QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.16: Il tempo si deve fermare. Mario Sodi, “Ho spento gli orologi”, con le immagini fotografiche di Vittore Tappari

ho spento gli occhiIl titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

di Giuseppe Panella

Il tempo si deve fermare. Mario Sodi, Ho spento gli orologi, con le immagini fotografiche di Vittore Tappari, Firenze, Florence Art Edizioni, 2008

 

Time must have a stop, citando il titolo originale di un famoso romanzo di Aldous Huxley del 1944, sembrano dire all’unisono le belle immagini fotografiche di Vittore Tappari e i versi di Mario Sodi che le commentano e le affiancano. Le ambizioni poetiche di Sodi, tuttavia, non si esauriscono nell’appoggiarsi alle visioni dell’occhio lungimirante di Tappari. Nella sua parte di introduzione al volume, infatti, esse vengono spiegate così:

«Quando Vittore Tappari mi mostrò le sue foto, provai un’intensa emozione. Tutto – paesaggi, case, persone, animali – mi rivelò il suo partecipe amore per la Natura. Fra le molte immagini, una in particolare mi colpì, misteriosa, austera ed insieme tenerissima: fra monti sfumati di nebbia la casa raccolta, quasi rannicchiata nella sua ombra segreta. Ed io rividi nel silenzio dei lunghi inverni il mio corpo bambino accolto da quello di mia madre; e nello stesso istante sentii il fuoco e la voce di una donna, simile a me, che mi porgeva vino e melagrana. Il passato divenne d’un tratto presente. Il mio spirito era penetrato nel cuore dell’immagine ed aveva fermato il tempo. Questo avvenne anche per le altre figure, perché avevo lasciato la mia corsa fissando il mio occhio segreto su ogni creatura accolta dal desiderio di Conoscenza. Avevo spento i miei orologi: udivo solo parole che scaturivano nel silenzio, gocce che lentamente scendevano dalla Caverna a formare, senza rumore, la nuova roccia» (p. 5).

 

E cita Teilhard de Chardin a proposito della bellezza quale capacità di accogliere in sé l’apertura verso l’unità dell’opera degli uomini e, nello stesso tempo, di Dio. Successivamente citerà anche il libro in cui il “gesuita proibito” individua nella struttura convergente dell’universo che da nascosta a livello molecolare si fa manifesta grazie al suo principio fondamentale per  il quale “tutto ciò che sale converge”. Si tratta della cosiddetta legge della “complessità come coscienza” esplicitata come forma fondamentale dell’evoluzione sia della materia che dello spirito che marciano simultaneamente verso quello che egli chiama Punto Omega(1). Essa esprime una forte fiducia nel progresso, in ciò che egli chiama l’ in-avanti e in Dio, definito l’in-alto. Grazie a questo impianto di carattere teorico generale, de Chardin elaborerà un’amplissima sintesi che abbraccia l’intera vicenda dell’universo e dell’ umanità, da paleontologo (fu tra gli scopritori, infatti, dell’Uomo di Pechino) che guarda al passato della specie animale ma anche da straordinario profeta del presente che guarda all’avvenire della specie con fiducia e volontà ottimistica.

E’ nella sintesi tra bellezza della Natura e flusso divino del pensiero e della parola (come si vedrà) che Sodi sembra individuare il baricentro della propria poesia.

Il desiderio che attraversa la scrittura di Sodi, dunque, è quella di andare oltre la materia pur permanendo in essa, alimentandola, vivificando e verrebbe fatto di dire santificandola attraverso la forza vitale emessa dalla parola che infonde la vita anche in chi apparentemente non lo è (Talità Kum dal Vangelo di Marco,5, 35-41, si intitola una delle sue raccolte più riuscite).

Dunque: il compito delle poesie comprese in questo volume è quello di infondere vita alle immagini che commenta e non solo di esporle o di descriverne le traiettorie possibili.

Un esempio di questa parabola può essere dato subito da un testo poetico di nitore cristallino come Dicono…:

«Dicono che ho la mente strana / se sento il profumo dei fiori / che coglievo da ragazzo. // Dalla finestra senza alberi / il cortile di catrame / è un tenero campo di grano, / il mio corpo contiene le nubi / ingoia il vento e vola / dove cresce la vita. // Ho dimenticato / questa finestra stretta / e mi spalanco / a quel vago azzurro. // E’ forse strano / giocare / col mio bambino ? » (p. 74).

