“IL TEMPO E LA POESIA ANTAGONISTA. I PROCESSI ASIMMETRICI” (parte II) di Antonino Contiliano

 

di Antonino Contiliano

 

Majakovskij, per un’analogia che il presente storico ci ripropone, nel suo “Come far versi” – e Brecht direbbe egualmente ! –, ci dice che regole e forme derivano dalla situazione e dalla poiesis non come ispirazione, creazione romantica o tradizione ripetuta, ma come produzione (composizione o systasis [24] nei termini della poetica aristotelica); per cui dall’emergenza la necessità “insurgente” di alcuni elementi indispensabili: 1) “la presenza, nella società, di un problema la cui soluzione è concepibile soltanto come un’opera poetica.  L’ordinazione sociale”; 2)la conoscenza esatta o, meglio, la percezione delle aspirazioni della propria classe”; 3) “il materiale. Le parole. L’ininterrotto arricchimento dei depositi, dei magazzini del proprio cranio con parole necessarie, espressive, rare, inventate, rinnovate e di ogni altro genere”.

E, quanto meno, uno/tanti dei problemi odierni è quello di demistificare la presunta immaterialità della società della conoscenza capitalistica, le contraddizioni materiali dichiarate estinte e praticare nuove modalità e proposte alternative di affrontarle: non tutti sono/siamo americani e capitalisti!; non vendere i “beni comuni” materiali e “poetici” e la ri-costituzione del loro ‘valore d’uso’ unitamente ad un’economia della “decrescita produttiva”; gestire il potere senza prendere il potere (ubbidendo, come dicono gli zapatisti) e la lotta contro le royalties o tasse (il cui incasso è proprietà di alcune multinazionali) di brevettazione, indiscriminata, di essere viventi e biodiversità, stringhe del codice genetico, files informatici, “immagini” del mondo e relativa cultura simbolica etc.. I saperi, la scienza, la cultura le “creazioni-costruzioni” del general intellect o il patrimonio dell’intelligenza collettiva e i beni del pianeta e del suo sistema, essenziali alla vita di ogni latitudine, non debbono essere oggetto della finanziarizzazione mercantile del profitto di classe e gruppi.

 E in questa direzione di opposizione negativa, e costruttiva insieme, che occorre far lavorare l’allegoria poetico-politica; farle snidare le nicchie che opacizzano il percettivo-est-etico e il po(i)etico oscurati dall’impatto ideologico della “fine delle ideologie”; farle smantellare il vuoto circolare e reversibile del “tempo” unificato del capitale che contrabbanda il simulacro (Lyotard/Baudrillard) per realtà; rivitalizzare quel “fantasma di Marx” (Derrida) che si aggira di nuovo per l’Europa e il mondo, e così riappropriarsi delle contraddizioni antagoniste.

Ma oggi, paradossalmente negati, la pluralità, movimenti e opposizioni – dice Toni Negri – non sono neanche mediati come una volta, sono semplicemente elusi; meccanizzazione e robottizzazione del sistema produttivo e riproduttivo sembrano averne eliminato i conflitti, e il sistema giuridico, n’è spia. Centrando alcune astrazioni della ciclicità produttiva capitalistica, Negri rileva che il modello desemantizza la concretezza e al posto del reale vivo insiste su genericità e formalizzazioni rispetto a cui si ha solo il dovere astratto – Sollen – di automa androide.

 

«Il primo è che, anche se il sistema spesso allude alla pluralità, esso accetta all’interno dei suoi confini solo un astratto soggetto unitario. L’unità postmoder­na non è affermata con la mediazione – o anche con la costrizione – di una molteplicità in un ordine, ma piut­tosto con l’astrazione dal campo delle differenze per rendere libero il sistema; il risultato è solo un’unità generica. Non si dà, nella situazione contrattuale, una pluralità di persone, e nemmeno una singola persona, ma un puro e semplice agente astratto, impersonale. Il sistema stesso è l’agente singolo che sceglie il contratto.

Il secondo elemento è che il tempo viene negato o cortocircuitato nel sistema, mediante un movimento circolare infinito. In effetti, il tempo è sottratto alla produzione, e sussiste come meccanismo vuoto di movimento. Il tempo postmoderno conferisce l’illusio­ne del movimento, un ronzio di attività che non condu­ce da nessuna parte.

In entrambi gli elementi possiamo riconoscere l’eliminazione del lavoro vivo dall’ordinamento giuridi­co: le differenze sociali delle sue energie creative e la temporalità della sua dinamica produttiva sono assenti dal sistema del diritto. Il genio del sistema esclude tutti i referenti ontologici e ottiene un’astrazione assai effi­ciente dell’essere sociale, mettendo al suo posto un puro Sollen. La nostra lettura della teoria giuridica postmoderna conferma le intuizioni di Marx sul ruolo delle macchine nella fase capitalistica della sussunzione reale, portandole a un estremo apocalittico. L’attività meccanica ha completamente eclissato la forza lavoro umana fino al punto che la società appare un automa che si autogoverna al di sopra del nostro controllo, dando senso a uno dei sogni di eternità del capitale. Sembra che il sistema abbia fatto astrazione dal giudi­zio umano: una teoria della giustizia androide». (25)

 

A fronte di questo panorama sterilizzato e del disarmo ideologico e progettuale alternativo che il sistema distribuisce in giro chiedendo consensi incondizionati, pena le accuse di criminalità e sabotaggio esercitati contro chi questo sistema, presunto aconflittuale e dell’astrazione democratica formalizzata, muove critiche e ribellione, c’è un fronte alternativo che matura una con-tingenza politico-culturale e teorica contraddittoria e determinata: i nuovi lavoratori dell’era informatica; e sul piano della letteratura e della poesia (una volta chiamate sovrastrutture) un’avanguardia di tendenza materialista e progettualità allegorico-antagonista (entrambi ‘forze-lavoro’ o ‘potenza’ di auto-etero-valorizzazione separata quanto congiunta oppositivamente):

 

«In primo luogo, il progetto, inteso come costruzione a favore di un qualcosa che fondi il senso empirico della sua necessità storica e temporale in alternativa alla linea del disarmo intellettuale e militante, si dà irrinuncia­bile il ricorso alla forza intenzionale della teoria nel suo duplice e convergen­te rinvio alla sfera del letterario e a quella dell’extra-letterario. Da un lato coscienza razionale dei mezzi e dei fini interni […] in nome della discorsività analitica e contro l’intuizionismo rapsodico. Dall’altro, volontà del dire e del significare rispetto ad un telos storicamente determinato […]. Progetto come costruzione e come cambiamento.

In secondo luogo […] la tendenza, quale scelta di campo e traiettoria di viaggio […] se non ci si vuol lasciare passi­vamente travolgere dall’atomizzazione della crisi e dall’azzeramento delle priorità, evitando di arrendersi al ricatto dell’unica ideologia non casualmente risparmiata dai pullulanti neofiti della “fine delle ideologie”: e cioè l’ideologia del vuoto, dell’indifferenza e della stasi? La tendenza […] l’alternativa non si pone tra chi la sceglie e chi la rifiuta, ma tra chi tende a riconoscersi nella socialità delle contraddizioni e a verificare in esse l’ipotesi di un cambiamento dello status quo e chi, invece, tende (comunque, tende) all’individualità statica dei sentimenti eterni e spirituali e li simula tout court per neutralità e non tendenza, fingendo di ignorare ma, di fatto, avallando e contribuendo a conservare l’ordine esistente

Infine, un ultimo punto in via di gestazione la rifondazione dello statu­to allegorico di una nuova pratica letteraria, nel segno della dialettica prima indicata di progettualità e tendenza. […]

Perché l’allegoria contro il simbolo? […] A differenza del simbolo (che “tiene tutto insieme” nell’evocazione di un valore trascendente: sun-ballo; e così ha funzionato nel corso dei secoli) l’allegoria (che significa altro da ciò che dice, in dimensione pubblica: allon-agoreuo) chiama in causa i requisiti essenziali di quella che abbiamo altrove chiamato una possibile “scrittura materialisti­ca”. […] perché concettuale e non simbolica – un’intesa costante di collaborazione e di scambio tra rifles­sione teorica e prassi creativa (in funzione dei significati che codifica e della loro complementare decodificazione intellettiva); infine, denota, ricerca ed esige la dimensione pubblica, esterna, corale del suo significare e del suo esser fruita (contro la privatezza della significazione simbolica e della sua percezione magica e istantanea)». (26)

 

È come se (ma è), per paradosso e parodia, la formattazione simbolica dello scambio consolidato dei rapporti di produzione vigenti – quella economico-politico-giuridica del tempo neoliberista e quella del piano delle arti, letteratura e della poesia – desse vita alle ragioni della propria stessa negazione facendo in modo che l’inespresso bussi alla porta; e ciò per dire che il reale identificato e ridotto alle definizioni formali destoricizzate comunque ha un storia, ineludibile, di relazione con ciò che formalizzabile non è, e che la canonizzazione entro forme presunte “pure” e universali è ideologicamente connivente con la prassi teorica dominante. Ma è. È, ed è non fosse altro che frammenta e rompe un certo continuum della sua stessa storia. Ma c’è anche il “discontinuo” benjaminiano, oggi riproponibile nel singolare plurale della “democrazia assoluta” o radicale delle “moltitudini”, che ri-suona le campane del risveglio. E il singolare, diverso dal particolare e dall’universale, non è più il rappresentato ma il soggetto stesso che si muove come democrazia diretta di eguali in cammino e una capacità di produzione tale che esibisce la ‘potenza’ del lavoro vivo in cooperazione antagonista e di rete.

Potenza e capacità in atto socialmente e virtualmente autovalorizzantesi come forza d’urto contrastante; soggetti che assimilano e rielaborano comunitariamente ciò che li mette in essere e in cammino multitudinario oltre la logica delle barriere e dei confini sorvegliati come un’inter-extra-testualità che vive contestualmente di ambienti eterogenei ma in contatto di domande e risposte.

Ora, tutto ciò, richiede razionalità ed est-eticità “comune” altra, e nella nuova accezione del processualmente costruibile e “debitamente” coerente quanto alternativo, come lo sono stati i nuovi paradigmi delle geometrie non euclidee, sia che riguardi la ristrutturazione politica sia artistico-letterario-poetica, per agganciarci ad una memoria storica di razionalità alternativa materialistico-moderna rispetto a quella formale classica. Quella razionalità canonizzata cioè che è stata posta e imposta come piana, ipostatizzata e lineare dell’ordine cosmico-metafisico, quanto dell’ordine delle società umane immutabile e naturalizzato.

Gli eventi e la con-tingenza, infatti, dell’empiricità socio-economica e letteraria, analogicamente e allegoricamente, operano come la somma di quegli angoli interni del postulato V delle parallele della geometria euclidea; cioè quelle due parallele che, se tagliate da una retta e perpendicolare e prolungate adeguatamente o all’infinito, a seconda del tipo di spazio che tagliano, danno misurazioni angolari non uniformi. Smentiscono il risultato atteso (uno spazio sempre piano e angoli sempre retti). Il taglio dà origine infatti ad angoli ottusi o acuti che obbligano a ipotizzare una curvatura dello spazio più o meno uniformante differenziata, e quindi ad una razionalità d’indagine attuativa rivoluzionaria.

