“IL TEMPO E LA POESIA ANTAGONISTA. I PROCESSI ASIMMETRICI” (parte I) di Antonino Contiliano

poesia asimmetrica

di Antonino Contiliano

 

Il tempo concreto della poesia ripugna l’istanza di un ritmo costante, univoco e di una metrica omologante assorbente il multiversum; un tale ritmo come uno stampo indifferente e ripetibile – differente solo un’apparente individualità di contenuto o autore – non può rendere conto di tutta la complessità, di cui un testo poetico è carico, specie se è voce che matura nel tempo biopolitico contemporaneo che gli dà corpo. Un tempo che, oggi, in parte, come quello della poesia, per i suoi aspetti legati alla cognitività e alla significanza delle relazioni immateriali e di senso, matura entro i processi dell’autonoma libertà compositivo-po(i)etica propri alle singolarità individuali e sociali, e come un ‘bene comune’. Un bene che ogni singolarità plurale sperimenta liberamente nel laboratorio della soggettivazione poetica per esprimerla e comunicarla, poi, in maniera simbolico-semiotica politicamente, o in presenza con gli altri. 

Vitale come l’ossigeno per la vita biologica, la libertà lo è per la poesia come un bene comune. Indivisibile e indispensabile, infatti, ha una sua peculiare funzione di senso nell’immaginario vitale dell’esistenza collettiva che si svolge nella res pubblica e nel comune.

Qualunque cosa – diceva Robespierre – “necessaria a mantenere la vita deve essere bene comune e solo il superfluo può essere riconosciuto come proprietà privata”.(1)

E la poesia non è un bene superfluo e privato, se mette in scena il modo d’essere della soggettività sociale nella sua ricerca di senso per la vita e la morte individuale e collettiva degli animali umani; né tanto meno ci si può disinteressare, allora, di quello che dicono e scrivono poeti o scrittori, se la loro azione politico-intellettuale suggerisce o dice del consenso o del dissenso intorno allo stato di cose presente e del senso dell’essere e fare insieme, specie quando il tessuto delle relazioni non migliora di certo i livelli e la qualità della vita di tutti.

La poesia antagonista può “Rendere migliore il mondo”, scrive il poeta Luca Rosi nell’“ordine del giorno” (2007) della rivista “Collettivo / Atahualpa R” (dove “R” sta per: 1- Resistenza – antifascismo, antinazismo, antitotalitarismo –; 2- Rivoluzione – “profondo cambiamento, continua messa in discussione di ciascuno di noi all’interno della propria coscienza e della propria storia personale” –; 3- Ricerca – “laboratorio ispirato al work in progress poetico, politico e sociale, quel poiein che dagli antichi greci in poi ha caratterizzato la poesia” –),   soprattutto se la   guerriglia della poesia non rimane “un fatto semplicemente estetico, o, peggio à la page […] Ma la poesia è anche una “matita” che ‘qualche volta graffia, / s’impunta sopra il foglio’ (Riccarda Barbieri) e diventa un’arma non convenzionale usata dalla donna […] o come scrive la poetessa mapuche Rayen Kvyeh nella sua Luna di cenere (corsivo nostro) ‘ Un bosco di tenerezza / s’annida nel mio ventre / dando vita / a un embrione ribelle’”. (2)

Un testo poetico non può rinunciare, quindi, alla propria temporalità storica che l’interseca e lo intreccia. L’insieme del comune, eterogeneo e storico, e degli elementi che lo strutturano, infatti, s’impone come una cifra inaggirabile e un’istanza antagonista complessiva. Si individua come un crocevia instabile di esterno e interno, di pubblico e privato, singolare e comunitario, nazionale e transnazionale che brucia forze produttive e rapporti di produzione in conflitto permanente, in quanto un ritmo non lineare, zig-zag come un’orbita planetaria, lo agita tra forze di attrazione e di repulsione variamente combinate

È impensabile, dunque, che il tempo di un testo poetico, come la storia in cui s’inserisce, sia un involucro permanente e astorico contenente parzialità frammentate e al di fuori delle relazioni che lo attualizzano con ritmi separati. Contenuti, singoli autori, temi, idee, forme e configurazioni sono sì determinati e relativi, ma hanno una contestualità dinamica che li accomuna in un tessuto le cui relazioni sono sempre un differenziale che si altera. Sì che la composizione di un testo non può non riflettere la con-tingenza storica e temporale delle sue parti e il modello che l’assembla nella scrittura, per poi riattualizzare il tracciato in una chiave di lettura e partecipazione che non può ignorare l’angolo del tempo che l’interpreta o la fa ri-presentare in tutta la sua potenzialità.

C’è una complementarità di elementi e livelli che si incastrano reciprocamente tra regolarità, irregolarità, variabilità oggettive e soggettive ineludibile. E tra queste, le diverse istanze temporali che attraversano il testo e il nome del tempo che li sintetizza e lo stesso concetto di tempo che cambia a seconda del contesto e delle presupposizioni.

La poesia in quanto testo, infatti, non perde niente dei suoi legami, per esempio, con l’extratesto, ovvero con tutto il reale cui si rapporta nella varietà delle sue forme di conoscenza e prassi, e che si articolano nella dimensione di una ontologia temporale, comprensiva degli immaginari simbolici maturati e proiettabili, e della sua tendenza politica.

Le molte determinazioni, esplicite o implicite, ne fanno infatti un poli-testo e una letterarietà di “tendenza” che – come diceva Benjamin nella conferenza del 1934 L’autore come produttore – è politica in quanto parte di un campo più vasto in cui il sistema e gli elementi che vi concorrono sono in un certo rapporto di reciproca implicazione.

Un vero e proprio circuito circolare di simmetria e asimmetria in cui la natura del “campo” poetico, analogicamente, funziona come il campo quantistico; qui, infatti, la natura del campo è determinata dal modo con cui le proprietà dei suoi quantum ondulatori si aggregano e viceversa.

D’altronde, affrontando questioni in ordine alla “teoria critica”, Walter Benjamin ha anche scritto che, individuata l’idea portante, “come la filosofia, in concetti simbolici, include eticità e linguaggio nel teoretico, così il teoretico (logico), in eticità e linguaggio, può a sua volta essere incluso in concetti simbolici. Allora nasce la critica etica ed estetica”. (3)

In termini più lati, il problema ora, è, anche quello che lo stesso Benjamin si era proposto e definito nella prospettiva della politicizzazione dell’estetica e della poesia, così come Sartre, in epoca di decolonizzazione e postcolonialismo, porrà la cosa in termini di letteratura e poesia dell’impegno o dell’essere “imbarcati”.

Per il nostro tempo del pensiero unico, invece, noi dovremmo essere gli Imbarcati antagonisti contro il biopotere della rimodernizzazione capitalistica globalizzante, fluida, decentrata, esternalizzata. Il potere dominante, infatti, lavora su tutti i versanti sia per il possesso esclusivo delle ricchezze, quanto per la morte della libertà e l’amministrazione esclusiva e totalizzante della stessa vita biologica oltre che sociale-collettiva delle singolarità e delle soggettivazioni che le riguardano.

Il livello dello scontro è planetario (come dimenticare la bioetica, le neuroetiche o i vari sistemi di rilevamento e controlli che si esercitano nei luoghi di transito: aeroporti, porti, ferrovie, valichi etc); e la speranza e la scommessa è che l’antagonismo in atto dei movimenti non si arresti, ma si dilati e incrementi i suoi spazi di libertà e azioni alternative al vivere irreggimentato. Perché è qui che stanno anche i motivi del rinnovato conflitto di classe; motivi che, espressi in varie forme politiche, oltre che culturali e artistiche, danno senso antagonista anche alle nuove avanguardie che, nell’odierna rivoluzione no-global, si muovono in una con i movimenti dell’autodeterminazione, della democrazia radicale, della libertà e dell’esser-ci irriducibili alla trasparenza delle misure canonizzate.

Il legame della poesia con il politico e il tempo che lo esplica fa sì, allora, che un autore sia sempre “imbarcato” – come diceva Sartre –, e che lo sia dentro l’articolazione aperta dei rapporti di produzione del tempo e dei suoi cambiamenti; e ciò per rispondere come ’“appello alla libertà” e della libertà. Una risposta che continui sia la liberazione, sia la pratica effettiva e radicale della libertà completa come autodeterminazione diretta e collettivamente comune al fine della soddisfazione dei bisogni materiali e immateriali che riguardano tutti, nessuno escluso.

