Il refrain e la linea “leggenda” di Marco Palladini, “Iperfetazioni”

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di Antonino Contiliano

 

“Sono cose che vorrei non aver sognato / E comunque cose che mi hanno segnato”: è il refrain che intercala i testi della seconda sezione – Interzone – del libro di poesia –  Iperfetazioni (Zona, Arezzo, 2009) – del “materialista stoico”  Marco Palladini. E i testi sono quelli etichettati dal titolo che li raccoglie sotto la denominazione di “SOGNO O SON TESTO?”.

Il refrain è un ritornello marcante, che, appunto come un ritorno, si ripete dopo una serie di flash acidosi, i quali, come tante retroazioni, riflettenti e giudicanti, sul recente passato o lo stesso presente di appartenenza, ritma questi stessi fulminei passaggi (azzeccati) e di sintesi scioccante e vera:

 

«il televisore telecomandato che, poi, implode durante l’ennesima rievocazione […] un pianeta che va in pezzi e nessuno che sappia come rincollarli […] quelli che sdottoreggiano senza ovviamente capire una minchia della situazione presente e cogente […] dragare i viali tangenziali dove le seriali mignotte afroslave aspettano di pompare lo sperma della notte […] Fœminœ effeminanti femministe (cioè tutte vostre-loro), altrettali Virginie Woolf immaginarie, nonché depositarie dei saperi superiori della vagina… che si elevano solamente nel voluttuoso denegarsi […] Misantropi carmelobeni praticano impavidi l’abiezione di coscienza avverso le verità comunicate, le masse soggiogate, le turpitudini dei potenti ogni volta replicate…» (pp. 51, 52, 53).

 

Il refrain, e qui ci piace ricordarlo, per associazione, richiama alla mente un analogo ritornello di memoria brechtiana. È il refrain con il quale Brecht, nel suo Il proletariato non viene al mondo in panciotto bianco, punteggia la scena della storia a lui contemporanea, e a noi non estranea:

 

«quando la cultura, in pieno crollo, sarà coperta di soz­zure, quasi una costellazione di sozzure, un vero deposito d’immondizie;

quando gli ideologi saranno diventati troppo abietti per attaccare i rapporti di proprietà, ma anche troppo abietti per difen­derli, e i signori che avrebbero voluto, ma che non hanno saputo servire, li scacceranno;

quando parole e concetti non avranno quasi più niente a che ve­dere con le cose, con gli atti e con i rapporti che designano e si potrà sia cambiare questi ultimi senza cambiare i primi, sia cambiare le parole lasciando immutati cose, atti e rapporti;

quando, per poter sperare di uscirne vivi, si dovrà essere pronti a uccidere;

quando l’attività intellettuale sarà stata ristretta al punto che ne soffrirà lo stesso processo di sfruttamento;

quando non sì potrà più lasciare ai grandi caratteri il tempo ne­cessario a rinnegarsi;

quando il tradimento avrà cessato di essere utile, l’abiezione red­ditizia, la stupidità una raccomandazione;

quando perfino l’insaziabile sete di sangue dei curati non basterà più e dovranno venire scacciati;

quando non ci sarà più niente da smascherare perché l’oppres­sione avanzerà senza la maschera della democrazia, la guerra senza quella del pacifismo, lo sfruttamento senza quella del consenso volontario degli sfruttati;

quando regnerà la più cruenta censura di ogni pensiero, che però sarà superflua, non essendoci più pensiero;

oh, allora la cultura potrà venir presa in carica dal proletariato nel medesimo stato della produzione: in rovina.» (1)

 

Una punteggiatura che, profetica, lampeggia e costeggia la nostra storia. Un tempo – come dice Alain Badiou – dove il pensiero e l’azione umanisti hanno fatto correre, inflessibili, le vicende sui binari della “passione del reale”.

La punteggiatura del refrain – “Sono cose che vorrei non aver sognato / E comunque cose che mi hanno segnato” – ha la stessa aria di famiglia, ci sembra, del quadrante di Badiou: è la sottolineatura del ritornello (sopra riportato) che, insistente e marcatamente, brechtianamente, segnala le “rovine” e le spinte per non rimanere soffocati sotto le macerie.

Marco Palladini, del resto, nel suo Iperfetazioni, è doppiamente “legato”, come vedremo più avanti (e per cenni), al drammaturgo tedesco. I due testi poetici della raccolta, cui vogliamo riferirci, sono REPLICANDO A BRECHT (pp. 119-21) e LA LINEA NON C’È (pp. 142-43). Ma, del materialismo “stoico”, che può connettere criticamente Palladini alla poetica brechtiana (anche teatrale: Palladini è anche un uomo di teatro, oltre a essere poeta), è stato detto, da F. Muzzioli, nell’introduzione al libro. C’è anche la linea della poesia materialistica e anticapitalistica, il polemos della contraddizione che muove la mano poetica di Marco contro la produzione del postmoderno Ed è qui che il suo “anti” preannuncia una tensione all’orizzonte più che virtuale: perché se è vero che “la linea non c’è”, e pur vero che “se c’è è pura leggenda” (p. 143). La parola “leggenda” (polisemica/ambivalente), infatti, non è forse foriera di una lettura possibile? Lettura di linea, appunto, “leggenda”: leggerla gerundivamente. O come, in altri contesti, scrive anche lo stesso Muzzioli, leggere le cose tra le righe?