 Nascono le geometrie non-euclidee e una razionalità non dogmatica né canonizzabile che parla di storicità anche dei modelli e dei sistemi sia che questi siano quelli della natura quanto quelli sociali e culturali dei diversi contesti geografici e antropologici. E non agisce il “nudo” della pura geometria (l’abbiamo visto anche presso la tribù degli indiani Winnebago che rappresentano la divisione sociale con cerchi concentrici o diametrali), ma un insieme e un miscuglio che incrocia (in chi-asmo di retroazione e risonanze multiple) interazione geometrica e non geometrica, formale e non formale, logica e materialità dello spazio, tempo e temporalità, cognitivo e non cognitivo, prevedibile e non prevedibile, omogeneità e non omogeneità.

La natura piana dello spazio, creduta e intuita tale, non risulta tale però se lo spazio è stato anche temporalizzato. Previsioni e inversioni, nel tempo reale, non ristabiliscono lo status delle cose dell’evento di partenza, come se si trattasse di una pura e semplice situazione operativa di un “gruppo” di trasformazioni perfettamente reversibili, ovvero una simmetria d’invarianti algebriche. Le geometrie non-euclidee sono l’assurdo! Si grida allo scandalo. Insopportabile!

Gli anatemi contro le verità alternative emergenti dagli assunti non euclidei sono la riprova della fondatezza critico-materiale della crisi che si vuole nascondere. Le frecce avvelenate, generate dalla stessa società dello scambio di mercato che le ha prodotte, e scagliate contro chi l’irrazionalità della stessa denunciava e combatteva, ora segnano una razionalità materiale altra, e diversa, e capace di mettere in crisi una certa organizzazione capitalizzante. Una razionalità nuova che può smantellare sia la mediazione sociale del valore d’uso della ‘potenza’ lavorativa delle persone, sia la logica del valore di “scambio” dialettizzata dal denaro e dalla quantificazione del tempo di vita. Non solo entra in crisi, così, il pacifico rapporto tra produzione e consumo mercificati in funzione del profitto, ma esplode anche il conflitto tra ‘forza-lavoro’ o lavoro vivo (non riducibile alla quantificazione astratto-ipostatizzata del tempo del denaro) e la sua utilizzazione usum delphini, mentre scatta l’esigenza di una letteratura, un pensiero e una poesia all’altezza del momento capace di assumere il suo valore critico e liberatorio entro il proprio tessuto.

È un’altra razionalità sociale critica, concreta e determinata, che entra allora in gioco, e lo fa sia per denunciare la crisi ciclica, che è sempre strutturale e funzionale al sistema, sia per prospettare l’alternativa sul versante economico-sociale e culturale. È la razionalità storica ed estetico-materiale (un immaginario rivoluzionario) che non riconosce lo scambio con l’equivalente generale (sfruttamento, rapina, denaro e proprietà privata) della proprietà privata del capitale, e questa come condizione politico-logica imprescindibile del lavoro sociale condivisa dalla ratio “triviale” del senso comune che giudica assurdo un cambiamento possibile e contrario alle “equivalenze” e alle loro quantificazioni di classe.

L’assurdo è invece negare la non-contraddizione della con-tingenza – determinatezza materiale e storica o sintesi processuale di molte determinazioni – e dichiararla falsa perché non rispondente a certi canoni di “equivalenza” o perché sfugge all’elusione di cui oggi si parla tanto nell’era del capitalismo del “pensiero unico”.

Per un certo lasso di tempo, gli spazi non-euclidei sono stati respinti quia absurdum ovvero perché non veri rispetto al principio di non contraddizione della formalizzazione classica assoluta. Ma il giudizio di erroneità, oltre che di questo supporto piuttosto congetturale che dimostrato, si serviva anche della servile abitudine che faceva combaciare errore e male. Il falso (logico) è il male (pratico). L’errore, dunque, doveva essere corretto necessariamente o espulso o eliminato. L’evento dell’asintoticità portava il subbuglio dello “straniero” nell’ordine della comunità che viveva l’ordine spaziale e sociale comandato dall’ordine politico esistente dei cittadini. L’ordine politico, fatto dipendere, a sua volta, da quello pre-ordinato mitico o metafisico che fosse, non accettava lo straniero; il barbaro doveva allora restare fuori delle ben squadrate mura civili della città degli eguali di diritto.

L’asintoticità, interna allo stesso sistema euclideo (il quale però era convinto che l’unica forma di spazio esistente e reale fosse solo quello presupposto piano, e che nessuna intersecazione diversa da quella che generava angoli retti potesse essere ammessa), paradossalmente, metteva in scacco così l’univocità e la “compattezza” del pensiero geometrico euclideo stesso. Quest’altra razionalità – l’asintoticità (una razionalità altra) che apriva il gioco di un altro sistema coerente e altre geometrie (altrettanto coerenti), altri spazi e altri tempus, alternativi al quia absurdum –tuttavia non era recepita, anzi era respinta ancora, appunto, quia absurdum.

L’asino di Buridano però non è morto: ha deciso, scelto e continuato a vivere. Sicuramente con prospettive alternative. Il quia absurdum, come l’autoriflessività del paradosso del “mentitore”, si dà da fare anche in altre direzioni (le contraddizioni dell’autoriflessività non toccano solo le tautologie logiche).

Lo stesso giudizio di “assurdità”, oggi, per ragioni di difesa ad oltranza, la poesia dell’interiorità e dell’autonomia lo scaglia contro la testualità poetica della poesia  sperimentale-politica, e di ricerca allegorica quanto di demistificazione antagonista. La poesia sperimentale di ricerca e tendenza che lavora il “frammento” (non ignoto alla modernità, anzi), la mescolanza, il cum-finis e la temporalità storica; la processualità che derazionalizza l’autonomia dei generi e degli stili come separatezza, e ne ripone invece la discorsività nella contraddizione storica come pratica significante alternativa.

Alternativa anche perché è quella di un “noi” poetico ‘molteplice’ e ‘plurale’ – un singolare plurale – che costruisce il testo montandolo con livelli e frammenti “tautoeterologici”, e non composti aprioristicamente secondo il modello dell’ipostatizzazione della petizione di principio: la poesia della po(i)esis definita prima, e poi trovata nell’espressione in uscita. I frammenti e livelli “tautoeterologici” sono invece le unità discrete del concreto non trascesi nell’unità della definizione simbolica, ma l’eteros nel momento della scrittura testuale.

L’intreccio che, in quanto complesso di determinazioni diverse e con-tingenti nelle circo-stanze, non può essere né chiuso né essere oggetto di ripulsa del quia absurdum previsto dal “canone” lirico. L’assurdo è, invece, il fatto che un modus d’altro contesto storico, non più presente né riproducibile, avanzi pretese di sussumente universalità. Non c’è criterio giudiziale di “verità” o “falsità” poetica che con la sua astrattezza in corpore non debba fare i conti con la storia e le sue forme evolutive complesse e mai lineari.  La validità di un testo artistico e/o poetico è più che un fatto formale di rispondenze a canoni ipostatizzati. L’ac-cidentale, il contingente, nella determinazione del molteplice materialmente non-contraddittorio, invece la realizza e non la risolve, a meno che non vuole essere una tautologia. La configurazione in quanto astrazione determinata deve rimanere sempre una relazione di “funzione-ipotesi-semantica” storica se la sua direzione di senso vuole significare il molteplice eterologico non-contraddittorio che l’anima. E ciò senza chiudersi mai definitivamente in un Uno compatto, qualsiasi fosse la denominazione datane riguardante il testo o il soggetto, l’io, l’autore:

 

«L’unità delle opere d’arte è la loro cesura col mito. Esse conquistano di per sé, in base allo loro determinazione immanente, quell’unità che gli oggetti empirici della conoscenza razionale è impressa dall’esterno: l’unità sale dai loro propri elementi, dal molteplice. […]. Il pregiudizio della tradizione idealistica a favore di unità e sintesi ha trascurato ciò. L’unità viene motivata non da ultimo dal fatto che i singoli momenti le sfuggono a causa della loro tendenza direzionale. Una dispersa molteplicità non si offre neutrale alla sintesi estetica, così come invece il materiale caotico alla teoria della conoscenza, il quale, privo di qualità, né anticipa il proprio disporsi secondo una forma, né cade attraverso le maglie della forma. Se l’unità delle opere d’arte è inevitabile anche la violenza che viene fatta al molteplice […] allora anche il molteplice deve temere l’unità cosi come la temevano le effimere e attraenti immagini della natura degli antichi miti. […] l’arte accoglie in sé […] l’impossibilità dell’identità dell’uno e del molteplice come momento della propria unità. …]. Il tipo di intreccio di uno e molteplice nelle opere d’arte lo si può capire esaminando la questione della loro intensità. L’intensità è la mimesi eseguita dall’unità, ceduta dal molteplice alla totalità, sebbene questa non sia tanto immediatamente presente da poter essere percepita come grandezza intensiva  […] Se ciò e vero, l’intero, contro l’opinione estetica corrente, ci sarebbe solo a causa delle sue parti, cioè del suo kairòs (occasione), dell’attimo, non viceversa; ciò che lavora contro la mimesi in definitiva vuol servirla. […] L’unità estetica riceve la sua dignità dal molteplice stesso. Essa rende giustizia all’eterogeneo. […] Il contenuto della verità delle opera d’arte, da cui in definitiva dipende la loro levatura, è storico fin nell’intimo.

L’aspetto ideologico, affermativo, del concetto di opera d’arte riuscita ha il suo correttivo nell’assenza di opere perfette. Se esse esistessero, allora sarebbe effettivamente possibile la conciliazione in mezzo all’inconciliato, allo stadio del quale l’arte appartiene. In esse l’arte sopprimerebbe il suo proprio concetto; la svolta verso il fratto e il frammentario è in verità un tentativo di salvare l’arte smontando la pretesa che le opere siano ciò che non possono essere; il frammento ha tutte e due questi momenti. Il livello di un’opera d’arte è definito essenzialmente dall’esporsi di essa all’inunificabile o da sottrarsigli. Anche nei momenti che si chiamano formali torna, in virtù del loro rapporto con l’inunificabile, il contenuto che la loro legge ha rotto». (27)

 

Come dire, per analogia e allegoria (sganciate dall’intero, presupposto, e procedente per frammenti di diversa natura e provenienza storicamente determinati e materialisticamente immersi), che la poesia che si vorrebbe identificata con un certo e perenne statuto “lirico”, svalutante la materialità percepita e percettiva dei sensi, non certamente sterilizzati, e annidato solo nell’interiorità di un Io “compatto” e fuggente l’esteriore e l’eteros, non regge; non regge più. Non solo il soggetto è il soggetto collettivo o singolare plurale – “l’essere-degli-uni-con-gli-altri” – ma è anche l’alle-goria. L’oltre la parvenza e l’essere il dire-diversamente del montaggio ‘tendenzioso’ dei frammenti che lo stesso montaggio opera non più come “apparenza” o momenti destinati ad essere transvalutati nel simbolo, ma intreccio di eventi linguistico-concreti materiali della molteplicità reale e dei rispettivi livelli d’appartenenza; è il dire de “l’essere-degli-uni-con-gli-altri” compresenti o in pubblico – allon-agoreuo (Filippo Bettini) –.   