Per Benjamin e Sartre (entrambi richiamati) – lì dove certa politica di classe veniva estetizzata per usare anche della poesia in funzione ideologico-conformista – si trattava, come per noi, di mettere a punto una tendenza di liberazione e libertà antagonista e vs la contro-tendenza, il contrario cioè della tendenza; così come la controrivoluzione era il contrario della rivoluzione e non una rivoluzione contraria.

E oggi, in questa Italia particolare, la “rivoluzione” della modernizzazione veltro-berlusconiana è una controrivoluzione che abbisogna di una opposizione senza quartiere, ad oltranza. E se non trova blocchi che non siano i movimenti degerarchizzati, il tempo, generalmente inteso, della poesia o delle avanguardie, che scrutano le dinamiche socio-politiche e culturali globali (e ne scrivono e dicono), non può restare fuori da questa alleanza di comune demistificazione e decostruzione oppositiva.

A guardare dentro la stessa arte e/o letteratura del nostro “secolo breve”, poi, le stesse rivoluzioni filosofico-scientifiche (oltre quelle politiche), che hanno toccato il concetto del tempo, hanno trovato modo di lavorarlo e immetterlo come materia nel suo laboratorio di allegorizzazione poetico-politica.

Così, se oggi, nell’epoca dei processi globali e delle innovazioni, che in parte sfuggono ai controlli del biopotere dominante, la tendenza è quella della libertà e della sua creatività – come autovalorizzazione cooperativa di singolarità libere che producono in libertà e libertà –, la temporalità poetica deve continuare ad essere sia “appello alla libertà” sia risposta all’appello della libertà. I processi di liberazione non hanno finito il loro corso. La coscienza della libertà, come completa autonomia, autodeterminazione e rischio rispetto alle regole delle equivalenze astratte delle misure del capitalismo, pur nelle sue mutazioni in corso, non è agli albori, e deve conquistare strati sempre più vasti di popolazione e moltitudini.

Il capitalismo non produce libertà. Il suo modello politico costruisce solo pratiche di controllo e sorveglianza terroristiche, e illiberale controtendenza. L’egemonia capitalistica postfordista, infatti, scrive Antonino Negri, cerca lo scontro e la sopraffazione per neutralizzare la tendenza libertaria del tempo in corso. Sia che la libertà sostanzi il lavoro, sia che la cultura politica la riconosca e la sostenga come potenza che produce beni e letizia, il capitalismo postfordista neoliberistico si qualifica come la sua ‘controrivoluzione’.

Ma la libertà è produttiva e anche “il capitale fisso che sta dentro il cervello della gente. È questo uomo libero di immaginare, comunicare, costruire linguaggio che qui ci interessa. È solo la libertà a creare valore […] un evento, un kairòs, è invenzione del tempo e quindi non è possibile misurarlo, ed essendo un lavoro non misurabile” (4) si àncora alla libertà e ad una temporalità che non è né misurata né misurabile.

Il mondo del postfordismo, la rimodernizzazione capitalistico-borghese dell’automazione microtecnologica del lavoro e dell’informatizzazione della società, assicurate dal capitale finanziario-militare, è, però, quindi, anche quello del general intellect o del lavoro cognitivo come azione autonoma ed essenziale della libertà come “capitale” di vita e di lavoro di cui tutti godono. Una potenza d’uso che il Capitale non produce, anzi tende ad ingabbiare e stritolare in contro-tendenza permeandola fin nei processi fluidi, dove si decide della vita e della morte di ognuno, perché ognuno è trattato come un ente manipolabile o un oggetto da mantenere o da espellere dal mercato quando la sua funzione di produrre profitto materiale e ideologico si è esaurita.

E su questo punto l’editoria e i massmedia mainstream sfornano una letteratura e un baccano quanto mai paradossale. Paradossalmente, infatti, più la biotecnica, socializzata e istituzionalizzata del capitalismo in corso, si impossessa della cura della vita singola, e più il singolo viene privato del diritto, del senso e della libertà personale di decidere della vita e della morte proprie.

Ritorna il raccordo tra la tendenza politica e letteraria di cui ha parlato Benjamin e che Francesco Muzzioli ha ripreso e riproposto nei termini della critica e dell’alieno nel suo Quelli cui non piace.

Così Benjamin:

 

«Vorrei mostrare Loro che la tendenza di una poesia può essere politicamente giusta solo se è giusta anche letterariamente. E cioè che la tendenza politicamente giusta include anche una tendenza letteraria. E aggiungerò subito che questa tendenza letteraria che è contenuta implicitamente o esplicitamente in ogni tendenza politicamente giusta – essa e null’altro costituisce la qualità dell’opera. La giusta tendenza politica di un’opera include dunque la sua qualità letteraria in quanto include la sua tendenza letteraria». (5)

 

Una tendenza e una qualità che, ancora con Sartre, si può enucleare come l’irrinunciabile “appello alla libertà” e della libertà, cui deve mirare la letteratura e la poesia dell’engagement che risente e si sintonizza con i campi mobili e riterritorializzanti dei movimenti meteco-orizzontali odierni, e dentro la struttura di ipotesi funzionale e funzione-ipotesi quale può essere quella che, in un certo modello del sapere microfisico, lega la natura del campo quantistico e la modalità con cui i suoi quantum ondulatori si accoppiano per determinarlo

 

«La natura di un campo è completamente determinata dalle proprietà della particella che lo trasmette, mentre la natura di una particella, in ultima analisi, dipende dai modi in cui essa si accoppia ai campi”». (6)

 

Un rinvio analogico e allegorico, più strettamente legato alla Cromo Dinamica Quantistica (QCD), forse, aiuta a rendere meglio, e visibilmente, il legame strutturale che connette poesia e politica come nel circuito indicato da Benjamin.

La polis quantistica ha qui, infatti, una costellazione configurativa in cui le diverse specie di quark si tengono l’un l’altro per dar vita a un complesso dinamico e temporale-storico dove la tendenza di uno deve fare i conti con la giusta coerenza dei gluoni (colla) e dei colori (carichi anche loro di + e –, positive e negative) che governano l’accoppiamento delle componenti in termini di unita separazione quanto di produttiva riaggregazione o spezzata connessione tra radiazioni e contrazioni.

E tutto ciò avviene in un campo che è in movimento continuo di instabile equilibrio tra frammenti, che si riorganizzano permanentemente, e frattalizzazioni senza fermate definitive in quanto spinte da una tendenza riaggregante e rinnovo di altri legami.

 

«I gluoni si originano in movimento, intensificando così la forza che essi trasmettono. Questo incremento supera quantitativamente la naturale tendenza dei campi a indebolirsi con la distanza. Se due quark cercano di allontanarsi, la forza che li tiene legati diventa in realtà più intensa e la costante di accoppiamento più grande. […]. Considerati globalmente, questi effetti spiegano perché si è rivelato impossibile separare un singolo, isolato quark dai suoi partners». (7)

 

Come dire che il rapporto tra poesia e politica è un legame di impegno e “compromissione” inevitabile tra “appello alla libertà”, libertà e condizioni materiali e immateriali storiche complessive, cui nessuno può indebitamente sottrarsi se non per esilaranti cesure.  Così

 

«lo scrittore, sia saggista, libellista, satirico o romanziere, sia che parli soltanto delle passioni individuali oppure prenda di mira il regime sociale, in quanto uomo  libero che si rivolge a uomini liberi, ha un solo tema: la libertà. […] Così, comunque, siate arrivati, quali che siano le opinioni che avete professato, la letteratura vi spinge nella mischia, scrivere è un certo modo di volere la libertà; una volta che si è cominciato, per amore o per forza ci si trova impegnati. Impegnati a cosa? Si fa presto a dire: a difendere la libertà. […] lo voglia o no lo scrittore, anche se aspira dentro di sé agli allori eterni, parla ai suoi contemporanei, ai suoi compatrioti, ai suoi fratelli di razza o di classe”. […] Dirò dunque che uno scrittore è impegnato quando cerca di acquistare una coscienza chiara e completa di essere “imbarcato”, cioè quando trasferisce l’impegno, per sé e per gli altri, dal piano della spontaneità immediata a quello della riflessione». (8)

 

Il testo poetico, che ha sì un’aseità tecnico-semantica, e libertà peculiare e ‘sperimentale’ nell’intrecciare i tempi della “tendenza”, rispetto alla stessa lingua comune onnitestuale, deve pur contemperare e coinvolgere un orientamento riflessivo a più lato orizzonte se non vuole che il portato della libertà rimanga un fatto elitario e voce castrata. Così deve farsi carico di una dinamicità storico-ideologico determinata e critica  che leghi il tutto al contesto e alla “qualità” di libera circolazione antagonista, cui non può rinunciare; specie se punta all’azione del dire “imbarcato” nell’ambiente della comunicazione cognitivo-sociale, che, oggi, è anche forza di produzione e riproduzione del postfordismo globalizzante. La comunicazione cioè che si materializza in quei processi relazionali di lavoro e di vita che si svolgono soprattutto per le strade delle metropoli globali e delle autostrade elettroniche INTERNET come un teatro all’aperto, e una scena che mette in essere forme di meticciato in marce allegorizzanti, ironico-satiriche e musicali ritmanti un dissenso consapevole della propria forza d’urto.

