QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.13: Giuseppe Iuliano in verso e in prosa. A proposito di due libri recenti che lo riguardano

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

di Giuseppe Panella

 

Giuseppe Iuliano in verso e in prosa. A proposito di due libri recenti che lo riguardano

 

«Così, se volete dipingere, vi si chiedono assiomi e corollari. Se volete ragionare, non vi si chiedono che sentimenti e immagini. E’ difficile raggiungere avversari così superficiali e che non si trovano mai nel luogo in cui essi vi sfidano»

(François-René de Chateaubriand, Genio del Cristianesimo)

 

1. In prosa innanzitutto

 

L’ottimo libro di Francesco D’Episcopo (Giuseppe Iuliano. Dieci anni di poesia (1994-2004), Avellino, Elio Sellino Editore, 2007) da cui qui si partirà per l’analisi della poesia di Iuliano è un’eccellente profilo e una rassegna autorevole della produzione più o meno recente del poeta di Nusco e ad esso sarà necessario e opportuno fare frequente e cospicuo riferimento.

Ma non me ne voglia l’autore se scrivo fin da subito che ciò che è sicuramente destinato a rimanere e che maggiormente attira l’attenzione è lo scritto autobiografico in prosa che chiude il volume. Un testo affilato come la lama di un rasoio e pur tuttavia straziato come solo le ferite della nostalgia impresse a fuoco nei corpi e nelle anime sanno produrre,

 

«Raccontare, senza pretese di fare il verso a Chateaubriand. Le mie memorie sono di qua, impasto ed alito di terra. Una simbiosi tra cuore e mente ma anche l’innegabile scontro. Ricordi da recuperare e riproporre, con la sapienza che in Irpinia non nascono né profeti né messia. E raccontarsi. Come persona che sfoglia un diario, per dare volto a un’immagine e contenuto ad una rievocazione. Mettere insieme così la somma di giorni: alcune cifre e note per sintesi, ovvero tante piccole bibbie, ricche di niente, e meno di codici o arcani da interpretare. Gli occhi e la mente possono spaziare oltre ogni orizzonte ma si contentano della dimensione del vicolo, individuano le nidiate delle casupole…»

(Francesco D’Episcopo, Giuseppe Iuliano. Dieci anni di poesia (1994-2004) cit. , p. 85).

 

L’avventura comincia nel Cilento, dove il padre si trasferisce al seguito di un barone di cui è l’amministratore (ma in realtà, come suo nonno dallo stesso nome, è un abile artigiano dalle multiformi e ulissiache abilità). La stessa sua nascita – prematura e preludente ad una rapida sparizione come accadeva a tanti neonati in quegli anni del primo dopoguerra – si rivela, invece, segno di una robusta fibra che lo accompagnerà nel tempo. Suprema passione di quegli anni d’infanzia è la musica (il Mosè di Rossini intonato dalle bande di paese soprattutto). Non così la scuola dove la severità quasi militaresca dei maestri burberi e delle maestre spesso ancora più severe, illae plagosae (per dirla con Orazio discepolo succube del manesco Orbilio Pupilio). Ma è la scoperta del latino della scuola media inferiore che apre la strada al mondo della scuola e del sapere al piccolo Giuseppe che indovina con facilità le versioni ma si blocca sul teorema di Pitagora. Iuliano non si nega nulla e racconta. Racconta di una sua caduta dal balcone mentre si esercitava a trattenere il respiro per le gare in apnea; racconta del passaggio al Liceo di Sant’Angelo (dei Lombardi) dopo due anni di ingenuo (e non asessuato) Seminario a Salerno; racconta degli scontri con la professoressa di greco al Ginnasio cui contrappone il proprio nume tutelare Hermann Osthoff come avverso all’Adolf Kirchhoff studioso di Omero sbandierato da lei; racconta infine del professore di Liceo Aldo Marandino che gli insegnava latino e greco con amore filologico inflessibile e inalienabile (ma racconta anche, sia pure con il pudore dei sentimenti di un gentiluomo del Sud, dei suoi primi innamoramenti, della scoperta del sesso, delle ragazze che lo fanno sognare e disperare). Poi il giornalismo (gli articoli iniziali su “Il Mattino” di Napoli in attesa di diventare pubblicista), il servizio militare a Casale Monferrato e a Cividale del Friuli e la militanza nella DC di allora. Scrive Iuliano con non malcelato sarcasmo:

