STORIA CONTEMPORANEA n.8:Dall’Olanda con amore. “La Tana degli Alberibelli” di Marino Magliani

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei.  (G.P.)

alberibelligrande

di GiuseppePanella

 

8. Dall’Olanda con amore. Marino Magliani, La Tana degli Alberibelli, Milano, Longanesi, 2009

 

 

«La prima fucilata rade / la fiorita di rosmarini e scope. / Il tempo di caccia in questi luoghi alti sul mare / lacera il sonno antico, storna il guardiano di rovine, / falcia da un anno all’altro il branco. //

Abituati a una vita meno piena / e manchevole di calore e luce, / mi dico, tieni a bada l’amarezza. // Resisti, reggi il filo ancora teso / tra grado e grado della febbre eterna, / sorridi, porta a compimento l’opera. // Mentre colpo su colpo / la pendola degli anni / scandisce il tempo d’un addio, // mentre il volo ad ali ferme del nibbio / si tiene alto, mentre il cane punta / e l’uccello snidato s’alza a volo / e fila contro il tiro d’imbracciata, // mentre l’uomo teme, / mentre va incontro al suo male / e si dibatte tra viltà ed ardire »

(Mario Luzi, “Spari” in Dal fondo delle campagne, 1969)

 

1.

Un giovane olandese che reca il romantico nome di Jan Martin Van der Linden viene in Italia a ritrovare i luoghi della sua infanzia e a compiere una difficile missione. E’ a metà strada tra un archeologo avventuroso alla Indiana Jones e l’agente infiltrato di un romanzo dedicato alla corruzione politica o alla repressione dell’insider trading. Soprattutto è inquieto e incerto sul proprio destino. Il suo agente di collegamento che portava il fatidico (e volterriano) nome di battaglia di Pangloss (uno che avrebbe dovuto sapere tutto, dunque) è stato trovato ucciso poco lontano dal porto di mare dove aveva dato sue notizie l’ultima volta. In una Liguria dai nomi di fantasia (Santaleula, Oriana e poi frazioni, piccoli borghi, località sconosciute ai più e difficili da trovare sulle mappe più precise) ma dai paesaggi intensi e intriganti nella realtà concreta, si svolge una lunga e affannosa caccia alla verità. Jan Martin ama quei luoghi:

 

«Non faceva in tempo a riabituarsi alla luce che lo inghiottiva nuovamente il buio, e a franare sotto i ponti dell’autostrada era un’altra valle, altre terrazze, altre pietraie. Posti che si assomigliavano come i denti di un pettine. “D’inverno è la terra più noiosa che ci sia”, gli aveva confessato un giorno il proprietario di un bar. Ricordava quando da studente veniva in Liguria, e anche allora preferiva l’inverno. Era una regione di cui ormai poteva dire di conoscere vapori e luci come se ci fosse vissuto da sempre. Sulle colline, paesi antichi, comuni da duecento-trecento anime, e tetti da cui si alzavano cupole di campanile dalle squame colorate. L’ultimo cartello diceva SANTALEULA KM. 22» (pp. 14-15).

 

Allo stesso modo, è molto affezionato al nonno rimasto in Olanda, nella zona di Jlmuiden e cerca di rimanere in contatto con lui (anche se con difficoltà e con ansia per il tutto il corso del romanzo) perché è l’unico parente che gli è rimasto in vita. L’isolamento di Jan Martin è palese in tutto il corso del libro – la sua figura di investigatore isolato e con pochi legami nel mondo lo apparenta così ad una lunga tradizione nel genere letterario a cui il libro in senso lato si riconnette.

Il quinto romanzo di Marino Magliani, scrittore ligure trapiantato in Olanda ma rimasto saldamente radicato nella sua terra di origine, infatti, parte subito come un thriller d’autore (così come accade a tanta letteratura italiana contemporanea) ma è certamente molto di più.

E’ un atto d’amore nei confronti della sua terra e un J’accuse rivolto a chi vorrebbe trasformarla in una zona franca per turisti di lusso e per il cemento internazionalizzato delle multinazionali.