 

«L’avanguardia agisce aggredendo il presente pratico e politico della comunicazione. Già il futurismo è stato un tentativo, una volontà, di conquistare lo spazio della comunicazione. Marinetti pensava ad una parola politica, teatrale. E in qualche sua pagina si legge infatti che tutti i testi futuristi sono stati pensati o scritti a teatro.

Una poetica d’avanguardia è esattamente l’opposto delle grandi poetiche moderne, che sono invece delle poetiche che resistono all’as­salto della modernità e quindi si creano uno spazio di sopravvivenza autonomo.

Non bisogna dimenticare che l’arte è divenuta autonoma nel Settecento; prima non si era mai pensato ad un’arte autonoma.

[…]

Di fatto l’avanguardia è sempre politica. Breton era trozkista. E del futurismo stesso, non è tanto importante l’ideologia in sé angusta, limitata e contraddittoria, quanto l’operazione di intervento che esso si proponeva di compiere: e cioè l’uso della parola come funzione pratica, politica, non come un puro artificio letterario.

Quella pronunciata dall’avanguardia è, insomma, una parola-azione, che deve agire su chi ascolta, che lo deve cambiare, coinvolgere pienamente nella propria enunciazione. Questo è il punto nodale dell’avanguardia, l’aggressione dello spazio pratico. Ma con il postmoderno si è imposto un tipo di comunicazione che va sotto il segno della banalità: i linguaggi dell’effimero hanno egemonizzato le soluzioni dell’avanguardia, le hanno fatte proprie, le hanno svuotate. E la museificazione ha agito in modo incontrastato, senza più trovare vera resistenza.

Ora, resistere a questa egemonia mi sembra un compito importante, che non può che essere l’avanguardia. È necessaria un’azione di opposizione diretta nel campo del mercato. E necessaria e sempre più attuale una parola d’avanguardia, che rompa le regole del gioco, che suoni, per dirla ancora con Nietzsche, «inattuale» ed «intempestiva».

[…]

In una concezione di storia laica, non metafisica, senza più il conforto di punti d’appoggio, senza più sacralità, il compito di ognuno è quello di dire la verità del momento, ciò che il momento dimentica e che, se viene dimenticato, è perché in qualche modo, è temuto.

[…]

Il discorso sullo sperimentalismo riguarda la letteratura che non ha più modelli di tipo classico e che, non puntando alla perfezione in senso platonico, valorizza la temporalità della scrittura.

[…]

Nell’attuale sistema multimediale, a fronte di una immensa esibizione del visibile, qualcosa non ha più immagine, si pone come non più rappresentabile. E ciò che è nascosto è la materia del mondo.

L’avanguardia in fondo ha sempre teso a spezzare la sordità del momento storico, a rompere uno spessore di dimenticanza, a far riaffiorare con violenza il conflitto. E l’allegorizzazione è sempre allegorizzazione del dimenticato, del non presente, del sottratto. In qualche modo l’avanguardia vorrebbe – questo è importante – risalire da un oblio che porta alla perdita totale di senso della comunicazione attuale. Il suo è un violento richiamare, fare riemergere il perduto». (9)

 

Ora, la comunicazione dell’avanguardia attuale, secondo noi, è prendere contatto diretto con i processi asimmetrici delle nuove soggettivazioni plurali – che ha fatto emergere la globalizzazione migrante e ibrida – e porsi come fine la libertà come bene comune inalienabile, finora rimasto insaccato nell’oblio riduzionistico del quadro valoriale occidentale-capitalistico calibrato sulle misure astratte.

Se il problema di ogni testo, allora, è quello di comunicare nel/con il proprio tempo e orientarlo nella libertà sia al presente quanto al futuro, la lingua poetica – come disse Marx – non può non farne scendere il pensiero nella vita, così come l’avanguardia engagée, con il suo debito sperimentalismo, non può non tener conto nella sua valenza politico-critica delle molte determinazioni che la sollecitano. Determinazioni storiche che, per dirla con Jean-Luc Nency, si propongono pure come soggettivazioni rivoluzionarie singolare plurale e autovalorizzanti “gli-uni-con-gli-altri” nelle azioni comunicative socializzanti, in quanto il senso di ciò che sono e producono collettivamente, e nel ‘comune’, è nella loro potenza del fare insieme senza le catene del sistema padronale, ovvero rendendo “obbligatorio” ciò che è “vietato” e dando, come dice Prygogine, alla materia la possibilità di vedere quando è lontana dall’equilibrio.

 

«Il discorso contemporaneo sul senso fa di più. Che lo sappia o meno, fa molto di più e fa qualcosa di completamente diverso: mette in evidenza il fatto che il ‘senso’, inteso così assolutamente, si è trasformato nel nudo nome del nostro essere-gli-uni-con-gli-altri: noi non ‘abbiamo’ più senso perché siamo noi stessi il senso, interamente, senza riserve, infinitamente, senza altro senso al di fuori di ‘noi’. […] Essere singolare plurale: queste tre parole giustapposte, senza determinazione sintattica – ‘essere’ può essere verbo o sostantivo, ‘singolare’ e ‘plurale’ possono essere aggettivi sostantivi, si può scegliere la combinazione che si vuole – marcano al tempo stesso un’equivalenza assoluta e la sua articolazione aperta, impossibile da racchiudere in una identità. L’essere è singolare e plurale, al tempo stesso, indistintamente e distintamente. È singolarmente plurale e pluralmente singolare. Tutto ciò non fornisce un predicato particolare dell’essere, come se l’essere fosse o avesse un certo numero di attributi tra cui quello, duplice, contraddittorio o chiastico, d’essere singolare-plurale. Il singolare-plurale forma al contrario (corsivo nostro) una costituzione che disfa o disloca, di conseguenza, ogni essenza una e sostanziale dell’essere stesso. […] L’essere-con è costitutivo dell’essere, e lo è […] per la totalità dell’essente: la comparizione ‘sociale’ è essa stessa l’esponente della comparizione generale degli essenti. Questo è il sapere che ci fa strada da Rousseau a Bataille, da Marx a Heidegger, e che richiede un linguaggio che sia il nostro. […] Questo non vuol dire che lo si possa fare domani, o più tardi, in virtù di un progresso o di una rivelazione, non si tratta di un nuovo oggetto di riflessione che debba essere identificato, definito ed esibito in quanto tale. […]. Dobbiamo semmai dis-identificarci da ogni specie di ‘noi’ che sia il soggetto della propria rappresentazione, e dobbiamo farlo in quanto ‘noi’ com-pariamo: il ‘pensiero’ di ‘noi’  […] non è un pensiero rappresentativo (non è un’idea, una nozione, un concetto) ma una praxis e un ethos: la messa in scena della comparazione, quella messa in scena che la comparazione è». (10)

 

Un tempo, quello della poesia avanguardista e impegnata, dunque, intreccio di variabili, livelli diversi e pratica significante di parti che dialoga sia con l’inter-testualità che con l’extratestualità e le singolarità plurali, e le cui parti, non di rado, come frammenti e insiemi di frammenti con-tingenti, si relazionano per radiazione reciproca di “prestiti energetici” che passano per le vie dell’ “effetto tunnel” quantistico. È il plus-valore poetico rimasto in circolo, non riducibile a nessuna unità di misura astratta e finita, che si propaga superando gli ostacoli del sistema d’ordine provocando le insorgenze dell’“effetto farfalla” come il “lavoro vivo” che produce oltre le gabbie organizzative.

