QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.2: La nostalgia del deserto e l’avventura della parola. “Arsure ed erranze” di Giulio Bruni

arsura ed erranzeIl titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

 

di Giuseppe Panella

La nostalgia del deserto e l’avventura della parola. Giulio Bruni, Arsure ed erranze, Napoli, Lettere Italiane – Guida, 2003

 

L’”attraversamento del deserto” è uno dei miti fondativi della cultura poetica (e non solo) del Novecento: memori di Lawrence d’Arabia e della sua cavalcata verso Aqaba, generazioni di turisti più o meno illustri (da Gide a Michel Leiris) hanno identificato il territorio desertificato dell’Africa settentrionale o dell’Asia Minore con un luogo dell’anima che significava tanto il loro personale disagio quanto il loro sogno di un mondo migliore, rinnovato, rigenerato.

“Il deserto è pulito” sussurra Lawrence d’Arabia (Peter O’Toole) alla fine dello straordinario film di David Lean del 1962 dedicato alle gesta dell’ultimo vero e grande condottiero moderno.

“Il deserto è pulito” sembra voler significare l’impresa poetica di Giulio Bruni, giovane poeta napoletano trapiantato a Firenze (è nato nel 1976), che si è trasformata nei versi del suo primo libro che, non a caso, si intitola Arsure ed erranze.

L’esilio e il regno, la fuga e il rimpianto sono da sempre la cifra della scrittura lirica dei poeti, ma l’originalità del percorso di Bruni è legata al suo voler essere erranza linguistica e non solo prospettiva concettuale, periplo di scrittura e momento di presa di coscienza della desertificazione morale del presente.

Di fronte ai luoghi comuni della poesia come pura espressione di sentimenti e di emozioni non levigati dalla capacità di esprimerli, l’esperienza del limite proposta da Bruni attinge il suo punto azimutale nella fuga dalla deriva metropolitana nella direzione in-sensata e perfetta dell’assoluto senza confine conosciuto, del luogo senza tempo diffuso soltanto nello spazio senza confini e punti cardinali, della possibiliità di libertà e di avventura che solo la sabbia infinita del deserto sembra assicurare.

Il deserto è metafora, profonda e superficiale insieme, della libertà del poeta: profonda perché scende nell’intimo della scelta fatta e vissuta fino in fondo e senza pietà, superficiale perché resta legata allo scivolamento progressivo della soggettività su se stessa.

Le poesie di Bruni vivono simbolicamente di questa sua volontà di libertà senza passato e senza futuro, di vita possibile e inesplorata, di sogno ossessivo e dolcissimo: “Dune. A me questo seno di terra / impastato con baci e saliva / in pieni stampi / rotondi. Artigiano che sviene / sulla propria materia, / guidato da oscura volontà, / l’attimo in cui dire / “resta così / parlerai delle mie angosce / delle mie voglie” (Giulio Bruni, Arsure e erranze, Napoli, Lettere Italiane – Guida, 2002, p. 54).

In questo modo, il deserto che vive e che parla si fa rappresentazione guidata del poeta, suo alter ego magnifico e angosciante, sua dimensione privilegiata di ricerca.

La scrittura poetica si trasforma, in questo modo, in un percorso di vita e di trasumanamento: attraverso il deserto, dopo aver conosciuto le insidie e gli allettamenti della vita delle Metropoli, dopo aver cercato di conciliare se stesso con lo sguardo allucinatorio dell’Altro (e degli altri con-dannati a vivere sulla scena metropolitana), il poeta si trasforma in nomade Tuareg e si muove tra le dune e le sabbie meglio di chi si trascina nel deserto di vetro e cemento della quotidianità urbana.

In questo percorso di sofferta e lucida osservazione del presente che si rovescia in suo rifiuto accorato e straziante, Bruni coglie la prospettiva futura della (sua) poesia:

Rari Nantes. Se mai avete atteso / i flutti ringhiosi / a distanza di braccio, / non conoscete / il ruggito profondo, l’orrenda paura. / Se la corrente / spumosa / non vi ha trascinato / dove ogni speranza / si perde, / soffro per voi / “granelli di polvere, / incertezza nel vento” (p. 15).

La distanza di sicurezza dall’angoscia e dalla sofferenza non salva dalla loro morsa: solo chi ha affrontato a pie’ fermo l’inutile lotta contro il dolore, sa che è proprio nel confronto con quell’abisso che fa distogliere il proprio sguardo da sé il luogo centrale e atteso dell’esperienza della scrittura che permette al poeta la propria forma personale di conoscenza per errore. L’”orrenda paura” dello sprofondamento è compensata dall’orgoglio di avervi resistito e lottato contro: la forza della poesia è tutta confitta qui, nel cerchio angoscioso e sublime della lotta con l’Altro da sé per ricondurlo entro il proprio perimetro esistenziale. E come scrive bene Bruni in un’altra sua ottima prova poetica: “Sopravvivenza. Siamo venuti dal nulla / padri i vasti deserti / le madri fresche notti. / Arrivare, / gran fatica! / e le mani ferita infetta. / Nessuno di noi si piega / guardando l’orizzonte / dove è incerto limite, / ignoto, / sconcerto. / Sempre esiliati / in desolata sponda / dove miseria regna, / schivati a stento / da una morte cieca. // Cosa può la minaccia? “ (p. 31). La posta in gioco di ogni pratica poetica che voglia porsi alla frontiera tra esprimere soltanto e significare realmente è la sua stessa sopravvivenza come Poesia.

 

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