QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.11: Siamo in attesa che arrivi il futuro… Antonino Contiliano, “Tempo spaginato. Chi-asmo”

tempo spaginatoIl titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

di Giuseppe Panella

 

Siamo in attesa che arrivi il futuro…  Antonino Contiliano, Tempo spaginato. Chi-asmo, Firenze, Polistampa, 2007

 

E’ indubbio che la poesia e il fantastico siano da sempre stati in stretta correlazione a partire dalle Lyrical Ballads di Wordsworth e Coleridge in poi. La poesia lirica attinge all’universo dell’immaginario più estremo per raccontare le vicende del presente di una soggettività linguistica messa in crisi dal suo stesso bisogno di esprimersi e di esporsi in tutte le sue contraddizioni.

Non sempre questo discorso ha avuto valore per la fantascienza e non molti testi poetici sono scaturiti dall’esplorazione del futuro (anche se prossimo venturo).

Il caso della scrittura poetica di Antonino Contiliano contenuta in questo libro è, allora, esemplare: i suoi versi, pur dedicati alla e proiettati verso la critica spietata del presente, sono tutti rivolti all’attesa del futuro che attende l’umanità e alla descrizione dell’intreccio che collega passato e avvenire in un chiasmo che li allaccia e li riconnette alle pur vistose aberrazioni della realtà vigente.

«Aleph mi curvo sulla tua schiena a dondolo / e albero diorama godo nude terre dissodate / dissacrare cavalcando nubi di fedeltà care / in questo pianeta incastonato diamante / nelle mie sere d’ulivo non gettare lì così / appuntamenti sguardi castrati miagolii / la giostra disorbita collane di maschere / anelli di memoria salutano fiumi scorsi / cadono vestiti flauto disincanto del tempo / gli amori di Rolando ingenui nati dal mito / senza storia enigmi testardi soli nella notte / girano e rigirano ritornano girandola ora / pazzo impazzito il grido squarciagola apre / silenzio fenice di altri nodi al canto chi sa / se l’inverno nucleare delle serre sventrate / nega il sorriso dei sorrisi allo spazio relativo / oh oh che preghiera questo bestemmia turbo / schiudersi ondosi rosari febbre diroccata / astronavi viaggi videogame di soli finiti-in / ssttrra-bene-male-detto godere la vita qui / qui cyborgflib vuole una notte e una danza / memoria degli alberi inanellata alla terra» (pp. 22-23).

 

In questo testo così composito non è tanto (o soltanto) l’uso di termini cari alla letteratura fantascientifica (il cyborg, l’organismo immaginario vivente detto f (inite) li (ving) (blo)b) a colpire quanto la mescolanza delle diverse dimensioni temporali (il Medioevo della Chanson de Roland, il passato prossimo dell’appena scampato “inverno nucleare”, il futuro delle astronavi che corrono nell’iperspazio) e la prospettiva di un’umanità meticciata e intrecciata come possibilità di riscatto dell’umano (così come pure della poesia).

Se quello che attende gli esseri umani che probabilmente verranno è la dimensione ibrida e incrociata del chiasmo tra natura e cultura, tra tecnologia e materia vivente, tra il sogno e una condizione di progresso scientifico portato all’estremo della follia, la scrittura che ad essa fa riferimento non potrà essere diversa e sottrarsi al compito di metterla in scena mediante un linguaggio altrettanto ibrida e squarciata da innesti di neologismi verbali e di temi alieni a quelli comuni alla tradizione lirica del tempo attuale (oltre che tecnologicamente stilizzati).

 

«… se questa è la freccia entropica del tempo / e la velocità della luce perde la negentropia / il senso che deraglia incantevole l’oppressione / è il niño allora che deve cantare casuale / e la turbolenza del pugno bandire grido / lancinante come la ferita a morte / e per la tangenza in fuga sradicare / termonucleare le pieghe della terra / e farfalla urtare le schiena delle onde / e virtuale il vuoto della memoria / quantiche ripescare le stelle sulle nuvole / e leggerle leggere il non-essere-ancora / e nelle vene esploso sparare / il collasso del tuo amore assente / o riso seducente dell’arco critico / in viaggio sui tremori del vento / verso il pianeta capitale e l’oltre / danzando fantasia al potere come ieri / per un bacio che addormenti la notte / come un’amante che ha giocato a scacchi / e crolla nella casella del matto per caso» (pp. 31-32).

 

In questo abbraccio tra mondo umano e alieno, tra dimensione del futuro e scontro dialettico con il presente risiede il sogno del “tempo nuovo” che attraversa, vorticoso e roteante, l’ambizione di un futuro più degno che alligna nelle pagine più impetuose di questo libro di Contiliano.
Il non-essere-ancora e l’essere-già-stato si congiungono, in questo modo, nella ricerca di una dimensione altra che illumini e rischiari il presente in nome di un’esistenza che sia degna di essere ancora vissuta.

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[Quel che resta del verso n.10] [Quel che resta del verso n.12]

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