella stessa recitazione-narrazione performativa di collettivo sonoro-vocale e giocato su più registri risonanti nel sovrapporsi delle vibrazioni significanti.

A volte, guardando il diagramma del flusso herthiano, le frequenze si infittiscono, velocizzano, e sembra impossibile seguire il moto di aggressione lavica.

Sì, perché, crediamo, questi testi, così gridati e cantati, come in una ‘palabre’ di rappeurs, griot irati, sarcastici e poeti bloggers (diario di bordo) della comunità in rete e dei loro linguaggi diretti, hanno bisogno di chiavi interpretative e poetico-estetiche che la critica usuale non ha per prospettarne il misto eterogeneo e cinestesico di logiche plurali e conflittuali (intellettuali, ideologiche quanto emotive e passionali) che lo animano: “strade, suoni & poesie esplose”(Trans Kerouac Road).

Occorre, invece, una critica che si trovi altrove e oltre l’estetizzazione consumistica degli eventi “trans”, e s’inoltri nelle simmetrie d’ordine rotte, nelle divisioni spostate e nella molteplicità stessa dei sistemi segnici e simbolici (variamente connotati), che intanto si connettono in quanto “imbarcati”. Imbarcati in itinere e simul in una situazione che si preannuncia polifonia eterogeneo-dialogica dei linguaggi d’uso per conto di soggettivazioni che si autoconvocano in assemblea e in vista di un agire sinestetico che non cerca essenze bensì processi e contestualità d’intervento che denudino la solita dialettica servo-padrone.

Nella migrazione risonante del concerto poetico-musicale, i linguaggi, che girano e si alternano per porgere insieme un verso o la strofa di un testo all’enunciazione del dire, come l’anticipo di un’identità plurale comunitaria, che costruisce il senso del ‘comune’ senza gerarchie o della libertà che vi si attualizza senza esaurirne la potenzialità, critica ed estetica non possono non trovarsi nel mezzo di un intreccio linguistico che potremmo, metaforicamente, intitolare processuale comunista.

Una migrazione simbolico-semiotica comunista in quanto non di questa o quella identità individualistica o di potere, astrattamente idealizzata, si tratta quanto di singolarità eterogenee connesse dal ‘comune’ rielaborato nei nuovi processi di soggettivazioni non estetizzanti ma criticamente radicali, appunto. Nel mondo in cui vivono agiscono, infatti, con-tingentemente per costruire insieme il sociale nella libertà azzannando e tagliando nettamente con il capitalismo trans-nazionale, le sue guerre ideologiche e materiali tese alla colonizzazione parassita e omogeneizzante le diversità.

Opportuno sarebbe, quindi, posizionando il punto di vista “imbarcato” nel ‘comune’, che la critica e l’est-etica, che nei testi poetici si occupa dell’appello alla libertà, di ciò si occupassero come una strutturazione plurivocale e sonora “imbarcata” sintonizzandosi sui canali della resistenza di strada delle distopie dei “senza”, o di altra umanità resistente, quale utopia contestuale e concreta dell’agire e fare insieme senza confini e senza duplicazione dei tempi che separi la produzione della libertà e della felicità.

Necessità condizionata e storica è non solo cantarlo, poetarlo questo multiverso in cammino, ma, come diceva Fanon parlando dei suoi “dannati della terra”, agirlo insieme fra la gente e i luoghi del loro vivere e i modi propri a ciascuno – collettivamente – e contro il pensiero unico, dove la libertà è “dichiarazione frontale frontale frontale perché non possiamo non dirci antiliberali che la libertà cari miei è un’altra…il vuoto è un assedio” e così…non si “va da nessuna parte” che non sia che “morte ai ragazzi”, “il silenzio e il resto”, “fuochi e coprifuochi“. 

Necessità è di un’est-etica della sinestesia e del pensiero concreti quanto arrabbiati e nel cui incrocio esplosivo la vergogna e il disprezzo per le umiliazioni subite e imposte carburino immaginazione e azione d’engagement di strada comunitaria e reti bloggers senza mielose seduzioni estetizzanti di cantori e poeti appartati sulla rocca e al riparo dalla tempesta.

È un’est-etica che, considerando il testo poetico come un soviet di elementi eterogenei e simultanei nella sala consiliare, fuori la direttiva di partito ma non la “tendenza” dell’azione libera, deve soggettivizzare le sezioni comunarde della poesia che forma e configura i testi e il loro concerto come eventi di componibilità dinamica impegnata. E se ogni poeta agisce anche come parte di una comunità di eteros in azione, e politicamente, l’impegno non può non essere che coinvolgimento diretto e co-operativo-dialogico secondo il comune dei bisogni, delle possibilità e delle “utopie” propri di ciascuno portati avanti nell’ambito del consilium.

“Il rango di un poeta […] non è deciso né da un voto di fiducia dei suoi colleghi poeti, né dall’ordine superiore di un maestro riconosciuto, ma è deciso solo da coloro che semplicemente amano la poesia senza saperne scrivere neanche un verso” (48).

