QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.8: Alla ricerca dei poeti dimenticati. Piero Bigongiari, “Tra splendore e incandescenza”

Piero Bigongiari, Tra splendore e incandescenza

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

 

di Giuseppe Panella

Alla ricerca dei poeti dimenticati. Piero Bigongiari, Tra splendore e incandescenza, a cura di Fabio Flego, con una Premessa (Di una vocazione d’amore) di Gaetano Chiappini, Viareggio (LU), Pezzini Editore, 1996

 

Tra splendore e incandescenza è una delle ultime testimonianze poetiche di Piero Bigongiari, scomparso nel 1997, un po’ più di un anno dopo la pubblicazione di questo smilzo e significativo mannello di liriche enigmatiche e interrogative.

Bigongiari è stato sicuramente uno dei più significativi protagonisti della poesia italiana del dopoguerra ed uno dei suoi “padri nobili” in senso non soltanto metaforico.

Come scrive Silvio Ramat nell’unica antologia poetica che del poeta di Navacchio sia stata realizzata durante la sua vita:

«La poesia, che si rifiuta alla mediocrità falsante della parafrasi, non accetta neanche la violenza del “lasciarsi spiegare”. Così i numerosi scritti bigongiariani sulla (e di) teoria letteraria, così gli interventi sulla pittura (barocca e novecentesca) e gli studi sui poeti moderni (l’Otto-Novecento italiano, da Leopardi in qua e, con sollecitazioni fors’anche maggiori, francese: da Rimbaud a Bonnefoy), non meno delle stesse postfazioni densissime ai propri libri poetici più recenti (Torre di Arnolfo, Antimateria, Moses), agiscono con pari determinazione in un senso che, l’ho appena detto, non è esplicativo bensì complicativo e tendenzialmente suscitato ad infinitum. La scrittura propria, la scrittura o l’altre altrui, non sono meri oggetti d’esame (filologico-anatomico, socio-filosofico…), corpi destrutturabili e quindi ristrutturabili una volta che l’acume analitico o altro lume ne abbia illuminato il “segreto”. No, rivelare significa semmai incessantemente aggiungere, è il contrario che semplificare. E’ un aggiungere dati e ipotesi e materie sulla natura della “cosa scritta”; è inquietarla e inquietarsene: e inquietarne il lettore che s’accorge di come i sistemi siano sempre e solamente degli a posteriori, schemi che funzionano unicamente per essere violati, trasgrediti finché dura il tempo (imprevedibile) della vita del testo, il suo viaggio dalla prima stesura, convenzionalmente detta “d’autore”, al sostanziale e implacabile concorso del lettore, la cui insoddisfazione amorosa produce nel tempo l’”infinità” del testo medesimo, la sua instabilità di “oggetto” che non ha definizione» (1).

 

Certamente, la poesia di Bigongiari può essere letta attraverso queste categorie. Ma può essere anche vista come tentativo di spiegare se stessa mediante se stessa, come forma espressiva che si auto-convalida nel momento in cui si squaderna come tentativo continuo e disperato di spiegare il mondo attraverso la propria proposta di ermeneutica assoluta.

E’ il caso di questo libretto smilzo e prezioso in cui il poeta si espone, attraverso la domanda in esergo ai testi successivi (Sei tu che proponi l’enigma o che lo ascolti?), al dolore e alla gioia, contemporaneamente, di illuminare il passaggio misterico e il percorso misterioso della poesia. In buona sostanza, dunque, il mistero è rappresentato dalla poesia o è la poesia che rappresenta (ancora e sempre) un Mistero (con la M maiuscola)?

E’ una riflessione cui Bigongiari non si sottrae – se la poesia è enigma, serve o importa maggiormente scioglierlo o comunicarlo come funzione espressiva (e non soltanto simbolica – per citare un suo libro famoso di saggi) del linguaggio?

 

«Lo so, ogni segno è il ritardo / dubitoso di una riscrittura / su una trama perduta e imperitura, / ogni fuga è un ritorno, nel diverso, / dell’eguale, ma è l’indescrivibile / che si avvicina al Regno. // Il luogo dove / incedi è senza tracce, senza inutili / epicedi. Ma è lì che il Dio nascosto / è un fuoco senza cenere. Chi attende / quasi ha dimenticato che ti sei / furtivamente allontanato andando / incontro a un fato convenuto. E questa, / ambigua, la terra del viaggio / tra l’esilio e la patria, / senza scorta, / ma sempre meno è esilio, sempre più / s’approssima il timore e la speranza / confusa della patria…» (2).