L’“effetto tunnel” è l’effetto per cui un elettrone (una macchina), benché la sua energia cinetica (benzina) si sia esaurita, oltrepassa la barriera del potenziale elettrico (la salita), perché il bombardamento di radiazioni luminose, che riceve per essere localizzato e visto durante il passaggio, gli conferisce per un brevissimo tempo (∆t) relativistico (prossimo alla velocità della luce), un supplemento di energia cinetica (previsto dal principio di indeterminazione, “discreto” e determinato di Heisenberg); e ciò è quello che rende possibile quella transizione negata dalla fisica classica. Benché invisibile e impossibile – al contempo non viola il teorema di conservazione dell’energia – non consente alla macchina di arrestarsi sulla cima del monte. È il fenomeno che prende il nome di effetto tunnel. E gli “effetti apparentemente paradossali dell’effetto tunnel hanno condotto al comandamento secondo cui in meccanica dei quanti tutto ciò che non è esplicitamente proibito è di fatto obbligatorio”. (11)

 

«Accanto alla normale evoluzione temporale di un siste­ma fisico, la meccanica dei quanti ne permette quindi una alternativa e puramente quantistica basata sul prestito energetico, che chiameremo salto quantico. Per oggetti macroscopici, come ad esempio l’automobile sul cavalcavia, l’evoluzione quantistica non corrisponde ad effetti misurabili. Questi appaiono invece di norma in campo atomico.

In linea di principio, l’evoluzione di un sistema fisico quantistico si svolge normalmente lungo la linea del tempo, ma è intervallata da salti quantici mediati da prestiti energetici. Per sua natura il salto quantico non è visualiz­zabile. Se tentassimo di osservare un sistema fisico mentre lo esegue dovremmo illuminarlo, disturbarlo e fornirgli in questo modo l’energia necessaria per eseguire il salto sen­za poter poi controllare se questo è stato reso possibile da noi oppure dal prestito. La meccanica dei quanti non è interessata a saperlo».  (12)

 

Come dire che in un testo poetico le dismisure delle dissonanze, dei salti e dei montaggi, non “ortodossi”, e dei frammenti potenzialmenti sottesi e “imbarcati” non fanno perdere significati e sensi ma ne producono di più; producono plus-valore poetico: polisemia e polifonia dialogica semiotica e inter-semiotica come un evento di senso irriducibile al dato e libertà di significazione in fieri. La lingua come il lavoro e la materia o la miscela sub-quantica hanno la variabilità discreta della con-tingenza, e in grado di far riconfigurare diversamente le cose che vivono l’unitarietà multiversa nel tempo uno-molteplice, diversamente da quello che postula l’uno come immobile medesimezza e l’altro come due di uno o inconsistente apparenza rispetto al simbolo dell’universalità astratta e ipostatizzata.

Un tempo alternativo, dunque, quello che corre e carbura la ricerca alternativa e di tendenza, e per una pratica poetica dell’“alternativa nella letteratura” ad opera di soggetti e soggettività antagonisti che producono verità collettivamente (la verità, ha detto Marx, non è una questione teorica ma pratica). E la verità di questa pratica è sia liberazione dall’oppressione, lì dove ancora non è dismessa, sia tempo assolutamente libero come autodeterminazione in comune (non solo quindi negativamente) di singolarità e soggetti sociali del molteplice; soggetti alternativi e impegnati nel far poesia che scardinano tabù e clericalismi dominanti di varia natura dove osteggiano il godimento estetico-critico e il tempo che lo anima.

Un tempo “impegnato” e alternativo, dunque, in cui il soggetto del risveglio e della ripresa – che non delega più nessuno per il “godimento” in quanto attivo manipolatore esso stesso delle “strategie del testo” – può agire direttamente la crisi, la critica, il giudizio, la scelta e la “criticità” (Francesco Muzzioli).

Il problema, infatti, dice Muzzioli, correlandosi a Brecht, “è quello del gusto dei subalterni e degli oppressi, nel caso del proletariato. La classe rivoluzionaria può soffrire dei complessi di inferiorità (come già i borghesi nei confronti dei nobili) soprattutto nell’ambito dell’estetica. Può fare scelte che, all’occhio dei valori dominanti, sembrerebbero sbagliate. Né c’è alcuna garanzia che ciò che gli “piace” sia adeguatamente rivoluzionario, visto che spesso gli inferiori ricevono gli habitus smessi, i gusti arretrati”. (13) Per cui, scrive Brecht, “È completamente sbagliato considerare la critica come qualcosa di morto, di improduttivo, per così dire di barboso. È il signor Hitler che desidera diffondere una tale concezione della critica. In realtà l’atteggiamento critico è l’unico produttivo e degno di essere umano. Esso significa collaborazione, progresso, vita. Senza un atteggiamento critico il vero godimento estetico è impossibile”. (14)

Il tempo della poesia è così, pure, il linguaggio del tempo produttivo-comunicativo esterno e plurale critico (non solo espressione del tempo interiore e privato della vecchia individualità e del suo “Io” liricizzante) che si fa carico di un godimento “impegnato” in azioni di resistenza e offesa a più largo raggio, lì dove l’ideologia della cultura dominante per l’oppressione esercita una parola sociale d’ordine che sorveglia incuneandosi nella stessa coscienza dei soggetti subalterni, alzandone le soglie in funzione della tolleranza castrante.

Una criticità estetico-poetica alternativa che, antagonisticamente e parodicamente, procede dunque smascherando il tempo dell’Io del capitale e dell’io liricizzante, ancora agenti nell’era del capitalismo cognitivo, e pur in presenza della ‘potenza’ creativa del general intellect individuale e sociale che sperimenta l’autovalorizzazione, e in essa una parola disubbidiente.

L’automazione del lavoro linguistico-relazionale postfordista e l’informatizzazione capitalistica del sociale, infatti, non si risparmia, pur di continuare a dominare il nuovo tipo di operaismo diffuso e di democrazia collettiva, il controllo delle contestazioni del dissenso simbolico critico che sfuggono alle regole del “consumismo” gerarchico e sistemico del consenso passivo. Il controllo, infatti, segue attraverso l’impiego di dispositivi relazionali elusivi e di esclusione che denegano il valore della parola poetica e soprattutto di quella antagonista.

Non è un caso, infatti, che la cultura e la ricerca sono state assoldate a servizio ricreativo o relegando la poesia e la letteratura fuori scaffale, o, se va bene, sul piano dell’autonomia astratta, e se va male, anzi a profitto, sul piano della valorizzazione dell’“utile marginale” dell’estetizzazione del talk show, come del resto è avvenuto con la politica della sovranità rappresentata: sovranità del popolo senza “democrazia assoluta” e senza parola che non la svuoti.

Una cesura, quest’ultima, presentata non come una fatalità, bensì, com’è uso nei passaggi epocali del rinnovarsi capitalistico disciplinato da una riconfermata legge naturalizzata.

Dove “impera” il pensiero unico del capitalismo neoliberistico, le stesse vecchie metafisiche delle autonomie delle sfere (del resto) non hanno più senso: non deve operare più nessun tipo di mediazione dialettica per riportare conflitti, opposizioni e antagonismi entro lo stesso modello di vita capitalistico del “valore di scambio” e misura obbliganti.

Ieri astratta e contrattata solo per gli effettivi rapporti di lavoro in cantiere (un certo lasso di tempo pseudolibero veniva concesso per la scelta degli svaghi), la stessa misura astratta capitalistica, oggi, con la riduzione o sussunzione del “tempo relativo” del lavoro in quello del “tempo assoluto”, sia che riguardi il lavoro quanto la vita (come se fossero interscambiabili), viene applicata all’intero tempo di vita sociale (lavorativa e non lavorativa) delle persone abbattendo ogni forma di autonomia esistente finora. Ovvero, per dirla leibinizianamente, vita e lavoro vengono identificati (ma solo per la forza-lavoro occupata o disoccupata o dannati della terra) come “unità degli indiscernibili”, fusi. La presunta etica della new economy, della politica della modernizzazione classista, la biopolitica attanagliata dal biopotere della classe dominante, le neurotiche, i controlli e comandi satellitari e le altre sorveglianze socio-isituzionali non hanno bisogno di ulteriori elementi di prova e controprova per certificarsi come forza liberticida e rottura degli argini dell’autonomia e dell’indipendenza garanti una certa capacità di libera soggettivazione. Neanche le prove per assurdo hanno più credibilità.

In questa figura del dominio naturalizzato e aspirante all’eternità, parlare di mediazione dialettica, o di un assurdità che vanifica, è un controsenso. L’intemporalità  non ha dialettica. Non ha senso. Se in quello, come in Dio, c’è un mondo unico e perfetto, a che pro parlare di dialettica e di tempo o di contraddizioni che generano l’assurdo?

