STORIA CONTEMPORANEA n.14: Della graphic novel e altre forme espressive. “Il rumore della brina” di Lorenzo Mattotti – Jorge Zentner & “Dimmi che non vuoi morire” di Massimo Carlotto – Igort

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei.  (G.P)

rumore della brina Dimmi che non vuoi morire

 

di Giuseppe Panella

14. Della graphic novel e altre forme espressive. Lorenzo Mattotti – Jorge Zentner, Il rumore della brina, trad. it. di Lilia Ambrosi, Torino, Einaudi, 2003; Massimo Carlotto – Igort, Dimmi che non vuoi morire, Milano, Mondadori, 2007  

 

Che cos’è una graphic novel, anzi un graphic novel (per esso va usato più correttamente il maschile, dato che novel si traduce romanzo in italiano? E’ un romanzo (fortemente caratterizzato in senso narrativo) per immagini.

Si tratta, quindi, di un sotto-genere delle storie a fumetti caratterizzato da una maggiore lunghezza rispetto agli albi tradizionali e rivolte al pubblico tradizionali dei lettori di libri (e non di fumetti).

Come avvisano di solito coloro che si sono occupati di questo vero e proprio genere letterario (come Marco Marcello Lupoi meglio noto come MML), uno dei primi autori di fumetti a fregiarsi di questa definizione fu Will Eisner nel 1978 in relazione al suo Contratto con Dio (1).

In realtà, prima delle storie teologiche e tormentate di Eisner, ci sono stati autori come il grande Hugo Pratt ad utilizzare la forma lunga nelle loro storie raccontate mediante le immagini (la prima avventura di Corto Maltese, La ballata del mare salato, è del 1967 – ad esso ne seguiranno ancora molti). Come Hugo Pratt (e sulla sua scia), autori come Alan Moore (Watchmen e V for Vendetta, per citare due delle sue opere più famose), Jiro Taniguchi (di cui basterà ricordare Tokyo Killers e Icaro) e Frank Miller (autore di Sin City, poi divenuto anche un film per la regia di Robert Rodriguez e dello stesso Miller e 300 sulla guerra tra gli Spartani e l’Impero Persiano culminato nel glorioso episodio delle Termopili e divenuto anch’esso un mediocre film per la regia di Zack Snyder) hanno scritto graphic novel di notevole successo.

Un graphic novel è, dunque, una storia a fumetti molto articolata dal punto di vista del registro delle immagini rappresentative dello stile dell’autore e carica di uno spessore narrativo di solito inconsueto. Anche la qualità della caratterizzazione psicologica dei personaggi è determinante per la sua riuscita. Inoltre esso si auto-definisce novel per marcare lo stretto legame che intercorre con il punto di vista degli scrittori della tradizione narrativa che, pur raccontando una storia (come ammonisce a fare perfino Edward Morgan Forster nel suo Aspects of the Novel), non rinunciano alla sperimentazione stilistica e al tocco assolutamente personale della rifinizione dei particolari inerenti ad essa.

Dopo la morte di Hugo Pratt, Lorenzo Mattotti è in assoluto l’autore di graphic novel più importante in ambito italiano (anche se vive a Parigi e lavora con disegnatori latino-americani come Zentner). Anche se il rifiuto un po’ troppo aristocratico di Goffredo Fofi nei confronti di disegnatori di grandi qualità artistiche come Pratt o Manara non è certo condivisibile, va detto che il suo apprezzamento nei confronti della stagione del fumetto italiano ancora attuale è accettabile e va apprezzato proprio perché si tratta di un genere di solito disprezzato dai critici letterari e poco o mal servito dalla critica specialistica (2).

Mattotti è autore di un gran numero di opere (originali, come L’uomo alla finestra pubblicato con Feltrinelli e basato su un testo narrativo di Lilia Ambrosi o di illustrazione di testi altrui come il Pinocchio stampato da Rizzoli nel 1991 o il Jekyll e Hyde uscito per Einaudi nel 2001).

Tra di esse, questo Il rumore della brina mi sembra uno dei più riusciti e dei più strazianti.

Samuel Darko, il protagonista con un cognome così metaforicamente significativo, è intrappolato nelle sue paure ancestrali e profonde che incrinano e poi distruggono il rapporto con la sua donna, Alice, che lo abbandona per un paese lontano. La donna vorrebbe un figlio che il protagonista della storia non si sente in grado di dargli.