E’ un esempio classico questo della strategia di annullamento del tempo messa in atto da Sodi: il bambino coesiste con l’adulto, il tempo di oggi con quello di ieri, il cortile di cemento si fa un campo di grano soleggiato e splendente, la vita profumata e ridente del tempo passato riverbera e si rovescia nella dimensione del presente in una coincidenza di tempo e di luogo che permette la coesistenza tra uomo e bambino, tra i sogni dell’infanzia trascorsa e la prospettiva trasognata dell’adulto…

Anche in Rosa, variazione su uno dei temi tradizionalmente più classici della tradizione poetica occidentale (da Cielo d’Alcamo o da Calmo a Shakespeare, da Campana ad Alda Merini) Sodi supera la volontà identitaria linguistico-sperimentale di Gertrude Stein (A rose is a rose is a rose) per tentare l’Archetipo sotto forma di fiore (come già aveva fatto Jorge Luis Borges nel suo La cifra):

«Non sei un fiore. // Sei il volto di mia madre / che mi appariva dopo il sonno / e mi attirava a sé. // Lo stupore del primo bacio, i sensi / sbocciati nelle coppe traboccanti / del primo amore. // L’abbraccio improvviso di Giuditta / rosso il viso nel volo della corsa, / occhi accesi di cielo. // Sei, nella sera dalle ombre inquiete, / la voce di un amico, il lieto invito / per il domani; / una porta che forse si schiude / ed accende la notte. // Tu la luna inventata dal cuore, / il sogno, il mio viaggio, la fortuna; / sei la cosa / invisibile più vera / tu / sei / la Rosa» (p. 60).

Anche qui la compresenza dei tempi e dei luoghi squaderna momenti lirici di forte intensità dove l’infanzia, la giovinezza intensa ed eroticamente protesa verso l’altro sesso, la maturità raggiunta della vita, i rapporti con il mondo, l’amicizia, i sentimenti, il futuro…

La Rosa è tutto quello che avvolge la Terra della sua prospettiva di felicità condivisa. E’ il simbolo di ciò che sboccia e approda alla maturità della vita nel momento in cui i segni del passato si connettono e si congiungono con la capacità di comprensione del presente inverandosi in esso.

La natura divina della Rosa (che “forse avrebbe sempre lo stesso profumo anche se non si chiamasse così” – come vuole Shakespeare in Romeo and Juliet) coincide con la sua stessa terrena efflorescenza e caducità fino a culminare nella forza strapotente del desiderio di continuare a vivere. Tutte le rose decadono e sfioriscono ma la Rosa permane perché essa “non è un fiore” ma il simbolo della volontà di continuare a godere della bellezza della vita.

E, infine, proprio questo senso panico e possente della continuità prorompe in componimenti come

Da dove in cui la forza distruttrice della Natura viene rappresentata e si configura, nello stesso tempo, come la sua stessa capacità di rigenerazione e di rinnovamento:

«Da dove la luce / che sgrana il monte e dilava / la valle disseccata… // Contro la nube / rari alberi infitti / ed impietrite forme / sospese. // Dopo, / sia l’uragano che devasta / o l’acqua che rigenera, / non sarà più / sulla terra in attesa / questo / Sguardo / totale» (p. 50).

La capacità di vedere coincide qui con quella di sapere ciò che avverrà. La fotografia di Tappari circonda con il suo sguardo di vetro il futuro temporale a venire che, però, non sarà solo morte e distruzione ma fors’anche l’avvento di una nuova stagione sorgiva. I versi di Sodi radunano intorno al nucleo portante di quella foto la tensione vitale di un tempo sospeso che racchiude in sé tutte le possibilità future. Per ora, gli orologi sono stati “spenti” – quello che seguirà non è dato saperlo ancora da nessuno né oggi e neppure domani. Bisognerà attendere il Tempo in-avanti che chiuderà il conto al presente.

NOTE

 (1) “Quando, superando gli elementi, parliamo del polo cosciente del mondo, non ci basta dire che egli emerge dalla salita delle coscienze: dobbiamo aggiungere che, da questa genesi, egli è contemporaneamente già emerso. Altrimenti, egli non potrebbe né soggiogarci nell’amore, né stabilirci nell’incorruttibilità. Se per natura non sfuggisse al tempo e allo spazio che congiunge in sé, egli non sarebbe Omega. Autonomia, attualità, irreversibilità, e dunque finalmente trascendenza: i quattro attributi di Omega. […] Innanzi tutto, il principio di cui avevamo bisogno per spiegare sia la marcia persistente delle cose verso una maggior coscienza, sia la solidità paradossale del più fragile, è ormai nelle nostre mani: tale principio è Omega. Contrariamente alle apparenze ancora ammesse dalla fisica, il grande Stabile non è al di sotto di noi – nell’infraelementare, – ma al di sopra – nell’ultrasintetico. E’ dunque soltanto l’involucro tangenziale del mondo che si disgrega in materia, a caso. Ma il mondo acquista il suo volto e la sua consistenza mediante il suo nucleo radiale, gravitando in senso opposto al probabile, verso un focolaio divino di spirito che lo attrae in avanti “ (P. TEILHARD DE CHARDIN, Il fenomeno umano, trad. it. di F. Ormea, Milano, Il  Saggiatore, 1968, p. 365).

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