STORIA CONTEMPORANEA n.12: Le sorprese della vita e le sicurezze della matematica. “Il destino delle nuvole” di Paolo Codazzi

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei.  (G.P)

 

Paolo Codazzi- Il destino delle nuvole

 

di Giuseppe Panella

12. Le sorprese della vita e le sicurezze della matematica. Paolo Codazzi, Il destino delle nuvole, Faenza, Mobydick, 2009

 

«Viaggiava molto Fulvio e generalmente in città e luoghi dove avrebbe potuto partecipare a convegni di matematici, o visitare modesti musei istituiti nelle case abitate da alcuni dei grandi manipolatori di numeri della storia o da scienziati di altre discipline arricchite dalla loro opera anche in virtù della grande fede nella matematica come chiave necessaria per tutte le porte all’apparenza chiuse dell’universo. Qui reclutava forti emozioni osservando i semplici oggetti di vita conservati, sorprendendosi di come anche la scelta degli stessi contribuisse a completare a personalità degli studiosi digerita dalla lettura delle biografie, individuando riferimenti diretti tra le cose utilizzate e il pensiero di questi uomini, per come ogni forte personalità riesca a modellare oggetti comuni apparentemente irriconoscibili nella universale diffusione, trasferendo in essi inanimati un brandello della propria anima e restituendoli unici come un’opera d’arte all’attento osservatore» (pp. 46-47).

 

Fulvio è diventato matematico per amore – per l’amore infantile portato a Lucia, la sua maestra ad Antignano di Livorno presso la Casa-scuola “Firenze”, il convitto dove i suoi genitori lo hanno spedito nell’immediato dopoguerra a studiare. Lo hanno fatto per impedire che subisse gli influssi negativi dei dissensi intercorrenti tra sua madre e suo padre (ma la realtà sarà ben diversa e verrà rivelata solo alla fine del romanzo – in realtà, il padre di Fulvio era in prigione per i crimini da lui commessi come fascista ed era potuto tornare a casa solo con l’amnistia promossa dall’allora Guardasigilli Togliatti). Nella scuola in cui era stato costretto a vivere il periodo necessario a che tutto tornasse tranquillo, Fulvio si era innamorato di Lucia, matematica entusiasta e donna di una certa avvenenza e, contemporaneamente, era stato travolto da una passione insana per i numeri di cui aveva inteso la necessità logica e assoluta contemporaneamente al mistero.

Della matematica a Fulvio piace la capacità di tensione conoscitiva che non si esaurisce nella pura e semplice razionalità.

 

«Ricopiava sul taccuino fogli volanti, pagine di diari, appunti isolati contenenti le esercitazioni degli scienziati, analizzava le correzioni e i pentimenti, le annotazioni che a prima vista niente avevano in comune con la matematica, e invece da un attento e partecipe esame ogni segno, gli oggetti di lavoro, la loro disposizione, l’usura degli stessi, tutto insomma confermava scenografie necessarie, tradendo la personalità logica e analitica del possessore. In un quaderno appartenuto a un matematico, la cui ipotesi sui numeri primi è ancor oggi un enigma per la comunità scientifica internazionale, trovò l’annotazione a fine di una pagina resa quasi illeggibile dalle correzioni: “Ieri ho fatto l’amore, mi è piaciuto molto ma oggi non riesco a combinare niente… Devo smettere di fare l’amore ?”, e accanto un’espressione numerica con la quale tentava di risolvere la questione e che Fulvio avrebbe voluto mostrare al figlio che non aveva generato immaginando di suscitare in lui lo stesso stupore acceso da Lucia nella sua mente molti anni prima» (p. 47).

 

Ad Antignano, Fulvio conosce Thomas, figlio mulatto di genitori fin troppo noti ma rimasti volutamente nell’ombra (il padre, sergente americano di stanza a Tombolo e produttore di parecchi altri figli mezzosangue come lui e la madre, Margherita, la cuoca del collegio, molto ambita per il suo seno monumentale). Il ragazzo che vive male la sua natura di figlio di ignoti finirà poi a lavorare alla funicolare che collega Livorno al monumentale e ritenuto miracolosissimo Santuario della Madonna di Montenero, meta continua e ininterrotta di pellegrini desiderosi di ricevere grazie e di lasciarvi in ricordo un ex-voto per grazia ricevuta (di solito il simulacro della parte del corpo guarita per intercessione miracolosa o un quadretto raffigurante l’evento in cui il miracolato ha rischiato di lasciare la vita). Allo stesso modo, Fulvio conosce Luca, un ragazzo sofferente di una forma ritenuta irreversibile di poliomielite figlio di Luciana, infermiera presso il collegio. Quest’ultimo sarà morso da una vipera durante una gita scolastica e proprio per lo choc anafilattico prodotto da esso e le cure che riceverà per farlo guarire ritroverà, sia pure faticosamente, l’uso delle gambe: Egli sposerà poi, nonostante la forte differenza d’età di dieci anni, proprio la maestra Lucia concupita invano dallo stesso Fulvio e si dedicherà intensamente all’attività di pittore di ex-voto per la Basilica della Madonna.

Dopo il soggiorno alla Casa Firenze, il giovane continuerà gli studi e ritornerà in quei luoghi poche volte soltanto. La prima sarà per togliere dalla quadreria degli ex-voto del Santuario di Montenero un dipinto che raffigura l’episodio dell’incidente stradale in cui la sua FIAT Cinquecento si era capottata giù per un dirupo causa lo scoppio di uno pneumatico; la seconda per riportarcelo, vinto dai rimorsi di coscienza nei confronti della madre ormai defunta (e della pietà religiosa di lei che quel quadretto aveva commissionato a un pittore fiorentino di quartiere che si firmava ironicamente con il nome di Raffaello). Ma la ragione principale che lo spingeva a restituire il maltolto era, in realtà, un altro incidente automobilistico accaduto sulla strada del ritorno in cui lo scontro frontale della propria macchina con un’automobile che sopravveniva dall’altra parte di un camion che egli avrebbe voluto sorpassare stava per costargli la pelle. Uscitone indenne in maniera estremamente fortunosa, deciderà di rimettere a posto il quadro dedicato alla Madonna.

Di Fulvio successivamente non si saprà molto e la sua figura scivolerà via come un grato ricordo nella memoria del pittore Luca così come nel cielo scivoleranno le nuvole del titolo – stupende e timide creazioni occasionali dell’atmosfera terrestre che passano e si dileguano senza lasciare tracce e il cui destino è affidato al caso della naturalità metereologica e alla necessità di leggi fisico-matematiche sconosciute alla maggior parte degli uomini. L’impalpabilità delle nuvole trova riscontro nell’eguale non prevedibilità del destino umano e delle sue possibilità inesplorate da un lato e spesso infeconde dall’altro. Lo stile di Codazzi, potentemente paratattico, fatto di lunghi periodi risonanti come il passo di battaglia di un esercito di parole, provvede a dare il senso della continuità a una vicenda altrimenti ineffabile.

Le sue metafore e la sua sintassi fanno corpo in una dimensione di lirismo narrativo che sempre rimanda alle possibilità inedite della scrittura romanzesca.

 

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