STORIA CONTEMPORANEA n.21: “De profundis”. Angelo Morino, “Quando internet non c’era”

Quando internet non c'eraNegli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei.  (G.P)

di Giuseppe Panella

De profundis. Angelo Morino, Quando internet non c’era, Palermo, Sellerio, 2009

In principio vi fu Leonardo Sciascia (quando ancora la Sellerio si chiamava Esse Edizioni e lo scrittore di Racalmuto vi pubblicava gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel); poi curatori, autori di culto e consulenti più o meno prestigiosi si sono susseguiti – Antonio Tabucchi, Beppe Benvenuto, Salvatore Silvano Nigro – ma sicuramente uno dei più costanti e dei più appassionati è stato Angelo Morino. In questo suo romanzo postumo trovato nel suo computer, dopo la sua morte improvvisa a cinquantasette anni, l’ispanista piemontese descrive non tanto il suo rapporto con la casa editrice palermitana con la quale ha collaborato a titolo diverso (traduzione, introduzione, postfazione, scelta delle opere da pubblicare) per ben centocinquanta volte quanto la propria vita di uomo e di studioso. Ma le sue non sono tanto le “memorie di un universitario” (come erano state le pur prestigiose scritture in limine mortis di Cesare Cases citate nel secondo esergo del libro) quanto quelle di un appassionato “amatore di letteratura”.

Morino ha amato la Letteratura come tale e non in quanto oggetto di studio. Se negli anni di studio all’Università come iscritto alla Facoltà di Lettere di Torino è stato tentato dallo strutturalismo come disciplina che gli permetteva di circoscrivere il suo interesse all’opera saltando la biografia o il background storico-storiografico dell’autore studiato, nel corso della sua operosa vicenda di intellettuale, ad essi è dovuto tornare spinto dalla sua inesauribile curiosità.

L’”oscuro oggetto del ”suo” desiderio” che emerge dal suo ultimo romanzo risulta essere la scrittrice María Luisa Bombal di cui egli ricostruisce le vicende esistenziali e analizza la scarna opera letteraria prodotta. Scoperta attraverso la lettura di un basilare saggio di Ángel Rama sulla letteratura ispanoamericana contemporanea (La novela latinoamericana 1920-1980), la Bombal diventa, per riprendere il titolo italiano di un celebre film di Douglas Sirk, “la magnifica ossessione” di Angelo Morino.

«Purtroppo, quanto all’America di lingua spagnola, le figure femminili di spicco sono pochissime. Tuttalpiù qualche poetessa, ma di buone narratrici c’è vera penuria. Viene in mente solo l’argentina Silvina Ocampo. E’ per questo che non mi dispiacerebbe mettere le mani su qualche nome dimenticato, responsabile di un’opera in attesa di essere scoperta e rivalutata. […] E’ questo il motivo per cui, davanti alla frase di Ángel Rama, mi si drizzano le antenne. Tanto più che il successivo paragrafo prosegue sulla stessa linea, come mantenendo un’implicita promessa. Vi si legge: “Le lezioni europee, da Virginia Woolf a Katherine Mansfield, passando per quelle più delicate di Rosamond Lehman, e prima di arrivare a Simone de Beauvoir, contribuirono al risveglio narrativo della donna, alternando la scrittura poetica che sprofondava nei sentimenti, soprattutto adolescenziali, all’ambiguità di una narrativa che aveva bisogno di ingredienti fantastici per consentire l’espressione della propria intimità. A queste caratteristiche si riallaccia l’opera di María Luisa Bombal (1910), autrice di due soli libri, La última niebla (1934) e La amortajada (1941), la cui scrittura si rivela fin troppo dolce nelle descrizioni della natura e delle effusioni amorose, ma che è capace di padroneggiare un clima onirico che conferisce calore al racconto”» (pp. 38-39).

Le informazioni di Rama si riveleranno alla fine imprecise e la ricerca continuerà per via bibliografica finché Morino legge La amortajada, speditagli presso la redazione della Casa Editrice La Rosa che lo studioso aveva fondato a Torino alla fine degli anni Settanta insieme alla francesista Edda Melon e con la collaborazione del proprio mentore Cesare Acutis (i libri pubblicati da quella piccola ma combattiva Casa Editrice campiscono ancora, in parte, nella mia biblioteca in una posizione privilegiata; di Cesare Acutis, presentatomi anni fa dal compianto amico Gianni Carchia in un buon ristorante torinese, ricordo ancora la precoce bianchezza della chioma ancora folta e giovanile e il volto grifagno che lo facevano assomigliare, in maniera inquietante, a Samuel Beckett).