L’eteros, come discontinuità, che costituisce sia il prodotto che l’atto poetico, infatti, lo attraversa spingendolo come soggetto e scritture diversi, e costruendo una misura de-genere (ipotesi semantica) dei frammenti della discorsività letterario-poetica rispetto alla modalità di “misura” del genere delle procedure “scientifiche”.

Nel montaggio della “discorsività” letterario-poetica le “invarianti” non hanno lo stesso statuto di “immobile” dell’astrattezza quantitativa e formale omogeneizzante in assoluto, ma quella con-tingente dell’alienazione-estraniazione qualitativa conflittuale e alternativa, e un’est-etica in loco ad essa coerente: l’astrattezza nei due domini hanno analogie e differenze dunque, e non sono isomorfe. C’è infatti un de-genere – “sfrangiamento” (Adorno) del genere e montaggio di frammenti e costellazioni (Benjamin e Adorno) – che presuppone e pratica un’etica dell’estetico come politicizzazione che miscela percettivo e intelletto, pensiero e volontà, lexis e praxis, per un poiein “deciso” e sempre processuale in cui l’“altro” ha sempre una presenza concreta e ineliminabile; una “imprevedibilità” necessaria quanto singolare che nel linguaggio poetico può farsi sentire nella “lettera” senza senso, ovvero scorporata anche dalla catena delle risonanze del significante, e che nel montaggio di un testo poetico con frammenti “de-generi”, per contenuto e/o stile, potrebbe appunto essere raddoppiato (semantizzato), anche, da detti inserimenti stranianti e irriducibili.

È l’estetica che potrebbe essere rapportata a quella di cui Jacques Lacan parla quando percorre (seminari VII-XI) l’itinerario che va dalla “funzione quadro” alla funzione-lettera, ovvero la lettera che pratica la poesia, facendo vedere come l’eccesso del reale non sia riducibile al significante e “si manifesta nella singolarità della lettera come destino, ovvero come unione radicale di contin­genza e necessità”. (28)

Nell’“estetica del vuoto” (organizzazione del vuoto per accentuare l’oggetto straniato), le mele di Cézanne, ovvero l’oggetto rapportato non al frutto reale ma al “vuoto della Cosa” o le bottiglie di Giorgio Morandi (ovvero l’oggetto elevato a “dignità della Cosa”); nell’“estetica anamorfica” o “estetica della tyche” (gli Ambasciatori di Holbein, il quadro dove è nascosto l’oggetto anamorfico del teschio), la preparazione dell’incontro con la Cosa; nell’estetica della funzione-lettera, propria della poesia, invece cambia ancora il rapporto:

 

«Qui il reale non e più in rapporto all’abisso di das Ding, e nemmeno si configura come resto localizzato, parcelliz­zato, catturato nel dettaglio in eccesso della figura anamorfica. La terza estetica è un’estetica della singolarità. Al suo centro non c’è la funzione quadro ma la fun­zione della lettera. La lettera è l’incontro contingente con ciò che sono sempre stato, con l’essenza come “già stato”.  […]. Nella terza estetica una nuova teoria dell’incontro ci conduce verso la dimensione sin­golare dell’atto come modalità di separazione del soggetto dall’ombra simbolica dell’Altro. Nell’apologo della pioggia narrato da Lacan in Lituraterra l’incontro è un effetto del clinamen che agisce come scalfitura singolare dell’universalità del significante. […]. La terza estetica si concentra, appunto, sull’emer­genza — attraverso l’incontro contingente — della singolarità, del tratto singolare, irriducibile all’universalità del significante: impronte uniche, segni irripetibili si disegnano sulla terra, al limite — sul litorale — tra significato e godimento. Nell’apologo lacaniano della pioggia, […] Lo statuto di questo singolare è un doppio assoluto. È assolutamente contin­gente e assolutamente necessario. Assolutamente necessaria è la caduta della pioggia che manifesta l’azione dell’Altro. Assolutamente contingente è invece l’impronta singolare che non può mai essere ridotta a un epifenomeno di questa caduta — non è mai l’effetto lineare di una causalità deterministica». (29)

 

Se la funzione-lettera mette in scacco l’universalità del significante (perché c’è un reale che è irriducibile) e quella del mescolamento dei generi mette in crisi quella dell’autonomia e separatezza dei generi e degli stili a priori (poetici, in questo caso) – perché c’è un montaggio dei frammenti dell’allegoria, che coinvolge scrittore e lettore nella lettura della “cifra”, o del dire altrimenti e tendenzioso di quella sintassi immanente alla versificazione eterogenea, che non si lascia assorbire da nessun tipo particolare –, allora c’è anche un sociale che irrompe gli argini dell’Io interiore.

È il reale del sociale storico e materiale che mette in luce sia la dimensione ideologico-politica antagonista (che non perde la sua funzione-ipotesi, ma che il sistema in cui opera vorrebbe neutralizzare) del linguaggio poetico, sia la stratificazione di “alter ego” ed “ego alter” che urgono come una identità collettiva eterologico– plurale. Il plurale – il “noi” di “io sono tu” e “tu sei io” o (alter) ma ‘singolare plurale’ – che deborda il soggettivismo lirico dell’individuo – l’io sostanziale e unitario trascendente o trascendentale –   e si presenta, o potrebbe essere connotato, come la “funzione-autore”, ma singolare plurale, prospettata da Michel Foucault.

E ciò non tanto per arginare la perdita (assenza di opera e di autore) del soggetto come unico, e donatore di senso all’interno del linguaggio sovraordinato del sistema esistente, quanto per dar voce a un soggetto collettivo che nel “disordine del discorso” riesce a vedere il lato paradossale della contraddizione stessa e a produrre, nell’“ideologema del testo”, testi demistificanti quanto deliranti, irati e iranti. Esplodenti la funzione alienante del “consenso” – costruito ad hoc dal centro deterritorializzato (ma centro unico di controllo) della circolazione mediatizzata – e una pratica significante l’opposizione sociale e politica anche con il fare letterario e poetico alternativo ad opera della nuova soggettività ‘singolare’; la singolarità del molteplice che opera con il montaggio dei frammenti e in “funzione” di una ipotesi “rationale di nuovo tipo” e materialista (Galvano della Volpe) che prende in cura pure l’unicità dell’autore.

 

«L’autore è ugualmente il princi­pio di una certa unità di scrittura – tutte le differenze dovendo essere livellate almeno per quel che riguarda i principi dell’evoluzione, della maturazione o dell’influenza. L’autore è inoltre ciò che permette di sormontare le contraddizioni che possono svilupparsi in una serie di testi: ci deve appunto essere – a un certo livello del suo pen­siero o del suo desiderio, della sua coscienza o del suo inconscio – un punto a partire dal quale le contraddizioni si risolvono; gli ele­menti incompatibili si susseguono finalmente gli uni agli altri oppure si organizzano intorno a una contraddizione fondamentale o originaria. Infine, l’autore è un certo centro di espressione che, sot­to forme più o meno compiute, si manifesta altrettanto bene, e con lo stesso valore, in opere, in brogliacci, in lettere, in frammenti ecc. I quattro criteri dell’autenticità secondo san Girolamo (criteri che sembrano molto insufficienti agli esegeti di oggi) definiscono le quat­tro modalità secondo le quali la critica moderna fa agire la funzio­ne-autore.

Ma la funzione-autore non è, in realtà, una pura e semplice ri­costruzione che vien fatta di seconda mano a partire da un testo da­to come un materiale inerte. Il testo porta sempre in se stesso un cer­to numero di segni che rinviano all’autore. Questi segni sono ben co­nosciuti dai grammatici: sono i pronomi personali, gli avverbi di tem­po e di luogo, la coniugazione dei verbi. Ma bisogna tener presente che questi elementi non svolgono lo stesso ruolo nei discorsi che sono provvisti della funzione-autore e in quelli che ne sono sprovvisti. In questi ultimi, tali “innesti” rinviano al reale locutore e alle coor­dinate spazio-temporali del suo discorso (quando alcune modifica­zioni possono prodursi: e quando si riferiscono discorsi in prima persona). Nei primi, al contrario, il loro ruolo è più complesso e più va­riabile. Si sa bene che, in un romanzo che si presenta come il rac­conto di un narratore, il pronome in prima persona, il presente in­dicativo, i segni della localizzazione non rinviano mai esattamente allo scrittore, né al momento in cui egli scrive né al gesto stesso della sua scrittura; ma ad un alter ego la cui distanza nei riguardi dello scrittore può essere più o meno grande e variare nel corso stesso dell’opera. Sarebbe altrettanto falso cercare l’autore dalla parte dello scrittore reale quanto dalla parte di quel locutore fittizio; la funzio­ne-autore si effettua nella scissione stessa – in questa divisione e a questa distanza. Si dirà, forse, che si tratta soltanto di una proprietà particolare del discorso romanzesco o poetico: un gioco in cui non si impegnano che questi “quasi discorsi”. Infatti, tutti i discorsi che sono provvisti della funzione-autore comportano questa pluralità di ego. L’ego che parla nella prefazione di un testo di matematica – e che ne indica le circostanze di composizione – non è identico né nella sua posizione né nel suo funzionamento a colui che parla nel cor­so di una dimostrazione e che appare sotto la forma di un “Io con­cludo” o “lo suppongo”: in un caso, l’“io” rinvia a un individuo sen­za equivalente che, in un luogo e in un tempo determinati, ha compiuto un certo lavoro; nel secondo, l’“io” designa un piano e un mo­mento di dimostrazione che ogni individuo può occupare, purché egli abbia accettato lo stesso sistema di simboli, lo stesso gioco di as­siomi, lo stesso insieme di dimostrazioni preliminari. Ma si potreb­be anche, nello stesso trattato, rintracciare un terzo ego; quello che parla per dichiarare il senso del lavoro, gli ostacoli incontrati, i ri­sultati ottenuti, i problemi che ancora si pongono; questo ego si situa nel campo dei discorsi matematici già esistenti o ancora da ve­nire. La funzione-autore non è assicurata da uno di questi ego (il pri­mo) a spese degli altri due, i quali non ne sarebbero più allora che lo sdoppiamento fittizio. Bisogna dire al contrario che, in tali discorsi, la funzione-autore ha un tale ruolo che provoca la dispersione di que­sti tre ego simultanei». (30)

 

 In un sol colpo è messo in crisi, così, il tempo dell’unità compatta dell’Io come imprenditore unico e semplice del fare letterario-poetico, e i testi propri di un “altro-mondo-è-possibile” del soggetto “plurale” o collettivo si aprono un varco di libertà istituente spinti dalla loro potenza d’uso non soggetta all’organizzazione dello scambio omologante.