La lotta e la polemica serrata nei confronti di chi vorrebbe trasformare la Liguria in un’unica, grande zona turistica utilizzando per farlo i fondi della Comunità Europea è l’obiettivo iniziale dell’inchiesta di  Van Der Linden. Lo scopo ufficiale della venuta di Jan Martin in Liguria, tuttavia, è stato individuato in un servizio giornalistico di taglio culturale su due disertori francesi rifugiatisi in una località della zona (la Tana degli Alberibelli, appunto) subito dopo la battaglia di Marengo in attesa di trovare un imbarco per Cipro e rifarsi una vita. Entrambi facevano ampio uso di droghe (in particolare di hashish) e se ne servivano utilizzando un mestolino d’argento in cui lo mescolavano con la menta. Trovare il mestolino utilizzato dai due francesi transfughi è l’obiettivo della ricerca archeologica di Jan ma, proprio nello stesso luogo, tuttavia, erano accaduti degli episodi ancora rimasti misteriosi durante la guerra di liberazione dai nazifascisti. Un partigiano cattolico di una certa influenza e che portava come nome di battaglia l’appellativo di Iliev era stato assassinato proprio nella stessa grotta e le voci più accreditate e significative parlavano di tradimento da parte di qualche altro membro delle brigate antifasciste.  Anche se negli studi storici più recenti di questo non si parlava, sembrava proprio che tra i combattenti per la libertà italiana ci fosse stato qualcuno che lo aveva tradito, consegnandolo nelle mani di un personaggio anch’esso misterioso che tutti chiamavano lo Sfollato, un repubblichino che, tuttavia, era stato giustiziato subito dopo la caduta definitiva del regime. A questi due eventi storici, si trattava di aggiungere le indagini sulle malversazioni e sull’attività di accaparramento di vaste aree divenute edificabili in prossimità delle coste ai fini di un’attività proditoria di cementificazione e di urbanizzazione del territorio fino ad allora rimasto almeno parzialmente incontaminato.

Inoltre, dopo il suo arrivo al bungalow che ha affittato a Sorba, vicino Oriana, una misteriosa Volvo Bianca con a bordo un uomo e una donna lo ha seguito a lungo e i suoi occupanti hanno fatto indagini qua e là presso le persone con le quali si è intrattenuto. In particolare hanno chiesto sue notizie a Pietro, un residente della zona che ha il babbo infermo (e al quale hanno sbloccato con grande rapidità l’indennità di accompagnamento) e che conoscono tutti, anche il vecchio partigiano Bacì con il quale Jan Martin vuole parlare a tutti i costi. Intanto l’olandese prosegue con le sue esplorazioni nella zona della Tana degli Alberibelli:

 

«Indietreggiò fino a uscire dal cunicolo. Si sgranchì gambe e collo, e si concentrò sui grafici azzurri del monitor. Si asciugò le mani e scrisse qualcosa sulla cartina. Quando guardò di nuovo l’ora, ripiegò la cartina, radunò gli strumenti, prese con sé macchina fotografica e roncola e uscì dalla Tana. Verso la Francia scendeva ancora a catinelle, ma sulla Val Venanzio il cielo si apriva. Si diresse a grandi passi nell’erba fradicia, verso un grande scoglio affiorante, controllò il punto su una cartina e si fece spazio tra i rovi a colpi di roncola. D’un tratto si fermò. L’aveva davanti, la lapide di ardesia in onore ai quattro partigiani suicidi. Si inginocchiò e la pulì con le mani. I segni lasciati dall’edera formavano un intreccio di venuzze bianche. Col coltellino tolse la terra dai solchi delle scritte, finché una dopo l’altra non apparvero le generalità dei partigiani, coi loro nomi di battaglia che erano diventati più veri dei nomi veri, e la data della morte, unica per tutti. Scattò un paio di foto. Il nome di Iliev non veniva riportato, ma di questo non si stupì. Iliev non s’era suicidato nella Tana, ufficialmente l’aveva falciato il nemico mentre risaliva il torrente nelle cui acque era caduto a faccia in avanti. Il testo che aveva letto riportava però pure l’opinione d’un famoso partigiano, secondo il quale, sapendo come avrebbe agito in quel caso, Iliev era sicuramente entrato nella Tana per prender la pistola che ci sapeva nascosta, poi era uscito e aveva affrontato i repubblichini, ma una volta circondato, pur di non farsi prender vivo s’era sparato. Tutto poteva essere. Di certo chi aveva affermato queste cose doveva sapere che Iliev prima d’entrare nella Tana era disarmato…» (pp. 38-39).

