STORIA CONTEMPORANEA n.18: Una vicenda esemplare tra musica, amore e politica. Achille Maccapani, “Confessioni di un evirato cantore”

Achille Maccapani, Confessioni di un evirato cantore

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei.  (G.P)

 

di Giuseppe Panella

 

Una vicenda esemplare tra musica, amore e politica. Achille Maccapani, Confessioni di un evirato cantore, Genova, Fratelli Frilli Editori, 2009

 

«Aborro in su la scena, / Un canoro elefante / Che si trascina a pena / Su le adipose piante, / E manda per gran voce / Di bocca un fil di voce // […] Ella femminea gola / Ti diede, onde soave / L’aere se ne vola / Or acuto ora grave; / E donò forza ad esso / Di rapirti a te stesso» – scrive Giuseppe Parini una delle sue composizioni più famose, La musica.

Ma Luigi Marchesi, il protagonista di questo solido ed accurato romanzo di Achille Maccapani, non è né castrato né “evirato” (come lo definirà Ugo Foscolo con il quale si accapiglierà brutalmente per il problematico possesso di Antonietta Fagnani Arese, pur sempre “risanata” e amante di entrambi ma certo non fedele a nessuno dei due). Il cantore era perfettamente in grado di avere rapporti sessuali (e la sua abilità era diventata leggendaria!) ma non poteva procreare per effetto dell’operazione cui si era sottoposto da adolescente, prima del temuto sviluppo sessuale che gli avrebbe fatto perdere la sua voce argentina da “sopranista”. Infatti, dove le donne non avevano libero accesso e non potevano cantare (in chiesa soprattutto – seguendo l’interpretazione assai restrittiva di un passo di San Paolo al riguardo) lo facevano uomini “travestiti” con voce musicalmente adatta al ruolo di soprano. Luigi Marchesi è stata una delle “voci sovrane” in questo campo, probabilmente dopo il supremo Farinelli.

La storia della sua carriera è raccontata in un lungo flashback sotto forma di una serie di confessioni richieste a don Francesco Zoja, il giovane sacerdote al quale affiderà in previsione della morte i propri cospicui beni presenti nelle sue proprietà di Inzago perché li trasformi in opere pie e, in particolare, in un ospedale per l’intero paese. Alla narrazione di Marchesi si mescolano le riflessioni di Maria Hadley Cosway, la pittrice che fu sua compagna di letto e di vita in un breve periodo della sua esistenza e che poi si convertirà al cattolicesimo per concludere a Lodi il proprio percorso di fede. Nella parte finale del libro, infine, lo stesso sacerdote racconterà le ultime ore di Marchesi e il modo in cui le sue volontà postume saranno realizzate da lui e dal ragionier Gaetano Galimberti (l’altro esecutore testamentario).

Marchesi, dopo un lungo apprendistato nella Cappella del Duomo di Milano, diventa ben presto un cantante famoso richiesto in Italia e all’estero. Canterà, infatti, al San Carlo di Napoli, alla Fenice e al San Samuele di Venezia, al King’s Theatre di Londra e finanche all’Ermitage di San Pietroburgo davanti alla grande Semiramide di Russia, la zarina Caterina II. Ma resterà fedele al Teatro alla Scala della “sua” Milano e smetterà di cantare proprio quando il Soprintendente del Teatro gli farà capire senza mezzi termini che il suo tempo è finito.

Il melodramma in cui Marchesi eccelleva, infatti, era fatto di vocalizzi e di sovrattoni, in cui le vicende inscenate erano puri pretesti per le esibizioni dei “virtuosi” e dove le voci angelicate dei “sopranisti” erano maggiormente apprezzate dei toni un po’ bruschi dei baritoni o delle alzate dei tenori. Marchesi è un esperto dei toni lunghi e ha bisogno di spazio vocale per potersi esibire al meglio. Nasce così il suo lungo e infernale contrasto con Luisa Rosa de Aguiar, meglio nota come la Todi per via del cognome del marito, forse la più grande soprano del Settecento.

Anche se Marchesi la odiava ferocemente e la accusava di essere un perfetto esemplare di intrigante che riusciva a trionfare solo grazie alle sue arti di maneggiona e trafficante nei salotti e nelle redazioni dei giornali, probabilmente la sua arte canora fu straordinaria e la sua supremazia sulla scena era ampiamente meritata, nonostante il parere contrario del “cantore evirato”.

La disfida con la Todi attraverserà tutto l’arco principale di vita artistica e musicale di Marchesi e incrocerà la grande storia d’amore da lui vissuta con Maria Cosway. Artista dall’animo sensibile e appassionato, malmaritata con il più celebre pittore Richard, Maria aveva avuto un’incerta e forse unilaterale storia d’amore con Thomas Jefferson, poi finita in nulla per via del ritorno in patria del futuro Presidente degli Stati Uniti d’America.

Anche l’amore tra i due artisti, anche se consumato con voluttà, si rivelerà impossibile.