Non soggetti al mercato e al profitto, ma al pensiero collettivo orientato alla libertà e alla felicità pubblico-comunitaria come beni comuni, gli stessi testi e il soggetto collettivo si muovono con la stessa obbligatorietà dell’energia che oltrepassa le barriere grazie all’ effetto tunnel.

È l’obbligatorietà degli “effetti apparentemente paradossali dell’effetto tunnel che (corsivo nostro) hanno condotto al comandamento secondo cui in meccanica dei quanti tutto ciò che è esplicitamente proibito è di fatto obbligatorio”. (31)

Così se la frammentarietà e la soggettività collettiva imbarcati nella libertà politica e sociale e costruttrici di testi di poesia e di poetica non omologati, sono vietate dalla poesia meccanico-purista tradizionale, allora la poesia materialista d’avanguardia, e radicale, deve mettere entrambi – frammentarietà e soggettività collettiva – obbligatoriamente a lavoro poetico, in quanto lexis che si rapporta alla praxis in un mondo che via via si dilata sempre di più inglobando le esclusioni di ieri, compreso l’assurdo che s’innesta dove la soglia rende fluido il nesso che lega il razionale e l’ombra dal quale emerge.

Assurdo non è che questo procedimento neghi il tradizionale, ma che il tradizionale neghi questa determinata configurazione storica che processualmente si è venuta a concretizzare mentre si sfalda/va il formalismo unitaristico degli schemi precedenti. L’identità poetica di un testo costruito con i frammenti – le unità discrete segnico-linguistiche semantiche – che si stagliano fluide e contraddittorie sul fronte del tempo storico, non può essere giudicata con la “continuità” della razionalità della “non contraddizione” formalizzata e ipostatizzata del vecchio soggetto, e già inteso lirico puro per natura.

I soggetti sono dopo e non prima di kairòs, e l’unità molteplice materiale (discretum) determinata è il fondamento storico della “continuità” o razionalità ordinatrice della spiegazione, così come le unità discrete/discontinue della molteplicità degli eventi quantistici e sub-quantistici sono il fondamento, il livello altro e primo (la “sostanza prima” o materiale, per dirla con Aristotele), della “continuità” del mondo macroscopico dove i nessi non sono dello stesso tipo di quelli degli eventi discreti e frammentati del primo livello.

Le “forme del conflitto” e del “disordine del discorso”, in genere, che smembrano o dissacrano l’in sé immobile dell’essere (classica o postmoderna) della poesia strutturata ad hoc per sostenere un certo modello di vita e di storia, allora sono obbligo est-etico alternativo.

Una alternatività letteraria e artistico-poietica – eventi semiotici e contingenza della sperimentazione materiale e oppositiva messi in campo con il materiale dei frammenti eterogenei, frammentati essi stessi, e non “riducibili” – che, diversamente configurabile, confligge così con la lirica ‘pura’; quella lirica nostalgica della perduta identità intuitivo-sentimentale ed emozionale astorica del modello politico-culturale che privilegia il simbolico-elegiaco o allusivo riduzionista quanto generico e indifferente; oggi gastronomica del divertimento e sedante la conflittualità degli ostacoli e delle contraddizioni, magari rispolverando il maudit o l’orfico o il ri-angosciato per le catastrofi che incombono sul mondo.

Né il ritorno al “sublime” della lirica dell’interiorità extra-temporale e della proporzione consolante, per esempio, espunge dal fare poetico o dalla poesia la testualità frammentaria, trasgressiva e ibrida, sperimentale e oppositivo-antagonista (praticata anche con il montaggio di singolarità diverse e diverse retoriche poetiche che ne individualizzano stile e percorsi), perché il modello cosmo-sociale che lo sosteneva, quello tolemaico-geocentrico e antropocentrico, è stato messo in crisi da quello plurale dei “mondi infiniti”, aperti e decentrati. Il riduzionismo così della poesia senza extraterritorialità o eteros, anche di linguaggio e montaggio, che ne turbi la “purezza” non regge più.

La configurazione deve assumere contemporaneamente, seppure distanziandosene, il dato, la transitorietà del tempus la com-posizione e l’astrazione – che non ha ragione alcuna di lasciare il metodo del concreto-astratto-concreto. Qui il concreto poetico, naturalmente, non può non essere che l’aseità semantica o organica tauto-eterologica della poesia stessa e il ritmo temporale di complesso di elementi e livelli di vario genere che, in ogni modo, sono l’immagine di un contesto collettivo e oggettivo, inconfutabilmente storico.

Le “forme del conflitto” e del “disordine del discorso”, crediamo, debbano operare correlando l’equilibrio aleatorio (aleatorietà che non è né parvenza né apparenza fenomenica di una sostanza nascosta, ma instabilità e imprevedibilità ontologica concreta e reale) con il kairòs, quanto immanente e concreto jetz-zeit ‘debito’ che avanza determinato singolare plurale, ormai senza fondamento aprioristico di “redenzione”, verso un futuro sì bordeline ma anche di progettualità.

Si lascia il progredire della linearità comandata, ma la radicalità del tempo e della democrazia assoluta non può essere abbandonata alla sorveglianza delle neuroscienze biopolitiche che addomesticano le soggettivazioni individuali e sociali e ipotecano il corpo “isterico” delle libertà di senso variamente contro.

Una progettualità che non ha più la certezza di un soggetto (individuale e di gruppo) pilota, che frantuma e redime, ma una singolarità sociale d’intelligenza collettiva che avanza con/sulla ‘potenza’ diretta della moltitudine in cammino e del suo ‘lavoro vivo’ in rete piuttosto che sulla rappresentanza della volontà generale di memoria umanistico-borghese, o nella versione contemporanea del capitalismo del management che, strumentalizzando la terminologia aristotelica, vorrebbe incorporare tutta la ‘potenza’ dei corpi nell’attualizzazione del profitto e del controllo come unica realtà ed esistenza.

È il progetto della ‘moltitudine’ che marcia con i sogni e l’utopia relazionata alla con-tingenza della materialità dialettico-storica e non metafisica dell’“essere-degli-uni-con-gli-altri”, simultaneamente, e che è, ancora, sia la memoria del passato con le sue biforcazioni e catastrofi come pure il “risveglio” e la possibilità-potenza di far scoccare la freccia, il kairòs vs il brain imagining/neuroimaging (le immagini dei “neuroni a specchio” della “fRMI – Risonanza magnetica funzionale –) dell’addomesticamento neuroetico-politico-medico.

In fondo la posizione riduzionista era/è tutta propria (privata) a quell’“ordine del discorso” del mercato e delle sue regole pragmatiche del divide et impera le identità eterogenee in funzione di un dominio letterario-politico che non tollera (tolleranza zero) il conflitto del testo come montaggio, incrocio e chiasmo intersecante frammenti eterogenei.

L’incrocio, del “chiasmo”, nell’universo del dominio naturalizzato, era/è una identità speculativa di differenze indeterminate, quindi interscambiabili perché, appunto, indifferenziate.

Ora, nell’universo oppositivo, la forma dell’incrocio è, invece, quella del chi-asmo, o intreccio di fattori non simmetrici, bensì della “T-violazione” o della crisi della teoria del “tempo assoluto”, universale, unico e ciclico-reversibile, per cui i contrari sono differenze determinate e hanno una freccia direzionale opposta.

Così, per esempio, i due lati eterogenei – tempo assoluto e relativo, capitale e lavoro, società civile e politica, staff manageriale e lavoratori subordinati, spettacolo e cultura, estetizzazione ed estetico-percettivo conflittuale, poesia “interiore” e poesia politica – non rispondono all’adaequatio della logica astratta di tipo capitalistica. Il tempo relativo e assoluto di lavoro, come l’analogo poetico del tempo interiore e della produzione poetica non sono più trattabili con la logica che fagocita l’eterogeneo per identità d’indifferenti o per elusione o per connotazione d’assurdità.

Eventi, contingenza, conflitto e disordine, come campo di azione e di attività di sperimentazione, opposizione e antagonismo, che legano la parola della poesia a quella della politica come eteros insurgente” (che non l’è estraneo da confinare o elidere come accidentale e inessenziale), possono così essere quelle rette-curve-iperboliche, frattali e ombre di senso che comunque smentiscono, dissacrandolo, il pensiero unico del lirismo riesumato e i suoi annessi e connessi che lo relazionano come supporto all’andazzo dell’imbonimento capitalistico, che utilizza l’ideologia umanistico-liberale e il terrorismo dei fatti mediatizzati come armi urbi et orbi.

La necessità dell’“insurgente” parola poetica è piuttosto, analogicamente, quella dell’“obbligo” dell’“effetto tunnel”. Un impegno antagonista della poesia e una alternativa “nella letteratura” che, insieme con l’avanguardia dello scrivere singolare ubbidendo (parafrasando lo zapatismo) al noi del general intellect, ripudiano la sussunzione del loro tempo in quello astratto del dominio capitalistico e neoliberista, il cui gemello, in poesia, è quello astratto dell’interiorità autonoma e so-stanziale dell’Io spirituale e psicologico. Il tempo interiore della lirica consolatoria, elegiaca e nostalgica della trascendenza (“il paradiso dell’ignoranza”, Spinoza).

Obbligo è dunque l’assumere un impegno culturale e insieme etico-politico diretto, non più derogabile, né più praticabile nelle forme svilite della vecchia avanguardia rappresentativa e guida educativa.

E l’impegno diventa più urgente e necessario dal momento che alla cattolicità liberista e di guerra del “pensiero unico” si affianca, qual braccio ideologico parallelo e di supporto, sia il supporto strumentale delle neuroscienze, sia quello secolare della Chiesa cattolica. Il paradigma della medicalizzazione da una parte e il rilancio a trecentosessanta gradi della nuova evangelizzazione cattolico-catechistica, nonostante le dichiarazioni ufficiali, infatti, cucinano l’integrazione con il modello culturale-politico dell’esclusione onnivora delle diversità nel tempo assoluto del presunto eterno presente del post-moderno inflazionato. Il modello cioè che avanza, nonostante le sue categorie in crisi (dall’antropologia, alla logica, all’economia, alla filosofia politica, all’arte, alla letteratura, alla poesia…), il limite del confine come esclusione del tertium costruibile e non riconducibile ai canoni cattolico-capitalistico-cattolici.

Il rapporto, analogicamente, svela l’intima somiglianza e reciproca connessione funzionale tra la religione cristiano-cattolica e il modello economico-sociale del liberismo della classe borghese (cattolicesimo: neoliberismo = evangelizzazione: pensiero unico). Entrambi mirano all’omologazione e alla dittatura dell’universalità di un pensiero e di un essere uni-versali che elimini la contraddizione e la libertà dell’opposizione in vista di un mondo ingessato entro i termini del loro paradigma.

Eppure Pier Paolo Pasolini, denunciando il melting pot (crogiolo) dell’industria culturale e consumistica della nuova società borghese-capitalistica tecno-industrializzata, per certi aspetti, aveva lasciato capire che la Chiesa (della povertà e dell’amore) non poteva avere un ruolo subalterno e fiancheggiatore verso la società del consumo del “pensiero unico”.