 

Il cammino della Poesia va percorso a passo cadenzato di marcia all’interno della dimensione che dall’esilio del significante perduto riconduce al Regno dei significati acquisiti e rivendicati.

L’esilio è quello del significato perduto, il Regno, la patria è il luogo del significante che ri-conquista il significato e lo rinnova come dimensione dell’Eden riconciliato.

Scrivere poesia, quindi, significa cogliere la dimensione profonda di una ri-scoperta compiuta attraverso la parola.

Come Bigongiari stesso aveva scritto in un testo splendido della maturità, La parola insensata, (contenuto in Antimateria, Milano, Mondadori, 1972):

 

«Perché la prima parola, come l’ultima, ha almeno due sensi / per quanto io creda che ne abbia infiniti: la parola è tutta / intorno a sé. // Ma due sensi che fanno tutt’uno, una direzione / che non è l’infinito, ma queste mani e queste tenebre / in forma di oggetti, questo informe finito che non finisce di avere la sua forma / ma la conserva tutta, integra sacra e inutile. / Là fruga la parola-mano, parla la parola-bocca, grida la parola in pericolo: / tutto quello che è stato fa parte della sa direzione, ma / non è / la sua direzione, la parola svolta intorno a sé, con un sacro / sacrilego voltafaccia per guardarsi, parlarsi, sorridere, alfine / sorridere, alla parola-uomo / che è la più piccola, la più informe, la meno direzionale, / la meno diretta, / quasi un grido gutturale, una foglia stormente nell’ugola / del vento» (3).

 

La parola delicata del significante e del significato si trasforma in una parola unica: quella che riporta la verità all’interno del suo stampo incandescente e del suo profilo obliquo e insicuro di rapporto tra la verità e la sua apparenza. Lo “splendore” è dunque la flagranza della Parola che si espone e si accontenta di diventare parola; l’”incandescenza” è, invece, il suo essere sempre in discussione e in attesa di tornare a essere la Parola assoluta fatta di una realtà che si sublima nell’impero mai imprescindibile della ricerca continua delle sue radici.

E se la Parola assoluta (era questo il sogno di emetici come Ungaretti o Quasimodo!) non si raggiungerà mai, i risultati parziali del suo emergere continuo si fanno di volta in volta tappe acquisite di un percorso definito e acquisito, di una definizione apparentemente “di superficie” dell’acquisizione profonda dei suoi limiti conosciuti, però, come in-finiti.

Lo stesso Bigongiari ne era ben consapevole. In una delle poesie più significative di questa sua ultima raccolta, ha scritto con forza espressiva ben conscia del destino delle sue parole:

 

«Biava la primavera nei gracht di Amsterdam… / Era, o no, una sera come questa / e il canto che scendeva in quell’equorea / foresta – come se ne risalisse / de profundis, dai primordi del mondo – / era un canto di festa o un addio? // Ma ha il profondo una superficie? / Omnia munda mundis… C’è chi dice / che anche chi non è del tutto privo / di macchie può portare in superficie / un oscuro splendore, quello che / il dolore tiene ancorato al fondo / nel limo sommosso del cuore, anche / se non so se l’amore ha a che vedere / col rimosso, e nemmeno col rimorso. / Ma il fuoco è un rimorso, ha un rimorso / sul tizzo che provoca il suo splendore ?» (4).

 

E’ dunque in questa dimensione di domanda (che non si attende una risposta, peraltro) il senso ulteriore della proposta di scrittura di Bigongiari. Lo “splendore” come possibilità ulteriore del verso non è altro che la sua permanenza in attesa dell’ “incandescenza” finale. Quando essa farà sentire (ancora e ancora) la vampata forte del suo essere percorso terminale, la parola tornerà a urgere (e ad emergere dai gracht, i canali, di Amsterdam) dove il limo sommosso farà ritornare in superficie il segreto che esso nasconde.

