QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.21: Ipotesi per un poeta. Giovanni Inzerillo, “La virtù della frivolezza. Saggio sull’opera di Paolo Ruffilli”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

  

di Giuseppe Panella

 

Ipotesi per un poeta. Giovanni Inzerillo, La virtù della frivolezza. Saggio sull’opera di Paolo Ruffilli, Introduzione di Daniele Maria Pegorari, Bari, Stilo Editrice, 2009

«Tessendo, neppure con troppa partecipazione del resto, l’elogio necessario della frivolezza, che è stata sempre la virtù dei grandi ingegni. Per pronunciare davvero il sublime, penso che occorra partire dal calco, dall’orma, da una traccia sottile. Per una legge dell’inversamente proporzionale: quanto più è basso il tono, tanto più alto è l’effetto. Non è che intenda, per carità, rinunciare alla “grandezza” delle cose. Ma trovo giusto rilevarla nella loro “piccolezza”. E mi piace soffiarci dentro quell’arietta frizzante che fa, del castello di Atlante, l’attracco delle astronavi per il resto dell’universo» (Paolo Ruffilli, Appunti per una ipotesi di poetica).

 

Si tratta dell’esergo che sostiene il libro e che gli dà il titolo. Ma non solo: è una dichiarazione di poetica vera e propria da parte di Ruffilli che viene così recepita dall’autore del saggio da lui dedicato al poeta di Treviso (è vero che è nato a Rieti nel 1949 da famiglia di radicata estrazione emiliana – come una volta mi confermò con orgoglio – ma vive a Treviso, dove si era trasferito come insegnante, ormai dal 1972). La “frivolezza” è, allora, per Ruffilli, l’espressione di una poeticità interna a ciò che ha osservato e pensato e che trasferisce sulla carta non come forma egemonizzante, assoluta del suo dire e scrivere quanto come via di fuga laterale, aspetto apparentemente “minore”, piano obliquo lungo il quale la poeticità si trasforma in parola e gesto di poesia.

Fin dalla sua prima opera (La quercia delle gazze, Forlì, Editrice Forum, 1972), la sostanza trasversale della scelta lirica è ben chiara al suo lettore: dal suo viaggio in Grecia, apparentemente legato a una temperie di tipo romantico, il poeta ricava la convinzione che il mito non è più sostanza delle cose e di esso non si può fare che uno scavo interno, critica immanente e devastata.

Ma già dal secondo libro di Ruffilli (Quattro quarti di luna, sempre Forum di Forlì – l’anno è il 1974), i tempi e le cadenze della sua poesia mutano. Non bisogna dimenticare, infatti, che il libro di poesia italiana più amata dal poeta trevigiano è Satura di Eugenio Montale, la raccolta che segnò il suo ritorno alla poesia e uno dei testi più discussi e contrastati del suo percorso poetico.

In esso, a differenza degli episodi precedenti della sua storia lirica, avviene l’abbandono del suo linguaggio più rarefatto e linguisticamente alto a favore di uno stile più orientato verso il parlato e il quotidiano – uno “spartiacque” della poesia del Novecento, come dichiara anche Daniele Maria Pegorari, prefatore del volume di Giovanni Inzerillo e suo mentore editoriale.

Anche Ruffilli si ritrova in questo impasto di tipo linguistico e morale e sia questo volume che il successivo (Notizie dalle Esperidi, sempre Forlì, Forum Editoriale ma 1976) ne fa tesoro. Sicuramente nel terzo volume di liriche predomina un tono e un taglio di tipo memoriale-rievocativo che possono far pensare a una rinnovata frequentazione dell’opera di Marcel Proust (le fotografie che sono il punto di partenza della rievocazione e del ricordo) ma anche nella sua seconda opera, il taglio era stato più scabro e spesso minaccioso (il richiamo è a certi versi decisamente efficaci perché “antipoetici” della prima fase letteraria di Cesare Pavese) rispetto all’esordio.

Tra Notizie dalle Esperidi e Piccola colazione (presso Garzanti di Milano – il libro vinse il prestigioso American Poetry Prize nel 1996), intercorrono quasi undici anni. Il passaggio è fondamentale per Ruffilli: da un lato, si dedica all’attività giornalistica ed editoriale (introduce per I Grandi Libri Garzanti testi decisivi come le Operette morali di Leopardi, le Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo e il Viaggio sentimentale di Laurence Sterne tradotto da Foscolo), dall’altra svolge un’intensa attività critica su riviste e giornali. Piccola colazione rappresenta, tuttavia, un salto di qualità anche nel genere prescelto – oscilla, infatti, tra il “romanzo di formazione in versi” o la “commedia in sei atti” (così la definì Giuseppe Pontiggia nella sua Prefazione al libro) ed è difficile inquadrarlo in una dimensione precisa che non sia quella personale, del confronto esplicito con se stesso e con la sua precedente coscienza inquieta. I sei momenti in cui il libro è suddiviso corrispondono ad altrettanti episodi larvatamente autobiografici ma conditi con una dose massiccia di auto-ironia e di un pessimismo spiazzante lasciata però circolare da un intervento esterno che può essere ricondotto all’antica funzione del Coro nel teatro classico.