Scriveva:

 

«Riprendendo una lotta che è peraltro nelle sue tradizioni (la lotta del Papato contro l’Impero), ma non per la conquista del potere, la Chiesa potrebbe essere la guida, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano (e parla un marxista, proprio in quanto marxista) il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi, più repressivo che mai; corruttore; degradante (mai più di oggi ha avuto senso l’affermazione di Marx per cui il capitale trasforma la dignità umana in merce di scambio). È questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all’opposizione e alla rivolta». (32)

 

Il cattolicesimo della Chiesa romana, però, non ha cambiato rotta, anzi. All’acquiescenza di ieri nei confronti dello slogan della pubblicità commerciale di “jeans Jesus” (“Non avrai altri jeans che all’infuori di me” o di “Cristo, super-star”), oggi, invece, offre quella del caffè della multinazionale “Lavazza” come unico biglietto d’accesso e ingresso per chi volesse le promesse del paradiso. Forse è il suo biglietto d’ingresso pagato alle multinazionali del consenso consumistico europeo per essere iscritta e consumata come religione unica e di stato nel documento costituzionale dell’Ue in corso di elaborazione e approvazione.

Ieri la Tv, oggi ha a disposizione INTERNET e i sistemi integrati di comunicazione inquinanti. Ricorrendo alla nuova tecnologia della rete www, la crociata della sua nuova evangelizzazione “Jesus super-star” la ribadisce con l’universalità irrinunciabile del cattolicesimo romano-occidentale-americano; la esporta, “armata”, come unica vera religione rivelata fondante la civiltà del pianeta terra.

E se ci fossero dei dubbi, occhio ai luoghi (il politico) dove si riscrivono le regole del dominio, dell’oppressione e della repressione: le trombe di Eustachio risuonano ancora della dichiarazione del Ministro degli Esteri italiano, Frattini, circa l’impegno del Governo italiano ad assumere come irrinunciabile il fondamento cristiano-cattolico da scrivere sul frontespizio dei valori della nascente Costituzione dell’Unione Europea.

Il neoliberismo, ricorrendo anch’esso alla nuova tecnologia della rete www, si serve della new economy del libero mercato assoluto e deterritorializzato, ponendo e imponendo (con o senza consenso) il modello borghese dell’economia di mercato come naturale e unica legge economica: “pensiero unico”, et ergo universale e necessario. La stessa universalità pretesa dalla Chiesa cristiano-cattolica romana.

Nessuna libertà di scelta e nessun diritto che non sia quello “cattolico” del connubio cristiano-borghese urbi et orbi.

O per diritto “divino” o per diritto “naturale” e per stretto patto di unità scellerata, le due ideologie si uniscono così, e non solo per analogia, ma per identica teoria e prassi in un unico patto di vita e di morte per “dominare” gli uomini di tutto il pianeta nel loro distendersi sociale, e sradicarne qualsiasi antagonismo.

Non c’è libertà al di fuori del loro credo e della loro pratica, e non c’è polis civile fuori la loro organizzazione di oppressione e di immobilità programmate. Il non-Essere – ciò che non è cattolicamente liberista e tempo misurato dalla merce modello Wto – non è il bene: è il male. Perciò se nel non-Essere si muove qualcosa come il male, la religione benedice le armi che riportano entro i “confini” la pace con la guerra. E la pace non è che metafora di guerra. Guerra contro il “nemico”, e terrorista, del cattolicesimo, del liberismo e del relativo modello di vita; guerra di eliminazione e sterminio per chi attacca il “limite” che loro ergono come il confine dell’inclusione o dell’esclusione/e-liminazione. O integrato o disintegrato. Tertium non datur.

L’eliminazione dell’antagonismo socio-politico e culturale trova le sue ragioni anche nella logica fondamentale: A e non-A non sono possibili; l’uno è vero e bene, l’altro è falso e male. Eppure, nella cultura dello stesso mondo occidentale, ormai l’esistenza dei mondi delle geometrie non-euclidee, che vanno oltre il “limite” della geometria euclidea sono una pratica teorica e una scelta libera di soggetti che sanno la “verità” essere un prodotto storico-temporale determinato da una scelta libera e da una decisione altrettanto fondante e coerente, e un costrutto paradossale. Nessuna schizofrenia e vuota sciocchezza di cattoliche necessità e vantate superiorità, dunque.

Nel mondo del nuovo cattolicesimo liberista (come nel vecchio industriale) non c’è libertà e vita per chi ne mette in discussione il modello (basterebbe dare un’occhiata alle guerre – dirette e indirette – programmate, come allo stesso programma dello sterminio per fame e povertà).  Chi attenta al “limite” stabilito deve essere eliminato o con l’evangelizzazione della parola o della guerra o del mercato o con il loro connubio trinitario e le varie protesi, compreso il linguaggio dell’uniformità spettacolare e alienante.

Il messaggio è il linguaggio lucido e alienato – unico e cattolico – che, giornaliero, bombarda dal marketing del work shopping mass-mediatico sotto il controllo “microfisico” e “macrofisico” dei padroni e dei loro spot pubblicitari anestetizzanti. E sono la “rappresentazione” di un mondo esemplare che mercifica Tutto e in questo Tutto anche l’insieme dei significati e dei valori.

Non c’è libertà dove “impera” il pensiero unico della religione cattolica e del “mercato” globale se non riattivando l’antagonismo delle scelte e delle pratiche contro-significanti. Non ci può essere pace, lotta alla miseria, alle malattie e aspirazione fattibile alla libertà in un mondo in cui “le spese militari Usa-Europa sono dell’ordine di ottocento miliardi di dollari all’anno (tre miliardi di euro al giorno; 424 euro pro capite, in Italia pari al 2% del Pil), lì dove “basterebbero 17 miliardi per debellare fame ed epidemie dalla faccia della terra” (33).

Il suo modello, che regola sia la borsa della spesa che della vita, è il fucile puntato contro i poveri, i paradossi e le contraddizioni, determinati storicamente e ribelli che fanno la differenza e l’eteros del tempo in quanto portatori di verità demistificanti. Li esclude perché li bolla come male e destituiti di “valore” – “beni” non veri – impiegando attacchi preventivi e manipolazioni mediali con taglio di opera-azioni “di guerra non militari” e opera-azioni “militari diverse dalla guerra”. Se il connubio (del pensiero unico con la religione e la cultura e le sue istituzioni rappresentativo-speculative in genere) profitta, poi diventa patto per la vita e la morte (dell’Altro), e trasforma i rapporti in macchina di disciplina, controllo, sorveglianza totale planetaria, mentre le sue azioni stragiste gabella per prove di libertà e democrazia, esportate con cinico aviotrasporto militare.

Allora ben venga l’impegno nuovo dell’avanguardia letterario-poetica alternativa come scritture demistificati e consapevole anticipo battistrada anti.

Il terreno che ci preme seguire è quello della testualità poetica dei soggetti come singolarità sociali; le nuove soggettività della pluralità sociale che rifiutano la misura dell’astrazione del trascendente o del trascendentale degli interessi del valore “puro” della poesia, e il cui linguaggio dirompente si infiltra e accentua le aperture e le faglie della paradossalità e della contraddizione sottratte al controllo del “pensiero unico”.

Preferiamo il linguaggio dei testi di poesia che aprono le faglie con la parodia antagonista della dismisura materialista della soggettività collettiva e plurima; quella che si fa prassi “est-etica” (miscela e ibrido di empirico-percettivo, ideologico e pensiero demistificante critico) di resistenza poetico-politica contro la riduzione capitalistica e “pragmatica” della complessità. La poesia della contraddizione e della distanza riflessiva e critica che resiste alle misure vecchie e nuove delle fallacie (linguistiche e logiche) vs la logica astratta del capitalismo; la poesia che dà voce e corpo alle alienità rimosse, eluse/escluse, mentre blocca l’istante del kairòs e produce virulenza poetica   per contrastare il presente e rimuovere, per quanto le compete, l’orizzonte di morte che grava sul futuro. Perché l’est-etica della poesia, coniugando il sensibile-pensabile e organizzandosi contestualmente come semantica della ribellione, si fa esodo dall’ubbidienza con una comunicazione polidialogica delle singolarità nella dismisura dei frammenti mescolati e della loro ibridazione.

La commistione degli stessi generi, né universali né sommi, ha così una funzione di corpi in attrito, che nell’intreccio, e senza nulla togliere allo specifico del linguaggio poetico stesso, evita, infatti, sia la ripetizione destoricizzata del passato (il “sublime” e/o il monumento) che l’avvitamento del presente su se stesso. Da un lato fa ritrovare vitalità e potenza distruttiva vs le abitudini individualistiche, e dall’altro si offre costruttiva di comportamenti e modi di co-riflettere e co-agire profondamente collettivi. Nessun textum scappa alla logica della sintesi delle molte determinazioni che interessa tanto i testi quanto i corpi.

 

«Una gigantesca rivoluzione culturale è in corso. La libera espressione e la gioia dei corpi, l’autonomia, l’ibri­dazione e la ricostruzione dei linguaggi, la creazione di nuovi, singolari e mobili modi di produrre si rivelano con continuità, ovunque. La perversione trascendentale oppone, ai corpi, ginnastiche e moda; ai linguaggi, disinformazione e censura; ai nuovi modi di organizzare la produzione, un comando inafferrabile sulla scena del mondo. Ed alla mobilità apolide, frontiere determinatissime e turismo globale.

Detto in altri termini: se la resistenza è pro­duttiva di nuovi spazi di creazione e di circolazione, ne consegue che nuove istituzioni della misura cercheranno di con­trollarli e di ridurli sotto il loro segno, mentre nuove impre­se cercheranno di sfruttarli. Così si costruisce il mercato mondiale del trascendentalismo parassitario. E qui che all’a­venire si oppone il futuro, al kairós la statistica, alla differen­za la ripetizione». (34)

 

L’arte e la poesia, conservando lo specifico della configurazione di miscela e ibrido del textum, debbono così farsi carico della permanente tensione ed esitazione che da sempre ne hanno caratterizzato la po(i)esis; la po(i)esis che non hai mai perso veramente il suo rapporto con la praxis e la lexis poetica coniugata alla praxis come azione pubblica della compresenza – “l’essere-degli-gli-uni-con-gli-altri” – e del comunicare polisemico fra discorsi eterologici. In generale, la lexis poetica ha sì i limiti dello specifico ma come quella generale ha un cum-finis con il letterale-materiale della lingua comune che si configura sempre come un ibrido evento estetico singolare e insieme plurale e “pubblico”. Il pubblico: il pubblico non è però quello dell’istituzione formale che norma e autorizza o che ha ridotto tutti a clienti del ‘valore’ economico dello scambio consumistico (marketing e self making) imperanti, ma l’agire insieme e simultaneamente come attori cooperanti e soggetti diretti di forme di produzione alternative al mercato unico, sia lo scambio quello delle cose materiali, sia quello dei testi letterari e poetici.