Necessaria è dunque una prassi poetica  che sviluppi un nuovo engagement relazionale e nell’arco delle soggettivazioni contemporanee che pensano il tempo dell’agire come un co-agire spaziale e territoriale reticolare e rizomatico; una prassi critico-est-etica che, individuata l’idea e il linguaggio che la veicola, tenga anche il vincolo della corporeità come politicità poetica che si fa sentire attraverso vibrazioni e frequenze di lingue diverse e/o miscelate che attualizzano una riappropriazione della libertà come destino della vita di ciscuno.

Nel comune, migrante linguisticamente e sonoramente per le vie della comune riappropriazione e contestazione, c’è una funzione-ipotesi di ethos (progetto) sociale e politico rivoluzionario che chiede comportamenti non più proni alla rappresentanza elitaria o a un contratto affidatario. E che l’azione poetica, in questa turbolenza che sconvolge le pratiche del solito dominio, pratichi l’obiettivo, alleando la verbosonorità dei linguaggi e le potenzialità degli strumenti unitamente alle performances della voce e dei suoni in scena audiovisa, non può che estendere l’arco delle adesioni compartecipate e condivise.

L’impatto quasi immediato, che la trasmissione sonora (voci e suoni) pro-voca con le sue altezze e i suoi timbri, non può essere ignorato come veicolo di “risveglio” e pro-posizione. E non manchi la foga dei colori dello sdegno, del disprezzo contro questo porco mondo di affaristi del crimine capitalistico e, incondizionatamente, della ribellione soggettiva!

La rassegnazione degli “ignobili preti” (A. Breton) non può mettere a tacitare la ribellione delle soggettivazioni singolari; sebbene la ribellione, come “figura soggettiva”, non possa rimuovere il sistema e le cause di fatto che la scatenano, non per questo la rassegnazione dei “preti” ne può misurare l’incondizionatezza sulla base degli esiti e del “realismo” di fatto e di stato di cose presente.

Breton, infatti,

 

“a questa onnipresente voce “realista” […] rinfaccia superbamente di snocciolare “le più spudorate menzogne”, visto che la ribellione non ha niente a che vedere con la pragmatica dei risultati.

Una delle potenti forme della passione del reale, dell’azione pensata qui e ora, del valore intrinseco della rivolta (l’assioma di Mao: “Ribellarsi è giusto”) è stata [ …] l’altezzoso rifiuto di comparire davanti al tribunale truccato dei risultati economici, sociali [ …] d’altro genere. Dietro all’arringa realista del prete non c’è che il desiderio reazionario di costringere i soggetti a contentarsi del piatto di lenticchie in cambio della loro rassegnazione.

Prete è chiunque cessa di considerare la ribellione come un valore incondizionato [ …] Il prete è dappertutto”. (49)

 

In mancanza di una scopa magica, una poesia che metta mano all’impegno dialogico della polifonia ironica, feroce, e alla sonorità singolare ribelle che comunica il sociale in ebollizione, senza titubanza e delega a nessun, è il meno che si possa soggettivare e fare per non morire senza futuro e rimanere imbalsamati nella poesia del passato. “Per prendere coscienza del proprio contenuto”(50), la rivoluzione odierna deve lasciare le vecchie frasi. E ciò è vero sia per la prassi politica, sia per quella poetica e critico-est-etica. E rebeldìa può anche rimare con “isteria” se il sintomo è il rifiuto del soggetto collettivo che mina la salute d’ordine del sistema e delle sue simmetrie naturalizzate.

 

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Note

 

 

(37) Serge Latouche, Le lezioni dell’esperienza africana, in La sfida di Minerva, cit., p. 31.

 

(38) Serge Latouche, Il ritorno della retorica, in La sfida i Minerva, cit., p. 145.

 

(39) Cfr. Francesco Muzzioli, I catamoderni: gli alieni all’avanguardia (intervento-video), in www.dambrosioeditore.it.

 

(40) Cfr.  Robert H. March, La scopa magica dello stregone, in Fisica per poeti, Dedalo, Bari, 1994, p. 340.

 

(41) Mario Lunetta, la materialità del testo, in Gruppo’93, Piero Manni, Lecce, 1990, p. 67.

 

(42) Antonio Negri,  Kairòs, Alma Venus, Multitudo, manifestolibri, Roma, 2000,  p. 54.

 

(43) Marie Cariou, Bergson e Bachelard: continuità o discontinuità. Un falso problema?, in  “Iride”, a. XXI, n. 54, maggio-agosto 2008, p. 411.

 

(44) Marco Palladini, L’impensato, Beat-a Generazione, morte ai ragazzi, il silenzio e il resto, fuochi coprifuochi, Il vuoto è un assedio,  in www.absolutepoetry.it e http://www.myspace.com/destinazioneloa.

 

(45) Giovanni Commare, non è tempo da mare, la parola è ferita, in La lingua batte, Passigli Poesia, Firenze, 2006, p. 102.

 

(46) Ivi, p. 86.

 

(47) Ivi, p. 87.

 

(48) Hannah Arendt, La tradizione rivoluzionaria e il suo tesoro perduto, in Sulla rivoluzione, cit., p. 323.

 

(49) Alain Badiou, Avanguardie, in Il secolo, Feltrinelli, Milano, 2006, p. 160.

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