“Buongiorno Los Angeles” di James Frey. Recensione di FRANCESCO SASSO

[Inventario estivo è una rubrica per l’estate in cui recensisco  alcuni libri “speciali” pubblicati nel 2009. f.s.) ]

Buongiornolosangelesg

Inventario estivo #2

di Francesco Sasso

 

Il romanzo di James Frey rimanda fin dal titolo al tema principale: 

«E così vengono. Per vivere con gli Angeli e inseguire i sogni. Non sono tutti riflettore e cartelloni. Qualcuno sogna un tetto, qualcuno sogna un letto, qualcuno sogna un lavoro, qualcuno sogna soldi sufficienti a mangiare, qualcuno sogna il sogno di dimenticare, partire, nascondersi, trasformarsi, diventare, qualcuno sogna il sogno semplice di arrivare alla fine di una giornata senza aver paura di morire, qualcuno sogna di famiglie qui o lì o dove che sia che sono partiti sogna di farle venire a ricominciare da capo […]» (pag. 548)

Lo scrittore presenta una grandiosa sintesi della civiltà umana a Los Angeles, vista con occhio spregiudicato e straordinariamente moderno, allo stesso tempo romantico e violento. La città di Los Angeles è rappresentata realisticamente come una dura lotta contro un ambiente ostile. Dietro a ogni personaggio un “caso” e la sua storia. Tutti, però, arrivano in questa città inseguendo un sogno.

Tantissimi personaggi-personae sconosciuti o noti, limitatamente però all’ambito della più famosa città americana: ricchi e poveri, idealisti e disonesti, carnefici e vittime. Manager, membri di gangs, poliziotti, attrici porno, attori supermiliardari, attori falliti, motociclisti delinquenti, senzatetto, drogati, alcolisti, manager dello spettacolo, camerieri, avvocati, galleristi, studenti, politici, clandestini, pazzi, spacciatori, porta borse dei golfisti, donne delle pulizie, musicisti etc. Neri, bianchi, ispano-americani; vecchi, giovani, adolescenti, bambini. Eterosessuali, gay. E mi fermo qui. Sulla ribalta di un palcoscenico, Los Angeles, tante storie di “infelicità” e di “felicità”, di sogni realizzati (pochi) e non ancora o mai realizzati (molti). Tante storie quante sono le auto che intasano le strade, le autostrade e le vie della California. Tante storie quante le luci che illuminano la notte di Los Angeles.

E tra le centinaia di brevi storie che lo scrittore statunitense evoca per poi lasciar cadere nell’abisso oscuro della vita quotidiana, ce ne sono quattro di storie (vite) che attraversano per intero il romanzo, dall’inizio alla fine, alternandosi.

La prima storia (vita) è quella di un homeless, soprannominato Old Man Joe, alcolista e filosofo. Egli ha la fortuna di poter dormire di notte nel gabinetto di un rivenditore di specialità messicane. Di giorno, invece, vive di elemosina nei dintorni della passeggiata di Venice Beach, o sdraiato sulla spiaggia in attesa di una ”risposta”. Una notte scopre, dietro un cassonetto delle immondizie, una ragazzina, pestata a sangue, svenuta. Una delle tante ragazzine di dodici/quattordici anni che vivono in strada. Decide di aiutarla, di “salvarla” da chi la sfrutta e la minaccia, ma scoprirà che nella vita di tutti i giorni “il male” non ha un perché né un limite.

L’altra storia (vita) è quella di due diciannovenni dell’Ohio. Scappano da genitori violenti e alcolizzati. Un giorno, dopo l’ennesima violenza subita, decidono di fuggire via. Si amano e sperano che a Los Angeles ci sia la possibilità per loro di costruire una vita migliore. Non inseguono il sogno scintillante del cinema di Hollywood, che tanta gente attira a Los Angeles. Non desiderano soldi, notorietà, potere. Cercano, piuttosto, un lavoro qualsiasi per vivere in una casa qualsiasi, insieme. Questo è il loro sogno.

Lui trova un misero lavoro nell’officina meccanica per motociclette gestito da uno spacciatore, mentre lei lavora in un discount “Tutto a 99 centesimi”, molestata dal direttore. Entrambi vivono in un motel malfamato. Sperano di farcela, di traslocare in un luogo meno pericoloso. S’amano, ma la loro vita non assomiglia per nulla a quella narrata in tanti film di Hollywood né a quella dei divi raccontata dai rotocalchi patinati. La vita a Los Angeles è imbevuta di sole tutto l’anno e di violenza ad ogni angolo. Strade sporche, inquinamento, puzza, sfruttamento. Naturalmente c’è anche l’amore, la routine, la gioia di cenare insieme, di ridere e sognare insieme. La vita è quella che è, dice il gestore di un campo da golf.