Dopo qualche tempo la donna gli invia una lettera in cui gli comunica dove si trova, una città di nome Coerzi, che potrà essere raggiunta soltanto con una corriera dopo un impegnativo volo aereo (durante il quale Samuel trova conforto nella lettura della storia del misterioso imperatore cinese Liu che aveva sconfitto i propri nemici proprio disabilitando le proprie difese fino ad allora apparentemente invalicabili). Il viaggio in corriera termina disastrosamente con la perdita temporanea della vista da parte del protagonista per via di un incendio scoppiato lungo la strada. Dopo una lunga e dolorosa (ma molto significativa psicologicamente) riabilitazione in ospedale, Samuel può finalmente raggiungere Coerzi dove si accorge quasi immediatamente che Alice vive con un altro uomo da cui aspetta un bambino. Le possibilità di ritrovarsi sono nulle ma, dopo una notte insonne trascorsa in preda ai morsi della fame (dato che tutti i luoghi di ristoro erano chiusi per via della festa della Madonna protettrice del luogo e della relativa processione in suo onore cui tutti volevano partecipare), l’uomo decide di tentare e, nel corso di una lunga conversazione con la donna, si riconcilia con l’idea di averla persa.

 

«Nel mio tanto atteso, tanto temuto, tanto desiderato e tanto necessario, incontro con Alice… non ci furono rumori né ci fu silenzio. Ci fu amore… Sì, nel nostro incontro non ci fu altro che amore»

(p. 96).

 

Il ritorno a casa di Samuel è propiziato dal ricovero in ospedale del padre che, nonostante i suoi ottantaquattro anni, era salito sul tetto di casa sua per accudire ai suoi canarini ed era caduto mettendo a repentaglio la propria spina dorsale. Assistendo il padre in ospedale, il protagonista del graphic novel di Mattotti si riconcilia (in parte) con se stesso, trova forse una ragione di essere – chiacchierando a tarda notte con un neo-padre in attesa della nascita del proprio figlio, riconosce nell’atmosfera fredda ma netta e respirabile del mondo circostante, “il rumore della brina”.

 

«Sì, in quel momento me ne resi conto: per la prima volta in moltissimo tempo io non aspettavo… né fuggivo. Restammo insieme per un bel po’, camminando in silenzio […]. Lo ricordo molto bene … faceva tanto freddo. Ci guidava, ci avvolgeva, il rumore della brina» (pp. 115-116).

 

Il rumore della brina – il simbolo di ciò che è impalpabile e impossibile da vedersi e da materializzarsi ma che pure c’è e basta a rendere ragione di una vita.

Massimo Carlotto, invece, già protagonista in proprio di un’incredibile vicenda giudiziaria che lo ha visto accusato e condannato per un delitto che non aveva commesso, ha scritto una serie di romanzi basati su un personaggio seriale, Marco Buratti, detto l’Alligatore perché cantava in un gruppo rock chiamato Old Red Alligators, che si mantiene, dopo essere stato in carcere per aver ospitato un ricercato, con l’attività di investigatore privato non ufficiale.

Nella sua attività si serve di due amici conosciuti nei tempi bui della prigione e del difficile ritorno alla vita “normale”: Max la Memoria, un ex-militante della sinistra extra-parlamentare che possiede un enorme archivio di dati e di malefatte su tutti e su tutto e il contrabbandiere,Beniamino Rossini che sul braccio sinistro porta un braccialetto d’oro per ognuno dei suoi colpi di pistola andati a segno…

I tre vengono convocati a Cagliari dal ricco proprietario di un ristorante, Beppe Sainas, che vorrebbe ritrovare la sua amante, Joanna, sparita misteriosamente nel nulla. La donna è una cantante che assomiglia in maniera inquietante a Patty Pravo e ne assume gli atteggiamenti (il titolo del graphic novel, infatti, è tratto da una sua canzone, scritta per lei da Vasco Rossi per la musica di Gaetano Curreri [3]). Nonostante Sainas non gli piaccia granché come persona, i tre iniziano un percorso di investigazione che li porterà a conoscere un’amara verità e a guadagnare un po’ di soldi sporchi di sangue. La donna è andata a Parigi dove i tre la rintracceranno. Poi, una volta tornati a Cagliari, la riconsegneranno al suo “padrone”. Ma poi Sainas viene assassinato e dell’omicidio viene accusata la donna che chiederà all’Alligatore (con il quale ha avuto un effimero scambio sessuale a Parigi) di investigare per salvarla…

Come si è potuto facilmente intuire, il taglio è molto hard-boiled, versione Chandler per intenderci e anche il dialogo e la descrizione dei luoghi (il disegnatore Igort, al secolo Igor Tuveri, direttore della molto prestigiosa Coconino Press, all’avanguardia in Italia nella realizzazione di graphic novel, serve molto bene la storia e la sua dimensione plumbea e angosciante) sono sulla stessa falsariga. Questo pesante pedaggio pagato al genere non toglie però forza al racconto di Carlotto che insiste molto di più sulla psicologia dei personaggi che sull’originalità della trama e delle soluzioni romanzesche. In realtà, il progetto di scrittura di Carlotto si concentra più sugli ambienti e i loro décors quasi cinematografici che sulla costruzione della storia – più che allo sviluppo più articolato della dimensione della detection, vuole alludere alla situazione sociale e umana in cui si sdipana e si sviluppa.