E non per questo la razionalità di questi contro-testi, che si conducono per nessi di segni e politica, frammentati, e sulla base di una fondatezza materiale e con-tingente, sono di minor prestigio ed efficacia rispetto a quelli della mitica, quanto aprioristica e generica, assolutezza dei fondamenti della ratio continua e sviluppo della durata ipostatizzata. Tutto ciò ha perso credibilità e consistenza di fronte al tribunale della stessa concretezza storico-materiale che la smentisce continuamente, specie nei momenti di crisi, nel mentre avanzano i processi di significazione diversi come eventi frattalizzati e non necessariamente legati da una logica testuale unica.

È una testualità infatti che richiede il riconoscimento, lo sguardo e l’ascolto dell’essere-stare-con-gli-altri in uno spazio-tempo di comune simultaneità e critico-antagonista, almeno nelle sue coordinate di fondo, per quanti non si adagino passivamente o per grazia ricevuta allo “stato di cose esistente”. Un impegno di tutti i soggetti collettivi che debbono rimuovere paradossi, antinomie e contraddizioni generici e generali o indeterminati, e azionare quella stessa soggettività e soggettivazione di singolarità in-composte (nessuna identità precostituita) che nessuna omogeneizzazione può mettere a tacere una volta e per sempre.

Se la monoliticità astratta del soggetto sostanziale della rappresentazione – sia individuale o di gruppo ideologicamente compatto – è stata detronizzata, non per questo non si può più parlagire di soggetto/i ideologie e stratificazioni; si riconfigurano nuove unità mobili e poco soggetti alla “sorveglianza” e “controllo” della classe dominante, la quale vorrebbe spazzare via invece ogni opposizione e lingua non identitaria. Molte­plicità e differenza sono il  concreto significante, e la loro consistenza è irreversibile, per cui è sempre possibile una nuova organizzazione sociale cui corrisponda e faccia forza un parallelo corso di sperimentazione e innovazione poetica in azione.

Perché non potere vedere allora nel frammento e nella sua riorganizzazione in contesti di “mescidanza” tautoeterologica e de-genere la vita della poesia e dell’arte, che qui ha trovato un suo nuovo modus per continuare a dire-agire?

 È una testualità che intreccia linguaggi, variabili e livelli semiotici di diverso tipo e decisi in itinere che frammentano, “sfrangiano” (Adorno) e si “costellano” in un continuo intreccio di verticalità e orizzontalità problematico come una tensione e un equilibrio kairò(s)tico (instabile e precario, ma equilibrio: equilibrio multiplo, instabile e irriverente); una testualità che coniuga e declina pensiero verbale e non-verbale, logiche dialettiche, retoriche e non, testuale e non-testuale, ma che tuttavia si mantiene e produce poesia ridando alla parola e al segno il loro mai tramontato indice di gestualità contundente, di significato determinato e fendente. Il suo procedere ha il termometro dell’alta temperatura del big bang, dell’indeterminazione determinata e dell’indicidibilità decidibile, gödelianamente, tra coerenza e incompletezza, procedendo con ironia (non quella del finito che idealisticamente si vede apparenza dell’infinito), interrogativi dirompenti, scrivendo e componendo tra alea, re‑alea e sospetto critico un’aggregazione frammentata.

Il limite ha sempre una soglia d’in-composti o di unità del molteplice singolare in cui interagiscono fattori estetici ed extraestetici, poetici e non poetici, e una paradossalità che mette in parodia l’astratto e il “diritto” naturalizzati di qualsiasi unicum identico-indifferenziato che si ponga metro e rifiuto della mescolanza e  dell’ibrido nell’intreccio del testo. 

Se i paradossi della contraddizione logicizzata, come anche la processualità concreta delle forze storiche in genere, sono una spia di come la conoscenza formalizzata lascia vedere le lacune delle conciliazioni forzate, e se l’arte e la poesia, che non si riducono a quella della coscienza interiorizzata, fanno vedere come nella po(i)esis gli intrecci dell’incrocio e del montaggio non sono lineari, allora il quadro è quello di una posizione dialettico-materialistica aperta. Se non possono essere considerati semplicemente né come solo artistiche né solo come extra-artistiche, ma una configurazione miscelata di frammenti particolari e molteplici e tutti concorrenti a una semanticità dell’insieme plurale, allora non può non esserci tensione tra i fattori, e non si può non accogliere in poesia il senso del paradosso enunciato (e spiegato), per esempio, da Tullio Regge per il campo di pertinenza, o ancora attraverso il senso della “poesia del no” di  Juan Carlos Rodriquez, lo studioso e critico spagnolo, che mette in mora la dialettica idealizzante negante il nesso di poesia e forze storiche. La verità è una produzione storica, e le sue variazioni storiche non indipendenti dal contesto.

Non esiste un testo che non abbia relazione con l’ideologia che l’attraversa e le forze in campo che concretizzano il contesto. Se il letterale-materiale, come Galvano della Volpe chiama la lingua comune, e il problema del pensiero (Marx) è quello di scendere dalla lingua nella vita, la poesia, che di questa si nutre e riorganizza in complessità, non può non di dire “no” allo stato di cose presente. Se l’arte e la poesia hanno un rapporto con l’extra-artistico, e non ci sono essenze liriche o di altro tipo, definite aprioristicamente cui bisogna riportare il circolo del concreto-astratto-concreto, allora non occorre nessuna essenza sempre uguale e immutabile, ma una tensione-torsione-contro-distorsione (“lotta delle distorsioni”, Francesco Muzzioli) che processualizzi la molteplicità verso il mutamento alternativo senza dispersioni di mistificante trascendenza e privatezza. Necesse est, eventualmente, utilizzare criticamente i paradossi e mettere allo scoperto la realtà che, come diceva Brecht, ha più forme di quante gliene attribuisce la forma. È l’obbligo di chi questa realtà vuol salvaguardare senza rinunciare all’astrazione funzionalmente storica e critica, e in cui il montaggio alternativo dei pezzi e vs l’esistente è possibilità praticabile sia come soggetto singolare che collettivo/plurale.

 Se nella scienza dei nostri giorni il paradosso dell’effetto tunnel consente, per esempio, alla macchina in salita e ferma sulla cima di una montagna, perché il carburante si è esaurito, di scavalcarla egualmente, e con ciò testimoniando eventi di livello che la teoria della meccanica classica rigetti come impossibili, allora la configurazione della poesia come montaggio di frammenti e variabili diversi non solo è possibile ma è anche necessaria e “obbligo” allegorico. Perché “alle-goria” è dire diversamente le cose e insieme dirle in unità discrete di pubblica agorà, simultaneamente; l’intreccio complesso della realtà, sia la scienza dell’universo o la poesia a parlarne, è, infatti, una relazione collettiva e comunitaria di eventi e legami che pur essendo eterogenei, hanno punti di contatto e sottrazione che stanno nella soglia e si attualizzano nell’estraniamento allegorizzante. 

Ed è in questo punto dell’estraniamento che si insedia l’allegoria dell’alieno di cui oggi parla l’avanguardia di Muzzioli (Quelli cui non piace; cfr. anche il video pubblicato in www.dambrosioeditore.it) e ieri lo spaesamento (estraniazione) di Brecht o la polifonia di Bachtin.

E non è certo il “canone” intimistico o solo linguistico o solo procedurale della poesia interiore e dei modelli della scienza, legati al “tempo assoluto” e positivizzante, che può renderci e dire l’“estetico” del frammento o della molteplicità discreta del sensibile-percettivo o delle determinazioni (immagini + concetti) trasfigurandole e transducendole nell’intemporale o astorico mondo dell’astrazione spiritualizzata.

Perché è di soggetti antagonisti e parodisti, o di reali soggetti in-composti e im-mediati o di singolarità plurali e collettive, orientati a un senso alternativo del mondo, che occorre ristabilire l’opposizione vs il mondo del “pensiero unico” e del simulacro derealizzante, nel cui assunto l’unico soggetto-predicato e viceversa è quello speculativo che si commercializza come privo di ideologia e immateriale.

Perché è il soggetto “paradossale” della singolarità dell’identità ibrida e collettiva, o intreccio di differenze, diversità ed estraneità determinate piuttosto che generico-generale-universali, che può aggregare e accomunare l’insieme dei frammenti eterogenei pertinenti sia alla testualità poetica, aseicamente semantica, sia al collettivo delle singolarità molteplici, che rimangono in relazione di co-originarietà e di co-operazione. L’organizzazione contestuale in cui il testo, sia l’opera individuale o open source che l’autore, è egualmente sintesi dialettica non-contraddittoria “di molte determinazioni”, e non speculativamente.

La poesia è montaggio sintetico e insieme “funzionale” della materia sensibile-storica determinata eterogenea, e, contestualmente, un’astrazione riflessiva, logico-semantica e critica-pubblica rispetto al privato mistico della poesia interiore o manifestazione dell’“io” ridondante emozionalità spettacolare e impenetrabile ipseità.

D’altronde rispondere con la ripresa pura e semplice delle vecchie forme sarebbe già una parodia, e non una tragedia: quando una cosa accade una prima volta è una tragedia, ripeterla una seconda (Marx) sarebbe comico o una parodia che non aiuterebbe nessuno a rendersi conto delle nuove trasformazioni.

Brecht ha già del resto ammonito a non affrontare il nuovo della storia con le forme del vecchio e/o della condanna: L’espressionismo, il romanzo satirico dell’Ulysses di Joyce e la poesia della gestualità jazz del verso senza rima e ritmo fisso e regolare sono la più evidente e reale riprova di come anche il vecchio che permane nel nuovo non è più vecchio ma nuovo (per dire cose nuove ci vuole un modo nuovo di dire le cose). E oggi c’è una “diversità” – l’Altro corporeo e sociale migratorio – che si deve rapportare sia con la differenza nell’identità, sia con la singolarità dell’estraneo e/o infraindividuale e/o infracollettivo. Le contraddizioni e i paradossi del presente storico non si colgono nella loro effettiva portata storica e reale se non si colgono i cambiamenti reali e il loro essere detti altrimenti sia con gli strumenti della logica retorica, sia con quelli più propriamente del logos e dell’a-logon (e qui il privativo – “a” – non gioca come negazione della ragione o irrazionale, quanto come sottrazione di ogni forma di razionalità ritenuta assoluta e astorico-atemporale). Come dire che il reale e le corrette costruzioni segno-linguistiche poetico-letterarie non si giudicano dalle forme astratte o dal concetto immobile che ciascun soggetto se n’è fatto senza rapportarsi con il concreto dell’esperienza materiale e delle trasformazioni in corso.

 

«Non proclamate con l’Aria di chi è infallibile che esiste un unico modo (all’infuori del quale non vi è salvezza) per descrivere una stanza, non scomunicate il montaggio, non mettete all’indice il monologo interiore! […]. Finché non avremo una definizione scientificamente fondata di realismo […] il nostro scopo sarà non tanto di limitare il numero e il tipo di tali metodi quanto piuttosto di ampliarlo. Così facendo incoraggeremo lo spirito inventivo invece di scoraggiarlo. Metteremo una taglia sulla verità e concederemo la più ampia libertà di movimento purché si arrivi ad essa. Insomma ci comporteremo da realisti». (35)

 

C’è sempre un disco con una musica possibile – direbbe la tartaruga al granchio durante un serrato dialogo che si svolge ne il “Contracrosticopunto” (36) del libro Godel, Bach, Escher di Hofstadter – che un grammofono, pur perfetto che possa essere, non riesce mai a suonare; perché le risonanze d’insieme e le nuove traiettorie irreversibili e non previste, reali e virtuali (cose diverse rispetto alla predicabilità dell’ideologia del virtual global imperante), lo mandano in vibrazione, lo sfasciano e pongono il problema dell’esistenza di un’altra musica che adopera altre chiavi di produzione, montaggio e costruzione.

