STORIA CONTEMPORANEA n.9: Quarant’anni prima, tra il Sessantotto e la deriva del linguaggio dei contemporanei. “La vita bassa” di Alberto Arbasino

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei.  (G.P)

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di Giuseppe Panella

 

9. Quarant’anni prima, tra il Sessantotto e la deriva del linguaggio dei contemporanei. Alberto Arbasino, La vita bassa, Milano, Adelphi, 2008

 

 

 

«In questo stato, e poi Un paese senza, obbedivano al dovere civile delle testimonianze ‘dal vivo’ nelle congiunture epocali, in seguito utili ai ricercatori e agli archivisti del ‘post’ e del ‘propter’, del perché e del percome, del prima e del dopo. “E se domani…”canticchiavano al piano-bar gli storici futuri anche involontari, nel corso degli eventi. Poi, ogni storiografia o iconografia o commemorazione finirà per registrare soprattutto due serie parallele di icone inevitabili, per quegli anni Settanta. Pasolini, Moro, Feltrinelli, e i tanti altri assassinati. Una pletora, si deplorò. Accanto, un’altra pletora di indimenticabili successi e cult forever: Mina, Celentano, Morandi, Battisti, Baglioni, De André, De Gregori, Dalla, Paoli, Guccini, e tanti altri miti e riti regolarmente estremi e duraturi e ‘live’. Anche alle esibizioni attempate di Keith Jarrett e moltissimi altri, a tutt’oggi, quante migliaia di junior e senior si eccitano e commuovono sinceramente dopo aver sborsato cento euro dai bagarini o sopportato fatiche ‘bestiali’ in coda. Così, anche questo nuovo libretto “sui fatti del 2008” si proporrà (ancora una volta) come una obiettiva ‘deposizione’ testimoniale a caldo su un altro snodo o svincolo o scivolo di eventi italiani probabilmente epocali, nel mesto corso del loro svolgersi» (pp.102-103).

 

E’ già questa la cifra di un libro certamente breve ma sempre succoso e aspro come un limone ben maturo. La Kulturkritik o meglio la critica del linguaggio pseudo-culturale  (la professione già preferita negli Anni Venti da Karl Kraus, tanto per fare un esempio illustre e adeguato all’oggetto) è sempre stata la passione manifesta e celebrata di Alberto Arbasino.

Ovviamente, dalla critica delle parole (parolacce o meno che possano essere considerate) alla critica dei costumi di quelli che le usano (impropriamente e goffamente e crudamente) il passo è assai breve.

In La vita bassa c’è tutto questo e gli strali acuti (come pure le bacchettate severe) dello scrittore di Voghera per i suoi contemporanei non potrebbero cadere così fitti in un anno come il 2008 destinato al ricordo solerte e alla rievocazione forsennata (e spesso piuttosto interessata) dei fasti del Sessantotto, annus mirabilis della contestazione di molti e della giovinezza di tutti i protagonisti di quell’annata (come pure di molte delle seguenti, nel bene e nel male, nella violenza ostentata e nella prevaricazione vissuta).

Seguendo la falsariga già utilizzata in Un paese senza (Milano, Garzanti, 1978) e in In questo stato (che è, invece, del 1980, poi ristampato sempre da Garzanti di Milano nel 1990), Arbasino procede per aforismi e brevi sentenze, per sintagmi accusatori e spesso per lunghe sequenze di allitterazione fonetica e latamente linguistica utilizzando termini ormai in uso che, messi in fila in un certo modo, non sembrano dare senso alcuno alla loro proliferazione come parole non utilizzabili ma che mimano di poterlo essere.

Di conseguenza, l’oggetto del contendere risultano i costumi linguistici degli Italiani e i loro vezzi provincial-linguistici (sulla scia di non dimenticati testi analoghi di antropologia culturale attribuibili a Leopardi e a Gramsci). Ma dietro questi difetti di conoscenza e di razionalità ci sono anche interessi concreti e ben precisi – la cultura mancata nasconde anche (o forse soprattutto?) i profitti personali e le corruttele continuate che non appartengono soltanto al profilo linguistico di amministratori e politici di lungo corso e di smisurato appetito.