Nonostante la passione e la consapevolezza del disinteresse del marito per lei (Richard Cosway era probabilmente bisessuale e alternava amori femminili a liaisons efebiche), il rimorso per aver abbandonato la bambina natagli da poco alle cure di bambinaie prezzolate avrebbe minato il loro rapporto, anche per colpa di un misterioso episodio intervenuto a Venezia che aveva visto Marchesi vittima di un agguato ad opera di un gruppo di sicari probabilmente ordito dalla Todi.

Attirato in una casa patrizia, quella della marchesa Vendramin, in vista di una “partita di piacere”, il cantore era stato assalito a mano armata alla fine dell’amplesso con la gentildonna. Sfuggita a stento all’attacco, si era liberato di uno degli assalitori uccidendolo con una coltellata vibrata un po’ fortunosamente ma sufficiente a raggiungere l’obiettivo prefissatosi.

Il rimorso per aver ucciso un uomo, sia pure per legittima difesa, non abbandonerà più Marchesi anche se le conseguenze dell’accaduto non saranno penalmente rilevanti.

Dopo questo episodio così drammatico, il “sopranista” lascerà Venezia rifugiandosi nella sua casa di Indago. Questo evento segnerà il distacco da Maria e anche se i due si ritroveranno a Firenze nulla sarà più come prima. Inoltre, i tempi stavano cambiando. Il melodramma evolveva e, al posto dei cavalli di battaglia di Marchesi, ancora troppo legati al rococò delle “ariette” di Metastasio, altri talenti sopravvenivano: Luigi Cherubini, poi approdato a Parigi dove avrebbe preso il posto di Lully, Mozart (che Marchesi incontrerà in una breve notte viennese), Giovanni Simone Mayr, Domenico Cimarosa, Giovanni Paisiello e l’incontenibile Rossini. 

Questo comporterà l’inevitabile declino e caduta nell’oblio dello stile musicale del cantore.

Ma prima di ritirarsi in esilio nelle case di campagna di Inzago, Marchesi compirà un gesto di grande coraggio: rifiuterà di cantare per Napoleone che si insediava a Milano dopo la Campagna d’Italia (lo farà però per la cerimonia della sua incoronazione come re d’Italia, anni dopo)

Vittorio Alfieri lo esalterà nell’epigramma XXIII del micidiale Misogallo, una delle sue ultime opere politiche:

 

«Si sta, si sta pensando / a un’Italica Lega; / e conchiusa fia in tempo, allor poi quando / Beran di Trebbia e Panaro i Francesi. / Già il soprano comando / a pieni voti Italia suddelega: / è già si sta affibbiando / la gran corazza il General Marchesi. / Forse non dan gli Italici Narseti / giusto il peso dei Gallici Taleti».

 

L’allusione alla richiesta frequentissima di Marchesi di andare in scena a cavallo o su un cocchio trionfale con in testa un elmo multicrinito era esplicita, eppure nel testo alfieriano affiora la fosca grandezza del cantore capace di opporsi, sia pure a livello artistico, alla prepotente volontà di Bonaparte, malvisto come francese e rivoluzionario dall’austriacante cantore.

Figura forse sbiadita dall’oblio che segue troppo spesso il corso della Storia, il romanzo di Maccapani restituisce a tutto tondo la vita tumultuosa e dolente di Marchesi all’interesse dei lettori.

La scrittura si caratterizza per il suo stile sobrio e assolutamente non sovraccarico (come ormai troppo spesso usa), per la velocità della scrittura e per la capacità di rendere i personaggi e le vicende narrate con tutte le sue luci e le sue ombre storiche ed esistenziali.

Ma quello che è più opportuno sottolineare è l’assoluta attualità (se non contemporaneità) della vicenda narrata: Marchesi risulta, nel bene e nel male, uno specchio che ben riflette il suo tempo, la sua epoca, i suoi usi e costumi ma, così facendo, impone ai suoi lettori un de te fabula narratur piuttosto minaccioso. L’Italia descritta da Maccapani, con i suoi personaggi spesso assai poco eroici e le sue furbizie strabordanti, con il suo inquietante trasformismo strisciante e il desiderio spesso impellente e voluttuosamente soddisfatto di “correre in aiuto dei vincitori” non è poi tanto diversa da quella del presente. E se i suoi protagonisti sono in gran parte differenti e mutati non è certo cambiata la loro ipocrisia e la loro brama di potere, la loro voluttà di sottomissione ai potenti, ai ricchi e ai possidenti, il loro vivere sempre due vite – una pubblica e in apparenza specchiata, una privata intrisa di vizio e di putredine.

Marchesi è forse il simbolo di un’Italia capace di ottenere risultati straordinari in tutti i campi, massime in quello delle arti e di non saperli trasformare in riforma intellettuale e morale, in civiltà finalmente razionale e adeguata al corso dei tempi. Merito di Maccapani è di averne fatto una metafora viva e non una vuota allegoria.

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