 Dal momento in cui la stessa differenza, la diversità e l’eteros (l’estraneo), per effetto dell’egemonia violenta del capitalismo occidentale come “pensiero unico” e globalizzante, neanche oggi sono terreno praticabile senza ideologia complice, allora è auspicabile suonare massicciamente questo disco.

Il disco (per alcuni impredicabile e impraticabile) della frattura e della frammentazione suonata a ritmo di spostamenti, a-topia, dis-topie, eterotopia, u-crono-topia, parodia e antagonismo messi in moto dall’alieno dell’avanguardia engagée. Perché il testo come montaggio frammentato di eventi linguistico-semantici discreti e di livelli diversi ha un’identità non-contraddittoria e una contraddizione materiale di ibrido e miscela non “componibile” nei termini della sintesi astratto-ipostatica di un fare poesia immobilizzato e devitalizzato; perché è significante d’altra razionalità non calcolistica o produzione e pratica significante (J. Kristeva/J.Lotman) diversamente disciplinabile. Perché verità pratico-poietica (la verità non è teoria, Marx) delle singolarità de “l’essere-degli-uni-con-gli-altri”. Perché i suoi eterogenei segno-linguistico-semiotici-inter-semiotici, incrociandosi nel chiasma della non perfetta reversibilità dei termini, non si risolvono l’uno nell’altro e viceversa. Perché manifestazioni non fenomenologiche, o parvenze, di metafisiche e supposte essenze dell’Uno-Tempo assoluto. Perché materiali di “tempo relativo” che seguono, come il kaone, un corso temporale irreversibile e di direzione opposta rispetto a quello ciclico e simmetrico del tempo assoluto.

E il tempo assoluto è quello che non distingue passato e futuro, perché li tratta quali traiettorie reversibili e intescambievoli in quanto scambia i processi logici con le effettive circo-stanze degli eventi del mondo e li pone nell’“ideale” di un solo linguaggio, convenzionale-algebrico, per esprimerne i meccanismi di senso e di azione. La musica del vecchio disco.

Ma il problema è piuttosto una questione che una pacifica soluzione: “La necessità di più di una lingua (minimo due) per la riflessione della realtà che si trova oltre i confini. L’ineluttabilità del fatto che lo spazio della realtà non possa essere abbracciato da nessuna lingua separatamente, ma soltanto dal loro insieme. L’idea di una possibilità di un solo linguaggio ideale come meccanismo ottimale per l’espressione della realtà è un’illusione. […]. i rapporti fra pluralità e unità appartengono ai contrassegni basilari, fondamentali della cultura. La realtà logica e quella storica qui divergono: la realtà logica costruisce il modello convenzionale di un’astrazione: in tal modo introduce dunque un caso unico, il quale deve riprodurre un’unità ideale”. (37)

Fuoco dunque alle polveri della parodia antagonista dei paradossi esplosi nella loro contrarietà di im-mediati, non componibili, ossia nel chi-asma degli opposti; differenze, diversità sin-tetiche ed eteros (stranietà) – “tauto-eterologia”, direbbe Galvano della Volpe – di testi frammenti collettivi ma determinati e ‘decisi’ dalle soggettività collettive del kairòs. L’istante del giudizio e della decisione, entro i termini relazionali della contraddizione fondamentale del tempo storico che concretizza il nesso lingua-mondo vs l’indeterminazione linguistico-ideologica di classe che annega il tutto nell’indifferenza e nella fatalità delle cose. Decisione del/nel kairòs endogeno-esogeno dei soggetti collettivi eterogenei contro il comando nullificante di classe (vista la reale non-contraddizione contraddittoria delle singolarità plurali dei “tempi relativi” vs il dominio e il controllo del “tempo assoluto” della vita nel cerchio della ciclicità produttiva e riproduttiva del profitto capitalistico) che agisce catastroficamente e secondo l’illuminazione estetizzante del momento camuffando il proprio dominio sotto un “Jetzt-Zeit” escatologico quanto impersonale:

 

«Il sapere capitalistico del comando si affida qui più solo allo Jetzt-Zeit, all’estetica, all’illuminazione – detto in termini più semplici, alla pura vigenza di meccanismi esogeni di riproduzione del sistema. L’analitica capitalistica conclu­de alla catastrofe come sola possibilità del suo dispositi­vo di sapere. Il tempo non è solo, analiticamente, ridotto a zero, ma tratto ed esasperato verticalmente: dalla dia­cronia si trascorre al diacronico. Gli assi di comporta­mento dell’analitica capitalistica subiscono una definiti­va isteresi, si muovono ormai in regioni inaccessibili. L’azione analitica ha raggiunto una completa entropia. Jetzt-Zeit, messianesimo, apocalisse sono dunque, qui, l’unica forma espositiva del potere. Il tempo si realizza in catastrofe». (38)

 

Ora, anche se il vecchio permane nel nuovo, il nuovo dell’informatica e dell’open source e della rete come organizzazione lavorativa che ha messo a lavoro la comunicazione e il linguaggio nella sua forma elettronica, il conflitto non necessariamente deve risolversi nel ‘momento-ora’ (jetzt-zeit) della “catastrofe” per la presa e la gestione del potere sulle orme di quello messo in crisi. L’insorgenza delle nuove contraddizioni “a-topiche” nella gestione del tempo ha posto le condizioni per soggetti – singolarità plurali e cooperativamente “autovalorizzantesi” – in un certo qual modo indipendenti e scissi dal tipo di subordinazione ai modelli di ieri. I termini delle contraddizioni particolari e della contraddizione fondamentale del capitalismo digitale – la sussunzione di ogni dimensione nella misura del tempo capitalistico – può avere soluzioni alternative e in queste la funzione della poesia critica potrebbe, unitamente, rimettere in gioco la parte della reazione attiva e di lotta conflittuale del pathos (come aveva intuito Spinoza e il resto delle ricerche sull’inquietante):

 

  «[…] finché il mondo era diviso in due blocchi, era necessario all’indipendenza del pensiero sfuggire alla scelta tra gli imperialismi “un contro l’altro ar­mati”; ora, invece, […] A questo schema, perfetta­mente simmetrico, sarebbe bene sostituire una dialettica asimmetrica, che quindi si apra al cambiamento (pur senza ricadere nella progressione garantita del vecchio Hegel). In questa prospettiva opera chi suggerisce un aumento dei termini in gioco rispetto alla classica triade: quartum datur! Occorre guardare a qualcosa che il gioco della falsa alternativa ufficiale tiene fuori ed esclude. Si affaccia una dialettica che tenga insieme l’identità dei contrari, ma an­che la loro non-identità (la dialettica con la non-dialettica), […] scrittura materialistica e della alternativa (la poesia del no), una nuova dialettica brechtiana.

[…]

l’autoriflessione della poesia non è più un modo di guardarsi allo specchio e di chiudersi nel rimando a se stes­si. È un modo per fare crescere il grado di consapevolezza. Se non è possibile annullare l’ideologia (l’inconscio) è però possibile assumerla come materiale di una ricerca puntata alla “riconversione” e alla “trasformazione”. Il che significa uscire fuori, per quanto di poco, dall’orizzonte della poesia come “dato” immutabile. Ciò non soltanto in generale, ma anche nel particolare dei concreti strumenti tecnico-lingui­stici. Assunti nella prospettiva della consapevolezza (meta­poetica) essi perderanno il carattere “naturale” di strumenti ovvi e neutri, per apparire come elementi di un “rito con­venzionale” con spiccate valenze sociali. […] il testo poetico è preso in un’istanza di “trasforma­zione”, secondo l’imperativo a “scrivere in un altro modo ”. La poesia non deve rimanere la stessa; e neanche deve re­stare invariato il linguaggio che ne parla. La scommessa è quella di imprimere il cambiamento all’intero ambito del­l’ideologia. Rodríguez propone di sostituire ai verbi del “fare ” idealistico (creare, inventare e simili; anche “costruire ”) i verbi del “fare ” materialistico (come “produrre ”). Ma se anche le attività, apparentemente divaganti e impalpabili, della poesia sono “prodotti ” – se è “prodotto ” nello stesso tempo addirittura l’io poetico – non saremo abban­donati a un codice che ci sovrasta, a una alienazione senza uscita? Da quanto detto fin qui, è chiaro che Rodríguez pensa a una “produttività ” che apra il codice (che produca il no): proprio sottolineando che “la parola non è mai innocente, che la poesia è sempre ideologica, che l’ideologia è sempre inconscia e che l’inconscio non fa altro che lavorar­ci e produrci per lo sfruttamento e per la morte ” […], il linguaggio dell’alienazione (che è l’unico che abbiamo) può essere trasformato in direzione alternativa.

[…]

Il che vuol dire, precisamente, trasformare la contraddizione da passiva in attiva, da subìta in prodotta. La contraddizione si insedia proprio là dove non era prevista, semmai censurata: nel cuore stesso della norma – Rodríguez scrive che la con­traddizione viene “convertita in regola ” […]. Inve­ce di essere fuggita, ridotta e riprovata come un errore o una debolezza (era la famosa oraziana “coda di pesce ”!), viene eletta a spinta strutturale (di una struttura, perciò, quanto mai precaria e paradossale nella sua stessa costruzione). Inve­ce di presentarsi inopinatamente per spiragli o istanti di per­dita di controllo, nella piena modernità la contraddizione vie­ne appositamente a moltiplicarsi e diffondersi a tutti i livelli del testo». (39)

 

Dialettica della contraddizione continua. Distanza e frattura tra immagine, immaginario e reale non vanno mai abbandonati anche lì dove la realtà dell’epoca virtuale sembra annullarne il confine di miscela fluida e turbolenta; una frattura che l’omologazione socio-politico-culturale – perseguita dal bio-potere del comitato d’affare dominante, che strumentalizza ogni mezzo, compresa la reificazione merceologica e talk show dei significati nel mercato dello scambio comunicativo – vuole eliminare  svincolandosi dai limiti di qualsiasi forma di “resistenza” oppositiva e democratica che filtra anche attraverso la poesia d’avanguadia engagée.