In conclusione, il graphic novel tenta la carta di recuperare i valori tradizionalmente attribuiti al romanzo utilizzando immagini forti e ricche di pathos e potrebbe essere proprio per questo l’ultima carta da giocare per un genere letterario che si dice sempre essere in una fase agonica e che, però, non accenna affatto a spirare (o a sparire). Anch’esso continua a sostenere nei fatti di “non voler morire”…

 

NOTE

 

(1) L’opera contiene quattro narrazioni di cui la prima si intitola Contratto con Dio e dà il titolo al volume. E’ la vicenda di Frimme Hersh, fino ad allora un devoto ebreo newyorkese che abita in Dropsie Avenue, all’isolato n.55 e che, in gioventù, ha stipulato un contratto con Dio; alla morte della figlia adottiva, in una notte buia e tempestosa non solo per il dolore che egli prova, egli rescinde il patto che aveva sottoscritto, decidendo di cambiare completamente vita e abbandonando la fede dei padri. Dopo molti anni, quando ormai ha ottenuto il successo che sperava dalla vita, chiede ai rabbini del suo vecchio quartiere di redigere un nuovo contratto che sia assolutamente perfetto e non contenga la possibilità di errori o di omissioni. Questo nuovo contratto, tuttavia, sarà quello che lo condurrà alle soglie della morte…

 (2) Cfr. Goffredo Fofi, Prima il pane. Cinema, teatro, letteratura, fumetto e altro nella cultura italiana tra anni Ottanta e Novanta, Roma, Edizioni E/O, 1990, p. 105: “Vediamo proprio il fumetto uno dei pochi settori vitali, pur con tutte le sue contraddizioni determinate dalle ottusità del mercato, dalla volgarità dei lettori, dall’assenza della critica, e dal fatto che gli autori non possono che risentire della situazione ambientale in cui evolvono. Al centro ci sono pur sempre: gli orrendi vignettari di successo e di regime tipo “Satyricon”; e, nello specifico, i soliti, consolatori e consolatissimi, levigati e superficialissimi Pratt, Crepax e Manara. Ai margini, i qui rappresentati e pochi altri – e Altan a parte, più temuto che amato. Non è un caso che, più o meno prontamente e acutamente, siano alcuni dei qui presenti a cogliere prima di altri e meglio ciò che si muove, dentro e non in superficie; e a saperlo rappresentare e additare. Con un piccolo sforzo in più- di comunicazione con altri, di curiosità non solo per le forme – potrebbero dar molti numeri ai fiacchi famosi delle molte muse, e prima di tutte dell’anti-musa che è il giornalismo, che si autocondanna a essere la televisione, che sta avviandosi a essere il nostro cinema come la nostra letteratura. Ma per riuscirci hanno anche bisogno di sostegni e attenzione: li meritano e non li hanno, mentre i più non li meritano e li hanno “.

 

(3) Eccone qui il testo integrale:

“Guarda…io sono da sola ormai. /  Credi…non c’e’ più nessuna che / quando chiedi troppo e lo sai, / quando vuoi quello che non sei te / ricordati di me…forse non ci credi. // Sguardi…guarda sono qui per me / Non ti ricordi…eri come loro te. / Sono tutti quanti degli eroi / quando vogliono qualcosa…beh / lo chiedono lo sai… a chi può sentirli… // La cambio io la vita che / non ce la fa a cambiare me / bevi qualcosa, cosa volevi / vuoi far l’amore con me / la cambio io la vita che  / che mi ha deluso più di te / portami al mare, fammi sognare / e dimmi che non vuoi morire… // Dimmi…sono solo guai per te / Dimmi, ti sei ricordato che / hai una donna che se non ci sei / come fa a resistere senza te. / Piangi insieme a me dimmi cosa cerchi. // La cambio io la vita che / non ce la fa a cambiare me / bevi qualcosa, cosa volevi / vuoi far l’amore con me / la cambio io la vita che / che mi ha deluso più di te / portami al mare, fammi sognare”.

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