 

«Quante cose tradivano la ragione. Le mie referenze politiche erano assurdamente contrastanti: segretario sezionali della DC di Nusco ma con tendenze extraparlamentari. Oggi, per converso, in un trasformismo assorbente ogni utopia, è capitato il contrario: estremisti di sinistra, radicali ed anarchici, sono diventati classe dirigente, referenti di partiti moderati e dei loro interessi. Il deserto politico ha convinto anche i più restii “beduini” a trovarsi l’oasi, per saziarsi fino allo strafoco»

(Francesco D’Episcopo, Giuseppe Iuliano. Dieci anni di poesia (1994-2004) cit., pp. 96-97).

 

Dopo di che la scoperta della poesia e la pubblicazione della prima raccolta di versi, Malinconia di terra, presso il tipografo Foglia di Lauro, in provincia di Avellino. Sarà una sorta di breviario laico di sentimenti e di riflessioni serotine cui seguiranno altri volumi di liriche in breve tempo.

Ed ecco pubblicati Il Sud non è forse… (in precedenza un recital dal titolo L’ulivo e l’arancio presentato a Napoli, poi Torino e infine a Venezia), Per non morire e Oltre la speranza e Dietro le mura (libri legati tutti in qualche modo alla tragedia del terremoto dell’Irpinia). Inoltre:

 

«Che dire dell’avventura di Voli e nuvoli, che ha aperto il sodalizio con Paolo Saggese, filologo emergente, di cui sono in molti a dire un gran bene – leale e senza malcelate invidie di mestiere – direttore con me del Centro di Documentazione sulla Poesia del Sud e responsabile della Collana di Cultura meridionale, a cui Elio Sellino ha dato, con squisito mecenatismo, dignità editoriale»

(Francesco D’Episcopo, Giuseppe Iuliano. Dieci anni di poesia (1994-2004) cit., pp. 96-97).

 

Con la ricostruzione dell’ultimo periodo della sua vita (assai attivo sotto il profilo della scrittura creativa e molto ricco di eventi e, perché no?, di soddisfazioni culturali anche se non certo economiche, come il poeta stesso sottolinea con la consueta ironia a p. 99). Iuliano chiude il suo breve “ritratto in piedi”. In esso, vita privatissima e vita pubblica si fondono insieme in una sorta di abbraccio in cui la poesia si rivela (nonostante tutto o forse proprio per questo) la vera chiave di lettura di un’esistenza (che è ben lungi dal potersi dire conchiusa) ad essa dedicata con alti e bassi, con paure ed esaltazioni, con sogni e rapidi risvegli (spesso brutali – e penso al terremoto del 23 novembre del 1980).

Ma, altrettanto ovviamente, la Selbstdarstellung (come dicono i professori universitari tedeschi tanto cari a Iuliano) del poeta non esaurisce il laborioso intrecciare di ipotesi e di costruzioni ermeneutiche del critico.

Francesco D’Episcopo svolge questo compito da par suo e analizza in profondità con compiutezza di lettura e con introspezione psicologica la poesia di Iuliano cogliendone una serie di tratti peculiari e definiti: il “pessimismo della ragione” (ma “niente è sicuro e tu scrivi” – come ammoniva Franco Fortini!), lo stupore e il coinvolgimento con la bellezza della natura spietata e travolgente del paesaggio del Sud, il desiderio di una vita migliore e l’amore per quella presente. Ma soprattutto la poesia è, in Iuliano, la forma preferita di “risarcimento dell’anima”:

 

«La poesia, ancora una volta, si segnala come antidoto a una dannazione dell’anima, che minaccia costantemente chi ha scelto la periferia come osservatorio privilegiato dell’umano sopravvivere. In questa poesia-periferia si raggomitola il bandolo di una possibile profezia, capace di sconfiggere una pericolosa pazzia. Le possibilità di sopravvivenza sono racchiuse nella costanza di una vocazione fisicamente meridionale, all’interno della quale rivendica i suoi diritti all’amore, al desiderio, a una natura vissuta come paesaggio interiore e insostituibile, il mito-realtà della poesia. Il tutto, mentre il niente della finzione continua a turbare i flussi di una coscienza, chiamata a misurarsi con gli enigmi di una società senza verità. Gli scombussolamenti, tipici della tradizione simbolista, conquistano nel corpus di Iuliano uno spazio di concretezza e di simultaneità espressiva» (Francesco D’Episcopo, Giuseppe Iuliano. Dieci anni di poesia (1994-2004) cit., p. 14).