La terza storia è quella di Esperanza:

«I suoi genitori si trovavano a quindici metri oltre il confine quando lei nacque sua madre Graciella era sdraiata sul terreno urlava suo padre Jorge cercava di capire cosa fare per non farle morire. Jorge aveva un coltello a serramanico. Tagliò il cordone, tolse via la placenta la bimba si mise a piangere, Jorge si mise a piangere, Graciella si mise a piangere. Ognuno di loro aveva le sue ragioni. Vita dolore paura sollievo opportunità speranza il noto l’ignoto. A piangere. […] La stavano ripulendo quanto la Pattuglia di Confine si avvicinò, un uomo al volante di una jeep, una pistola sul fianco, un cappello da cowboy in testa.» (pag.30)

Giacché la bambina è cittadina americana (nata a pochi metri dal confine con il Messico), i genitori ottengono il permesso di restare negli Stati Uniti. Chiamano la bambina Esperanza. E’ piccola, bella, ma ha cosce eccezionalmente grandi, “quasi da caricatura”. Comunque è la loro unica figlia. I due genitori messicani l’amano di un amore assoluto, l’accudiscono come un fiore raro. Lavorano come dannati per darle un futuro in America. Lei cresce. E’ una brava studentessa americana con un unico cruccio: le sue grosse gambe. Si vergogna, non si stima. Nonostante tutto, vince la borsa di studio. La vita di Esperanza sembra mettersi per il meglio. Tuttavia, durante una festa, scivola e cade a terra, e le si scoprono le gambe. Gli uomini guardano quelle due immense, grosse gambe e scoppiano a ridere. Esperanza sprofonda nella depressione, perde la borsa di studio ed è costretta ad andare a lavorare come donna delle pulizie per una vecchia bianca ricca razzista americana. Per poter lavorare finge d’essere clandestino, poiché molte americane accettano di assumere donne non in regola per poterle sfruttare, maltrattare.

L’ultima storia è quella di un miliardario attore americano, Amberton. Famosissimo attore di film d’azione. Per tutti, egli è virilmente sposato con un’altra famosa e bellissima attrice. In realtà il loro matrimonio è di facciata. Hanno dei figli concepiti in provetta, poiché Amberton è omosessuale, mentre sua moglie è lesbica. I due si amano come due amici. Ognuno di loro è libero di avere storie di sesso al di fuori del matrimonio, purché nulla trapeli fuori. Conservare l’apparenza di una tradizionale famiglia americana è importante per la loro carriera cinematografica.

Amberton si innamora di un agente cinematografico. Viziato com’è – ricco, potente e famoso – non riesce ad accettare il rifiuto dell’uomo. E’ la prima volta che qualcuno si oppone ai suoi desideri sessuali. Così inizia a ricattare l’agente, prospettandogli le conseguenze di un diniego: licenziamento, l’impossibilità di continuare a lavorare nel mondo dello spettacolo. L’uomo ricattato, un ex giocatore di football, cede. Tuttavia, la vicenda prenderà una piega diversa.    

Queste quattro storie, come ho detto all’inizio della recensione, si alternano lungo tutto il romanzo insieme alle centinaia di altre storie (vite). Non solo. Tra un capitolo e l’altro, l’autore ripercorre la storia della città di Los Angeles, dalla fondazione al duemila. Ed emerge come Los Angeles è un immenso campo di battaglia: lotta dell’uomo con la natura (terremoti, inondazioni, incendi, siccità), lotta fra razze diverse (messicani, cinesi, giapponesi, bianchi, neri), lotta fra sogno e realtà.

James Frey ha in mente l’epos. La sua attenzione si concentra sugli aspetti tragici e patetici della vita e della morte. Inoltre, lo stile è scarno, crudo, duro. I dialoghi imitano i copioni cinematografici. Per esempio, nei dialoghi non leggiamo il classico “disse”, ma il più originale “parla”. Ecco un esempio.

 

«Jack, parla.

Quella è Susanne Carter.

E con questo?

Lo sai chi è?

[…]

Non ne ho idea.

Non è lei.

E’ lei.

Vacci a parlare.

Che le dico?

Dille che sei un ammiratore di suo marito.

Dan ride.

Sì, giusto» (pag140-141)

 

Ora, ad alcuni, così com’è, potrebbe apparire un difetto dell’opera. Invece la tecnica utilizzata dallo scrittore nei dialoghi è molto funzionale, come pure l’ironia distaccata e, in alcune pagine, la superiore capacità dello scrittore di fare a meno della punteggiatura. Il tipo di linguaggio dominante è una prosa sciolta e moderna.

 f.s.

[James Frey, Buongiorno Los Angeles, trad. Bruno Amato, TEA, 2009, pag.553, € 16,60]

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