PER UNA CRITICA DELL’ECONOMIA POETICA DELL’IO. Saggio di Antonino Contiliano

di Antonino Contiliano

Se chi parla non è uno, ma una molteplicità in rapporto di esteriorità e contingenza (G. Deleuze/E. Glissant), e l’Io in quanto individuo (atomo) non ha, quindi, un rapporto con un sé sempre identico (immutabile), ma con una rete di relazioni storicamente determinate, che si realizzano come singolarità plurale – e ibrida per l’intreccio delle relazioni che ne passano lo stato dal virtuale all’attualità –, allora non è impossibile pensare e criticare l’economia poetica del tradizionale Io umanistico come una persistente feticizzazione che investe il soggetto e l’oggetto poetico.

Una feticizzazione che, come la merce capitalistica, è possibile demistificare con i procedimenti dell’allegoria parodizzante e l’assunzione di un soggetto poetico collettivo, il quale non è prima di kairòs ma dopo (A. Negri), e la cui coscienza poetica, impacchetta nei chiusi prodotti di genere e di “ismi”, non si esaurisca nella produzione lirico-intimistica della poesia soggettiva e aliena dal commercio con l’esteriorità delle altre singolarità e il mondo economico-sociale e politico che li struttura in rete.

Non è un caso, secondo noi, che l’Io e il soggetto “lirico-intimistico” ipostatizzato che lo sostiene, pur concetti di una astrazione e di una generalizzazione teorica, facciano pendant con l’io del soggetto capitalistico (il Capitale), e che, insieme, presumano – quasi “tipo logico” (B. Russel) assoluto e universale – l’eterno motore della poesia e della storia alimentato dallo stesso carburante: il profitto e la rendita come esclusione/eliminazione di qualsiasi altra possibilità alternativa.

Ma in un mondo, come il nostro, in cui ogni sovranità assoluta ha perso la sua funzionalità storica determinata, e la materia (contingentemente) piega lo spazio, come alla materia cosmica e della moltitudine lo spazio dice come muoversi, così anche per il soggetto e l’oggetto poetico gioca una modulazione storico-temporale che ne modifica l’identità ibridandone e pluralizzandone la vita e le forme. Il reale ha più forme di quante ne possa  immaginare la letteratura e l’arte, diceva B. Brecht; e tra il cielo e la terra – dice ancora Shakeaspeare – ci sono più cose che nella filosofia di Orazio. (Continua)

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