 

Jan Martin continua a indagare a fondo sul periodo ma le sue investigazioni storiche sul passato destino di Iliev e sulla possibilità che sia stato tradito da qualcuno all’interno della Resistenza allarmano un misterioso personaggio che viene chiamato da tutti il Cavaliere e che si sente in dovere di andare a trovare nella casa di riposo in cui si trova uno dei sopravvissuti dell’epoca, un vecchio repubblichino di nome Vinzini con il quale rievoca ciò che è accaduto quel giorno alla Tana degli Alberibelli. Vinzini è uno dei pochi sopravvissuti di quel tempo e sarà bene che non ne parli più con nessuno. Jan Martin, intanto, trova davanti alla porta del suo bungalow una testa di legno di donna fasciata con la carta velina (più tardi troverà, nello stesso posto, anche un pezzo di velo nero, uno straccio che assomiglia a quelli che vengono usati dalle donne quando vanno in chiesa). Ma ancora più importante è il fatto che conosce una ragazza, Loredana, che lavora al bar di Sorba dove di solito va a mangiare e si incontra con Pietro e poi finisce per andarci a letto. L’incontro con questa ragazza che dice di annoiarsi sempre e di non sapere che fare della propria vita si prolungherà nel tempo e non sarà soltanto l’avventura di una notte per entrambi. La conferma dell’importanza del loro rapporto si intravede in situazioni come queste:

 

«Dormì da solo. Si mise a letto presto. A pranzo con Loredana c’erano state delle incomprensioni, avevano mangiato nel piccolo giardino davanti al bungalow, spaghetti al pesto, una scorta di pasta e barattoli da esaurire prima della partenza. Le aveva detto che era per questa settimana, al massimo lunedì.  Allora lei tra lo scherzo e il serio gli aveva proposto di seguirlo in Olanda. Lui però non le aveva risposto e s’era accorto tardi che quel silenzio l’aveva offesa. Poi l’aveva sentita sparecchiare, raccogliere il suo giaccone e uscire» (p. 268 ).

 

E più tardi, ammettendo la propria dipendenza dalla donna conosciuta nel corso della sua indagine, le dirà:

 

«Loredana uscì dalla doccia e trovò la colazione già pronta. Da buon olandese preparava sempre in abbondanza: le uova fritte e il caffè lungo col latte, il burro e la marmellata. Aveva già chiaro il programma:  per la sera le avrebbe proposto una cena al ristorante, l’indomani sarebbe sceso coi bagagli in macchina, e dopo l’incontro a Poggi avrebbe consegnato la chiave del bungalow all’agenzia.  Vide che aveva pianto, le accarezzò il viso. “Con le mani sporche di marmellata?” fece lei. Risero, ma durò poco. Le servì altro caffè e non smise di guardarla. Che uomini da poco doveva aver avuto, se s’attaccava a uno come lui, pensò. Lei seguiva i salti di un pettirosso sull’ulivo. Uccelli curiosi. Il sole dorava entrambi, piume e capelli contro il fianco di rocce e ginestre. Quando si voltò di scatto fu per chiedergli: “Sono mai stata importante?”. “A chi credi che stia pensando ora e cosa credi che abbia sperato questa notte quando hai abbassato la saracinesca e a chi ho pensato poco fa per i carruggi?”. “Al partigiano… e ad altro credo”. “Pensavo a te, e al resto pure… perché dal resto no ti separi”…» (p. 276).