Ma contro l’assurdo di questo tipo e la trivialità delle verità superficiali e abitudinarie che lo suffragano, c’è la lotta cooperativa delle identità singolari e plurali che sanno della storicità e temporalità dell’ordine. Aggregazioni mobili e fluttuanti, sono consapevoli che i rapporti non hanno nessuna naturalezza nella loro contestualità diveniente. Non sono più disponibili a fare imbrigliare il valore d’uso della loro potenza per agire entro gabbie ideologiche ipostatizzate del vecchio sistema-mondo subordinante le differenze creative e sottoposte alla logica dello sfruttamento ad usum delphini.

Questa presa di coscienza “contro” è favorita anche dal tempo concreto del nuovo lavoro “immateriale” dei linguaggi e della comunicazione che connota il mondo in cui viviamo adesso. Collettività cooperativa radicale e non competitiva sono un’attività e un’azione autovalorizzantesi in uno scambio circolare testuale, come avviene proprio in un testo poetico e nella rete delle sue relazioni interne ed esterne. Il loro general intellect, qui, funziona come auto-etero-valorizzazione e collettiva autoliberazione antagonista.

I loro nemici sono, infatti, i soggetti di classe che lavorano per colonizzare capitalisticamente le forze produttive immateriali del nuovo sistema-mondo, e in vista della riproduzione dei rapporti di subordinazione sociale che li sostiene, lì dove, invece, maturano e s’impongono altresì relazioni produttive determinate e processi di libertà e uguaglianza diretti e non formali. Le forze liberate dallo stesso stregone tecnico-scientifico-capitalistico, infatti, si connettono in soggettività di rete, produzione e tempo d’innovazione aggirando le misure astratte finora gestite dal capitale dominante e dal paradigma liberista. Le sorgenti costruttive e il mondo della vita esperenziale delle forza-lavoro “immateriale”, e degli altri livelli dei rapporti sociali, che attualizzano il fare e l’agire non sono, infatti, dominabili alla vecchia maniera, nonostante le vecchie abitudini visionarie continuino a pulsare.

C’è una diversa e nuova “Umwelt” (ambiente) in cui i soggetti esperiscono concretamente e direttamente la propria esistenza temporale e storica come essenziale e ineludibile lavoro vivo che, allegoria di modello alternativo, si dirama nella pluralità delle forme e configurazioni multilaterali ai vecchi rapporti della dipendenza unilaterale, la formula che nel sistema quantificava gerarchicamente i rapporti tra capitale fisso e parte variabili.

Ora è compresente, invece, anche, il dire-altrimenti di un rapporto tutto “endogeno” alla potenza d’uso della forza cognitiva e linguistico-simbolica di base delle singolarità; queste, infatti, hanno piena consapevolezza del disporre di un “capitale” potenziale attivo tutto in proprio, l’intelligenza come capacità psico-fisica personale e sociale complessiva che si alimenta cooperativamente e in termini di mutua e libera reciprocità.

 

«Qui il proces­so è completamente endogeno – capace cioè di recupera­re al suo interno, senza infingimenti ideologici, il nesso con l’innovazione. E questo avviene perché la materia che tesse la produttività dell’essere è il tempo collettivo della liberazione – che è il medesimo della produzione. Il processo collettivo della conoscenza fissa regimi di produzione del vero, del praticamente vero, non attra­verso proiezioni lineari di razionalizzazione dell’esisten­te ma piantandosi nella complessità dell’essere tempora­le e riorganizzando completamente, di volta in volta, i dispositivi di trasformazione del reale. […] È un nuo­vo in-der-Welt-sein quello che si determina. […] Ora, quando la produzione viene sviluppata da un orga­no collettivo sociale, sembra in primo luogo che il mec­canismo endogeno di qualificazione del reale, sfumi nel­l’indifferenza. Ma il fatto che la validazione epistemolo­gica del conoscere sia solo data dal suo aggancio al con­creto non permette di assumere l’indifferente, per quan­to reale esso possa essere, nel processo conoscitivo. Ciò che caratterizza l’approccio è quindi, a questo punto, l’insistenza sul passaggio, sulla trasformazione del qua­dro, sullo spiazzamento della struttura. La forma dell’e­sposizione deve adeguarsi a ciò. L’indifferenza apparente del contenuto della sussunzione deve essere spezzata dalla forma espositiva. L’eminenza dell’inserimento della soggettività produttiva su questo passaggio è fondamen­tale. Ma ciò significa la posizione di un principio genera­le: ed è che, ad ogni dislocamento, un punto di vista sog­gettivo deve emergere a discriminare tendenzialmente la realtà.

In altre parole […] se la pratica produttiva capitalistica impone il tempo sociale interamente sussunto nel capitale non è più possibile parlare di “contenuti” oggettivi e soggettività separati (corsivo nostro). La teoria dei modi di produzione si tiene infatti ai contenuti, ma qui i conte­nuti sono l’indifferenza; la teoria del modo di produzione si tiene alla complessità ma qui la complessità è muta. Solo il punto di vista, solo un passaggio aperto, solo una forma espositiva aperta che veda il dislocamento come trascrizione completa dei rapporti di forza e di classe – e quindi ponga dall’interno la decisione sulla forma dell’e­sposizione – può corrispondere all’intensità della dislocazione. La forma dell’esposizione rompe l’indifferenza del contenuto. Quanto più lo sviluppo capitalistico procede, tanto più l’antagonismo si pone praticamente, con­cretamente all’origine della scienza. Feyerabend lo ha compreso. Dalla teoria del modo di produzione ad una teoria dei regimi di produzione del reale, dunque, come unica via che permetta di cogliere la forma espositiva adeguata alla intensità dello spiazzamento reale, […] dal dualismo dei tempi a quelli pluralistici della (corsivo nostro) puntuale ricostruzione dei tempi dei soggetti […] o (corsivo nostro) punto di vista reale, non catastrofico, bensì massiccio e potente. […] È la molteplicità che pos­siede (corsivo nostro) la totalità del tempo reale. […] l’inno­vazione reale, la rivoluzione vera passano solamente attraverso la sempre nuova costituzione sociale del tem­po delle moltitudini sfruttate, attraverso la continua distruzione delle articolazioni dell’uno, del comando e dell’unità astratta». (15)

 

Sembra paradossale che certi processi di libertà, innovativi rivoluzionari per tendenze antagoniste, trovino habitat nei luoghi inospitali della postmodernità delle catastrofi liberticide borghesi.

Ma se c’è una paradossalità teoretica che – come nel caso dell’“effetto tunnel” (Murray Gel-Mann e Tullio Regge) – rende “obbligatorio” ciò che nelle teorie normali non è accettabile, c’è pure una paradossalità tunneling che rende obbligatorio il passaggio a pratiche di significanza sociale e poetica engagée; e sono pratiche contestualmente organiche alla tendenza stessa entro cui si attualizza la qualità testuale dell’avanguardia imbarcata controparadossale. Il controparadossale non è un luogo di conflitto logico-lineare, bensì un centro d’intensità potenzialmente stimolatore anche una funzione-ipotesi di razionalità altra. Una ragione plurilogica e semantizzante una progettualità politica rispetto allo stato di cose presente. Allora anche nella poesia d’avanguardia radicale plurale e del soggetto collettivo – come nella “meccanica dei quanti” – è “obbligatorio”ciò che nella poesia tradizionale “è vietato o proibito”.

Ed è la contro-paradossalità della contraddizione non-contraddittoria segno-verbo semantica e/o intersemiotica che si fa frattura anche delle regole accreditate (e relative) presso quelle dell’unicità del soggetto o dell’autore come singola individualità (in-dividuo vecchia istanza) che, nella comunicazione poetica normalizzata e attestata sul piano del senso comune della semplice intuitività emotivo-contenutistica, vive il paradosso come restrizione anziché come ampliamento di senso. Perché nei luoghi di questa paradossalità classica il tempo si snocciola come un rosario lineare. La predicazione che agisce questo tipo di poesia è come se fosse già contenuta nel soggetto addomesticato secondo una “causalità” canonica di moduli già sperimentati variazioni dell’Uno esposte alla contemplazione.

È la contro-paradossalità che, nei testi della poesia sperimentale, di ricerca e tendenza, ci sembra, si curi non solo d’essere parodica e dissacrante nell’uso della “citazione” (lessico, tipologia lirica, genere metrico-poetico, etc) o dell’inter-testualità come ‘plurilinguismo’ complessificante, ma agisce anche con montaggi discorsivo-ritmici eterologici e impiego di logiche polivalenti. Dei procedimenti, questi, che richiamano quelli della scienza e della logica quantistico-surreale delle particelle virtuali e delle interpretazioni stocastiche.