La lettura del romanzo non soddisfa Morino che lo paragona a opere ben più significative dello stesso genere: Mentre morivo (As I Lay Dying del 1930 di William Faulkner) e il primo romanzo di Gabriel Garcia Marquez (Foglie secche, La Hojarasca, del 1955). Ma chi gli ha inviato il romanzo nella speranza di ottenerne una traduzione ha allegato un foglio in cui si dice pure di come il romanzo sia stato molto apprezzato da Jorge Luis Borges. Questo indispone Morino che non ama il grande scrittore bonaerense (1). Ma la caccia alla scrittrice cilena continua con alti e bassi, con ritrovamenti fortunosi in librerie di Barcellona, a Roma, all’Istituto Latino-Americano dove viene a maturazione anche la ricerca letteraria della nerocrinita Rosalba Campra, infine in America Latina, a Buenos Aires dove la scrittrice viene rievocata da due sue coetanee ancora vive, le meno note scrittrici Josefina Cruz e Manuela Mur fino ad apprendere la tragica verità: sprofondata nell’alcool per le sue personali e sciagurate vicende personali che l’hanno vista sparare a un uomo che ha avuto il torto di trascurarla come donna innamorata, la Bombal non ha più concluso opere narrative di respiro se non pochi racconti e un testo incompleto. Sposata a un nobile francese dall’esotico nome di Fal de Saint-Phalle, assai più anziano di lei, si trasferisce negli Stati Uniti dove occasionalmente lavora come doppiatrice in spagnolo (ad esempio, di Judy Garland) e dove vende a Hollywood, alla Paramount Pictures, il suo primo romanzo, L’ultima nebbia (2), con il titolo di House of Mist e con il finale cambiato (il film, però, nonostante questo accorgimento, non verrà mai realizzato). Alla morte del marito, caduta in miseria perché l’assicurazione sulla vita di quest’ultimo è inadeguata a mantenerla sia pur con grandi sacrifici, ritorna a Buenos Aires dal 1971 al 1973 e poi, in Cile, dove muore nel 1980 completamente distrutta dall’alcool. Una parabola esemplare, dunque (e molto simile a quella, rievocata successivamente del suo stesso amico Cesare).

Ma il romanzo di Morino non è soltanto la storia di una ricerca letteraria portata all’estremo (come quelle che avevano contraddistinto la vita avventurosa di Bruce Chatwin, tanto per fare un esempio). Racconta anche le storie d’amore vissute dallo stesso autore, omosessuale dichiarato e mai riluttante a dichiararsi tale, anche se restio all’impegno politico nel FUORI che a Torino grazie a figure esemplari come il libraio Angelo Pezzana o a Gianni Vattimo ha avuto un ruolo culturale di prima grandezza (questo suo ritrarsi dall’impegno diretto nelle organizzazioni intese a salvaguardare i diritti dei “diversi” è descritto a chiare lettere alle pp. 189-191 del romanzo).

Racconta del periodo, lungo e spesso dolorosamente angoscioso, trascorso all’Università dell’Aquila, racconta della fine della Casa Editrice, racconta di viaggi a Rio de Janeiro e a Buenos Aires per motivi di studio e di ricerca. Ma narra soprattutto di un amore viscerale, insopprimibile, potente e insormontabile per la letteratura come macchina costitutiva del mondo in cui vive, dei libri scovati a fiuto in libreria come molla insopprimibile e capace di permettergli di superare gravi difficoltà esistenziali, amori andati a male, abissi di vuoto di senso, una sensibilità eccessiva, spessori limiti della morbosità, la morte del padre, la sua incapacità a trovare un centro in altro che non fosse la letteratura (come pure l’evento tragico della morte del padre).

E tutto questo avviene in forma squisitamente letteraria. Ne è testimonianza la forma stessa del libro: divisa in testo e in note che non sono affatto puramente esplicative ma costituiscono parte integrante e comprensiva del testo stesso. E’ palesemente una derivazione originale e convincente derivata dall’operazione compiuta in Fuoco pallido (Pale Fire del 1962) da Vladimir Nabokov che ha reso il ponderoso apparato di note relativo al poema dallo stesso titolo e composto da 999 righe per quattro canti parte integrante di un unico disegno narrativo. E, d’altronde, lo stesso incipit del romanzo:

«All’inizio di questa storia ho ventiquattro, venticinque anni. Una fotografia dell’epoca, in bianco e nero, mi ritrae a mezzo busto. Molti capelli ricci, un filo di perline tubolari intorno al collo, occhiali a goccia dalla montatura metallica e un braccialetto pure questo di metallo. Sul davanti della maglietta a maniche corte, si intravede un disegno che riproduce un viso simile al mio. Capigliatura arricciata e sguardo coperto da grosse lenti scure. Non credo che la duplicazione della mia immagine fosse un effetto intenzionale. Di questa fotografia mi piacciono gli occhi simili a due fessure, che guardano sbiechi. Mi piace anche la piega cattiva delle labbra…» (p. 25).

ricorda l’inizio dei ricordi di Humbert Humbert che aprono la rievocazione delle vicende di Lolita (sicuramente il più famoso romanzo di Nabokov, anche se non il più importante,  uscito a Parigi per i tipi dell’Olympia Press nel 1955, con grande scandalo dei benpensanti). Anche nel romanzo dell’”adolescenza traviata” le foto di Dolores-Lolita scandiscono il progressivo svilupparsi delle vicende ricordate da Humbert Humbert nel testo autobiografico che sta scrivendo in carcere, in attesa del processo per aver ucciso il seduttore, Clare Guilty, del suo amore innocente.

Questo di Morino è un romanzo, dunque, scritto con intento deliberatamente e sinceramente autobiografico ma capace di affascinare come un romanzo di totale finzione. La storia della caccia al mito sfuggente della Bombal e la narrazione della sua vita di uomo e di studioso finiscono con il combaciarsi e il congruire in una dimensione che si rivela sempre altra, sempre altrove (per dirla con il titolo di un celebre romanzo di Kundera).

Nel suo titolo esposto al limite del minimale, si rivela, invece, la forza delle sue ambizioni. Quando Internet non c’era, bastava la memoria e questo libro è fatto, appunto, solo di questo, di quella “sostanza di cui sono fatti” non tanto “i sogni” quanto le uniche verità che si hanno ancora a nostra disposizione: quello che ricordiamo, quello che non dimentichiamo…

 

 

NOTE

 

(1) «Ecco quello che scrivono rispettivamente Morino di Borges e Borges di María Luisa Bombal “Al volume e alla lettera ha unito una scheda informativa. Un foglio battuto a macchina, piegato in quattro, su cui compaiono innanzitutto le poche cose finora note, relative alla vita di María Luisa Bombal. Nata in Cile nel 1910 e autrice di due romanzi brevi. Ma vi si apprende pure che, quando Avvolta nel sudario viene pubblicato nel 1938, l’allora quarantenne Jorge Luis Borges ne scrive una recensione. Ma sì, proprio lui, lo scrittore argentino annoverato fra i grandi del novecento. Vero che, quanto a me, non ne sono mai stato un estimatore. Troppo consapevolmente raffinato. Troppo impegnato a tenersi nell’alto e a ignorare qualsiasi richiamo verso il basso. I suoi racconti, le sue poesie, i suoi saggi perlopiù mi annoiano. Comunque, le parole di Borges, riportate in italiano nella scheda informativa, compresa la parentesi con cui si segnala una lacuna, hanno motivo di colpire. Ecco quanto vi si legge: “La scrittrice cilena mi confidò una sera il tema del romanzo che intendeva scrivere: la veglia funebre di una donna sovrannaturalmente lucida, che, durante quell’ultima notte di visite precedente la sepoltura, intuisce in qualche modo – dalla morte – il senso della vita trascorsa ecc. ecc., e io le dissi che quel tema era impossibile da portare a termine, che due rischi lo minacciavano, parimenti mortali: uno, l’oscuramento dei fatti umani del romanzo da parte del grande fatto sovrumano della morte sensibile e meditabonda; l’altro, l’oscuramento di quel grande fatto da parte dei fatti umani. […]  María Luisa Bombal ascoltò con fermezza le mie proibizioni, lodò il mio buonsenso e la mia erudizione e mi consegnò qualche mese dopo il manoscritto originale di Avvolta nel sudario. Lo lessi in una sola serata e potei constatare con ammirazione che in quelle pagine erano stati infallibilmente evitati entrambi i rischi infallibili che io avevo previsto”» (pp. 66-67).

Se Morino non fosse stato così prevenuto contro l’”altezzoso” Borges, avrebbe forse potuto intuire che forse il modello costituito da Mentre morivo di Faulkner veniva proprio dallo stesso scrittore argentino, estimatore e non a caso abile traduttore del romanzo Palme selvagge dell’autore americano in lingua spagnola…

 (2) Sarà proprio Morino a tradurre questo romanzo per Sellerio nel 1997.

______________________________

[Storia contemporanea 20] [Storia contemporanea 22]

[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

Annunci