 

D’Episcopo coglie bene, in questo modo, la passione civile che è fervente nella scrittura di Iuliano e la sua disperata vitalità che lo porta ad accettare anche il dolore e la sofferenza in nome di un riscatto possibile attraverso la pratica poetica. Il suo atteggiamento lirico (che potrebbe sembrare da “vate” – come pure è stato detto – ma in realtà forzando il dettato del suo tono poetico) è in realtà fondato sulla volontà estrema del poeta di cercare di formare mediante le sue parole quelle possibilità ultime di riscatto del mondo che la poesia gli concede pur nella consapevolezza dell’inutilità della battaglia stessa che sta facendo.

Ne sono spia fra il consapevole e l’inconsapevole molti dei versi più recenti (come si vedrà anche in seguito) ma soprattutto è il passaggio dalle poesie degli anni Settanta a quelli del nuovo secolo il vero discrimine. Il tentativo di raggiungere una dimensione sapienziale (e spesso oscillante tra rassegnazione e consapevolezza) nella prospettiva dei primi volumi diventa, invece, scatto e ventata rabbiosa di rifiuto e di protesta negli ultimi – segno di una raggiunta maturità formale e lessicale ma soprattutto bisogno di esprimersi in termini non più riconducibili al puro lirismo:

 

«Tuttavia l’inquietudine di Iuliano non si estrinseca in ricerche vane di improbabili luoghi non sbattuti dal vento dello zakhor, ossia della memoria, perché l’attesa dell’incerto non può che avvenire nella certezza di un luogo, l’unico possibile, quello delle origini: “Gli sbuffi sono frustate al volto / ma qui mi rintano. / Non cerco altre terre” (Zakhor). Proprio perché non vi è realisticamente altro luogo possibile, altra via di fuga, è qui, alle radici, che bisogna misurarsi e lottare, nonostante talvolta “il senso della sconfitta” (Paolo Saggese, Prefazione a Voli e nuvoli) possa prevalere. L’impegno civile, come in passato, non può mancare di far sentire la sua voce; è ancora questo il tono prevalente della raccolta, il tono fustigante, che riappare col consueto vigore, dove l’uso del condizionale vorremmo ha in realtà un valore imperativo: “vorremmo dire / basta a questi quattro messeri […] Profeti giornalieri del nulla…[…] Nullità pance piene, otri gonfi di boria […] (Vorremmo dire)» (Francesco D’Episcopo, Giuseppe Iuliano. Dieci nni di poesia (1994-2004) cit., p. 69).

 

Consapevolezza e rabbia, capacità evocativa e rifiuto del vaniloquiare tipico di un Potere inetto e qualunquistico, ferma di volere ed elastica nello scatto e nello scarto linguistico, la poesia di Iuliano non poteva essere analizzata meglio in queste importanti pagine di D’Episcopo. Ma ora è tempo di abbandonare il “tempo della prosa” e inabissarsi per un poco nel sogno della poesia.

 

 

2. Una poesia del non-poetico: Verso la cruna

 

 

Più che nel regno dell’impoeticità (segno scarnificato e voluttuoso che contraddistinse la scrittura dell’ultimo Pasolini) mi sembra che la poesia dell’ultimo Iuliano voglia porsi sotto il segno di ciò che poetico non sembrerebbe e che tale si vuol fare diventare.