E la lora partita d’eliminazione della “resistenza” non conosce spartiacque. Provenga dalla sfera culturale in generale o dall’arte e dalla poesia di “avanguardie” non tradizionali – da quella politica, dalla magistratura interna e/o inter-nazionale o dai “forum” sociali critico-ribelli o classi di lotta per la giustizia socio-culturale e politica (insieme di insiemi nomadi che lottano per riappropriarsi della propria vita e del proprio destino storico) – non fa differenza alcuna di fronte alla decisa volontà della e-liminazione senza “calcolo” né dei costi né dei prezzi. Lo dimostra (ossessivamente mostrando) l’evidenza di certa comunicazione mediale che, in termini di mediazione esteticamente camuffata, e senza possibilità di riscontro delle sorgenti, confeziona e impacchetta notizie pubblico-privatizzate quasi senza opposizione; la qualcosa, di solito, conduce il senso comune del destinatario a credere-agire la demonizzazione dell’irriducibile, delle fughe, della resistenza e del conflitto mobile anti e no-global come il male. Il “diabolico” contro cui si scaglia il verum dell’“angelica” spada vendicatrice e restaurativa dell’ordine assoluto e universale. Il comando imponibile ed esportabile anche con la guerra e la violenza sotto ogni forma.

Il “dovere”est‑etico di ogni poeta e artista, in questo terzo millennio delle guerre di eliminazione delle identità ribelli e antagoniste, è di tener testa vigile sulla contraddizione, come un obbligo, specie ora che vede abbracciati e uniti “Impero” politico e religioso in una comune lotta contro l’antagonismo radicale e laico.

Come per le scienze quanto-relativiste, dove è “obbligatorio” ciò che nel quotidiano e nel senso comune è “proibito”, allora, hybris oppositiva e propositiva radicale, bisogna tenere in posizione e situazione conflittuale le contraddizioni e la frammentazione unitamente al carico di pathos attivo che generano e che hanno anche alle spalle.  

Dismisura del desiderio, piacere e felicità della corporeità individuale e sociale quale potenza d’esser-ci relazionale, rivolta e tracotanza acida e corrosiva dell’ironia demistificante il “pensiero unico” e le sue correlate forme di lirica interiore e senza extraterritorialità che siano le sole astrazioni metafisiche fuorvianti!

I mezzi della logica della teoria retorica del far poesia, quali per esempio la levis immutatio, debbono operare perché i vari intuizionismi e misticismi lascino che gli eventi segnico-linguistici abbino una razionalità propria e un’iconizzazione possibile come gli “effetti farfalla” che rompono la “continuità della storia” degli eventi quantistici nel momento-ora e in cammino; perché si progetti un futuro non connesso secondo la rete marketing del weltmarkt o nella convinzione ideologica di un tempo reversibile che vede il futuro come un passato rinnovato espressivamente.

L’istante della decisione di soggetti mescolati e ibridi, che hanno così nell’istante la presenza simultanea di tutta la complessità del reale dinamico, e per i quali la discontinuità della storia è un processo e un corso temporale, così non può che essere cooperativo e irreversibile sebbene il “noi” ha sempre una voce e una corporeità  individuale e singolare.

Il kairòs dell’avanguardia poetica engagée (di cui ha parlato anche E. Glissant), dunque, agisce nel tempuscolo (un intervallo dinamico) del tempus o nell’istante non come punto fisso, ma occhio e senso diffuso; diremmo ologrammaticamente una regione dinamica e instabile di relazioni frattalizzate e correlate con l’ambiente e il contesto dove funzionano una strategia multifattoriale instabile e il senso dell’utopia come analisi discoprente.

 

 

   UTOPIA COME PROGETTO DEL FUTURO TUTTO È CADUTO

  CADUTO NEL   SERBATOIO DELL’INDUSTRIA CULTURALE

MENTRE I SURREALISTI AVEVANO UCCISO LA PROPRIA MA­-

DRE  ED  IL  ROMANZO  CRUDELE DI SADE NELLA TEORIA

DELL’ASSOLOLUTO DI BLANCHOT ALLORA O SEI PAZZO VE­-

RAMENTE      OPPURE      NON      SEI     NIENTE:     SEI     LA

NEOAVANGUARDIA OPPURE SOLO IL GRUPPO ’63

 

     ALTRIMENTI SI CHE PUOI INVENTARE LA LINGUA UNA

LINGUA ANTI PEST PURO SESSO DI FOLLIA E QUESTA NON È

UNA PIPA È UNA SEGA PUOI USCIRE COSÌ SCAZZATO DAL

SOGNO

 

    CON INTER FERENZE E TRA LE FERITE UNA LINGUA NERA

CHE RITROVI UNA NOZIONE PREGENITALE NELLA ESPRES­-

SIONE-FLUSSIONE UNA LINGUA CHE PARTA DAL CENTRO

DEL CORPO UNA POESIA FECALE NON LA “POESIA DEI POETI”

MA UN CARMEN ALCHEM ICO CHE ATTUA VERSO LA PAROLA-

SHOCK ATTUA UNA LIBERAZIONE UNA PAROLA FALLICA IN

EREZIONE IL READY MADE LINGUISTICO (NON LA CITAZIO-

­NE POST-MODERNA) PER LO SVUOTAMENTO DELLA LINGUA

DELLA SOCIETÀ “FORZA ITALIA

 

UNA POESIA CHE SI FA CORPO NELLA VOCE CHE SI TENDE

       CARNE MUSCOLI E SANGUE E REALTÀ PRELINGUISTICA (40)

 

Una poesia, dunque, della materialità storica, produttrice di idiosincrasie, singolarità e “vincoli” casuali-causali-acausali (concreto-astratto-concreto), che non può rispondere, quindi, al terzo millennio del digitale liberista con la fuga o la morte nelle equazioni delle equivalenze politico-mistificanti di classe della classe omologante.

Risponde piuttosto con la praxis critica, quanto legata, “impura” e irriducibile, della sua identità plurale e turbolenta di ibrido, conflitto estetico-pensabile di significazione diversa e resistenza attiva. La sua aseità esistenziale è quella inafferrabile e testimoniale dei flussi caotici che nella situazione pongono i termini di una presa di posizione; e qui l’etico del suo immaginario estetico e della sua ragione di praxis non delegante non può scendere a compromessi di sorta.

All’omologazione mercantile e monopolistica della politica dei “signori” del pianeta e della guerra, dei significati reificati (Rossi-Landi) e della cultura show dei funzionari di turno, sebbene nata non certamente per esaurirsi solo in questa connessa facies oppositiva, la poesia non può svendere la vita dei sogni, del deterrente dei suoi deliri; ignorare il tertium datur. Il “terzo istruito” (per dirla con Michel Serres) del “noi” poetico che ha un transito possibile vestendosi dei colori di Arlecchino, perché il futuro e il reale non manchino mai del carico della “nostalgia” del “non‑essere-ancora” (E. Bloch) degli uomini (né universali né generici), né dell’intuizione dell’istante debito che si presenta.

L’intuizione “estetica” – diceva Benoit Mandelbrot –, e non certamente quella di tipo mistico o irrazionale, non è un dato né puro né sporco; è un’“educazione” a costruire coniugando, concretamente e reciprocamente, ‘estetico’, pensiero ed esperienza e validità configurativa. Per l’impossibile – scriveva Carrol Lewis – occorre esercitarsi due e tre volte al giorno. Questo mondo non è né un ideale né uno stato di cose perfetto. Cambiarlo è sempre possibile, e le sue metamorfosi non sono dell’ordine del soprannaturale e/o senza azioni che coinvolgano il complesso della materialità della vita e della storia.

Il pensiero cammina incorporato nella temporanza gli eventi del mondo storico, che, appunto, perché strutturalmente complesso di eventi “ignoranti” la distinzione di classe, non è già forse un errare “comunista”?  È un corpo che pensa-con e agisce-con esitando tra le soglie delle “inferenze” deduttive e non-deduttive delle congetture, dell’euristica, della plausibilità e della probabilità stocastica del modus poetico-matematico e del rigore conoscitivo, etico e politico. È un corpo che “muta” in/con più logiche. E i poeti – specialmente nel “tempo della povertà”, della “banalità del male” e degli stermini di massa (programmati) a cielo aperto –, che non amano il divorzio (per tra-durre metaforicamente) tra le determinazioni quanto-qualitative e il senso del mondo, non possono tacere e lasciarsi nel vuoto.

Il vuoto della poesia, se c’è, è della ‘famiglia’ del ‘ vuoto quantistico’ e sub-nucleare delle particelle o frammenti che hanno il verso della cooperazione polifonica e polisemantica di  pluriversi sempre in fieri e del dirsi-altrimenti nella comunità dialogica, oggi anche agorà elettronica, rispetto al dato immediato e acritico.

La sua parola, intrinsecamente legata per natura all’apparire in pubblico e nell’esercizio della praxis dei rapporti sociali, non può rimanere nel recinto della coscienza privata (cui peraltro non è destinata) e tagliare i ponti con l’extratestualità complessiva che dà senso al suo mondo segnico-simbolico esistenziale e relazionale.

 

(Fine)

 (Qui la prima parte del saggio)

NOTE

 

 

 

 

(24)  Antonino Contiliano, Il filo rosso della poesia (appendice), in Il profumo della terra, “Impegno 80”, Mazara del Vallo 1983.

 

(25)  Michael Ardt / Antonio Negri, Il lavoro di Dioniso, cit., pp. 60-61.

 

(26)  Filippo Bettini, Progetto, tendenza, allegoria, in Gruppo ’93 / La recente avventura del dibattito teorico letterario in Italia, cit., pp. 60-61.

 

(27)  Theodor W Adrono, Teoria estetica, cit., pp. 312, 313, 314-15, 320-21

 

(28)  Massimo Recalcati, Le tre estetiche di Lacan, in “Aut Aut”, n. 326, aprile-giugno 2005, p. 153.

 

(29)  Ibidem.

 

(30)  Michel Foucault, Che cos’è un autore, in Michel Foucault / Antologia / L’impazienza della libertà (a cura di Vincenzo Sorrentino), Feltrinelli, Milano, 2005, pp. 71-72.

 

(31)  Tullio Regge, Infinito, cit., pp. 154-55.

 

(32)  Pier Paolo Pasolini, 22 settembre 1974. Lo storico discorsetto di Castelgandolfo, cit., p. 101.

 

(33)  Paolo Cacciari, La lunga storia di un’idea che è anche una necessità, in  “Carta etc”, I, 4, novembre 2005, p. 42.

 

(34)  Antonio Negri, Kairòs, Alma Venus, Multitudo, cit, p. 92.

 

(35)  Bertolt Brecht, Formalismo e realismo, in Scritti sulla letteratura e sull’arte, Einaudi, Torini, 1975,  pp. 174, 175.

 

(36)  Cfr. D. Hofstadter, Godel, Bach, Escher: un’Eterna Ghirlande Brillante, Adelphi, Milano 1986.

 

(37)  Iurij M. Lotman, Impostazione del problema, in La cultura e l’esplosione. Prevedibilità e imprevedibilità, Feltrinelli, Milano 1993)  pp. 10, 11.

 

(38)  Antonio Negri, Il tempo della rivoluzione W, in  La costituzione del tempo. Prolegomeni, cit., p., 168.

 

(39)  Francesco Muzzioli, L’alternativa letteraria, Meltemi, Roma, 2001, pp. 101, 102, 117-18, 120-21.

 

(40)  Carmen Lubrano, Cacocephaton contro l’oscena società napoletana, in “Terra del fuoco”, cit.

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 [Fonte dell’immagine: QUI]

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