Piccola colazione rappresenta, allora, una sorta di ripartenza molto importante per la poesia di Ruffilli che con il suo successivo Diario di Normandia del 1990 (pubblicato dalle edizioni Amadeus di Montebelluna) conquista il Premio Eugenio Montale. Il libro è costituito da un lungo racconto in versi di un viaggio soprattutto all’interno di se stesso dove a divagazioni esistenziali si sovrappongono riflessioni di carattere più generale in un ondeggiare tra scarto autobiografico e tratto più universalistico e concettuale, il tutto con un ritmo musicalmente più scandito e più appoggiato dal punto di vista del metro utilizzato.

Ancora del 1992 è Camera oscura con cui Ruffilli torna a pubblicare presso Garzanti.

Il tema è, ovviamente, quello della fotografia e sembra ritornare indietro all’epoca di Notizie dalle Esperidi del 1976. Il tono, tuttavia, è assai più radicale e, soprattutto, meno intimistico.  Trentadue fotografie mescolate a poesie e intervallate a otto riflessioni più un prologo e un epilogo in versi sono il frutto della lunga gestazione di questo libro che cerca di conciliare il ricordo visivo con la carica mentale dell’oblio che vorrebbe prevalere su di esso.

Il connubio tra poesia e fotografia presiede anche a Nuvole in cui alle poesie di Ruffilli si confrontano le fotografie molto suggestive di Fulvio Roiter nel tentativo di catturare attraverso le parole e la luce impressionata su pellicola la dinamica inarrestabile e frattale delle nuvole in viaggio. Il passaggio all’editore Marsilio di Venezia è scandito dalla pubblicazione di La gioia e il lutto del 2001. In esso il racconto della morte di un giovane malato di AIDS si intreccia con le vicende dei suoi familiari nonché dei suoi dottori e qualche amico a conoscenza della vicenda.

Al giovane morente di AIDS è dedicata una commossa riflessione sulla morte e sulla non-vita come condizione di transito tra una realtà che ormai sfugge e una possibile permanenza in un futuro aldilà di cui però non è ovviamente data alcuna certezza.

Il drogato e il carcerato, simboli della passione contemporanea, saranno infine i protagonisti dell’ultima silloge poetica di Ruffilli (Le stanze del cielo, Venezia, Marsilio, 2008) mentre la sua prima prova in prosa (Preparativi per la partenza, Venezia, Marsilio, 2003) sintetizza sulla carta umori e propositi (rimasti fino ad allora inediti) in una dimensione più distesa e più propensa allo scatto critico e polemico nei confronti della contemporaneità. Il tema della morte, già testato efficacemente come punto di riferimento tematico in La gioia e il lutto, si rivela anche qui il motore immobile della proposta esistenziale del poeta nei confronti di un’umanità ormai incapace di porsi nella prospettiva di una sintesi futura di nuove visioni del mondo e dell’esistenza.

Il libro di Inzerillo analizza e costruisce ipotesi interpretative interessanti riguardo la nascita e lo sviluppo intellettuale e morale del mondo del poeta di Treviso. Le sue conclusioni sono, di conseguenza, utili e più che accettabili sul piano ermeneutico:

«Così, nell’opera di Paolo Ruffilli, la difficoltà comunicativa si trasforma in un dettato minimale; la sua poesia si struttura attraverso un silenzio necessario, e comunque espresso, in cui consiste l’indicibilità dell’esistenza. Il “termine” è “ridotto all’incredibile” e il dire si pone “come dato impossibile”. Il modello più vicino è quello montaliano di Satura, limpido, scorrevole, a volte persino spregiudicato. Comunemente alle teorie di Barthes, solo nel grado zero della scrittura il dire lirico è concepibile: manierati costrutti sono, viceversa, un tentativo di conservatorismo mussale o semplicemente ridicolo. La poesia di Ruffilli obbedisce, pertanto, a un dettato minimalista, a una “frivolezza” che, partendo dalle piccole cose, tenta di significare il sublime» (scrive, infatti lo studioso palermitano a p. 157).

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