E’ una sfida che il poeta non rifiuta ma neppure accetta – sa che il compito di combattere non spetta a lui ma pure non vuole sottrarvisi. Eppure c’è molto del Pasolini più “classico” (quello, per fare un esempio fra tanti, delle Ceneri di Gramsci, anche se sempre attraversato, però, da una mesta linea di nostalgia per le nevi d’antan) nel dettato della proposta lirica di Iuliano:

 

«Vecchia linea ferrata. Alla vista subito appari / non più casermone fascista / con l’allegra fontana / i pesci rossi nella vasca / e Carminuccio o Crispino / dal berretto grigio e paletta / ricordo di partenza / della mia cartolina precetto. // Ora al tuo posto una casamatta / odiosa scolorita piatta / colata di cemento / legge 219 a guasti di scossa / è parvenza di stazione. // Deserta vuota all’abbandono / hai sabbia d’asfalto / e folle di grilli e cicale / che non chiedono fermate. / Un inutile cartello segna / fissato a chiodi il nome di paese / ricordo degli anni sessanta / continua processione di emigrati / la vera “donnaccia” / d’Irpinia a guadagnarsi l’Europa. // Ti sfiora la rotabile / snervante viavai di traffico gommato / tra sbuffi nauseanti di tossiche ciminiere. / Sfrecciano luci in corsa / al mesto serpentone / monotono stantuffo di lenta littorina. // Qui la vita sonnacchiosa / orfana di scambi sbuffa / su un binario noioso di orari / fantasma di inutile semaforo / a sventrata sala d’aspetto. / Nessuno grida più allo scandalo / in questo tempo bugiardo di uguale / diviso ancora per classi» (Giuseppe Iuliano, Verso la cruna, Lioni (AV), Altirpinia Edizioni, 2008, pp. 24-25).

 

Una vecchia stazione ferroviaria: l’abbandono del Sud di sempre si compiace di abitare e visitare questo luogo abbandonato e risuonante soltanto della presenza della Natura. Il passato non è più il tempo che si ricongiunge al presente – anzi, sembra averlo del tutto abbandonato. Non solo – ma sembra che ciò che marcava le potenzialità di un ricordo più o meno benevolo di ciò che è stato sia stato cancellato in nome di un oggi che non permette affatto più di pensare (o di sognare) un possibile futuro. La “casamatta”, “parvenza di stazione” è la realtà dell’oggi. Solido robusto ferrato di cemento forse ma impossibile da considerare come un punto di riferimento, una partenza felice, un ritorno gioioso alla dimensione beata di ciò che è stato. Il rischio è che anche la poesia diventi così… Ma con Iuliano non si corre questo pericolo. Come giustamente annota lo stesso poeta nell’ultimo testo in programma nel suo libro, paradigmaticamente intitolato Agorà:

 

«Siamo varietà di figure / e di retorica. // Ci conosciamo come passeri / di alterne covate / spigolatori per natura. / Fa differenza la velocità di volo / ma solitari o a frotte / ci ritroviamo sui fili / a far mostra di piume / e a disperdere guano. // Uccelli pigoliamo solitudine / e cinguettiamo cori / in vicoli e slarghi / tra sfere di sole / e folate gelide / come qui natura / capricciosa comanda. // Siamo fili d’erba / cresciuti nella stessa terra / ma spesso spinti – basta un niente – / a radicarci dal Sud altrove / e qui morire. Noi metafore /   di un destino / uomini qui e altrove»

(Giuseppe Iuliano, Verso la cruna cit., p. 62).

 

Gli uccelli di cui parla Agorà (e come potrebbe essere diversamente ! vista la cultura classica di cui l’autore largamente partecipa) sono, ovviamente, quelli della commedia di Aristofane (che vivono in Nubicuculia e sono convinti di saperne una più degli dei). Ma la poesia va oltre questo richiamo erudito e si attesta su un bastione assai più terreno. Iuliano è ben consapevole di questo – gli uomini sono impastati di retorica e di apparenze spesso senza senso, sono sempre pronti a isolarsi e poi a riaccoppiarsi e riscaldarsi a vicenda quando fa freddo (come i porcospini di un celebre apologo di Arthur Schopenhauer in Parerga e paralipomena), sono sempre disponibili a dir male degli altri (“a disperdere guano”) e a chiedere compassione e conforto per sé (a pigolare “solitudine”). Non sono così soltanto quelli del Sud, ovviamente, ma tutti gli uomini di (più o meno) buona volontà perché tutti possono diventare metafore di se stessi e del loro (più o meno) infame destino.