E qui, le virtualità ipotizzabili sono tante quante ne può immaginare la fantasia più sfrenata per stare dietro alle “passioni” energetiche della materia come conditio sine qua non delle combinazioni possibili.

Nel caso, il virtuale reale cui vogliamo riferirci, e come ‘potenza’ dirompente di contraddizione non-contraddittoria innovativa, come avviene nello “zoo” quantistico della realtà delle particelle ‘virtuali’, è l’hybris del soggetto collettivo poetico e delle singolarità plurali. L’ hybris delle forze che si riversano nel testo collettivo, ne fanno un montaggio e una congiunzione disgiunta eteregonea. Un’eterogeneità ibrida ed erosiva di soggettivazioni che agiscono come una comunità di hacker all’assalto del copyright individualistico privato o sintomo ipostatizzato di un’individualità intesa come un’essenza invalicabile, per mettere in comune i frammenti contingenti della loro open source in rete. E qui la loro con-tingenza non ha il banale significato di transitorio (“contingenza della necessità”) e di illusorio che di solito si attribuisce alle singolarità svalutata degli eventi e trascesa nella totalità chiusa e tutta tonda.

Qui i frammenti della contingenza sono quelli del textum che “si colloca in una costellazione di momenti che muta storicamente; esso si chiude alla definizione”. […].  La categoria del frammentario, che si colloca a questo punto, non è quella della contingente singolarità: il fram­mento è quella parte della totalità dell’opera che resiste alla totalità stessa”.(16)

Il paesaggio della poesia come textum, e costellazione di frammenti testuali di natura e storia diverse, rispetto alla tradizionale concezione soltanto linguistica della po(i)esis, è sicuramente una pratica poetica significante più ricca di processualità di senso (Lotman/Kristeva), in quanto intertestualità e transilinguisticità diventano coaguli obbligatori e sonde specifiche di correlazioni ad ampio raggio, e fino agli eventi dell’inconscio che, pur oggetto del desiderio e del godimento, sfuggono alla stessa simbolizzazione artistico-poetica. Jacques Lacan (L’etica della psicoanalisi e i modelli estetici dell’arte e della poesia, Seminario VII) direbbe che la “Cosa”, in quanto assolutamente singolare, sfugge all’universalità del significante della simmetria d’ordine.  Nel contesto di una scelta che vuol vedere la scrittura impegnata nella con-tingenza degli eventi correlati come in una polifonia dialogica ininterrotta, il suo  taglio apre una spettroscopia più ampia e profonda. Il taglio, infatti, intreccia con il flusso dei campi, dei suoi elementi e con il genere poesia che deborda dai confini che delimitavano le vecchie tipologie fisse.

Il testo è piuttosto così un luogo di incroci; un co-prodotto che, processualmente temporale e tendenziosamente orientato, non può non essere politico e pubblico e, in quanto tale, esposto ai conflitti, esso stesso conflitto.

 

«Luogo conflittuale, quindi, non mima la materialità del mondo, né la rappresenta: è esso stesso figura materiale e corporea plurisensa che si pone in rapporto col mondo in maniere le più svariate, in un gioco di attrazioni-repulsioni condizionato, oltre dal prodursi sincronico del testo, dal suo vivere diacronicamente dentro la storia totale della specie, oltre che dei linguaggi, ça va san dire.

È superfluo ricordare che i segni che entrano nel testo sono anche un’azione politica della letteratura. […] simula la comunicazione di un messaggio convenzionale, mentre in realtà, piuttosto che comunicare informa sulla strategia e sui movimenti del messaggio stesso, agendo sui materiali sostanziali e peculiari della lingua (storicizzandoli nell’istante stesso in cui li esibisce), e costringendo il lettore a farsi, nei casi migliori, co-produttore; quantomeno ad assumere un atteggiamento metodologico. Ecco perché l’energia materiale di un testo […] ha […] una funzione, al limite, che possiamo definire largamente allegorica». (17)

 

E se il testo ha un co-produttore nei lettori, e una metodologia che investe anche segni e strategie di posizione e movimento d’avanguardia, allegoricamente, e per analogia, il diagramma-cerchio utilizzato recentemente da Francesco Muzzioli, con la riesumazione del cerchio diviso secondo la rappresentazione (cerchi concentrici o cerchio diviso diametralmente) degli indiani Winnebago (Quelli cui non piace, 2008), sono un’indicazione più che convincente; sono un’azione di lavoro e rivisitazione dell’impegno nella letteratura e nella poesia come “appello alla libertà” suggerendo una visualità geometrico-modellistica innovativa che, per richiami, veicola relazioni allegoriche e analogiche con i modelli non euclidei di leggere lo spazio e in esso lo stare politico dei soggetti nel tempo storico.

Del diagramma circolare degli indiani Winnebago, dice Muzzioli, come una raffigurazione del conflitto sociale della popolazione divisa, ne ha parlato nella sua Antropologia strutturale Lévi-Strauss.

Ma la forma circolare, se legata ad uno spazio a curvatura variabile, come quello dell’ipersfera riemanniana, anziché a un piano-euclideo, rende l’opposizione (stessa) tra gli indiani emarginati/esclusi e il centro del potere più mobile, articolata e luogo di razionalità non chiusa, se è vero che le varie misure che toccano centro e dintorni, diametro e circonferenza dipendono o meno dall’omogeneità dello spazio stesso. E l’omogeneità dello spazio, allegoricamente, è misura anche dei rapporti di attrito culturali e socio-politici dei soggetti che lo occupano e ne fanno luogo di continuità o di discontinuità, di interno e di esterno, di protetti e di estranei in base a un punto di vista e di modello societario attualizzato, la cui razionalità non è certamente un fatto universale.

Lo spazio euclideo, in fondo, è legato a una tradizione di razionalità immobile e permanente, lì dove la curvatura variabile dello spazio, invece, è legata ad una sua dinamicità di espansione e contrazione relazionate e non necessariamente continua.

Raffigurata con dei cerchi concentrici che si allontanano da quello centrale, occupato dalla classe dominante, ma in uno spazio curvo e variabile punto per punto, o da un cerchio diviso diametralmente in due parti opponenti frontalmente come due semicerchi, ma in uno spazio piano e fisso, l’opposizione sociale presso gli indiani Winnebago, comunque, non è mai un fatto naturale quanto uno stato di cose determinato da rapporti di forza, la cui razionalizzazione (dominante) può trovare però, a cura di agenti refrattari all’ordine esistente, punti di rottura. Sono i continui processi – dilatazione e contrazione dello spazio a curvatura variabile – che, per agente allegoria, attualizzano “catastrofiche” biforcazioni di ordini altri. 

In altre parole c’è sempre un luogo geometrico (spaziale) – il cerchio che delimita chi è dentro o fuori il confine che visualizza la discriminazione tra privilegiati e non privilegiati all’interno del sistema – che raffigura l’opposizione socio-politica fra i gruppi d’indiani del villaggio.

C’è pure, così, un’avanguardia consapevole e diffusa nei punti delle curve (sferica o lineare sia la misura della divisione) che va avanti praticando un’azione di conflitto e disordine per rompere la simmetria d’ordine e fare dell’asimmetria un cambio innestante una configurazione di costellazione aggregante antagonista.

Allegoricamente, il modello simulato dalla simbolizzazione di Francesco Muzzioli viene indicato allora per raccordare l’azione di una nuova avanguardia sui modelli dello spazio-tempo delle scienze matematico-fisiche e cosmologiche poetiche contemporanee; i modelli critici che praticano le rotture delle simmetrie che, come ricorda Prygogine, non sono soltanto scientifiche, ma riflettono sempre scelte metafisiche più o meno dichiarate.

