“The Paris Review. Interviste vol.1”: sedici interviste a scrittori, sceneggiatori, poeti ed editor

the paris review cop.

di Francesco Sasso

Fandango Libri ha appena pubblicato il primo volume delle interviste della rivista Paris Review, che dal 1953 interroga i più importanti autori sul mestiere di scrivere: «a oggi vanta più di trecento interviste fra le quali sono state selezionate quelle presenti in questo volume». (pag.9)

 

Questa rivista da decenni tenta di ricavare dalla riflessione sui fatti letterari e artistici le coordinate essenziali di un discorso culturale più ampio. Ogni intervista di Paris Review è frutto della stretta collaborazione fra scrittore e intervistatore. Spesso gli scrittori hanno rielaborato le bozze dell’intervista, lavorando di lima fino all’ultimo.

 

In questa prima uscita, sedici interviste a scrittori, sceneggiatori, poeti ed editor. Ne elenco i nomi con alcune righe estratte dalle loro interviste: Dorothy Parker («Se quello che vuoi fare è scrivere non devi fingere che tu stia soltanto prendendo un paio di appunti a caso. Avrai scritto la cosa migliore di cui sei capace: e a tagliarti le gambe è proprio il fatto che quello sia il massimo che sai fare»), Truman Capote («Trovare la forma giusta per un racconto vuol dire semplicemente scoprire il modo più naturale di scriverlo»), Ernest Hemingway («Una volta che scrivere è diventato il tuo peggior vizio e il piacere più grande, solo la morte potrà fermarti»), T.S. Eliot («Uno si vuole togliere un peso dallo stomaco. Ma non sa che cosa sia, quel peso, fino a quando non se l’è tolto»), Saul Bellow («Ci sono molti vantaggi nel non essere presi sul troppo sul serio. Certi scrittori hanno una visione troppo seria di se stessi. Accettano l’idea che esista un “pubblico colto”. C’è la tendenza a sovrastimare il ruolo dell’artista»), Jorge Luis Borges («ma l’intelligenza ha poco a che fare con la poesia. La poesia sgorga da qualcosa di più profondo; è al di là dell’intelligenza. Può darsi che non sia in rapporto nemmeno con la saggezza. La poesia sta per conto suo; ha una natura sua propria. Indefinibile.»), Kurt Vonnegut («Le trame di tutti i grandi romanzi non sono altro che scherzi sublimi a cui la gente abbocca senza scampo, ogni volta»), James M. Cain («Bisogna aspettare che la mente scopra l’oggetto delle proprie elucubrazioni, qualunque esso sia; solo in seguito si può scrivere un romanzo»), Rebecca West («E’ un errore assurdo inserire nel curriculum [universitario, N.d.R.] la letteratura inglese contemporanea, che andrebbe letta per il proprio piacere oppure non bisognerebbe leggerla affatto»), Elisabeth Bishop («Non c’è niente di più imbarazzante dell’essere un poeta, mi creda»), Robert Stone («C’è soltanto un argomento possibile per la narrativa, la poesia e perfino una barzelletta, e cioè le cose come stanno»), Robert Gottlieb («Il compito di un editor è di capire che cosa serve al libro, ma è l’autore che deve trovare la risposta»), Richard Price («Qualche volta, la paura dell’ignoto non è così spaventosa come la paura che tutto rimanga uguale a se stesso»), Billy Wilder («A quell’epoca, me lo ricordo bene, a New York uno scrittore diceva all’altro: “Sono in bolletta, magari vado a Hollywood a spillargli altri cinquantamila dollari”. E poi non sapevano che cosa comportasse scrivere un film»), Jack Gilbert («Molta, troppa poesia di oggi potrebbe anche non essere stata scritta. Non mi è chiaro perché sia necessaria la disonestà, né capisco certe nuove maniere di sistemare le parole sul foglio. Nessuno lo proibisce, certo. Si può scrivere qualsiasi tipo di poesia, ma là fuori c’è tutto un mondo diverso»), Joan Didion («La scrittura saggista è più come la scultura, un processo nel quale la ricerca viene plasmata per ottenere l’oggetto finito. La narrativa è come la pittura, i romanzi sono acquerelli»).

 

Il fascino sempre attuale di queste interviste deriva dalla profondità dell’esame dei grandi e piccoli problemi della letteratura. Spesso le interviste sono una piacevole e spiritosa discussione sulla letteratura anglo/americana e in particolare sulla vita letteraria contemporanea. Alcuni scrittori difendono il proprio ideale di romanzo o poesia, altri polemizzano contro le scuole di scrittura creativa. Vi è la certezza, per tutti gli intervistati, che si può impara a scrivere ma non lo si può insegnare. In breve, i grandi scrittori non sembrano convinti che i corsi di scrittura servano a qualcosa.

 f.s.

[Aa.VV., The Paris Review. Interviste vol.1, Fandango libri, 2009, p.509, € 22,00]

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