Non bisogna farsi illusioni su questo perché il tempo che dovrebbe essere “galantuomo” (come si suol dire) quasi mai lo è. E se lo è, di solito, premia un po’ troppo a casaccio i suoi prediletti.

Semmai il compito del poeta è capire come riuscire ad attraversare indenne (e con il cuore e la mente ancora capaci di avvertire il soffio del vento dei sentimenti e delle passioni) quella che si preannuncia come

 

«La lunga notte. Siamo truppe all’esercizio / di guerra / veterani di tante trincee / mercenari disertori / plotoni di riserva e pacifisti. / La vera fabbrica della storia / che stordisce l’uguaglianze / nella miseria è provvista d’arsenale. / Noi, gente terragna / per pratica di natura, / cocciuti scaviamo gallerie / per arrivare ciechi / alla luce del sole. / Così violiamo le tane di volpi / che hanno scaltrezza di fiuto / e scannano nidiate di pollai / perché le nostre piazze / sono aie di confusione / e nascondono uova e letame / tra guaste geometrie, mosaici di porfido. / Nell’aria aquile e sparvieri / ostentano volteggi d’ala / miracoli alla vista / per chi teme – finanche – la sua ombra. / Le tenebre hanno pazienza / di prostitute e complicità di ladri / e radunano un mondo di mezzani / che rivoltano uomini e cose / sacche strappate all’usura del tempo. / Così dura la lunga notte / allacciata nei brividi calorici / negli ossimori dell’attesa / morta all’esempio viva al castigo»

(Giuseppe Iuliano, Verso la cruna cit., p. 48).

 

Questa lunga notte che Iuliano descrive è sicuramente quella Storia per tutti uguale e per tutti diversa in cui convivono aquile e galline, letame e altezze di pensiero, le prostitute e i loro mezzani a trionfare dei migliori propositi. E’ la lunga notte in cui viviamo immersi tutti chi più chi meno riuscendo a sottrarvisi scavando gallerie e trafori (come la vecchia talpa che tanto piacevano al principe Amleto e a Karl Marx), Anche la poesia assomiglia a questa “vecchia talpa” che continua a scavare senza tregua per uscire alla luce al costo di cogliere una luce così accecante da non poter più cogliere. Anche Andare verso la cruna (come recita il titolo del volumetto) indica questa intensità e questa tensione forte ad un voler raggiungere da un luogo circoscritto e molto ristretto un altro più ampio e arioso. Se la cruna da attraversare è la strettoia in cui il mondo vive le sue frenetiche e spesso convulse giornate la meta da raggiungere è quella sensazione di felicità che si respira all’aria aperta dopo un lungo periodo di cattività e se questa prigionia è lo stanco e spesso asfittico abitare in un luogo di disamore la liberazione da esso non può essere altro che quell’amore “che muove il cielo e l’altre stelle” (o più terragnamente – direbbe Iuliano – fa camminare il mondo e lo fa sopravvivere a tutte le catastrofi possibili e immaginabili).

Quell’amore che è certamente costituito di sostanza corporea (e corredato della necessaria dimensione sentimentale rappresentato dal lascito affettivo di ognuno) ma che si sostanzia di passioni e di motivi d’orgoglio che non sono soltanto fisici – come la poesia nel caso di Iuliano.

Nella sua prospettiva di scrittura è sempre il presente. Il passato è ormai andato e non potrà ritornare mai più (sembra dire il poeta) e del futuro non c’è molto da fidarsi per dargli credito.  Come ha scritto nella sua Autopresentazione, la sua poesia è:

 

«Un canto di nessuna profezia, prossimo all’uomo e ad ogni sua parola, che è scienza e coscienza, utopia e realtà, desiderio, sogno, illusione. Una pratica di vita lunga secoli e mai dismessa, di cui ho raccolto, per il tratto da percorrere che mi spetta, l’antico testimone» (Francesco D’Episcopo, Giuseppe Iuliano. Dieci anni di poesia (1994-2004) cit., p. 100).

 

E non vale la pena di aggiungere altro. Il resto è silenzio.

 

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[Quel che resta del verso n.12] [Quel che resta del verso n.14]

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