Il libro ha altre due sezioni – Ricognizioni private; Pubbliche escursioni –, e, come già lasciato apparire, è accompagnato da una nota introduttiva, di Francesco Muzzioli, il quale, con la sua consueta (preziosa analisi critica) – che lo contraddistingue –, oltre a dare rilievo alla parola poetica del nostro autore come pratica significante, ne sottolinea anche il lavorio di poiesis retorica graffiante, e ciò insieme, anche, ai neologismi che sostengono il segno concettuale della scrittura stessa del poeta.

Rapidamente, scrive Francesco Muzzioli, si possono individuare almeno tre livelli: “l’accostamento della paronomasia”, la “neoformazione”, e il “calembour”. Per cui:

 

«1) il contagio del significante (“il treno del significante”, di­rebbe l’autore, che trascina le parole in una dietro l’altra), serve da molla compositiva del testo attraverso la sovrabbondanza e la disseminazione del suono, in contestazione della assolutezza del Senso. Rimandi a distanza che valgono come ricorsi ritmici; si veda la trasformazione del “sonno” in “senno”, […] Oppure rimbalzi ravvicinati e contatti strettissimi (“Torrida l’estate orrida”; e, apertamente sottolineato: “tra GODot e GODzilla”), […].

2)     i ricalchi di parole nuove e le invenzioni di parole composte: nel primo caso cadono le neoformazioni come “nondove” o “disvita”, nel secondo le parole valigia, alcune dai tratti fortemente polemici, come “epocalittico” e soprattutto “italieni”, i compatrioti vissuti ormai come alieni. […].

3)     il parodismo delle frasi fatte e dei titoli. Questo lavoro di deformazione del “già scritto” dimostra la dialogicità intrinseca di questa poesia, in cui il ruolo di soggetto non è dato per acqui­sito, ma deve essere conquistato attraverso un continuo sforzo di differenziazione. Di qui il linguaggio rigenerato e straniato dal lavoro di trasformazione delle frasi acquisite, citazioni letterarie o modi di dire. Un procedimento che è però fondamentalmente diverso dalle riscritture del postmoderno: mentre nel postmoder­no il ri-uso viene inteso prevalentemente come imitazione (pastiche), qui si tratta appunto di spostamento e riconversione niente affatto innocenti. Il gioco non sembra mai a risultato zero: magari sottolinea soltanto la preminenza basilare dello statuto linguistico (“Sogno o son testo?”; “l’uomo del banco dei segni”), il che però è già una presa di posizione impegnativa. […].» (Iperfetazioni, pp. 11-12). 

 

La posizione dialogica e impegnativa dei “segni” poetici di Marco Palladini è dunque parte essenziale e strutturante, e, nelle piegature del significante (non fine a se stesso), un invito a stare nell’allegoria e nell’agorà. Al poeta Palladini, infatti, interessa sia la “produzione” di una parola poetica demistificante, crudelmente nuda, veritiera e invitante, sia una ricezione critica (coinvolgente il lettore/spettatore partecipe) e sospettosa, come è nello stesso teatro brechtiano; una ricezione che metta in stato di allegorizzazione la semantica e faccia scattare allarmi e dubbi “stranianti”, lì dove il rapporto scena/immagine/parola cerca, in specie, un’adeguata tensione fra le cose in scena e in verso.

Credo, senza allontanarmi troppo né dalla nota di Muzzioli, né dall’intero corpus del libro di Marco Palladini, che l’autore sia un materialista stoico, non perché la “metafisica” stoica sia la sua radice, quanto perché stoicamente il “segno” – la lingua e il simbolico – dei suoi testi è segnato dalla materialità dei bisogni di questa realtà oscena che è il presente della modernizzazione postmoderna.

La modernizzazione neoliberistica del capitale che, dopo la sconfitta della linea progettuale della modernità utopico-scientifica – il comunismo – e della caduta dei socialismi reali, con il nome di mercato mondiale amministrato (la bioetica e la biopolitica potrebbero solo essere i nomi più aggiornati di un simile stato di cose: alla manipolazione tecno-genetica della società della conoscenza vuole, infatti, affidare le sorti sia dell’etica, sia della nuda vita!), ha posto e imposto solo il profitto capitalistico, e nessuna distanza di alternative utopiche, scientifiche e storiche. L’essere è solo Uno, e le dualità (come divenire oppositivo e alternativo) debbono scomparire.