 

Non si saprà mai come continuerà questa storia d’amore partita per noia e proseguita per rabbia ma che sia una vera love story non si può mettere in dubbio.

 

2. E’ l’attesa la cifra caratteristica di questa parte del romanzo e anche della cifra stilistica del romanzo. Non è certo un caso se a p. 180 Jan Martin trova in una libreria, compera e legge un romanzo di Francesco Biamonti che si intitola Attesa sul mare. Le atmosfere di questo importante scrittore ligure (e precisamente della zona di Bordighera dove l’olandese si è recato per le sue ricerche sulle frodi commesse riguardo l’utilizzazione dei fondi europei destinati a quella parte della regione) ritornano e riverberano nella prosa sfumata e poetica di Magliani mentre descrive luoghi e atmosfere che partecipano della scrittura di entrambi. E quando finalmente l’olandese conoscerà il vecchio partigiano Bacì una delle sue prime riflessioni di fronte ai racconti di quest’ultimo sarà sui romanzi di ambiente partigiano che ha letto e la sua mente correrà subito a Una questione privata, il grande romanzo incompiuto di Beppe Fenoglio (e anche questa citazione non sarà affatto casuale).

Anche la storia del partigiano Iliev e dello Sfollato e della donna misteriosa (simboleggiata dal viso di legno coperto dalla carta velina e poi dal cencio di seta lasciati dal partigiano Bacì come indizi che potevano condurre Jan Martin verso la verità) potrebbero essere usciti da un libro di storie partigiane dello scrittore di Alba.

Anche la vicenda del figlio avuto dalla donna di Salò infiltrata nelle file partigiane e poi divenuto un avvocato di successo (coinvolto in tutte le vicende economiche più scabrose del dopoguerra) potrebbe essere il frutto della ricostruzione di una vicenda esemplare avvenuta nelle Langhe.

Eppure una differenza rimarchevole c’è e non soltanto riguardo allo stile (sul quale pure qualcosa andrà detto): le storie di Fenoglio sono praticamente tutte (quale più quale meno) vicende di ordinaria sconfitta (degli uomini, delle idee, dei sogni, degli amori); qui, invece, nonostante la malinconia di fondo e la mestizia della vecchiaia incombente e rancorosa, non ci sono tanto sconfitte quanto dichiarazioni di non luogo a procedere in confronto del passato.

I partigiani come Bacì (rimasto povero a ricordare ciò che poteva essere e non è stato) come il Savonese (come viene chiamato talvolta invece che il Cavaliere) o il grosso e ancora muscoloso Tanke e gli altri che si mobilitano per evitare che la verità sul tradimento nei confronti di Iliev venga risaputo non sono degli sconfitti dalla Storia – hanno semmai un conto aperto con la loro coscienza e con quello che hanno fatto degli ideali che avevano maneggiato (spesso con leggerezza, sempre con una certa indifferenza riguardo al futuro) nel passato.

E’quello che si ricava dalla sequenza finale del romanzo:

 

