STORIA CONTEMPORANEA n.22: Il tocco. Laura Pugno, “Quando verrai”

pugno_quando verraiNegli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei.  (G.P)

di Giuseppe Panella

 

Il tocco. Laura Pugno, Quando verrai, Roma, Minimum Fax, 2009

«Lui e Montserrat sono nella stanza accanto, dove Ethan ha dormito da solo la notte prima. Tendendo l’orecchio nel silenzio quasi intollerabile della campagna Eva cerca di cogliere le loro voci basse, interrotte da scoppi di risa, di cui le arriva solo qualche parola. I fantasmi di Ethan e Sofia, ventenni in quella stessa casa, hanno forse ripreso possesso di quei corpi consumati, ormai privi di ogni strato di grasso. Quando verrai, aveva detto Sofia, o così le ha raccontato Ethan. Quando verrai a cercarmi, io sarò qui» (p. 107).

E’ il flashback toccante e preciso mediante il quale si apprende il perché del titolo di questo romanzo breve di Laura Pugno, testo narrativo che segue ad altre sue prove letterarie in versi (Tennis, Varese, Nuova Editoriale Magenta, 2002 e Il colore oro, Firenze, Le Lettere, 2007) e in prosa (i racconti di Sleepwalking, Milano, Sironi, 2002 e Sirene, Torino, Einaudi, 2007) o infine scritte per il teatro (DNAct, Arezzo, Zona, 2008).

Quando verrai è, innanzitutto, una quest, poi diventa una variazione significativa nell’ottica del “romanzo di formazione”, infine si trasforma in una vicenda giocata sul registro del fantastico.

Eva, Leila, Stasi, Vladimir, Ethan, Montserrat /Sofia sono i personaggi che si aggirano in questa vicenda esemplare ambientata nelle terre del delta, dove il nulla si congiunge al mare e dove tra una stazione di servizio, un ristorante per camionisti, un ospedale ai bordi periferici della città e l’autostrada non c’è soluzione di continuità con la campagna, il bosco e la spiaggia. Il luogo dove questa storia è ambientata potrebbe essere ovunque purché ai confini della civiltà e poi, in seguito, anche a quelli “della realtà” (per citare il titolo della famosa serie televisiva scritta da Rod Serling).

Eva è una bambina quando il romanzo inizia; è poco più di una ragazzina quando la storia finisce. Soffre di psoriasi o almeno così dice il dermatologo che le suggerisce di esporsi al sole. Vive con la madre Leila in un camper ai limiti dell’autostrada. Spesso li raggiunge Stasi, un muscoloso extra-comunitario che è l’amante della madre (poi vorrà estendere le sue non gradite attenzioni anche a Eva che però non vuole saperne – il contatto fisico con lui la fa vomitare). La ragazzina si vergogna delle macchie che costellano le sue braccia e le sue mani, le copre con garza e guanti quando può, si cosparge di pomate medicamentose ma invano. Un giorno, “un uomo sulla quarantina, magro, con quello che una volta doveva essere stato un corpo forte, i capelli grigio ferro” (p. 6), la rapisce nel camper approfittando dell’assenza della madre e di Stasi. La porta con sé nel bosco, la nasconde in una piccola caverna, la nutre in maniera approssimativa ma con cura e affetto, poi, dopo due giorni, la lascia andare. Le dice di chiamarsi Ethan. Quello che Eva temeva (la violenza, la morte) non accade. Mentre vaga ai bordi dell’autostrada, la ragazza viene raccolta da Vladimir, socio e amico di Stasi che la riporta al camper. La vita continua come sempre, fatto salvo il fatto che le attenzioni fisiche di Stasi si fanno più pressante anche perché accompagnate da doni (vestiti, sandali) che sembrerebbe doveroso ricambiare. Un giorno, la madre si ammala e perde conoscenza. Accompagnata in ospedale, viene operata al cervello (si tratta di un’emorragia molto grave) – l’operazione è molto lunga (“tre, quattro ore” – dirà a Eva un chirurgo dello staff ospedaliero a p. 54). La bambina, però, misteriosamente sa che la madre è morta. Per non essere costretta a vivere con Stasi in futuro, vaga nella terra di nessuno tra il bosco e l’autostrada. Ma l’uomo inviso la vede e cerca di raggiungerla. Un incidente con un auto-articolatoglielo impedisce e Eva si inoltra nel bosco. Qui nella notte cade in una fossa profonda da cui la salva una corda calatale da Ethan che ha sempre saputo dov’era. Cominciano ad affiorare delle verità finora taciute. L’uomo porta la ragazza con sé, la fa dormire in un motel nella campagna, la porta a mangiare una pizza Margherita in una trattoria per camionisti ma soprattutto le parla un po’ di sé. E’ la prima rivelazione “vera” del romanzo:

«Prima devi spiegarmi, dice Eva, con voce fredda, una voce che non sembra sua, che è come se prendesse a prestito da un altro corpo, dal suo stesso corpo fra qualche anno. Ethan si passa le mani fra i capelli, inghiotte saliva. Hai detto che siamo uguali, dice Eva. Che vuol dire, siamo uguali? La verità, dice Ethan. Io e te abbiamo la stessa cosa. Non so se è una malattia o un potere. Si sfila i guanti, mostra a Eva le mani, il palmo chiazzato da quella che sembra psoriasi. Viene da queste macchie, dice. Non è psoriasi come dicono i medici. Anche a te avranno detto la stessa cosa. Eva fa segno di sì con la testa. Io avevo forse la tua età quando è cominciato, continua Ethan. Da allora, toccare chiunque è diventata una tortura. Come te, vedo la loro morte. Eva sfiora col dito le chiazze sul palmo di Ethan. Un camion passa alzando vento. Il vestito rosa di lei è una macchia meravigliosa che si muove. Così sono scappato, prosegue Ethan. Ho girato l’Europa, e a un certo punto ho incontrato altri come me. Come noi. Non siamo tanti, ma qualcuno c’è. Eva ascolta, come se si trattasse di una fiaba. Le fiabe sono crudeli, diceva Leila, io non le ricordo per questo, perché le fiabe sono cattive» (p. 78).

Impossibile non pensare a Johnny Smith, il personaggio principale di The Dead Zone di Stephen King, un romanzo del 1979 poi trasposto in film da David Cronenberg nel 1983, con Christopher Walken e Martin Sheen, che antivedeva, con gli occhi della mente, il destino degli uomini cui toccava la mano. Ma altrettanto difficile che non venga ala mente un famoso romanzo di Elmore Leonard, The Touch, del 1991 dove il protagonista (certo in tutt’altro contesto) guarisce con il tocco delle mani malattie praticamente impossibili a curarsi.

I due proseguono il loro viaggio in circostanze difficili: arrivano al delta e ne attraversano l’intrico selvaggio e inquietante di canne e di fango a bordo di una barca trovata all’interno di una bassa costruzione abbandonata (e come non pensare a Charlie Allnut (Humphrey Bogart) e Rose Sayer (Katharine Hepburn) che si sperdono anch’essi nel delta di un fiume intricato e imperscrutabile in The African Queen, il grande film di John Huston del 1951, tratto dal romanzo di Cecil S, Forester che reca lo stesso titolo?). Alla fine, dopo aver attraversato il fango del delta ed essere passati attraverso il bosco essi giungono nella casa di Montserrat / Sofia, il perduto amore di Ethan. Qui avverrà lo scioglimento (e la conclusione catartica) della storia, previsto dai loro attori ma nascosto al pubblico dei lettori fino alla fine. Qui l’uomo ormai maturo si separerà dalla bambina in maniera drammatica ma senza perdere né la tenerezza né la fiducia in qualcosa di migliore a seguire (come il Padre muore ma lascia la propria fiducia nel futuro al Figlio in The Road, il capolavoro di Cormac McCarthy). Ma quelli cui ho fatto riferimento prima non sono ovviamente prelievi di peso operati da Laura Pugno. Il suo stile metallico ed elegante, nitido e allusivo, feroce come una dissezione chirurgica e toccante come lo strazio profondo che viene dal cuore, mantiene la propria originalità di scrittura. E il salto nel fantastico (con il tocco tipico della pranoterapia e il mistero delle macchie sul corpo e sulle mani che ne sono l’espressione ostensibile) non è altro che la legittima e quasi spontanea necessità letteraria del testo a produrlo. Partito come la storia della ricerca di un ubi consistam per il personaggio di Eva, della sua necessità di avere un punto di riferimento che la conduca dall’infanzia alla giovinezza, il romanzo di Laura Pugno diventa la storia della crescita e della consapevolezza di lei riguardo se stessa, la propria malattia e il proprio destino (come in ogni Bildungsroman che si rispetti). L’approdo al fantastico non sarà tanto un escamotage dietetico o un trucco stilistico per catturare l’attenzione del lettore quanto la naturale necessità di approdo di quella ricerca da cui tutto era iniziato. Il “tocco” di cui sono portatori Eva e Ethan non è un effetto speciale ma una qualità dell’anima, il portato finale di un dono che non può essere soltanto un volgare imbroglio o il frutto del caso. Romanzo di scrittura sobria e raffinato, Quando verrai cerca di scavare nelle pieghe di psicologie complesse e spesso non compiutamente analizzabile senza però la presunzione di dire la verità sui moventi e le passioni degli uomini. E forse proprio per questo motivo talvolta ci riesce…  «Ora ricorda tutto, quello che è successo, ricorda il futuro. Sono venuti a prenderla e lei è pronta. Montserrat lo sa, sta per dire, vado a chiamarla. Eva si affaccia sulle scale e dice, sono qui » (p. 123)

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