Palladini, infatti, per non dimenticare, e quasi come un lampo riflessivo, sottotitola Iperfetazioni con una espressione parentesizzata molto eloquente: “(la linea non c’è”). La linea, però, secondo noi, c’è, ed è “leggenda”, individuabile. Ed è leggibile nonostante il “sì, caro compagno Bert Brecht / non abbiamo potuto essere gentili / e non abbiamo saputo neppure essere / fino in fondo comunisti […] “[REPLICANDO A BRECHT (FUORI TEMPO MASSIMO), p. 119]; nonostante il “Libera nos a Mao… / Ha fatto naufragio il Grande Timoniere / come un goffo marinaio senza mestiere / nell’oceano della storia è finito giù in fondo / e l’ideologia ora appare un culto immondo // […]” (LIBERA NOS A MAO, p. 112); nonostante l’ossessiva combinatoria di anafora/diafora che agita uno dei testi poetici più vertiginosi e deliranti della sezione RICOGNIZIONI PRIVATE, il “III”. La poesia in cui, come direbbero Brecht e Foucault, parole e cose, pensiero ed essere non sembrano più corrispondersi: “Tu non sai chi penso di essere / tu non sai chi penso che tu sia / e neppure sai chi tu pensi di essere / Io non so chi pensi di essere / io non so chi pensi che io sia / neppure io so chi penso di essere” (III, p. 20). Fra le “righe” di questo testo, abitato da un “ospite sospetto”, infatti, si sa “bene” che, così, “non si può durare”.

Leggibile e forte è, infatti, la linea di condotta; si tocca con mano, e al di là di ogni rassegnazione o nichilismo reattivo e passivo pretaiolo. Il senso di resistenza e di ribellione vi abita come “una scintilla che cerca la polveriera” (A. Breton): “va bene, non abbiamo potuto essere gentili / […] / il capitalismo che ha intriso di sé e fatto ammalare / il corpo del pianeta e non è la cura per guarire / così, se non puoi più chiamarla comunista / persiste la necessità che l’illusione di una cosa / ci sottragga all’orrore e riempia i giorni di futuro / […] / è quella che, deposta la speranza di scoprirci felici, / ammainate le bandiere delle trascorse utopie inutili, / stavolta vorremmo davvero provare ad essere gentili” [REPLICANDO A BRECHT (FUORI TEMPO MASSIMO), pp. 120-21].

La “linea di condotta” degli “agitatori” di Brecht è piuttosto evidente e cercata, e, questa volta, però, all’insegna della “gentilezza” che, non necessariamente, è incompatibile con la politica. L’incompatibilità scatta lì dove le sue molle sono l’oppressione e il profitto, o, come ricorda Alain Badiou (Il Secolo, 2006), con la determinazione della “passione del reale” che vuole la sintesi nell’ “Uno”, e realizzata a forza di “sottrazione” e “distruzione”.

Il richiamo a Il Secolo di Alain Badiou, leggendo Iperfetazioni di Marco Palladini, non è improprio, se è possibile leggervi la fine del secolo (XX) con i suoi cataclismi, e l’inizio del XXI attraverso i poeti che prendono posizione:

 

 «Farò un giorno sul serio carte false / per andare a vivere nel paese degli italieni / lontano dagli spettacoli più osceni / cercherò un altro me stesso e non stupide rivalse / Altrove, non si sa dove, sale e vibra rapito / un canto alla vita, un inno alla gioia trasversale / la pace in terra però esala rauco e ferito / il respiro come un mantra all’atman universale» (POESIA ITALIENA, p. 74).

 

Alain Badiou ha analizzato il XX attraverso la “bestia” di Ossip Mandel’štam, i “pirati” di Ferdinando Pessoa e “la linea di condotta” di Bert Brecht.

L’opera Iperfetazioni di Marco Palladini non è da meno. Riflette e propone l’uscita dalla “governance” postmoderna e dalla cultura codina della riduzione praticata dalla filosofia dell’Uno, di cui oggi, ancora, la politica terroristica dell’identità e dell’inclusione-esclusione (della globalizzazione capitalistica) espone, fogna a cielo aperto, i suoi micidiali conati di vomito poliziesco e militarizzato. Uscire dalla territorializzazione della guerra etnico-identitaria: uscire fuori di testa…

In un’Europa che non c’è, e in un’Italia dei poeti e dei non poeti, pensare e praticare, allora, un’identità della “gioia trasversale”, perché:

 

« Fratelli Poeti d’Italia, l’italia non s’è desta / l’Itaglia s’addorme o è sempre più / impoeticamente fuori di testa…” (XX, p. 41), e perché “Ce n’est qu’un debut?… No, ce n’est q’une fin, mon ami… ed è ancora e sempre il dio-luce che l’incista e la assiste…» (Couvre-feux, p. 141).

 

Che il cuore di Osiride sia sempre quello di “un dio nero”? (A. Breton). Allora bisogna ritentare diversamente il cammino della/nella storia: articolare la dialettica luce-buio al di fuori della riduzione identitaria, securitaria, razzistica e terroristica. Il vecchio Leviatano illuministico e di classe interclassista, ancora convinto delle guerre umanitarie e infinite dell’umanesimo sostanzialista, è tempo che vada in pensione, e senza buonuscita!

 

 

 

NOTE

 

(1) Alain Badiou, Un mondo nuovo: sì, ma quando?, in Il secolo, Feltrinelli, Milano, 2006, p. 59.

 

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