La vita bassa, di conseguenza, è un libro di moralità esacerbate e spesso sapientemente virulente, alimentate però dall’acido corrosivo e dalla capacità agonistica di una volontà satirica che non l’abbandona fino alla fine. Il libro vuole essere descrizione attenta (anche se ironica e disincantata) dei “segni dei tempi”:

 

«E “la vita bassa”, da noi, non diventerà una Metafora illuminante e dirigibile, nella pubblicistica ‘easy’ satura e beata di cose che sono sempre metafore di altre cose? Non solo il mercato e i mercatini, anche gli scarichi paiono ormai ingorgati eppure insaziabili di metafore del nostro tempo, del nostro paese, della nostra condizione, dell’esistenza umana, di Dio, dell’ermeneutica, di tutto. Anche metafore di metafore, metafore polivalenti? Moratoria sulla metafora, urge? Sennò, bufera sulla bufala, mozzarelle mozzafiato, riflettori accesi su Roma nun dà la bufala stasera? E se “la vita bassa”, per i prossimi Lévi-Strauss e Mauss e Bataille e Leiris e Caillois (in un aggiornato Musée de l’Homme con foto in bianco e nero di ‘indigeni’ autentici con addomi e glutei ridondanti odierni esibiti di fronte e profilo), diventasse un Segno antropolo- ed etnometodologico strutturale e culturale di tutto un Inconscio o Conscio tribale ed elettorale non solo giovanile e sgargiante, come i totem e tabù e le penne e gonnelle e facce dipinte dei più rinomati aborigeni? “Funzione segnica” un pochino ruffiana o equivoca?… Feticcio peraltro pochissimo studiato, per ora, nonostante la prensilità così ‘easy’ e ‘quick’ degli apparati mediatici specializzati» (pp. 26-27).

 

La “vita bassa” è allora sia la moda di andare in giro con i pantaloni allacciati al di sotto dell’ombelico (usanza molto in voga soprattutto tra le fanciulle tra i tredici e i diciotto anni) sia la dimensione ormai degradata della vita pubblica e culturale italiana.

Arbasino non risparmia sarcasmi agli intellettuali di ieri (alla silenziosa fronda degli Ermetici fiorentini alle “Giubbe Rosse”, ad es., o a quei personaggi della scena letteraria degli anni Trenta – Malaparte, Montanelli, Prezzolini, Longanesi, con i distinguo del caso – poi riciclatisi con qualche clamore all’alba del dopoguerra) o a quelli di oggi nella consapevolezza che per essi varrà sempre il “Viva Francia, viva Spagna, purché se magna” di cui già riferiva il Gramsci dei Quaderni del carcere.

Ma, in realtà, è il costume italiota a essere nel mirino di una critica che non si nasconde le difficoltà di andare a bersaglio, data la pervicacia dei difetti da sconfiggere o da sormontare. Le pagine e le riflessioni sul malvezzo italiano di usare termini stranieri oscuri o inadatti per indicare organi di governo o forme di rappresentanza politica e amministrativa (da ‘governance’ a ‘welfare’ a ‘privacy’) sono emblematiche al proposito come pure quelle sull’”Inno di Mameli”, la cui arcaicità linguistica si allea e ben si sposa con la riluttanza a cantarlo da parte di non pochi politici e calciatori.

Ma il pezzo forte di questo libro non è tanto la critica spietata alla “vita bassa” del presente quanto la rievocazione del passato vissuto in prima persona da Arbasino stesso.

Tutta la seconda parte del libro è dedicato alla rievocazione di “incontri con uomini importanti” avuti dall’autore quarant’anni prima (molti di essi erano già apparsi in parte in Sessanta posizioni, Milano, Feltrinelli, 1971, un libro in cui venivano chiamati in causa i maggiori esponenti della cultura europea degli anni Cinquanta e Sessanta).

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 [Storia contemporanea 8] [Storia contemporanea 10]

 

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