“Fermenti”/’09: un filo rosso. Recensione di Antonino Contiliano

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di Antonino Contiliano 

Questo numero 233 di Fermenti (direttore: Velio Carratoni, Roma 2009) cuce le diverse finestre di lettura – bloc notes, saggistica, arte, cultura, narrativa, poesia, aforismi (Domenico Cara: “Quel “museo delle cere” dove tutto è ostativo e applicato alla storia” […] “Le restaurazioni non fermano la storia, anzi la dettano al rovinoso gioco bellico (complice il tiranno)”,pp. 265, 269), interviste, recensioni, altra letteratura, anniversari, rievocazioni, editoria, costume, inserto Fondazione PIAZZOLLA (teatro, interventi, manifestazioni, premi e traduzioni) – con un filo rosso. Si tratta di un affilato che, come una lama di tagliente lucidità, affonda nella ricerca e nella ricognizione del pensare e dello scrivere sveglio e penetrante. Un taglio che, sventagliando nel tempo e fra i suoi intrecci, si mette a disposizione del lettore come un campo di esercizio critico e intelletto pubblico di soggetti non avvezzi al silenzio e alla “guida” altrui; soggetti di “sapere aude” e di interpret-azione – poeti, narratori, critici, artisti, recensori (Donato Di Stasi, La tecnica del montaggio atonale: “…Balestrini pare uno dei pochi poeti a poter vantare, se non un pubblico vero e proprio, almeno una certa attenzione per i suoi lavori, proprio per l’aver da sempre optato per una scrittura engagée, travalicando la poesia-refrain, tardivamente lirica e ingenuamente realistica…”, p. 303) … – che non rinunciano alla propria soggettivazione straniante, anzi. Vero è, infatti, che la rivista Fermenti/’09 (numero 233) n’è luogo di osservazione interno/esterno – dove gli altri possono s-guardare –, sonda di ricerca ed esplorazione che gli attori, conflittuali, lanciano contro lo stagno attaccandolo e scartando ogni precauzione di comodo. 

Così gli sguardi, la “riflessione” e gli interventi critico-letterari, in genere, non si sottraggono al confronto della/nella polis privatizzata e si coagulano in una rete di nodi e suonerie non certamente complici dei preti e dei cinici del corrente mercato dell’audience monnezza o dei manierismi pubblicitari di scambi ricambiati per patto di compera-vendita subordinante.

L’esplicito richiamo all’uscita dallo stato di “minorità” (uso dell’intelletto in agorà), che tutti gli interventi suggeriscono ed esercitano direttamente, non è solo, credo, aggancio culto alla razionalità critico-kantiana di scontata politicità, quanto, insieme, volontà di sapere e di agire antagonisticamente una materialità storica che – dominata dal consumo passivo del biopotere capitalistico – è, “presente-mente” (ricordando un noto comico tv dalla parola sconciata e dalla gestualità vomitante sarcasmo) sconvolta dalla “barbarie” del consenso estetizzante e castrante ogni filo di ricerca alternativa.

Così questo filo-rosso-intelletto-pubblico agente – vivente materia culturale-politica e critico-storica obliqua –,   che non si sogna minimamente di lodare la “fine della storia” e le altre merdose posizioni nelle ritirate (F. Muzzioli, Alla Corte del Corto, 2008) e nelle fogne (M. Lunetta, La Forma dell’Italia, 2009), inizia con un incipit che si sviluppa tagliente-mente (: “l’astratta prevenzione anti-avanguardistica” di Salvatore Ferita”, et alia pp. 5-27) del bloc notes di Alvino, e si snoda fino all’attenzione per il pensiero e l’opera di Marino Piazzolla (cui, tra gli altri, si riferisce l’Hudèmata Actàbat di Marco Paladini; il Paladini che “propone un personalismo attraversamento dell’opera di Piazzolla… pescando nelle zone liminari e insolite e anomale della sua scrittura… e si propongono in risonanza poetica e concettuale curiosi ed enigmatici versi di tipo integralmente lettrista-fonematico e frammenti delle sue liriche in francese”, p. 398) e alle attività della stessa Fondazione Piazzolla.

Tra la prima e l’ultima pagina e gli altri fili ad alta tensione le analisi della saggistica, dell’arte, delle interviste, degli aforismi (Domenico Cara), della poesia e delle recensioni che correlano contesti materiali e linguaggi come quelli di Niva Lorenzi su Le sconnessioni di Balestrini, La tecnica del montaggio atonale di Di Donato Di Stasi su Nani Balestrini, La notte gioca a dadi di Piero Sanavio su Mario Lunetta, L’ultimo Baldini di Gualtiero de Santi ecc.

Non c’è tasto toccato, in altre parole, che non vale una lettura e un ascolto attenti in un tempo così colpevolmente e diffusamente deviante da ogni impegno di pensiero, di riflessioni e di azioni che, invece, dovrebbero maturare e propagare contro-canti spinosi.

Un “pungolo nelle carni” tutti i saggi e gli interventi che fanno questo numero di Fermenti/’09. Ricordarne alcuni solo per invitare alla lettura degli altri: Il corpo sonoro (le tecnologie e le nuove generazioni di voci che generano “nuovi universi vocali”, p. 33) di Fontana; la messa a punto di Lioce su Alle origini del modello epocale montaliano (“Montale modifica e ribalta anche le sue fonti filosofiche e le personalizza creativamente”, pp. 51-52); Giorgio Bassani e la porta lirica della storia d’Italia di Pepe (“Lo scrittore che si erge a giudice ed analista delle storie raccontate… che non guarda esclusivamente ad una letteratura di intrattenimento, ma ad una letteratura che si dimostra impegnata nella storia come analisi della condizione umana”, pp. 110-111) etc. Un impegno dello scrittore, dell’artista e del poeta nella storia e nel contesto, correlato di oggettività delle cose e soggettivazione poietica, che Fermenti/’09 (numero 233) continua nelle interviste di Davide Dal miglio a Mario Lunetta, di Francesco Lioce e Luca Morricone a Sergio Campailla e di Erica Lese a Nanni Balestrini.

L’intervista a questi scrittori e poeti, infatti, continua a dare spessore al filo rosso dell’intelletto pubblico e materialista plurale, lì dove:

  • Nanni Balestrini, alla domanda della Lese su neoavanguardia e impegno, risponde che “non è stata un movimento univoco sul piano della teorizzazione letteraria, figuriamoci… su quello politico… la critica della nozione di impegno… è stato uno dei punti iniziali di convergenza dei giovani scrittori… che senso poteva avere un’idea di impegno unidirezionale in un’atmosfera come quella del ’68, in cui tutti i principi venivano messi in discussione” (p. 298);
  • Sergio Campailla, alla domanda di Lioce se “la dialettica tra storia e romanzo è una scelta”, lo scrittore, a proposito de La divina truffa, risponde che “la scelta illuministica non è casuale… Siamo immersi nell’ignoranza. Affinché tutto non risulti vano, bisogna trovare un filo di Arianna, dentro un ottenebramento che ci portiamo da quando eravamo bambini, dalle origini. Per quanto mi riguarda, è la prima volta che scrivo un romanzo a sfondo storico” (p. 290);
  • Mario Lunetta reitera la lotta al cascame degli intimismi e neoromantici complici di una situazione di degrado lì dove, invece, la realtà storica richiede sarcasmo e “tensione di tipo ideopolitico” (p. 281).

La sezione poetica, fra le altre composizioni, con un intervento  di Paolo Calcagni (pp. 253-60), presenta  La poesia ucraina, questa sconosciuta.

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