QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.4: Rabbia, furore e musica. Marco Rovelli, “Corpo esposto”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

 

di Giuseppe Panella

 Rabbia, furore e musica. Marco Rovelli, Corpo esposto, Massa, Memoranda Edizioni, 2004

 

Il primo libro di poesie di Marco Rovelli (Corpo esposto, Massa, Memoranda Edizioni, 2004) è un libro furibondo, un libro che non concede requie ai suoi lettori e che non gli dà tregua né consolazione. Un esempio di questa sua scrittura che si trasfonde da furore a cenere è in questo suo:

Trittico del tempo III. Non recedo (è necessario) dall’attesa / che scava le ossa e le sostiene / e mi tiene: sospeso come il sole / nel solstizio, in un supplizio / che precipita il mio sguardo / nell’abbaglio del mancarci / nel contagio” (il libro di Rovelli, per scelta e per disdegno, non ha pagine numerate).

Un libro fatto di furore, di rabbia e di tenerezza (come sempre accade, da Rimbaud in poi, in questi casi). Rovelli è poeta del corpo e dei corpi (anche se non rinuncia alle connotazioni colte nella sua scrittura e si avvale di un sostegno teorico filosoficamente rilevante per enunciare le sue tesi – come si vedrà). Non solo poeta del corpo ma anche della rivolta, del rifiuto spasmodico della riconciliazione con il mondo, profeta di un oltre (uomo, mondo) possibile e radicale che non si darà oggi come non si è dato ieri se non per accenni, presentimenti, prefigurazioni, ammiccamenti, allucinazioni, epifanie:

 

“Reclamo la mia inappartenenza. / il barbaro richiamo senza terra / l’accoglienza al vento che devasta / e libera presenza / l’occhio rivoltato al poi / il corpo abbandonato al suo deserto. / Reclamo l’odio senza oggetto / l’amore che ne stilla senza colpa / il furore che abita il silenzio. / Reclamo la parola / la sua notte. / La mia riconoscenza”

 

Temi inconfutabilmente rimbaldiani questi ultimi ma trasformati in risoluzione esistenziale privata, senza richiamo all’Apocalisse prossima ventura, senza volontà di sopraffazione del destino. Rovelli sa che vivere nell’occhio del ciclone (come gli piacerebbe fare poeticamente) non è possibile: ogni tanto bisogna smettere di gridare e di avanzare nell’arena per accettarsi e ritrovarsi nel presente del quotidiano. Bisogna cercare nella noche oscura della parola poetica la potenza espressiva adeguata alla proposizione del problema.

 

“Avere il senso / nelle cose che sono / percorrere il limite / del pieno e del vuoto: / nel Due che è solo Uno / (nello Zero che è regno / di Nessuno)”

 

Il passaggio poetico attraverso l’Uno che si divide in Due per scivolare necessariamente nello Zero diventa un atto “selvaggiamente religioso” (per citare uno dei numi tutelari della scrittura poetica di Marco Rovelli e cioè Georges Bataille): implica la necessità di ribellarsi al mondo per salvarne il salvabile, il suo nocciolo duro e incandescente, la sua bellezza assoluta insidiata dal relativo dell’angoscia e del deperibile. Ben lungi dal non avere una causa per cui combattere, Rovelli sa che lo scontro duro con il mondo non è evitabile ma neppure definitivo: è una guerra che si combatte ogni giorno e che ha il proprio corpo come posta in gioco e come necessità. L’unica via di salvezza (prospettata ma non assolutizzata) è nell’ excessus mentis – in quella capacità di attraversamento delle contraddizioni che permette alla “domenica della vita” di emergere quando la Storia viene obliata e la Necessità assoluta del vivere si trasforma in segno vivente dell’utopia.   

 

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ALLEGATO: la raccolta poetica è disponibile per intero qui e qui

 

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