QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.18: La padronanza ermetica della parola. Maria Grazia Maramotti, “Alchimie d’amore”

Maria Grazia Maramotti, Alchimie d’amoreIl titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

  

di Giuseppe Panella

 

La padronanza ermetica della parola. Maria Grazia Maramotti, Alchimie d’amore, Introduzione di Emerico Giachery, trad. inglese di Alberto Sighele, Pasian di Prato (UD), Campanotto, 2005

La maggiore peculiarità (ma tra le altre, sia chiaro in linea di principio) di questo ultimo volumetto di poesie di Maria Grazia Marmotti è quello della doppia lingua in cui si può leggere. La traduzione inglese delle liriche, a cura di Alberto Sighele, ha il compito di esplicitare in misura più articolata e più netta la dimensione assoluta in cui i testi vogliono collocarsi rendendoli comprensibili anche a non italiani. Ma forse ci sono anche altre ragioni per questo sulle quali sarà meglio soffermarsi in seguito. La dimensione cosmopolitica del testo non stupisce anche in ragione della dedica a Tullio Grado de Petris von Herrenstein sulla cui natura più intima, però, non mi sembra il caso di soffermarsi (essa attiene, infatti, alla sfera personale della vita dell’autrice).

Quello che conta, tuttavia, a mio avviso, è la dimensione di poetica in cui il testo affonda le proprie radici liriche.

Alchimie d’amore vuole essere un omaggio alla passione umana e alla sua capacità di trascendersi in uno sforzo di trovare la propria giustificazione in un contesto più universale, se non cosmico. Come scrive Emerico Giachery nella sua Introduzione al libro, con una prosa spesso complessa e ricca di agganci e allusioni volutamente riverberantisi sul lavoro della Marmotti in una sorta di loop di citazioni:

«Estraneo in toto, per essenza e vocazione, al minimalismo in apparenza ancora espanso (ma, spero, in progressivo declino), il libro che invito a percorrere. Aperto invece, ma senza ombra di enfasi, al sublime, per decenni bersaglio di gretta ostilità con impoverimento dell’umano, e che invece qui sopravvive persino “nella cenere”: “Ogni pura emozione / si sveglia … fiammeggia, sfavilla / e poi… nella cenere… / tracce di sublime”. Libro tutt’altro che estraneo ad aspettative del nostro tempo, non sbandierate, ma molto vive nel silenzio, coltivare solitario raccoglimento di quella ricerca “di frontiera”, psychical, che destò l’interesse appassionato di personalità come Henri Bergson, William James, Madame Curie, e che prosegue tenace, attenta a possibili spiragli, con documentazioni e strumenti sempre più rigorosi. Tra l’altro, ritengo che fra i traguardi oggi offerti alla poesia (dato e non concesso che debba porsi traguardi) primeggi quello di contribuire a risvegliare il senso dell’uomo cosmico, la coscienza di un’appartenenza cosmica. Plotino è reso qui nostro contemporaneo… » (p. 17).

Non saprei se tutto quello che Giachery attribuisce come evoluzione di patrimonio culturale a Maria Grazia Maramotti sia presente nel suo libro. Sta di fatto che l’ipotesi di una evoluzione alchemica dell’amore che lo trasforma, anzi lo trasmuta (per usare un termine più adatto all’argomento) in una sorta di balzo evolutivo verso la comprensione della realtà dell’esistenza e dell’esistente a esso collegato quale forma imprescindibile della sua manifestazione nel concreto della vita degli uomini.

Il passaggio delle diverse incarnazioni in cui ogni vissuto ha palesato la sua verità si rivela lo strumento più adatto alla scelta di vita che prelude alla poesia:

«SU QUELLA SOGLIA. Come rapido film / il mio vissuto è scorso / dinanzi a me : // proiezione del compiuto / e coscienza di ciò / che avrei dovuto… // compiere! / Disamina incorrotta / che da se stessa genera / matrice e forma / del nuovo corpo / in successiva incarnazione» (p. 50).

Va detto che qui che la matrice più che una Matrix alla Fratelli Wachowski come sembrerebbe postulare il traduttore inglese (ma matrix in quel contesto filmico è pura illusione, apparenza, inganno) è una forma che si riproduce e che rimanda ad un’altra sua possibilità di vita in un inseguirsi vertiginoso di progetti esistenziali. Qui il film dell’esistenza umana si ricapitola ogni volta e di nuovo si dipana in una ricerca di verità che non conosce (e non può) conoscere una fine.

Così la poesia – per Maria Grazia Marmotti – non può avere fine perché non ha avuto mai un inizio ma si rivela come una sorta di tensione tra partenza e arrivo dove entrambi sono il prodotto della ricerca di qualcosa che, per definizione, non si può raggiungere (l’Assoluto).

E’ ad esso che anela il modello di lirica sapienziale ed ermetica proposto dalla poetessa.

«CORPO DEL DESIDERIO: il mio astrale corpo / che sul piano astrale / come fulmine si muove! / Veicolo dell’Ego, / ubbidiente al suo pensiero, // sulle ali della volontà / senza paura vola ! / Coscienza pura, / incline solo / ad emozioni elette, // in un vibrare / d’amore e devozione / si profonde / in solidale abbraccio / con l’umana specie» (p. 67).

Si potrà o meno concordare ed accettare quello che la scrittrice dà per scontato (e per veritiero) e cioè l’esistenza di qualcosa che si può definire come “corpo astrale” ma sicuramente (a prescindere dalla fiducia nella sua esistenza) la si potrà considerare in quest’ambito e accettare come una forma metaforica del destino dell’umanità colto nelle singolarità che lo compongono.

In un simile contesto, il corpo come veicolo dell’amore e del desiderio che lo esprime in maniera radicale altro non è che lo strumento che permette alla poesia di muoversi e di trasformarsi in veicolo di comprensione delle emozioni umane, “elette” perché capaci di render conto della ragione stessa della necessità della loro esistenza.

L’ascesi del corpo ne invera e realizza, in questo modo, il desiderio nascosto perché lo trasforma in dimensione dell’esperienza lirica. L’umanità intera ne diviene l’oggetto richiesto e sognato. In tal modo, la vita e la morte non sono più in un rapporto di separazione profonda (come tradizionalmente vengono visti dagli esseri umani atterriti dalla loro perentorietà) ma si annullano l’una nell’altra liberando chi li accetta quale terra di confine dalla paura del buio futuro.

«VOLO D’AQUILA. s’acqueta appartato / dal mulinar / delle tenzoni // Si adagia stanco / nei silenzi / che l’han visto volteggiare, // in giri arditi / verso alti picchi // E tace la pena del declino / ma sa e non teme / eccelse vette // Un brindisi al suo volo / estremo chiede, / a sua imperdibile memoria» (p. 31).

E’ proprio quella memoria che sancisce il trionfo del sapere estremo rispetto alla logica più materiale delle approssimazioni materiali. E’ la poesia che permette di raggiungere una vetta altrimenti non raggiungibile con gli strumenti ordinari della vita quotidiana. In questo modo sarà possibile non tanto vincere la morte quanto trasformarla in una dimensione ulteriore della vita.

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