Muzzioli, secondo noi, utilizzando e ampliando il diagramma e la strategia Winnebago con l’esempio del “ciclista in fuga”, che si trascina dietro, per forza (attrattiva o repulsiva), la massa come un’onda curvilinea che dilata e ingloba, o dell’“alieno”, che arriva come un evento e si colloca in un punto interno del cerchio stesso che esplora, offre una congettura e una possibilità di operatività possibile a un’avanguardia impegnata che vuole utilizzare il modello sferico e in uno spazio sferico, sia che la rappresentazione sia posta per essere su uno spazio piano, sia curvilineo. Nell’uno come nell’altro caso, infatti, i rapporti tra la circonferenza e tutti i punti/luoghi interni al cerchio non hanno mai la chiusura di una razionalità finita (noti sono, infatti, i rapporti irrazionali tra diametro e circonferenza, e le dipendenze tra grandezza, qualità, forma e angoli delle figure secondo la natura dello spazio). I ragionamenti e le azioni di delimitazione (quantificati o no che siano) pescano sempre in una irrazionalità dell’ordine scelto e promettono sempre una nuova razionalità rivoluzionaria, nonché un ordine asimmetrico diveniente che rosicchia e rovescia quello esistente.

Se così è sul piano dei modelli di un certo tipo e area scientifica, maggiore allora sarà l’incidenza sul piano degli spazi dove giocano forze socio-politiche in conflitto d’ordine, di simmetria e asimmetria politica e di governo, e dove la poesia testuale, che ne simula l’intreccio, è dire-agire semioticamente autonomo ma non indipendente dalla giusta frattura praticata nell’ordine dominante.

E se il tempo, come movimento nella versione quantistica del big bang, è ciò che dà vita alla variabile dello spazio in permanente espansione e divenire, la sua giusta freccia, per parafrasare la tendenza di una poesia politicamente giusta solo se è letterariamente giusta di Benjamin, non c’è dichiarazione di morte dell’avanguardia impegnata che ne possa stabilire, oggi, l’impossibilità e il divenire oggettivo che, seguendo le indicazioni di Muzzioli, ci rimanda anche a Gramsci. Noi, infatti, dice Gramsci, “conosciamo la realtà solo in rapporto all’uomo e siccome l’uomo è divenire storico anche la conoscenza e la realtà sono un divenire, anche l’oggettività è un divenire ecc.” (18)

Il textum poetico dell’engagement, allora, per tornare alla sua configurazione e alla sua complessa storicità semiotica, è un “taglio” con-tingente della praxis congetturale, equilibrio ritmico asimmetrico oscillante tra regioni di punti/senso autoreferenziali, autoriflessivamente semantizzanti, ed eteroreferenziali conflittuali; è come se ci trovassimo in una dinamico-cinetica “caotica”, turbolenta, processuale e significante del non equilibrio e dell’instabilità che non permette più la fissazione della conoscenza, della prassi e del significato in punto unico bloccato e univocamente significante o misurabile conoscenza (ma non per questo priva di ragione) e comunicabilità stabilizzate. La dinamica, infatti, è sparsa in una “regione” alquanto bucata di “intervalli” mobili e relazioni/correlazioni diffuse diversamente orientate (sembra l’occhio della “primavera” di Botticelli che vede attraverso non un punto focalizzato ma una serie di punti non generico-semplici, costitutivi dell’iride). Una topologia di elementi in azione circolare reciproca che, come le “risonanze” di Poincaré che miscelano azioni e retroazioni, – insieme di frequenze formali e non formali, verbali e non verbali, – mobilita l’asse paradigmatico e quello sintagmatico del montaggio mettendo a lavoro poetico elementi e frammenti. Un incrocio e un inter-tra dove si dovrebbero aprire così nuove e impreviste significanze poetiche. Una dimensione “topologica” che coniuga ritmi temporali e storici reversibili e irreversibili in “sirresi” (Michel Serres): il tempo come tempus o mescolanza di tempi nel kairòs.

Il tempo che rinvia alla sua radice plurima: il continuo del tendere e dello stirareteino – e il discontinuo dell’ambiguo/ambivalentetèmno”, il significante che contiene sia la divisione (la frattura), sia il coagulo degli attimi in punti – atomi di tempo fissi, semplici, omogenei e duraturi (più per convenzione che per ontologia reale del tempo) –, sia il “taglio” come miscela/tempera. Il kairòs del keránnoumi (mescolare, appunto) o dell’equilibrio instabile delle con-tingenze e delle frazioni del ‘tempuscolo’; gli intervalli cioè in cui lo stato di cose stabilizza o destabilizza il sistema-mondo secondo i termini della decisione e della scelta. Qui, infatti, ci si posiziona nella soglia del con-fine o limite per escludere, includere o esplorare altri percorsi.

E qui è anche quell’instabilità dell’equilibrio che il testo con-divide con il tempo che lo materializza storicamente nel ritmo complesso e plurale dei suoi eventi privati e pubblici, compresi quelli del tempo informatico e dei suoi flussi flessibili e turbolenti, ma manipolabili con le riduzioni della potenza dei linguaggi.

 

«L’arte e la letteratura di “ricerca” (esperimenti) oggi sono per noi scommesse, scommesse messe in gioco ma di imprevedibilità. Ciò non consiste nell’effetto microlinguistico, non si tratta di tornare alle operazioni sul puro significante: Ma semplicemente nel timbro, dove va esclusa la certezza vecchia su cui poggia la mistificazione nuova. (Ciò salverà anche il pannello televisivo).

E può darsi che l’assolutizzazione del linguaggio, che precede teoricamente (sia quella semiologia che quella heideggeriana o derridiana) sia stata la difesa contro un’invadenza precedente e minore, connessa alla leggibilità e ad altri criteri commerciali.

Oggi l’imprevedibile è l’invenzione stessa, ciò che una volta si diceva stile, o il salto fuori dall’iperreale, comunque perpetrato. È la verità della singola opera d’arte differente dalle altre. E corrisponde al suo proprio essere un modello etico “disarmonico”». (19)

 

L’aseità semantica (Galvano della Volpe, La critica del gusto) della contestualità “organica” del testo poetico “disorganico” non ha un’autonomia come indipendenza dall’extratestuale, e non è priva di contraddizioni proprie e paradossi produttivi.

E ciò, a maggior ragione, in un contesto in cui la processualità (non lineare) della storia non ha bisogno di un “ascolto dell’essere” (Martin Heidegger) o del “bordello dello storicismo” (Walter Benjamin) o del “clone”, due-di-uno o dell’eteros assorbito – sussunto – nell’identità del terzo escluso (Mario Lunetta).

C’è, infatti, una tensione pluriarticolata che naviga nel “tra” della mobilità smarcata nei confini e una r/esistenza dell’ibrido inquietante (ma vitale) che, esodo, demarca e sfrangia genere e de-genere nella mobilità della soglia.

 

«Negli sviluppi più recenti i generi artistici sconfinano gli uni negli altri o, più esattamente, le loro linee di demarcazione si sfrangiano. […]. Ciò che svelle i pali di confine tra i generi, è mosso da forze storiche destatisi all’interno di quei confini, che ne sono stati infine travolti. […]. Dove i confini vengono violati, nasce facilmente la paura difensiva dell’ibrido. Complesso che si manifestò in forma patogena nel culto nazionalsocialista della razza pura e nell’insulto agli ibridi. Ciò che non rispetta la disciplina delle zone a suo tempo delimitate, appare ribelle e decadente, sebbene quelle zone stesse non siano di origine naturale ma storica […] come succede per architettura e scultura nel o per il Barocco (corsivo nostro) che si erano trovate ancora una volta riunite». (20)

 

Per la poesia – miscela e costellazione di frammenti di singolarità senza soggettualità ipostatizzata, ma carichi del “comune” storico dell’intelligenza collettiva e plurale (non fenomenologia di qualche essenza nascosta) – così si tratta di far fronte e reagire attivamente contro il regime discorsivo della riproposizione dell’Io/Soggetto lirico-interiore, presunto “puro”, che, sostenuto dall’immaterialità mistificante del riassetto neocapitalistico, attacca la dimensione della politicità della lingua poetica e della comune ed eterogenea pluralità materiale e antagonista-oppositiva che l’attraversa.

È come se per il pensiero unico – nonostante la storia materiale recente parli attraverso la pluralità e la mobilità dei soggetti no-global o dei forum socio-culturali, il decentramento del soggetto cognitivo e la perdita d’aureola dell’Io lirico, dovuti alla presa in carico di una loro partecipazione al noi storico e collettivo –, la materialità antagonista fosse un evento eludibile e gioco marginale di una minoranza deviata. Così mette in giro le dicerie dell’untore rispolverando le ceneri della tradizione “classica” e sminuendo (se non escludendo ed eludendo) il valore della ricerca sperimentale linguistico-politica insieme con la tendenza critica e antagonista che la spinge. La vera poesia, così, sarebbe solo l’“opera” di quell’anima sempre piegata ma inerte o prodotto di emozionale e innocuo divertimento usum delphini.