Per Bigongiari, infatti, il segreto del poeta non è altro che la dimensione nascosta della sua poesia – quella sezione aurea del suo dire che deve essere ancora ricercata e ritrovata nel percorso di scavo che porta alla depurazione della parola perché ne emerga lo splendore fino ad allora rimasto sconosciuto a lui stesso.

Come viene detto emblematicamente in Tra splendore e incandescenza:

 

«So che ho nascosto in un luogo occulto / ogni significato, ma ho obliato / in quale posto – il cuore più non basta – / il suo occulto splendore fu riposto. / Vivo in burrasca, ma i suoi lampi non bastano, / o in un’accalmia più misteriosa / della stessa apatia della natura. / Occorrono altri stampi a questo orrore, / altre vampe, altra cenere, altri battiti / alla celestialità dell’amore, / altri contatti a ciò che si distacca / lentamente, ove muore e non muore / in quest’ultima sua terrena lacca?» (5).

 

Il “luogo occulto” è la scrittura (ovviamente) e di conseguenza da essa bisognerà attingere per ricordare dove lo splendore della parola è stato riposto. Solo attraverso questa sorta di “caccia al tesoro” del significato sarà possibile ridare lucidità spessore e riflesso cangiante alla dimensione rimasta fino ad allora troppo coperta del significante. Le “altre vampe”, dunque, comporteranno il ricorso a parole nuove e sempre diverse, capaci di ritrovare nel proprio “battito” la dimensione feconda della potenzialità creatrice che le apparenta alla felicità espressiva dell’amore.

Come scrive Chiappino nel saggio che precede la breve raccolta delle poesie di Bigongiari:

 

«Tale il senso generale della poesia di Piero Bigongiari, sempre protesa e bilanciata tra la luce abbagliante e magnifica della verità e fortemente intrecciata nel fascino incandescente della passione, uno splendido gioco che fiorisce nelle movenze della libertà e dell’amore, ma che, contemporaneamente, si trova a seguire la traccia vitale dell’attesa e della speranza, che pure fanno rinascere e attizzano il lieve e perturbato sospiro dell’ignoto prossimo e incombente» (6).

 

In questa ricerca di ciò che non è ancora stato ri-conosciuto e di quello che ci si aspetta che emerga dal futuro (o che ri-sorga dal passato) si consuma la traccia vitale della scrittura bigongiariana.

La sua poesia si prospetta, dunque, simile ad un itinerario che oscilla tra ciò che essa può dare in termini di speranza dell’arrivo della verità e tra ciò che, dall’altro canto, essa comporta in termini di attesa. In questo gioco di passaggi, di scoperte e di riscoperte, di tensioni verso il nuovo (come in Antimateria) e di ricapitolazioni della tradizione (come in Moses), la poesia rende conto delle soluzioni ottenute e del suo (possibile) contrario in un bouleversement di posizioni e di approdi.

 

«Da quale parte è volto il mio viso? / Chi ascolto, il sorriso se nel fuoco / più struggente nasconde la sua fiamma? / Tra oscure fermezze e luminose / derive, io ne so ancora così poco // Perplexus in aenigmate, direte. / Direi: nella perplessità enigmatico / se il viatico è quello della folgore» (7).

 

Ed è proprio in quel saperne “ancora così poco”, in quel continuare a ricercare nonostante tutto, in quel non volerne sapere di mezze verità e di mezze misure, in quel volere soltanto lo splendore come forma estrema della scrittura poetica, che ancora oggi esattamente consiste il fascino della poesia di Piero Bigongiari.

 

NOTE

 

(1) Piero Bigongiari, Poesie, a cura di Silvio Ramat, Milano, Oscar Mondadori, 1982, p. XI.

 

(2) Piero Bigongiari, Tra splendore e incandescenza, a cura di F. Flego, Viareggio (LU), Pezzini Editore, 1996, pp. 17-18.

 

(3) Piero Bigongiari, Poesie cit., p. 86.

 

(4) Piero Bigongiari, Tra splendore e incandescenza cit. , p. 24.

 

(5) Piero Bigongiari, Tra splendore e incandescenza cit. , pp. 32-33.

 

(6) Gaetano Chiappino, “Di una vocazione d’amore” , premessa a Piero Bigongiari, Tra splendore e incandescenza cit. , p. 4.

 

(7) Piero Bigongiari, Tra splendore e incandescenza cit. , p. 29.

 

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