«Da qualche parte, lontano dal Mediterraneo, sul far del chiaro. Ogni tanto, durante la notte, mentre guidava, aveva provato a fare una telefonata usando l’auricolare. Formava il numero e attendeva. Finora aveva trovato la segreteria e non aveva detto nulla. Ma sul far del chiaro, sentì la voce di là. “Sapevo che chiamavi, olandese”. “Buongiorno, Cavaliere… Ho provato anche stanotte… Ho incontrato l’avvocato Arnoldi”. “Gliel’hai detto, cosa gli hai detto?” “Non gli ho detto nulla…”. “Hai fatto bene… Davvero non gli hai detto nulla? Immagino di non avere più molto tempo per saperlo”. “Non gli ho detto nulla”. “Hai fatto bene. Sta invecchiando anche lui… Ha avuto poca fortuna, sai, non s’è fatto neanche una famiglia, come non l’ha avuta prima… Ma vorrei poterti credere”. “Non gli ho detto nulla, mi deve credere”. “Ti credo allora… L’hanno usato, hanno usato anche lui, come hanno usato suo padre”. “Lui non credo sappia di lei”. “Lo sa…” “Non da me, da me non saprà niente nessuno, di questo non si preoccupi”. “Non mi dici nulla… Neanche come mi assomiglia?” “Come le somiglia!”. ” Dove sei?” “Sull’autostrada, in Germania… Sono stato a Canelli… “.  Un respiro lungo di là del telefono. “Nessuno saprà mai nulla, le do la mia parola”. “Come faccio a crederti?” “Ha ragione a dubitare… Ma le do questa possibilità”. “Sì, fra poco. Si stupiranno… Non ho tradito per soldi, olandese…”. “Ne sono certo”. Quando spense, la pura di aver fatto davvero quella telefonata lo svegliò. “Hai sognato…” si disse. Era sul far del chiaro, in una piazzola in Germania, dalle parti di Colonia. Aveva dormito più di un’ora. Allungò la mano e cercò la bottiglietta dell’acqua. Ne bevette a lungo. Poi accese e riprese a guidare verso il Nord» (pp. 328-329).

 

I personaggi, pur sempre inquieti e riflessivi, intenti come sono a ricordare il passato e le sue angosce, sono comunque riconciliati con esso e non lo disprezzano come tempo malato o perduto o devastato. Per essi, il passato è stato ciò che doveva essere o che ha potuto essere; nulla più.

Lo stile di Magliani è molto sorvegliato, attento alle pause, ai silenzi, alle attese, ai sogni, al destino.

E’ tutto fatto di descrizioni spesso minute (ma mai pedanti). L’indugio, il ritorno, il rimando, il continuo riprendere e lasciare il filo della narrazione non sono soltanto l’adeguamento alle necessità del genere prescelto ma una volontà di stile e, nonostante questo possa sembrare nocivo per un romanzo, di poesia.

L’uso della ripresa narrativa ha fatto parlare alcuni critici (un po’ troppo prevenuti) di scrittura o stile orale prevalente di narrazione intorno a un fuoco, di ricordo che si spezza e si frantuma nella dimensione soggettiva. Nulla di più falso. Jan Martin non è Marlow. La sua affubulazione è tutta interiore ma non si esplica in stream of consciousness né in indiretto libero determinato a rendere congenialità verbali diretto. Tutt’altro: la scrittura di Magliani non è mimetica. Vuole essere, invece, allusiva, indiretta, laterale (un po’ come quella dei migliori testi di Biamonti ma anche come quella prosa poetica di alcuni liguri – Rebora, Sbarbaro – ai quali certa sua precisione linguistica e certa sua melanconia metaforica certamente assomigliano).

Il taglio della descrizione, ad esempio, è tutto intessuto di  particolari anche molto specifici, di brevi segmenti che spesso possono sembrare non collegati, di ellissi e di salti anche temporali (dall’Italia napoleonica dopo Marengo, all’Italia della guerra civile contro i nazifascisti, al presente delle speculazioni edilizie sul territorio ligure e dell’abuso come dimensione comune della gestione economica e politica del paese); la scansione del dialogo è, invece, scabra, fatta di frasi brevi, nette, secche  (come spesso la personalità di chi parla).

Tutto questo ha poco a che fare con la fluenza del discorso narrativo di tipo orale. Piuttosto Magliani tenta la carta di coniugare il genere di ascendenza tradizionale (il thriller con molte sfaccettature) con la scrittura elaborata e coerente di un racconto di formazione.

In sostanza – nonostante il morto ammazzato dell’inizio, nonostante lo scavo nel passato non ancora troppo remoto d’Italia (come fa da tempo e con buoni risultati uno scrittore di genere come Loriano Macchiavelli), nonostante la vertigine del tuffo nella storia, Magliani racconta un personaggio, il suo sviluppo, la sua storia. E i suoi sogni.

[Storia contemporanea 7] [Storia contemporanea 9]

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