In una storia che, ormai, idealisticamente o borghesemente, avrebbe realizzato la piena identità di reale e ideale, nessun antagonismo è così più lecito e funzionale a una pratica di controcanto. È come se la poesia fosse sempre stata e dovesse rimanere (per essere poesia) il privato della coscienza e del sentire strettamente intimo e giocoso d’impressioni e apparenze esclusivamente soggettivistiche, cui non appartengono il politico, l’eteros e l’ibrido; “anzi” la sporcano. Manifestazione spuria, erroneamente ritenuta vitale e “pubblica” o capace d’incisione e critica, al più può essere un quieto angolo di sfoghi e marginale cura di rilassamento. A fronte delle rovine-incidenti-percorsi di violenza del sistema, che si pone e impone eterno, immutabile e universale – il modello umanistico-cristiano-borghese scisso tra materiale o spirituale, terreno o celeste, tempo o eternità, eguali o diseguali, liberi o schiavi, non poetico o poetico, materia o ragione, immagine o concetto etc, guerra o pace di vincitori – la poesia non ha altra funzione che appartarsi in fughe complici.

Complice di un sistema che recide le connessioni e cosifica i limiti in delimitazioni stagno: sostantifica l’astratto produttivo nell’universale socio-economico capitalistico, strutturato in un tutto coerente che attraversa il dominio dall’economia, così come sostantifica la po(i)esis nell’universale psico-spiritualità dell’arte e della poesia “interiore” e pura. Complice la retorica della produzione dei “beni immateriali” del capitalismo “cognitivo”, che mistifica perfino la stessa creatività come immateriale risorsa individualistica mentre la mercifica socialmente, la poesia si vende come indifferenza mistica e tempo consolatorio.

Il tempus e il tempo storico che l’attraversano, che è un transito tutt’altro che dematerializzato e diviso in compartimenti stagno, è tutt’altro che indifferenziato; è invece “l’am­bito della molteplicità, della differenza, che raffigura il contesto di classe a livello della società sussunta, […] Poiché molte­plicità e differenza sono il  concreto, e la loro consistenza è irreversibile”. (21) Per cui l’“ operazione capitalistica di riduzione del tempo della vita a tempo di una misura del lavoro astratto diviene un’operazione assolutamente antagonistica.  […] accanto, va costruita quella macchina da guerra che chiamiamo nuova organizzazione sociale dell’antagonismo”(22).

Se gli eventi e la con-tingenza materiale e storica, in ogni modo, hanno una loro inconfutabilità oggettiva di molteplicità irriducibile astrattamente, allora, i modelli del dominio, della ratio del controllo e dell’apartheid della poesia non pura si trovano davanti la combattiva resistenza attiva di altre logiche poetiche di avanguardia e di impegno non pacificanti. Logiche che avviano e sostengono fratture con cui i soggetti debbono ineluttabilmente misurarsi per aprire spazi erosivi e di qualità alternativa.

Le aperture erosive sono molte e variegate. E sono tali sia perché il reale è sempre un textum, la cui soglia ribolle sempre di turbolenze immanenti, sia perché la sua genesi di materiali e relazioni eterogenei e tautoeterologici non perde l’azione di trasformazione e montaggio quando, incommensurabilmente, si deve commisurare in ogni modo con le formalizzazioni in genere (che devono articolare la materialità della contingenza nella sua circo-stanza), e sia perché non ha significati stabiliti ma “cifre” ed “enigmi” piegati e ripiegati nella/dalla con-tingenza.

 

«[…] Con i suoi giochi l’enigma, che è cosa tutt’affatto diversa dal mistero (etimologicamente il mistero ha radici nel tacere, l’enigma nel parlare; e il primo resta mistero, perciò, il secondo – che si rifiuta al gioco dei significati statuiti – aspetta di essere disegmatizzato, e lo pretende), consente a procedimenti di scrittura, di certo raccomandabili: le pratiche testuali, ad esempio, che non danno per dissolta la base letterale-materiale, presupponendo una naturale differenza o una innata, talentuosa eccedenza della poesia, ma insistono sopra la storicità della lingua comune e, attivandola, con polarità dialettica, la lavorano e la criticano e la straniano per commutazioni e spostamenti, per addizioni e sottrazioni, per accostamenti incongrui e concatenazioni e diramazioni semantiche». (23)

 

La con-tingenza del kairòs del textum tocca così la molteplicità e singolarità degli interessi della società civile. Il campo che, sebbene sia stato sussunto nella logica del capitale neoliberista, non ha tuttavia perso la coscienza storica dell’aggregazione che la classe al potere costruisce intorno al comando generale della politica capitalistica che annulla il sociale; non ha perso dall’altro la coscienza e la volontà di reagire – con un costituendo progetto di contro-tendenza allegorico – sul piano letterario lì dove già sul piano di fatto ha messo pratiche di rifiuto e di autovalorizzazione cooperativa inter mundi per ristabilire i termini di una opposizione ontologica contro il tempo vuoto e amministrato dell’“in-civile” post-moderno.

(Qui la seconda parte del saggio)

 

NOTE

 

(1)     Il passo citato è di Robespierre: cfr. Hahhah Arendt, La questione sociale, in Sulla rivoluzione, Edizioni di Comunità, Milano, 1965, p. 61.

 

(2)     Luca Rosi, La poesia non cambia il mondo, ma può renderlo migliore, in “Collettivo / Atahualpa R” ,Gennaio-Dicembre, 2007, n. 4-6, pp. 2, 3.

 

(3)     Walter Benjamin, Teoria della critica, Il concetto di critica nel romanticismo tedesco, Einaudi, Torino, 1982, pp. 266-67.

 

(4)     Antonino Negri, Davos. Il comunismo del capitale globale, in Goodbye Mr Socialism, ( Raf Valvola Scelsi, a cura di), Feltrinelli, Milano, 2006, p. 148.

 

(5)     Cfr. Walter Benjamin, in Francesco Muzzioli, Quelli cui non piace, Meltemi, Roma, 2008, p. 63.

 

(6)     Robert H. March, Fisica per poeti, Edizioni Dedalo, Bari, 1994, p. 331.

 

(7)     Robert H. March, Fisica per poeti, cit, p. 339.

 

(8)     Jean-Paul Sartre, Che cos’è la letteratura?, Il Saggiatore, Milano, 1966, pp. 49, 50, 51, 57.

 

(9)     Cfr. Cecilia Bello (a cura di), Intervista a Guido Guglielmi, in “La terra del fuoco”, cit.

 

(10)  Jean-Luc Nancy, Essere singolare e plurale, cit.,  pp.5, 44, 97, 98.

 

(11)  Tullio Regge, Infinito, Milano, Arnoldo Mondatori Editore, Milano, 1996, pp. 154-55.

 

(12)  Ivi, p.156.

 

(13)  Francesco Muzzioli, Quelli a cui non piace, cit., pp. 84-85.

 

(14)  Ivi, p. 39.

 

(15)  Antonio Negri, Il tempo della rivoluzione W, in La costituzione del tempo. Prolegomeni, Manifestolibri, Roma 1997, pp. 165, 166, 167, 168, 169, 170.

 

(16)  Theodor W Adorno, Espressione e costruzione , in Teoria estetica, Einaudi, Torino, 1977,  p. 78.

 

(17)  Mario Lunetta, La materialità del testo, in Gruppo ’93 / La recente avventura del dibattito teorico letterario in Italia (a cura di Filippo Bettini e Francesco Muzzioli), Piero Manni, Lecce 1990, p. 67.

 

(18)  Antonio Gramsci: cfr.  Francesco Muzzioli, in Quelli cui non piace, Meltemi, Roma, 2008, p. 37.

 

(19)  Francesco Leonetti, Informatica e nozione di “imprevedibilità”, in La materialità del testo, in  Gruppo ’93 / La recente avventura del dibattito teorico letterario in Italia, cit.,  p. 64.

 

(20)  Theodor W. Adorno, L’arte e le arti, in Parva aestetica, Feltrinelli, Milano, 1979, pp. 169, 171-72.

 

(21)  Antonio Negri, La costituzione del tempo. Prolegomeni, cit., p. 178.

 

(22)  Antonio Negri, Per la critica comunista del diritto, in Macchina tempo, Feltrinelli, Milano 1982, cap. IX, par. 6,  p. 191.

 

(23)  Marcello Carlino, Elogio dell’enigma, in Gruppo ’93 / La recente avventura del dibattito teorico letterario in Italia, cit., p. 116.

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